Quella del Donbass è una battaglia escatologica per l’Europa

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Di Lorenzo Maria Pacini

Stiamo assistendo ad uno scontro che non è semplicemente l’esito di mosse sullo scacchiere geopolitico internazionale, bensì un vero e proprio passaggio escatologico. La guerra in Donbass, scoppiata ben sin dalla proclamazione delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, è una guerra che porta in sé un messaggio di redenzione e libertà per l’intera Europa.

L’Ucraina, come noto, è la patria di tutte le Rus’, il cuore della civiltà russa così come oggi la conosciamo. Fra i numerosi popoli autoctoni dell’immenso territorio russo, provenienti dall’estremo Oriente, dal sud dell’Asia e dalle catene montuose slave e scandinave, giunse la fede cristiana già al termine del IX secolo, quando già il patriarca Fozio I di Costantinopoli, nell’anno 867, riportava1 la presenza di vescovi atti ad evangelizzare; fu con l’anno 980, per mano del principe Vladimir I di Kiev, che il territorio dell’odierna ucraina passò alla religione cristiana tra i flussi battesimali del fiume Dnepr, nella città in cui poco prima la grande principessa Olga era nata alla fede cristiana2. Da quel primo momento di unificazione sociale sotto l’egida del cristianesimo ancora indiviso, la Rus’ di Kiev si fece promotrice della civilizzazione ed evangelizzazione di tutta la Russia, riunificando le popolazioni presenti sotto un’unica grande Madre.

Il legame etno-sociologico, culturale e religioso è pertanto fortissimo e la Russia di oggi è costantemente memore di questo legame di sangue e di spirito che vede le popolazioni di quelle terre come facenti parte di un’unica storia di gloria e di sacrificio. La “piccola Russia”, così veniva chiamata l’Ucraina in passato, è una terra di confine con i popoli europei, in particolare i ruteni e i polacchi, terre storicamente travagliate dai domini dei Paesi dell’Europa centrale, tanto che la lingua ucraina, differente dal russo continentale, trova la sua origine differenziata proprio in queste contaminazioni geografiche e culturali che la videro protagonista fino all’avvento dell’URSS. Proprio grazie alla caduta di quest’ultima, l’Ucraina si affermò nel 1991 come Stato indipendente e non più regione della Grade Russia, segnando la divisione formale non solamente fra due nazioni, ma soprattutto fra la Madre e la Figlia, fra il luogo d’origine di un’intera civiltà e la sua prosecuzione.

Alle divergenze etiche fra le due nazioni, vanno ad aggiungersi i rispettivi posizionamenti geopolitici: l’Ucraina si vide libera dal giogo dell’Unione Sovietica, passando a quello dell’impero degli Stati Uniti d’America, che nella prima metà del Novecento aveva conquistato la maggior parte dei Paesi dell’Europa centrale e del Mediterraneo e nella seconda parte si era data, invece, all’espansione verso il Nord, il medio e il lontano Oriente. Proprio guardando ai popoli che confinavano con l’acerrima nemica battente bandiera rossa, Lady USA si intromise nella politica e nell’economia degli Stati confinanti, estendendo il proprio controllo tramite il Trattato dell’Atlantico con il pretesto della tutela e dell’arginamento del “pericolo sovietico” verso l’Occidente. Dal mondo geopoliticamente bipolare, si passò all’unipolarità atlantica per lunghi anni, mentre l’ex Unione rinasceva lentamente approdando ad un mondo globalizzato, multiculturale e proiettato verso un’era di tecnologie e virtualità ben distanti dagli ideali del comunismo russo. Solo con il primo decennio del XXI secolo il popolo russo torna ad essere nazione e si dispone a riconquistare il proprio spazio nel mondo, memore di secoli di glorie imperiali e forte della propria esperienza totalitaria.

Sulla medesima scia di una revanche, più culturale e identitaria che politica, si pone l’odierno scontro fra i popoli di Donetsk e Lugansk nei confronti della ormai spiritualmente distante Ucraina. La gente delle due regioni lotta per affermare la propria appartenenza ad una tradizione che non è quella contaminata dalle ideologie occidentali, dal mercato globalizzato e dalla fluidificazione dei valori, rifiutando di doversi porre sotto il controllo di una nazione imperialista che nei confronti della Russia ha da sempre nutrito rivalità e provocato scontri, guerre, sofferenza e terrore. Quando nel 2014 Donetsk e Lugansk si sono autoproclamate repubbliche, era più che prevedibile una vendetta da parte non solo dell’Ucraina, quanto da parte di tutto l’Occidente atlantista, poiché l’indipendenza di quei due popoli, lungamente oppressi e relegati in una sorta di riserva naturale in quanto etnicamente russi e non ucraini, manifestava al mondo intero un significato più profondo: la possibilità, nel XXI secolo, di proclamare la propria libertà politica, culturale, identitaria, in un mondo vessato dall’ideologia mondialista dell’alta finanza, della tecnologia e del farmaco.

