QUELLA SERENITA' DI 30 ANNI FA

QUELLA SERENITA' DI 30 ANNI FA

DI VALERIO LO MONACO

ilribelle.com

Fa un certo effetto pensare a 30 anni addietro. Perché di 30 addietro ho memoria storica personale e ricordi vividi. Quando leggo di serie storiche, di anni Cinquanta e Sessanta, posso solo studiarne i dati e immaginare. Ma il comunicato di Confcommercio della settimana scorsa non lascia scampo: "i redditi delle famiglie sono tornati indietro di 30 anni". Io quei tempi me li ricordo. Io c’ero. I redditi di mio padre e di mia madre me li ricordo eccome. E mi ricordo come vivevamo proprio dal punto di vista economico.

Giornalista mio padre, impiegata mia madre, io decenne e mio fratello poco più piccolo in casa e altri due figli di una vita precedente di mio padre che però non vivevano con noi.

Il reddito di allora. Il reddito dei miei. Il nostro “tenore di vita” (economico) e quello etico e morale. E me: cosa facevo? Cosa consumavo? Cosa mi mancava? Impossibile non fare confronti con oggi. Oggi che siamo quarantenni noi come allora lo erano i nostri genitori.

Oggi, quasi all’indomani dell’apertura della scatola nera dei ricordi e degli oggetti svuotati dalla casa avita ormai disabitata per la morte dei miei e per la necessità ereditaria di doverla vendere. Giravano solo cari fantasmi ormai in quelle stanze e in quei corridoi, in quei disimpegni spariti dalle case moderne eppure così utili, così intimi, così indispensabili, così importanti. Fantasmi dei miei genitori e di me e mio fratello piccoli, di mia nonna, del nostro cane. E quei ricordi di come vivevamo allora di cui quasi sento ancora gli odori, i rumori, i ritmi e le consuetudini. Con il reddito dei miei di allora avevamo un appartamento a Roma, in un quartiere ancora vivibile, dove i negozianti ci conoscevano ad uno ad uno.

Dove andavo da "Remo" ogni pomeriggio, tornando da scuola da solo, e prendevo un pezzo di pizza che poi mia madre passava a pagare. Dove ci portavano ancora il vino a casa con le damigiane e dove Taraddei, il pizzicarolo dietro l’angolo, un giorno mi accompagnò sin dietro la porta di casa, sul pianerottolo, per riconsegnarmi a mia madre dopo che mi ero acceso come un fiammifero strusciando sull’asfalto in seguito a una curva ardita sulla mia bicicletta rossa.

Ora i palazzi di quel quartiere hanno appartamenti con dei confortevoli affacci vista traffico smog e rumore h24. Roba da cui scappare, dunque. Ma allora era diverso. Torniamo ai consumi e imponiamoci di non divagare oltre. Una famiglia dunque, un appartamento al quale poi si sarebbe aggiunto un piccolo villino fuori Roma, sul Lago di Bracciano per trascorrervi i mesi estivi - i mesi estivi, non i quindici giorni comandati di oggi - una Renault 4 bianca che ho detestato fino al compimento dei 18 anni e poi invece adorata per tanti motivi… Ma soprattutto una cosa: la certezza, nei miei genitori e dunque fatalmente trasferita inconsciamente anche a noi figli, di una vita serena. Limitata all’interno del possibile e dell’impossibile di quella condizione di allora ma senza alcuna paura di precipitare. I nostri genitori allora riuscivano anche a risparmiare. Io allora e negli anni seguenti, e almeno sino ai vent’anni, non ho mai sentito la pesantezza di qualche mancanza grave. Poi il consumo della società prese a salire vertiginosamente. Per quasi tutti. E chi non si adeguava, in qualche modo, si sentiva automaticamente lasciato indietro. E dunque qualche azzardo personale, a rate. E dunque qualche preoccupazione. Qualche capitombolo. Qualche notte non proprio serena.

