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QUELLA BANDIERA EUROPEA DIETRO LE SPALLE DEL BANDITO

DI GIULIETTO CHIESA
Megachip

Piero Gobetti scrisse che “quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso”. Osservando la tragedia dell’Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione. Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Vi sarà sicuramente qualche sepolcro imbiancato che cercherà di distribuire uniformemente le colpe tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi ha usato gli aerei e gli elicottericontro una città di 70 mila abitanti, e chi aveva in mano solo fucili e mitragliatrici per difendersi.

Ci sarà domani chi spiegherà che gli osseti del sud hanno provocato e sono stati respinti. E poi, sull’onda della contr’offensiva, quasi per forza di cose, i georgiani sono andati a occupare ciò che, in fondo, era loro di diritto, avendo osato gli ossetini dichiarare e applicare l’idea del rifiuto di tornare sotto il controllo di chi li massacrò la prima volta nel 1992.

A seguito,”Alcune considerazioni su Russia e Ossezia Meridionale ”, (Colleen, Winthrop360); “Gli Usa attaccano la Russia attraverso lo stato fantoccio della Georgia” (Paul Joseph Watson, Prison Planet); “Tskhinvali è il centro del mondo ?” (John Laughland, en.ria.ru)
Ci sarà, posso prevedere con assoluta certezza ogni parola di questi mascalzoni bugiardi, chi affermerà che tutta la colpa è di Mosca, che – non contenta dell’amicizia tra Tbilisi e Washington – voleva punire il povero presidente Saakashvili impedendogli di entrare in possesso dei territori di Abkhazia (il prossimo obiettivo) e di Ossetia del Sud. E così via mescolando le carte e contando sul fatto che il grande pubblico sa a malapena, sempre che lo sappia, dove stia la Georgia, e, meno che mai l’Ossetia del Sud.

Ma le cose non stanno affatto così, anche se il pericolo che questo conflitto si allarghi è grande, tremendo, e chi scherza col fuoco sa che sta facendo rischiare ai suoi cittadini molto di più di quanto essi stessi pensino.

Giocatori d’azzardo, irresponsabili, che puntano tutte le carte sul disastro e il sangue. Chiunque dovrebbe essere in grado di capire che una piccola comunità, con meno di 100 mila persone, disperse in duecento villaggi e una capitale, Tzkhinvali, che è più piccola di Pavia, non possono avere alcun interesse ad attaccare un nemico – questa è l’unica parola possibile alla luce di quanto sta accadendo – che è 50 volte superiore in uomini e armi, che ha l’aviazione (e l’ha usata ieri e oggi, mentre scrivo, con assoluta ferocia, bombardando anche l’unica strada che collega l’Ossetia del Sud con l’Ossetia del Nord, in territorio russo, per impedire che i civili possano rifugiarsi dall’altra parte della frontiera), che non ha ostacoli di fronte a sé. Chiunque potrebbe capire che l’Ossetia del Sud non ha rivendicazioni territoriali e non ha quindi in mente alcuna espansione al di fuori del suo microscopico territorio.

Chiunque potrebbe capire – qui ci vuole un minimo di sforzo intellettuale, quanto basta per liberarsi di qualche schema mentale inveterato – che nemmeno la Russia può avere alcun interesse a inasprire la situazione. Certo Mosca è interessata allo status quo, con l’Ossetia del Sud indipendente di fatto, ma senza essere costretta a riconoscerne lo status, per evitare difficoltà internazionali. Ma chi ha la testa sul collo dovrebbe riconoscere che è meglio una tregua difficile che una guerra aperta; che è meglio negoziare, anche per anni, che uccidere a sangue freddo civili, bambini, donne.

Io sono stato a Tzkhinvali, la primavera scorsa, e adesso mi piange il cuore a pensare a quelle vie dall’asfalto sgangherato, buie la sera, a quelle case senza intonaco, dal riscaldamento saltuario, a quelle scuole ancora diroccate, ma piene di gente normale, di giovani orgogliosi che non vogliono diventare georgiani perché sono cresciuti in guerra con la Georgia e della Georgia hanno conosciuto solo la violenza dei tiri sporadici sui terri delle loro case. Mi chiedo: e poi? Che ne sarà di quei giovani? Come si può pensare di tenerli a forza in un paese che non ameranno mai, di cui non potranno mai sentirsi cittadini? Se ne andranno, ovviamente, dopo avere contato i loro morti, a migliaia, in Ossetia del Nord, in Russia, di cui quasi tutti sono cittadini a tutti gli effetti, con il passaporto in tasca.