Qui viene il punto centrale, lo snodo fondamentale da comprendere e la chiave di lettura escatologica. Ciò che i popoli del Donbass stanno compiendo, assieme a quanto coraggiosamente hanno già realizzato, è un messaggio di speranza ed un esempio di eroismo per tutta l’Europa. Speranza di potersi slacciare da qualsiasi autorità sovranazionale che impone le proprie leggi ed interessi padronali, sia essa l’America o l’Unione Europea, quest’ultima vera e propria giurisdizione coloniale ereditata dal secondo dopoguerra; eroismo, in un mondo in cui la mitologia è stata schiacciata e sostituita con i feticci massmediali, perché per affermare la propria libertà ci vuole un coraggio da eroi.

I popoli del Donbass sono schiacciati fra gli interessi delle nazioni che si contendono il mondo, più che fra i confini naturali di quella che è – o oramai si può dire è stata – la sorgente della loro identità culturale. Similmente lo è l’Europa, il continente glorioso che ha dato la civiltà a tutto l’Occidente, dalla culla del Mediterraneo fino agli estremi confini dei mari e dei monti, toccando le vette delle arti e delle scienze, insegnando la bellezza e la virtù fino agli estremi confini. Un’Europa che è vittima da più di settant’anni di un’egemonia politica, militare, culturale che l’ha portata a credersi figlia, e non più madre, di quella ingrata America che altrimenti non sarebbe mai esistita. Europa fatta di popoli, etnie, lingue e culture, di regni e di imperi, la cui ricchezza di inestimabile valore, tanto multiforme e contraddittoria, è stata costantemente depredata e svalutata fino a non riconoscersi più nemmeno nella propria memoria, riscritta a colpi di cinematografia parodistica, disvalori eretti a ideologie assolutistiche e bibite saporite a zero calorie.

L’esempio che ci donano queste popolazioni ha un afflato escatologico perché ci pone in una dimensione di realizzazione del destino della nostra Europa; ci chiama a liberarci dalle catene che ci sono state imposte dagli invasori stranieri così come da quelle che ci siamo attorcigliati noi nel corso della Storia; ci chiama a tributare l’onore ai padri e alle madri dei nostri popoli, il cui sangue scorre nelle nostre vene; ma soprattutto, ci lancia un appello alla nostra autodeterminazione e libertà, per la quale noi e solo noi possiamo combattere.

Davanti alla bestia che emerge dagli abissi del mare, sull’esempio dei nostri fratelli e sorelle del Donbass possa risuonare un grido da tutti i punti cardinali del nostro continente: crolli l’Occidente, sorga l’Europa!

Di Lorenzo Maria Pacini

Lorenzo Maria Pacini – Direttore Editoriale di Idee&Azione. Professore di Filosofia e Sociologia presso UniDolomiti di Belluno, Accademia San Pietro di Pavia, Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (CH) – Istituto di Neuroscienze Dinamiche Erich Fromm

NOTE

(1) Il processo di cristianizzazione dei singoli popoli e nazioni è un fenomeno molto complesso. Per quanto riguarda i territori della Rus’, si veda la lettera enciclica con cui il Patriarca Fozio, nell’867, annunzia che la gente chiamata «Rhos» aveva accolto un vescovo. Cfr. anche Les regestes des actes du patriarcat de Costantinople I, II [Les regestes de 715 à 1043] a cura di V. Grumel, Paris 1936, n. 481, pp. 88-89).

(2) Olga venne battezzata a Kiev nel 955. Giunta nel 957 a Costantinopoli per incontrare il patriarca Poliecto, venne da questo salutata con le profetiche parole «Benedetta sei tu fra le donne russe, perché amasti la luce e cacciasti via le tenebre. Perciò ti benediranno i figli russi fino all’ultima generazione». Cfr. Filaret Gumilevskij, Vite dei santi, t. luglio, Pietroburgo 1900, p. 106.

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

24.02.2022

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