Per tornare a quello stato di serenità provato anni prima, di consapevolezza di non aver bisogno d’altro, di non sentirne proprio l'esigenza, e dopo essere passati per le forche caudine degli orribili anni Ottanta e Novanta, quelli del consumo folle, c’è voluto almeno un altro decennio e qualche migliaio di libri letti. Una crisi economica colta e aspettata sin da prima che iniziasse sul serio e la volontà di abbracciare la decrescita fatale che ne è scaturita con la consapevolezza della maturità raggiunta, delle convinzioni acquisite. Un processo lungo dunque. E in continuo aggiornamento. A ogni rinuncia, a ogni step di decrescita, un ulteriore passo verso la serenità. Ma che fatica, soprattutto all'inizio. Fatica del cambiamento. Malgrado aver interiorizzato il tutto, la trasformazione ha richiesto - e richiede - impegno. Una lotta senza quartiere contro le abitudini incrostateci addosso. Voglio dire: in realtà oggi abbiamo infinitamente meno di allora, di 30 anni fa. Non di oggetti, naturalmente, di cui siamo pieni. Ma di speranze per il futuro.

La privazione di allora era per qualche capriccio che non potevamo permetterci - e che a casa mia ci negavamo sino al momento in cui non vi fossero effettivamente stati i denari necessari per eventualmente acquistarlo. La privazione di oggi è in quella serenità che ci è stata sottratta. Allora dovevamo combattere per convincerci a rinunciare a qualche cosa, e magari risparmiare per continuare ad avere quella certezza di riuscire a vivere senza affanni all’interno di quei limiti ben precisi. Oggi si deve lavorare su se stessi per attraversare il guado che la nostra generazione ha davanti, dal mondo come era indirizzato negli ultimi vent’anni a quello che sarà. Per sopportare queste incertezze che abbiamo davanti.

Insomma: con il reddito di allora ho la netta sensazione si vivesse meglio, nel senso più ampio della parola, rispetto a come si viveva con il reddito di una decina d’anni fa, nel periodo pre-crisi, per intenderci.

Certo oggi, con un reddito come quello di trenta anni addietro, si vive molto peggio, perché ciò che allora era assicurato, con quel reddito, è ora invece avvicinabile solo con affanno, visto che i servizi dello Stato sono meno e i beni primari costano molto di più. Ma è negli anni prima del 2008 che si è compiuto il dramma. Perché in quella moltiplicazione di beni e servizi in vendita in comode rate è cambiata la nostra capacità di resilienza alla vita. È cambiata la nostra capacità di capire cosa serve e cosa no, cosa è più importante e cosa lo è meno. La sfida personale di oggi - oltre alle battaglie che è necessario combattere contro i titani della finanza e della speculazione - risiede dunque nel ritrovare gli equilibri interni che ci consentano di riprendere contatto con la realtà di cosa ci serve sul serio. Di ciò di cui possiamo fare tranquillamente - tranquillamente! - a meno, e che dunque non vale un solo minuto della nostra serenità perduta onde poterlo raggiungere. E di ciò che invece, certo, ci è sul serio indispensabile. Ma per trovare quella serenità interiore di trenta anni addietro serve un lavoro mostruoso su se stessi, che è possibile iniziare, peraltro, solo dopo il momento in cui ci si convince intimamente che quel mondo non tornerà. Che è meglio sia così. E che ci si deve iniziare a inventare “come vivere” in un mondo completamente differente.

Chi aspetta unicamente che le cose tornino a girare come prima non solo è un ingenuo, perché va incontro immancabilmente a una delusione feroce, ma è spacciato, perché non riuscirà mai più a trovare un vero equilibrio.

La nostra generazione deve abbracciare questo cambiamento e deve imparare ad apprezzarlo, sin quasi ad amarlo, per plasmare un nuovo modo di vivere che sia degno di essere vissuto. Fare altrimenti è condannarsi alle delusioni, alle paranoie, alle ansie. È condannarsi a non voler più vivere.