E’ questo il modo di sciogliere il nodo georgiano? Lo chiederei, se potessi, al signor Solana, che dovrebbe svolgere il ruolo di rappresentanza dell’Europa in questa vicenda. Che l’Europa, invece di aiutare a risolvere, non ha fatto altro che incancrenire, ripetendo a Tbilisi la giaculatoria che la Georgia ha diritto alla propria integrità territoriale, e dunque ha diritto a riprendersi Ossetia del Sud e Abkhazia. Certo – gli si è detto con untuosa ipocrisia – che non doveva farlo con la forza. Ma, sotto sotto, gli si è fatto capire che, se l’avesse fatto, alla fin dei conti, si sarebbe chiuso un occhio. E’ accaduto. Saakashvili non ha nemmeno cercato di nascondere la mano armata con cui colpiva. Non ha nemmeno fatto finta. Ha detto alla televisione che voleva “ristabilire l’ordine” nella repubblica ribelle. Un “ordine” che non esisteva dal 1992, cioè da 16 anni. Perché adesso? Qual era l’urgenza? Forse che Tbilisi era minacciata di invasione da parte degli ossetini?

La risposta è una sola. Saakashvili ha agito perché si è sentito coperto da Washington, in prima istanza, essendo quella capitale la capitale coloniale della attuale Georgia “indipendente”. E, in seconda istanza si è sentito coperto da Bruxelles. Queste cose non si improvvisano, come dovrebbe capire il prossimo commentatore di uno dei qualunque telegiornali e giornali italiani. Col che si è messo al servizio della strategia che tende a tenere la Russia sotto pressione: in Georgia, in Ucraina, in Bielorussia, in Moldova, in Armenia, in Azerbajgian, nei paesi baltici. Insomma lungo tutti i suoi confini europei. Saakashvili ha un suo tornaconto: alzare la tensione per costringere l’Europa a venire in suo sostegno, contro la Russia; ottenere il lasciapassare per un ingresso immediato nella Nato e, subito dopo, secondo lo schema dell’allargamento europeo e dell’estensione dell’influenza americana sull’Europa, l’ingresso in Europa.

Secondo piccione: chi muove Saakashvili conta anche sul fatto che questo atteggiamento dell’Europa finirà per metterla in rotta di collisione con la Russia. Perfetto! Con l’ingresso della Georgia nella Nato e in Europa gli Stati Uniti avranno un altro voto a loro favore in tutti i successivi sviluppi economici, energetici e militari che potrebbero vedere gli interessi europei collidere con quelli americani.

Javier Solana ha la capacità di sviluppare questo elementare ragionamento? Ovviamente ce l’ha. Solo che non vuole e non può perchè ha dietro di sé, alle sue spalle, governi che non osano mettere in discussione la strategia statunitense, o che la condividono.

Cosa farà ora la Russia è difficile dirlo. Certo è che, con la presa di Tzkhinvali, le forze russe d’interposizione, che sono su quei confini interni alla Georgia, dovranno ritirarsi. Il colpo all’Ossetia del Sud diventa così un colpo diretto alla Russia. Che, questo è certo, non è più quella del 2000, al calare di Boris Eltsin e delle sue braghe.

L’emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l’Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l’attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera georgiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perchè la Georgia non è l’Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende – o dovrebbe offendere – tutti coloro che credono nel diritto all’autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l’indipendenza a chi l’ha sostenuta dietro le quinte.

Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata.

L’Ossetia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c’è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perchè la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7573
9.08.08

Pubblicato da Davide

  • Tao

    TSKHINVALI E’ IL CENTRO DEL MONDO ?

