
DI GIULIETTO CHIESA
Megachip
Piero Gobetti scrisse che “quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso”. Osservando la tragedia dell'Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione. Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Vi sarà sicuramente qualche sepolcro imbiancato che cercherà di distribuire uniformemente le colpe tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi ha usato gli aerei e gli elicottericontro una città di 70 mila abitanti, e chi aveva in mano solo fucili e mitragliatrici per difendersi.
Ci sarà domani chi spiegherà che gli osseti del sud hanno provocato e sono stati respinti. E poi, sull'onda della contr'offensiva, quasi per forza di cose, i georgiani sono andati a occupare ciò che, in fondo, era loro di diritto, avendo osato gli ossetini dichiarare e applicare l'idea del rifiuto di tornare sotto il controllo di chi li massacrò la prima volta nel 1992.
A seguito,”Alcune considerazioni su Russia e Ossezia Meridionale ”, (Colleen, Winthrop360); “Gli Usa attaccano la Russia attraverso lo stato fantoccio della Georgia” (Paul Joseph Watson, Prison Planet); “Tskhinvali è il centro del mondo ?” (John Laughland, en.ria.ru)
Ci sarà, posso prevedere con assoluta certezza ogni parola di questi mascalzoni bugiardi, chi affermerà che tutta la colpa è di Mosca, che – non contenta dell'amicizia tra Tbilisi e Washington - voleva punire il povero presidente Saakashvili impedendogli di entrare in possesso dei territori di Abkhazia (il prossimo obiettivo) e di Ossetia del Sud. E così via mescolando le carte e contando sul fatto che il grande pubblico sa a malapena, sempre che lo sappia, dove stia la Georgia, e, meno che mai l'Ossetia del Sud.
Ma le cose non stanno affatto così, anche se il pericolo che questo conflitto si allarghi è grande, tremendo, e chi scherza col fuoco sa che sta facendo rischiare ai suoi cittadini molto di più di quanto essi stessi pensino.
Giocatori d'azzardo, irresponsabili, che puntano tutte le carte sul disastro e il sangue. Chiunque dovrebbe essere in grado di capire che una piccola comunità, con meno di 100 mila persone, disperse in duecento villaggi e una capitale, Tzkhinvali, che è più piccola di Pavia, non possono avere alcun interesse ad attaccare un nemico – questa è l'unica parola possibile alla luce di quanto sta accadendo – che è 50 volte superiore in uomini e armi, che ha l'aviazione (e l'ha usata ieri e oggi, mentre scrivo, con assoluta ferocia, bombardando anche l'unica strada che collega l'Ossetia del Sud con l'Ossetia del Nord, in territorio russo, per impedire che i civili possano rifugiarsi dall'altra parte della frontiera), che non ha ostacoli di fronte a sé. Chiunque potrebbe capire che l'Ossetia del Sud non ha rivendicazioni territoriali e non ha quindi in mente alcuna espansione al di fuori del suo microscopico territorio.
Chiunque potrebbe capire – qui ci vuole un minimo di sforzo intellettuale, quanto basta per liberarsi di qualche schema mentale inveterato – che nemmeno la Russia può avere alcun interesse a inasprire la situazione. Certo Mosca è interessata allo status quo, con l'Ossetia del Sud indipendente di fatto, ma senza essere costretta a riconoscerne lo status, per evitare difficoltà internazionali. Ma chi ha la testa sul collo dovrebbe riconoscere che è meglio una tregua difficile che una guerra aperta; che è meglio negoziare, anche per anni, che uccidere a sangue freddo civili, bambini, donne.