Valerio Lo Monaco

Fonte: www.ilribelle.com

Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2014/9/17/quella-serenita-di-30-anni-fa.html

17.09.2014



Commenti (30)

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    1. Roma 21 settembre 2014

      La felicitá non è solo la sanità, i servizi e la previdenza garantiti. La felicitá è anche poter aspirare al miglioramento della propria condizione sociale. La felicitá è anche poter sperare di comperarsi, come ha fatto il ricco padre del fortunato Lo Monaco, un villino al mare. Ma Lo Monaco non vuole. Lo Monaco e quelli come lui vogliono che noi, il popolo servo della gleba, si accontenti di una vita piatta, serena ma piatta, con i servizi sociali garantiti, ma con il resto dell'esistenza grigio, monotono e magari fissato da rigidi parametri statali: la felicitá del cimitero. Beninteso che invece lui, e quelli come lui, i figli della borghesia sessantottina con villino al mare, potranno continuare a godersi gli agi ed i lussi che a loro, intellettuali e profeti della nuova societá felice, sono dovuti. Noi dobbiamo accontentarci dei servizi sociali e bere il vino dei colli, loro invece bevono champagne e ci insegnano il segreto della vita. Ma vá a cagher! Te e quelli come te che appoggiano sti deficienti come Lo Monaco

    1. alvise 21 settembre 2014

      "con il reddito di allora ho la netta sensazione si vivesse meglio, nel senso più ampio della parola"

      Purtroppo Lo Monaco dimentica una locuzione ricorrente, ma non per questo meno vera, la locuzione "DIPENDE". Egregio Lo Monaco, c'è sempre un DIPENDE, questo, perchè siamo umani non delle macchine con l'intelligenza artificiale, dove l'errore è controllato e quindi l'output è sufficientemente preciso. Il Suo output invece non è preciso quando ha elaborato la frase virgolettata, perchè ha generato l'errore semantico: DIPENDE.

      Infatti io, diversamente da lei, negli anni 80 ho conosciuto persone (includo anche la mia famiglia) che non hanno vissuto meglio dell'attuale contesto, sia storico che economico. Quì non intendo dilungarmi su che cosa intendo, chi mi ha capito sa che cosa voglio dire. E poi una cosa. A quanto ammontava questo reddito dei suoi genitori? Ci ha persino parlato del suo cane ma non del reddito. Egregio Lo Monaco, la frittata possiamo rigirarla come vogliamo, ma i posteri sono sempre innocenti su quello che gli hanno lasciato i progenitori. Piaccia o non piaccia, i nostri figli (mio figlio, 40 anni, me l'ha contestato spesso), devono subire la nostra stupidità e forse la nostra vigliaccheria per non aver combattuto il potere finanziario, abbiamo sempre demandato ai "SINDACATI" o al partito, e questo mi causa grande frustrazione. Non sto a elencare il problema di mio figlio, uguale ai milioni di figli che soffrono. Qualcuno potrebbe rispondermi che il popolo non poteva fare nulla se non tramite i sindacati o i partiti. Potrebbe essere vero se non ci fosse stato clientelismo, che abbatte qualunque istanza delle innumerevoli, forse milioni, di persone che non conosceva amici degli amici, classico italiano. Per questo ho usato vigliaccheria.

    1. TitusI 21 settembre 2014

      L'infelicità nella nostra società è dovuta all' impossibilità di soddisfare bisogni indotti privi di qual si voglia senso.
      Li inducono per aumentare il consumo dell' individuo o in carenza a sua infelicità rendendolo simile ad un tossico che non ha i soldi per la droca, tempo al tempo e farà qualsiasi cosa per averli.

      Questo crea oltre che una società infelice anche una società egoista e mostruosamente competitiva.

      La decrescita NON E', come tu sembri intendere (@Roma) un ritorno al medioevo E' la scelta consapevole di un modello di vita proprio, e conseguentemente un modello sociale, LIBERO da questo criminale CONDIZIONAMENTO.

      Ti assicuro che a me non serv eun cheyenne, ne l'ultimo modello di Iphone per essere felice, in una società sana potrei essere ultrafelice con 800 Euro al mese, a patto che mi si offrano le garanzie di un servizio sanitario decente di uno stato presente un' istruzione valida e di una previdenza sociale degna di questo nome.

      In questo mondo non potrei essere felice in modo paragonabile, per esserlo in modo simile dovrei guadagnare almeno 5000 euro al mese, puliti, ed essere certo di guadagnarli per sempre.