    DI JOHN LAUGHLAND
    en.ria.ru

    Sir Halford Mackinder (1861-1947) – lettore di geografia all’università di Oxford, direttore della London School of Economics e membro del Parlamento per lungo tempo – è di solito accreditato per essere stato il fondatore della geopolitica. Profondamente imbevuto delle idee molto britanniche circa la necessità di mantenere un bilanciamento dei poteri sulla terra per preservare l’egemonia nel mare, nel 1904 Mackinder arguì in maniera celebre che l’Eurasia fosse il centro geografico della storia mondiale, e che il controllo dell’Europa orientale portasse a controllare la stessa e di conseguenza l’intero mondo.

    Gli scritti di Mackinder hanno avuto un’enorme influenza, che continua ai giorni nostri: Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter, gli è debitore per la sua visione che l’America deve stabilire un controllo sull’Asia centrale al fine di consolidare la sua egemonia mondiale. Molto meno conosciuto è che il vertice della carriera politica di Mackinder fu quando egli venne nominato Alto Commissario britannico per la Russia meridionale (Caucaso) nel 1919, dal Foreign Office retto da Lord Curzon, già esploratore.

    All’epoca la Gran Bretagna manteneva truppe nel sud della Russia, in aiuto alle forze antibolsceviche sotto il comando del generale Denikin. Mackinder lo persuase a riconoscere l’indipendenza dei popoli caucasici in caso di vittoria dei Bianchi e, tornato a Londra, sostenne che la Gran Bretagna dovesse creare un’alleanza antibolscevica tra un’Ucraina indipendente e gli Stati del Caucaso, e mantenere il controllo della ferrovia tra Baku e Batumi per assicurare le forniture petrolifere dal Caspio ed impedire ai bolscevichi di raggiungere il Mar Nero. La Gran Bretagna non adottò tale politica, e l’Unione Sovietica di Lenin finì con il controllare effettivamente lo stesso territorio dell’impero russo (benché egli crucialmente lo rese federale). Ma la visione di Mackinder diventò realtà meno di un secolo più tardi, quando l’Unione Sovietica si dissolse nel 1991.

    E’ alla luce di questa prospettiva storica ed ideologica che noi abbiamo bisogno di capire l’energico sostegno dato oggi dai geostrateghi americani all’ingresso nella NATO dei due rimanenti Stati sul Mar Nero, Ucraina e Georgia. Come Mackinder, essi vogliono trasformare il Mar Nero in un lago della NATO e spodestare la Russia dai suoi storici territori in Europa. Ciò serve a tre scopi: proteggere le forniture energetiche; agevolare la “democratizzazione” (cioè l’occidentalizzazione) del “Pìù Grande Medio Oriente” da Casablanca a Kabul; infliggere una decisiva sconfitta geostrategica alla Russia. Questi fini spiegano il sostegno occidentale per il pro-NATO Viktor Yushchenko in Ucraina, e per la determinazione del governo georgiano a riprendere il controllo delle sue due province separatiste, Abchazia ed Ossezia meridionale, dove le tensioni stanno anche adesso salendo pericolosamente con decine di persone appena uccise nei combattimenti vicino alla capitale Tskhinvali.

    L’Occidente può aver successo? Di sicuro, alcune parti della visione di Mackinder sono state realizzate: l’allargamento dell’UE e della NATO sono fatti, mentre l’influenza occidentale ha recentemente registrato nuove importanti vittorie in Serbia. Il progetto di creare uno scudo “antimissile” in Europa orientale avanza rapidamente, ed indubbiamente quando sarà concluso minaccerà la Russia. Comunque, la violenza nel Caucaso, se si intensificasse, sarà la prima vera battaglia circa un obiettivo strategico dall’invasione dell’Irak nel 2003: l’”indipendenza” del Kosovo, al contrario, è stata raggiunta senza sparare un colpo.

    L’economista francese, Jacques Sapir, ha convincentemente argomentato nel suo recente libro, Il Nuovo Ventunesimo Secolo, che il progetto di creare un impero mondiale americano ha nei fatti sofferto un rallentamento generale a partire dal 2003. Di certo il progetto rimane ben vivo nei cervelli degli strateghi politici negli uffici di Washington DC. Di certo l’economia e la politica americane rimangono pesantemente condizionate dall’industria degli armamenti, che finanziano i politici che sono a favore di una ancora più vasta espansione militare. E di certo c’è una tendenza sinistra nella politica statunitense a creare nuove crisi per distogliere l’attenzione da quelle vecchie.