Io sono stato a Tzkhinvali, la primavera scorsa, e adesso mi piange il cuore a pensare a quelle vie dall'asfalto sgangherato, buie la sera, a quelle case senza intonaco, dal riscaldamento saltuario, a quelle scuole ancora diroccate, ma piene di gente normale, di giovani orgogliosi che non vogliono diventare georgiani perché sono cresciuti in guerra con la Georgia e della Georgia hanno conosciuto solo la violenza dei tiri sporadici sui terri delle loro case. Mi chiedo: e poi? Che ne sarà di quei giovani? Come si può pensare di tenerli a forza in un paese che non ameranno mai, di cui non potranno mai sentirsi cittadini? Se ne andranno, ovviamente, dopo avere contato i loro morti, a migliaia, in Ossetia del Nord, in Russia, di cui quasi tutti sono cittadini a tutti gli effetti, con il passaporto in tasca.
E' questo il modo di sciogliere il nodo georgiano? Lo chiederei, se potessi, al signor Solana, che dovrebbe svolgere il ruolo di rappresentanza dell'Europa in questa vicenda. Che l'Europa, invece di aiutare a risolvere, non ha fatto altro che incancrenire, ripetendo a Tbilisi la giaculatoria che la Georgia ha diritto alla propria integrità territoriale, e dunque ha diritto a riprendersi Ossetia del Sud e Abkhazia. Certo – gli si è detto con untuosa ipocrisia – che non doveva farlo con la forza. Ma, sotto sotto, gli si è fatto capire che, se l'avesse fatto, alla fin dei conti, si sarebbe chiuso un occhio. E' accaduto. Saakashvili non ha nemmeno cercato di nascondere la mano armata con cui colpiva. Non ha nemmeno fatto finta. Ha detto alla televisione che voleva “ristabilire l'ordine” nella repubblica ribelle. Un “ordine” che non esisteva dal 1992, cioè da 16 anni. Perché adesso? Qual era l'urgenza? Forse che Tbilisi era minacciata di invasione da parte degli ossetini?
La risposta è una sola. Saakashvili ha agito perché si è sentito coperto da Washington, in prima istanza, essendo quella capitale la capitale coloniale della attuale Georgia “indipendente”. E, in seconda istanza si è sentito coperto da Bruxelles. Queste cose non si improvvisano, come dovrebbe capire il prossimo commentatore di uno dei qualunque telegiornali e giornali italiani. Col che si è messo al servizio della strategia che tende a tenere la Russia sotto pressione: in Georgia, in Ucraina, in Bielorussia, in Moldova, in Armenia, in Azerbajgian, nei paesi baltici. Insomma lungo tutti i suoi confini europei. Saakashvili ha un suo tornaconto: alzare la tensione per costringere l'Europa a venire in suo sostegno, contro la Russia; ottenere il lasciapassare per un ingresso immediato nella Nato e, subito dopo, secondo lo schema dell'allargamento europeo e dell'estensione dell'influenza americana sull'Europa, l'ingresso in Europa.
Secondo piccione: chi muove Saakashvili conta anche sul fatto che questo atteggiamento dell'Europa finirà per metterla in rotta di collisione con la Russia. Perfetto! Con l'ingresso della Georgia nella Nato e in Europa gli Stati Uniti avranno un altro voto a loro favore in tutti i successivi sviluppi economici, energetici e militari che potrebbero vedere gli interessi europei collidere con quelli americani.
Javier Solana ha la capacità di sviluppare questo elementare ragionamento? Ovviamente ce l'ha. Solo che non vuole e non può perchè ha dietro di sé, alle sue spalle, governi che non osano mettere in discussione la strategia statunitense, o che la condividono.
Cosa farà ora la Russia è difficile dirlo. Certo è che, con la presa di Tzkhinvali, le forze russe d'interposizione, che sono su quei confini interni alla Georgia, dovranno ritirarsi. Il colpo all'Ossetia del Sud diventa così un colpo diretto alla Russia. Che, questo è certo, non è più quella del 2000, al calare di Boris Eltsin e delle sue braghe.
L'emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l'Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l'attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera georgiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perchè la Georgia non è l'Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende - o dovrebbe offendere - tutti coloro che credono nel diritto all'autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l'indipendenza a chi l'ha sostenuta dietro le quinte.
Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata.
L'Ossetia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c'è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perchè la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte.
Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=7573
9.08.08
Truman 9 agosto 2008
di Piero Sinatti
ILSOLE24ORE.COM > Mondo
9 agosto 2008
Il vice capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe Nagovistyn ha assicurato nella prima mattinata di sabato che «la Russia non è in stato di guerra». Quasi contemporaneamente il presidente Medvedev, affermava che le operazioni militari russe in corso hanno lo scopo di «aiutare i nostri peace keepers in Sud Ossetia e la popolazione civile ossetina e costringere alla pace la Georgia». E per ora le relazioni diplomatiche non sono state rotte. Non siamo alla guerra dichiarata, ma nel pericoloso stato che la precede.
Tuttavia, la Russia non si è limitata a intervenire in Sud Ossetia per ripristinarvi lo statu quo, grazie all'invio di reparti corazzati della 58a armata, mentre è preannunciato l'arrivo di truppe d’assalto. Nella mattinata del 9 agosto Tskhinvali risulta sotto il controllo delle “forze di pace” russe. Ma caccia-bombardieri di Mosca avrebbero colpito importanti basi militari in territorio georgiano (Vaziani, Marneuli, Gori), e addirittura il porto di Poti sul Mar Nero, sede del principale terminale petrolifero georgiano sul Mar Nero.
La Georgia è un paese chiave per i flussi di greggio dell'area caucasico-caspica e centro-asiatica diretti in Occidente. Anche per questo Washington ne patrocina l'entrata nella Nato.
La reazione russa
La ricostruzione dei fatti dell'8 agosto, seguiti all'attacco notturno georgiano a Tskhinvali, ci suggerisce che Mosca ha cambiato strategia nel corso di quella giornata.
Infatti, nella notte dell'8 agosto, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu il rappresentante russo Churkin chiedeva che si aprisse la discussione su un suo documento in tre punti: cessazione dei combattimenti, apertura immediata di negoziati, impegno di tutte le parti in conflitto a rinunciare all'uso della forza. Usa, Francia e Gran Bretagna lo respingevano, ritenendo che il terzo punto, se accettato, avrebbe indebolito la posizione di Tbilisi. Il CdS delle Nazioni unite registrava, ancora una volta, la propria incapacità di fermare un conflitto. Nella mattina dello stesso giorno, l'8 agosto, il Ministero degli esteri russo sottolineava la necessità di proseguire il processo negoziale per la pacifica regolamentazione del conflitto ossetino-georgiano.
Mutano le prospettive
Nel pomeriggio, invece, le prospettive cambiavano, radicalmente. Il presidente Medvedev rientrato precipitosamente a Mosca da un luogo di riposo (il che suggerisce quanto inattesa fosse la svolta degli eventi), riuniva il Consiglio di sicurezza, condannava duramente l'attacco georgiano all'Ossetia del sud e affermava testualmente che «il presidente è obbligato a difendere la vita e la dignità dei cittadini della Russia dovunque si trovino» e che «i colpevoli verranno puniti».
Nello stesso tempo, veniva annunciato dal ministero della difesa che verso Tskhinvali marciavano i reparti corazzati della 58a armata. Tbilisi denunciava, tra conferme e smentite, le incursioni aeree russe sul territorio georgiano.
Mosca, dunque, era ricorsa alla risposta militare, dopo che sembrava (e si auspicava) che si limitasse a quella politico-diplomatica, per evitare l'allargamento del conflitto e le sue imprevedibili conseguenze.
I peace keepers russi
La svolta si spiega con circostanze, apparse assai chiare nel corso della fatale giornata: le truppe georgiane avevano attaccato diverse postazioni dei peace-keepers russi, un contingente di 500 uomini che, affiancato a militari georgiani e sud-ossetini, ha il compito di mantenere la pace nei luoghi del conflitto fino ad allora “congelato”. I morti erano 12 (saliti successivamente a 15) e alcune decine i feriti.