      Questo sistema è una truffa ed un delitto, va abbattuto. Lo Monaco è in sintonia con questa idea? Puo' pure cacae petali di rosa e vivere nella bambagia, è un alleato, il nemico è altrove. Per cui ben venga un post come il suo.

    1. Simulacres 21 settembre 2014

      Infatti, chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare, si rende facilmente conto che la riflessione critica di Lo Monaco è tutt'altro che infondata e men che meno radical-chic. E vale anche il "povero sfigato che in quegli anni aveva il padre muratore, abitava nelle case popolari a Quarto Oggiaro"; oggi sì mille volte più emarginato e finito nella peggiore delle discariche sociali, fino a pochi decenni fa inimmaginabile.

    1. Gibilee 21 settembre 2014

      Il punto che allora non lo sapevamo, eravamo di fatto contenti così. Da allora

      mangiamo di più, 'forse' meglio e le cure mediche - farmacologia e chirurgia - ci fanno vivere più a lungo. Dobbiamo ancora scoprire se sia un bene.
      Finchè dureranno le risorse naturali.
    1. Roma 21 settembre 2014

      Del Monaco non è un nemico ma sta dalla parte del nemico. Con ragionamenti contorti e la "falsa" ideologia della decrescita felice (per gli altri), vuol far ritornare i lavoratori ed i cittadini in condizioni di miseria e di bisogno a cui solo lui e pochi altri fortunati possono invece sottrarsi. È la teoria del medioevo: tutti felici, per il vassallo!!

    1. TitusI 21 settembre 2014

      La mia condizione non era affatto migliore della tua (Figlio di operaio abbiamo vissuto in 6 in un massimo di 58 mq ed in un minimo di una trentina fino ai miei 17 anni) ma questo non rende quel che dice Lo Monaco sbagliato, e non mi esime dal dirlo io stesso.

      Ma chi credi sia il tuo nemico? Lo Monaco? Perché lui aveva la macchinina a pedali e tu no? Credi sia colpa sua?

      Il nemico è un altro, ma u continua pure ad incazzarti con lui, vedrai quanto andr meglio.

    1. maxcasi 21 settembre 2014

      .....VERISSIMO, e adesso quelli della razza sua stanno finendo il lavoro che ha iniziato berlusca...... precarietà, miseria e lavoro anche qualificato pagato niente, e sopratutto perdita di sovranità.....vedrai che serenità ci aspetta....

    1. Primadellesabbie 21 settembre 2014

      ...Per tornare a quello stato di serenità provato anni prima...


      "...Una lotta senza quartiere contro le abitudini incrostateci addosso...

      ...Perché in quella moltiplicazione di beni e servizi in vendita in comode rate è cambiata la nostra capacità di resilienza alla vita...

      ...per trovare quella serenità interiore di trenta anni addietro serve un lavoro mostruoso su se stessi..."


      Non confondiamo queste cose con strane teorie, questo é buon senso, quel buon senso che dovrebbe darci l'allarme quando diventiamo troppo dipendenti da qualcosa che non controlliamo più.
    1. Roma 21 settembre 2014

      A me sti radical-chic come del monaco che teorizzano la decrescita felice mi stanno maledettamente sulle palle. Lui vuole la decrescita felice ma il babbo faceva il giornalista, la mamma l'impiegata ed avevano l'apprtamento a Roma e anche il villino al mare. Vallo a dire con un povero sfigato che in quegli anni aveva il padre muratore, abitava nelle case popolari a Quarto Oggiaro, mamma casalinga e il mare non lo vedeva neanche in cartolina. VALLO A DIRE A LUI CHE VUOI LA DECRESCITA FELICE!!!! VALLO A DIRE A LUI CHE QUEL MINIMO DI BENESSERE CHE HA ASSAGGIATO NEGLI ANNO 90 E 2000 NON GLI SPETTANO!!!! Sempre uguali voi benestanti con il culo al caldo, teorizzate la modestia e l'umiltà ma girate con macchine di lusso, mangiate nei bei ristoranti e trombate fighe di classe. IPOCRITI!

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