    Ma le guerre di logoramento in Irak ed Afghanistan suggeriscono che, nei fatti, gli Stati Uniti non sono in grado di “democratizzare” il Medio Oriente o anche di controllarlo, e che è ancora più difficile parlare di controllo dell’Asia centrale, lasciando perdere il mondo intero. L’esercito americano non è così grande, dopo tutto. E’ pertanto improbabile che Washington possa mandare truppe a combattere le forze pro-russe (o forse anche le stesse forze russe) in Georgia (per quanto la possibilità che ciò avvenga sotto il Presidente John McCain rimane piuttosto alta). Mentre può non essere vero che “chi controlla Tskhinvali controlla il mondo”, il risultato di qualsiasi battaglia in quei luoghi sarà un banco di prova per il bilanciamento dei poteri tra Russia ed America negli anni a venire.

    Versione originale:

    John Laughland
    (Analista politico britannico, Direttore degli Studi all’Istituto per la Democrazia e la Cooperazione con sede a Parigi)
    Fonte: http://en.rian.ru/
    Link: http://en.rian.ru/analysis/20080807/115877646.html
    7.08.08

    Versione italiana:

    Fonte: http://www.eurasia-rivista.org
    Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkElEAuVlVTmGsgfHG.shtml
    8.08.08

    Traduzione a cura di Federico Roberti

  • Tao

    GLI STATI UNITI ATTACCANO LA RUSSIA ATTRAVERSO LO STATO FANTOCCIO DELLA GEORGIA

    DI PAUL JOSEPH WATSON
    Prison planet

    Forze armate della Georgia, addestrate ed equipaggiate dal Pentagono e dal governo americano, hanno ucciso questa mattina 10 uomini delle forze di peacekeeping russe, in un attacco provocatorio degenerato in conflitto militare; ma la copertura mediatica dell’evento mira a far credere che la Georgia, stato fantoccio sostenuto dagli USA e dalla NATO, sia una vittima inerme, quando in realtà ciò che si sta mettendo in atto in questo momento è una strategia geopolitica molto ben orchestrata.

    I resoconti diretti raccolti questa mattina hanno spiegato nel dettaglio come le forze georgiane abbiano ucciso 10 peacekeeper russi e ne abbiano feriti altri 30, una provocazione che ha spinto le forze russe a dare inizio alle operazioni militari, ma il fatto che le milizie della Georgia siano responsabili di aver dato inizio al conflitto è stato completamente insabbiato nelle notizie successivamente fornite dai media.

    “La Georgia e il Pentagono agiscono in stretta cooperazione”, riferisce la MSNBC, “la Georgia ha inviato un contingente di 2.000 uomini a supporto della coalizione in Iraq guidata dagli USA, e Washington fornisce addestramento ed equipaggiamento all’esercito della Georgia”.

    L’ultima esercitazione, denominata Immediate Response 2008, tenutasi il mese scorso, ha visto la partecipazione di non meno di 1.000 soldati americani a fianco di truppe georgiane in una simulazione di conflitto.

    Inoltre, la stessa “Rivoluzione delle Rose”, che portò al potere nel 2003 il presidente Mikhail Saakashvili, filoamericano e formato ad Harvard, fu interamente sostenuta ed organizzata dalla Central Intelligence Agency.

    La rabbia dei russi per il sostegno fornito dagli Stati Uniti alla Georgia e per le aspirazioni di quest’ultima ad entrare nella NATO si è progressivamente inasprita negli ultimi mesi e le tensioni si sono fatte più forti in seguito al tentativo degli USA di installare scudi missilistici in Polonia e Repubblica Ceca; scudi che secondo la maggioranza degli osservatori non avrebbero nulla a che fare con l’Iran e che avrebbero in realtà lo scopo di contrastare la superiorità militare russa nella regione.

    In più, il sito filoisraeliano Debkafile riferisce che unità di fanteria georgiane sarebbero state “aiutate da esperti militari israeliani” ad occupare questa mattina la capitale della separatista Ossezia del Sud, Tskhinvali.