La Russia era stata attaccata con i suoi peacekeepers: in brutale violazione degli accordi internazionali che circa 15 anni hanno affidato a Forze miste formate dalle tre parti (Georgia, Ossetia del sud e Russia) il compito di preservare la pace nei luoghi del conflitto armato tra Georgiani e sud ossetini del 1992, che provocò oltre 1000 morti e la fine della sovranità georgiana su quella regione.
Da tempo i georgiani aveva pianificato l'attacco, addensando ai confini di quella montuosa e povera repubblica oltre 3 mila uomini e un imponente panoplia di carri armati, blindati, artiglieria pesante e, nella vicina base di Gori, anche aerei da combattimento.
La Russia, inoltre, doveva difendere la popolazione civile, principale vittima dell'attacco dell'8 maggio, se sono vere le stime del presidente ossetino Kokojty e del ministero degli esteri russo che denunciato la morte di 1400 persone (molte delle quali, presumibilmente, con passaporti russi).
Il ricorso alla forza da parte di Mosca era invitabile: per onorare un impegno e per l'impossibilità di ottenere un risultato immediato – il ritiro dei georgiani - con la sola pressione politico-diplomatica (inefficace alle Nazioni Unite). Mosca, tuttavia, aveva lavorato e sta ancora lavorando in questa direzione, appellandosi a Onu, Osce, Unione europea, Nato, Consiglio d'Europa e Usa, paesi della Csi.
Prendendo rapidamente il controllo di Tskhinvali, Mosca ha messo il presidente Saakashvili di fronte alle sue pesanti responsabilità e al suo più grave errore: quello di presupporre che la Russia non avrebbe risposto manu militari al massiccio attacco georgiano.
Quella che ieri sembrava una vittoria (la presa della capitale ossetina), giocata sulla sorpresa e sulla violazione di impegni di tregua, assunti alla vigilia anche da lui stesso, rischia di trasformarsi in una micidiale sconfitta per Saakashvili.
Nonostante i grandi e costosissimi sforzi di modernizzazione dell'esercito georgiano, condotta con il supporto politico e finanziario Usa e con quello tecnico ucraino, Tbilisi non è minimamente in grado di sostenere un confronto armato con Mosca. Per questo, Saakashvili ha una sola alternativa ragionevole: accettare la proposta russa - che la comunità internazionale dovrebbe appoggiare - di ritiro delle truppe di Tbilisi nelle posizioni occupate prima dell'attacco dell'8 agosto e accettazione – finora pervicacemente respinta - dell'impegno a rinunciare all'uso della forza. Impegno che si richiede anche alle altre due parti in causa.
La comunità internazionale, gli Usa e in particolare l'Unione Europea, cui Mosca ha chiesto un'attiva e convinta mediazione (si vedano i colloqui telefonici tra il presidente Medvedev e la cancelliera tedesca Merkel del 9 agosto), dovranno intervenire perché cessino i combattimenti e il conflitto non continui e si estenda, provocando ulteriori perdite umane e distruzioni (come quella di Tskhinvali).
Le intenzioni di Saakashvikli di dichiarare lo stato di guerra e il coprifuoco nel suo Paese non promettono niente di buono. Egli si è rivelato un leader avventurista, irresponsabile e inaffidabile. Dovranno ricredersi, finalmente, quanti finora gli hanno conferito diplomi di democraticità, legittimità e abilità politica. Sono gli stessi, a cominciare dagli Usa, che vorrebbero concedere alla Georgia la carta del piano di ammissione alla Nato il prossimo dicembre, nella prevista conferenza di Bruxelles.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/08/georgia-russia-analisi-sinatti.shtml?uuid=49a904f4-6615-11dd-bf5a-df6c0cfcd9d5&DocRulesView=Libero