    DebkaFile si sofferma sul reale significato geopolitico degli eventi di oggi:

    Gli esperti geopolitici di DebkaFile notano che a livello di superficie i russi appoggiano i separatisti dell’Ossezia del Sud e della vicina Abkhazia come risposta al rafforzamento dell’influenza americana nella piccola Georgia e fra i suoi 4,5 milioni di abitanti. Ma a livello più immediato, il conflitto è stato provocato dalla competizione per il controllo degli oleodotti che portano gas e petrolio fuori dalla regione del Caspio.

    I russi potevano anche tollerare l’ambizione del presidente filoamericano della Georgia, Mikhail Saakashvili, di far entrare il suo paese nella NATO. Ma hanno opposto una drastica chiusura ai progetti di quest’ultimo e delle compagnie petrolifere occidentali, comprese quelle israeliane, di deviare gli oleodotti provenienti dall’Azerbaijan e i gasdotti provenienti dal Turkmenistan, che passano per la Georgia, attraverso la Turchia, anziché agganciarli agli oleodotti russi.

    Gerusalemme è fortemente interessata a deviare il petrolio e i gasdotti del Caspio verso il terminale turco di Ceyhan, anziché verso le strutture russe. Intensi negoziati sono in corso tra Israele, Turchia, Georgia, Turkmenistan e Azerbaijan affinché gli oleodotti raggiungano la Turchia e da lì il terminal petrolifero israeliano di Ashkelon, per poi proseguire verso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Da lì, le navi potrebbero trasportare petrolio e gas verso l’estremo Oriente, attraverso l’Oceano Indiano.

    L’ex Ministro del Tesoro di Ronald Reagan, Paul Craig Roberts, ha detto oggi all’Alex Jones Show che l’intero scenario sa di manovra orchestrata dalla fazione neocon che controlla la Casa Bianca, capeggiata da Dick Cheney. Roberts ha detto che la data è stata scelta con precisione per coincidere con il diversivo delle Olimpiadi e con l’assenza di Bush dal paese.

    v
    Sia Condoleeza Rice che John McCain hanno oggi chiesto alla Russia di ritirare immediatamente le sue forze dalla Georgia.

    Nel frattempo i network americani sembrano più interessati alla non-notizia delle scappatelle di John Edwards, proprio mentre un conflitto che potrebbe avere conseguenze geopolitiche poderose e devastanti è sul punto di esplodere.

    Venerdì mattina le avventurette extraconiugali di Edwards hanno dominato la CNN e la Fox News, mentre Drudge ha dedicato ad esse più spazio che alla situazione in Georgia, la quale è stata ritenuta meno importante anche della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Pechino.

    Uno dei nostri lettori ha inviato il seguente contributo, che spiega dettagliatamente ciò che sta avvenendo:

    Molte persone non sono capaci o non vogliono valutare la storia e i fatti con la propria testa… imbecilli…

    Coloro che non imparano dalla storia sono condannati a ripeterla.

    Nel 1992 la Georgia fu costretta ad accettare un cessate il fuoco per evitare un confronto su larga scala con la Russia. Il governo della Georgia e i separatisti dell’Ossezia del Sud si accordarono per evitare l’uso reciproco della forza, e la Georgia s’impegnò a non imporre sanzioni all’Ossezia.

    Fu creata a quell’epoca una forza di pace composta da osseti, russi e georgiani. E verso la fine del 1992, l’OSCE inviò una missione in Georgia per monitorare le operazioni di peacekeeping.

    Da allora fino al 2004 l’Ossezia rimase sostanzialmente pacifica.

    Nel giugno 2004 iniziò a crescere la tensione, allorché le autorità georgiane incrementarono gli sforzi contro il contrabbando nella regione. Rapimenti, sparatorie e bombardamenti occasionali fecero dozzine di morti e feriti.

    Il 13 agosto venne raggiunto un accordo per il cessate il fuoco, che fu però ripetutamente violato.

    Le tensioni crebbero nel 2008 e le esplosioni di violenza divennero sempre più frequenti nelle zone di confine. La Georgia affermò che si trattava di una questione interna, visto che la repubblica separatista non era mai stata riconosciuta a livello internazionale. Da parte georgiana si insistette ad affermare che il conflitto poteva essere risolto senza interferenze esterne. Tuttavia l’8 agosto la Georgia lanciò una massiccia offensiva militare per prendere il controllo della repubblica.

    Una citazione dalla Reuters:

    In una riunione d’emergenza delle Nazioni Unite tenutasi giovedì sera, la Russia non è riuscita a far passare una dichiarazione che avrebbe richiamato entrambe le parti ad un’immediata cessazione dei combattimenti. I diplomatici del Consiglio ONU hanno detto che la frase con cui si richiamavano tutte le parti a “rinunciare all’uso della forza” sarebbe stata inaccettabile per i georgiani, sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Europa.
    v

    Dall’UK Times online:

    Mr. Saakashvili, un avvocato che ha studiato negli Stati Uniti e che nel 2004 succedette a Edward Shevarnadze cercando fin da allora di allinearsi il più possibile all’occidente, ha paragonato l’azione russa all’invasione dell’Afghanistan del 1979 e si è appellato al mondo perché intervenga. “La Russia sta combattendo una guerra contro di noi nel nostro territorio”, ha detto alla CNN mentre le armate russe entravano in Ossezia del Sud. “E’ una cosa che non riguarda più solo la Georgia. Riguarda l’America, i suoi valori. Siamo una nazione amante della libertà che si trova in questo momento sotto attacco”.

    Versione originale:

    Paul Joseph Watson
    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2008-08
    Link: http://www.prisonplanet.com/us-attacks-russia-through-client-state-georgia.html
    8.08.08

    Versione italiana:

    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
    Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2008-08-09
    9.08.08

    Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

  • fengtofu

    USA FALSARI! e usano le olimpiadi come mascheratura. a quando l’Iran?

  • Tao

    ALCUNE CONSIDERAZIONI SU RUSSIA E OSEZIA MERIDIONALE

    DI COLLEEN
    Winthrop360

    – Le mosse della leadership georgiana sanno di vigliaccheria. Mikhail Saakashvili annuncia un cessate il fuoco alla televisione e minuti dopo le truppe georgiane cominciano a invadere la provincia. Ma allora?

    – E questo alla vigilia delle Olimpiadi.

    […]

    – Il petrolio BTC. Il famoso Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato fatto saltare in Turchia all’inizio della settimana e il suo gestore, BP, lo ha chiuso per riparazioni. Per coincidenza, la tratta georgiana dell’oleodotto è piena di petrolio: petrolio che fondamentalmente non ha un posto dove andare (guarda caso). Penso, con un buon grado di sicurezza, che la Georgia attingerà al petrolio BTC in territorio georgiano invocando un'”emergenza”. Questo farà infuriare l’Azerbaijan e potrebbe nuocere al futuro progetto comune di bypassare la Russia con gli oleodotti.

    – L’uso nelle dichiarazioni ufficiali di termini americani brevettati come “libertà” e “ordine costituzionale” da parte della leadership georgiana aumenta la possibilità che il dipartimento pubbliche relazioni riceva assistenza ufficiale o informale dagli americani.

    – E poi, cos’hanno tutti questi alleati americani che dichiarano guerra e passano all’offensiva? Etiopia. Colombia. Separatisti cinesi. Adesso la Georgia.

    – Se la Russia imponesse un bell’embargo alla Georgia, includendo le esportazioni energetiche, potrebbe essere una buona idea. Potrebbe farlo anche l’Azerbaijan.

    – Intervento della SCO (Shanghai Cooperation Organization)? Improbabile (quell’alleanza non è ancora orientata in questa direzione)

    – La Georgia cacciata dalla Comunità degli Stati Indipendenti? Penso sia probabile.

    – Notando l’ambiguità dei georgiani, sono sempre più portata a pensare che abbiano avuto a che fare con la morte di Badri Patarkatsishvili.

    – La Lituania aprirà un secondo fronte? Be’, suona un po’ ridicolo, ma se dev’esserci un secondo fronte è probabile che ad aprirlo sia la Lituania, magari alleandosi con Polonia ed Estonia. Potrebbe prendere di mira Kaliningrad costringendo la Russia a rispondere asimmetricamente. Anche se tutti e tre i paesi fanno parte della NATO, non penso che la NATO interverrà.

    – L’obiettivo della Russia adesso è questo: via le truppe georgiane dall’Ossezia Meridionale. Potrebbero volerci giorni, o mesi.

    – Si comincia una guerra o per disperazione o per convenienza. In questo caso la Georgia è disperata e pensa che si sia aperta una finestra di opportunità (la disponibilità del petrolio BTC e la distrazione offerta dai Giochi Olimpici).

    – Ed è governata da un folle.

    Ciò detto, penso che la presidenza di Saakashvili stia vacillando, e non mi sorprenderebbe se fosse rapidamente deposto.

    Versione originale:

    Colleen
    Fonte: http://winthrop360.blogspot.com/
    Link: http://winthrop360.blogspot.com/2008/08/south-ossetia-and-georgia-conflict.html

    8.08.08

    Versione Italiana:

    Fonte: http://mirumir.altervista.org/
    Link: http://mirumir.altervista.org/2008/08/alcune-considerazioni-su-russia-e.html
    8.08.08

  • Truman

    di Piero Sinatti
    ILSOLE24ORE.COM > Mondo

    9 agosto 2008

    Il vice capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe Nagovistyn ha assicurato nella prima mattinata di sabato che «la Russia non è in stato di guerra». Quasi contemporaneamente il presidente Medvedev, affermava che le operazioni militari russe in corso hanno lo scopo di «aiutare i nostri peace keepers in Sud Ossetia e la popolazione civile ossetina e costringere alla pace la Georgia». E per ora le relazioni diplomatiche non sono state rotte. Non siamo alla guerra dichiarata, ma nel pericoloso stato che la precede.
    Tuttavia, la Russia non si è limitata a intervenire in Sud Ossetia per ripristinarvi lo statu quo, grazie all’invio di reparti corazzati della 58a armata, mentre è preannunciato l’arrivo di truppe d’assalto. Nella mattinata del 9 agosto Tskhinvali risulta sotto il controllo delle “forze di pace” russe. Ma caccia-bombardieri di Mosca avrebbero colpito importanti basi militari in territorio georgiano (Vaziani, Marneuli, Gori), e addirittura il porto di Poti sul Mar Nero, sede del principale terminale petrolifero georgiano sul Mar Nero.
    La Georgia è un paese chiave per i flussi di greggio dell’area caucasico-caspica e centro-asiatica diretti in Occidente. Anche per questo Washington ne patrocina l’entrata nella Nato.

    La reazione russa
    La ricostruzione dei fatti dell’8 agosto, seguiti all’attacco notturno georgiano a Tskhinvali, ci suggerisce che Mosca ha cambiato strategia nel corso di quella giornata.
    Infatti, nella notte dell’8 agosto, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il rappresentante russo Churkin chiedeva che si aprisse la discussione su un suo documento in tre punti: cessazione dei combattimenti, apertura immediata di negoziati, impegno di tutte le parti in conflitto a rinunciare all’uso della forza. Usa, Francia e Gran Bretagna lo respingevano, ritenendo che il terzo punto, se accettato, avrebbe indebolito la posizione di Tbilisi. Il CdS delle Nazioni unite registrava, ancora una volta, la propria incapacità di fermare un conflitto. Nella mattina dello stesso giorno, l’8 agosto, il Ministero degli esteri russo sottolineava la necessità di proseguire il processo negoziale per la pacifica regolamentazione del conflitto ossetino-georgiano.

    Mutano le prospettive
    Nel pomeriggio, invece, le prospettive cambiavano, radicalmente. Il presidente Medvedev rientrato precipitosamente a Mosca da un luogo di riposo (il che suggerisce quanto inattesa fosse la svolta degli eventi), riuniva il Consiglio di sicurezza, condannava duramente l’attacco georgiano all’Ossetia del sud e affermava testualmente che «il presidente è obbligato a difendere la vita e la dignità dei cittadini della Russia dovunque si trovino» e che «i colpevoli verranno puniti».
    Nello stesso tempo, veniva annunciato dal ministero della difesa che verso Tskhinvali marciavano i reparti corazzati della 58a armata. Tbilisi denunciava, tra conferme e smentite, le incursioni aeree russe sul territorio georgiano.
    Mosca, dunque, era ricorsa alla risposta militare, dopo che sembrava (e si auspicava) che si limitasse a quella politico-diplomatica, per evitare l’allargamento del conflitto e le sue imprevedibili conseguenze.

    I peace keepers russi
    La svolta si spiega con circostanze, apparse assai chiare nel corso della fatale giornata: le truppe georgiane avevano attaccato diverse postazioni dei peace-keepers russi, un contingente di 500 uomini che, affiancato a militari georgiani e sud-ossetini, ha il compito di mantenere la pace nei luoghi del conflitto fino ad allora “congelato”. I morti erano 12 (saliti successivamente a 15) e alcune decine i feriti.
    La Russia era stata attaccata con i suoi peacekeepers: in brutale violazione degli accordi internazionali che circa 15 anni hanno affidato a Forze miste formate dalle tre parti (Georgia, Ossetia del sud e Russia) il compito di preservare la pace nei luoghi del conflitto armato tra Georgiani e sud ossetini del 1992, che provocò oltre 1000 morti e la fine della sovranità georgiana su quella regione.
    Da tempo i georgiani aveva pianificato l’attacco, addensando ai confini di quella montuosa e povera repubblica oltre 3 mila uomini e un imponente panoplia di carri armati, blindati, artiglieria pesante e, nella vicina base di Gori, anche aerei da combattimento.
    La Russia, inoltre, doveva difendere la popolazione civile, principale vittima dell’attacco dell’8 maggio, se sono vere le stime del presidente ossetino Kokojty e del ministero degli esteri russo che denunciato la morte di 1400 persone (molte delle quali, presumibilmente, con passaporti russi).
    Il ricorso alla forza da parte di Mosca era invitabile: per onorare un impegno e per l’impossibilità di ottenere un risultato immediato – il ritiro dei georgiani – con la sola pressione politico-diplomatica (inefficace alle Nazioni Unite). Mosca, tuttavia, aveva lavorato e sta ancora lavorando in questa direzione, appellandosi a Onu, Osce, Unione europea, Nato, Consiglio d’Europa e Usa, paesi della Csi.

    Prendendo rapidamente il controllo di Tskhinvali, Mosca ha messo il presidente Saakashvili di fronte alle sue pesanti responsabilità e al suo più grave errore: quello di presupporre che la Russia non avrebbe risposto manu militari al massiccio attacco georgiano.
    Quella che ieri sembrava una vittoria (la presa della capitale ossetina), giocata sulla sorpresa e sulla violazione di impegni di tregua, assunti alla vigilia anche da lui stesso, rischia di trasformarsi in una micidiale sconfitta per Saakashvili.
    Nonostante i grandi e costosissimi sforzi di modernizzazione dell’esercito georgiano, condotta con il supporto politico e finanziario Usa e con quello tecnico ucraino, Tbilisi non è minimamente in grado di sostenere un confronto armato con Mosca. Per questo, Saakashvili ha una sola alternativa ragionevole: accettare la proposta russa – che la comunità internazionale dovrebbe appoggiare – di ritiro delle truppe di Tbilisi nelle posizioni occupate prima dell’attacco dell’8 agosto e accettazione – finora pervicacemente respinta – dell’impegno a rinunciare all’uso della forza. Impegno che si richiede anche alle altre due parti in causa.
    La comunità internazionale, gli Usa e in particolare l’Unione Europea, cui Mosca ha chiesto un’attiva e convinta mediazione (si vedano i colloqui telefonici tra il presidente Medvedev e la cancelliera tedesca Merkel del 9 agosto), dovranno intervenire perché cessino i combattimenti e il conflitto non continui e si estenda, provocando ulteriori perdite umane e distruzioni (come quella di Tskhinvali).

    Le intenzioni di Saakashvikli di dichiarare lo stato di guerra e il coprifuoco nel suo Paese non promettono niente di buono. Egli si è rivelato un leader avventurista, irresponsabile e inaffidabile. Dovranno ricredersi, finalmente, quanti finora gli hanno conferito diplomi di democraticità, legittimità e abilità politica. Sono gli stessi, a cominciare dagli Usa, che vorrebbero concedere alla Georgia la carta del piano di ammissione alla Nato il prossimo dicembre, nella prevista conferenza di Bruxelles.

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/08/georgia-russia-analisi-sinatti.shtml?uuid=49a904f4-6615-11dd-bf5a-df6c0cfcd9d5&DocRulesView=Libero