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QUEL CHE RESTA DEL 15 OTTOBRE

DI LUCA PAKAROV
rollingstonemagazine.it/

‘Sono confluiti in quei pochi chilometri tutti i mal di pancia di chi vive un’insofferenza che ormai sembra congenita e interminabile’

La paura maggiore è venuta il giorno dopo, quando c’era da leggere i giornali. C’è voluto un coraggio del diavolo per andare in edicola. Tutto finito. Occasione sprecata. Roma in fiamme. E poi ‘sta Madonnina di ceramica di addirittura cento anni – quanto più o meno l’asfalto di alcune parti di Roma – che tutte le televisioni hanno riportato come a simbolo della violenza infame che sfoga pure contro i più deboli. Fino a Maroni che si vanta di non averci fatto scappare il morto. Perfino mia madre, quando ha visto la faccenda della Madonnina, mi ha telefonato adirata per ricordarmi che sono un delinquente drogato e che se una giustizia esiste marcirò in galera: «ma mamma io non ho fatto niente!». «Non ci credo».

Quindi, come prevedibile, gli scontri sono stati il motivo per deviare il dibattito sul mondo che va a puttane verso un processo sommario alle teste vuote insurrezionaliste. Un logoro canovaccio ma a quanto pare sempre di grande effetto. I segnali, guarda un po’, sono diventati interpretabili solo quando la frittata era bella che fatta e il comunicato postato su Indymedia in cui si diceva di “tenere la piazza” ad ogni costo, combattendo, è sembrato profetico. Ma, ad essere sinceri, all’inizio della manifestazione, non si avvertivano tensioni. Nella metro c’era gente che cantava e ballava, chi leggeva tranquillo, qualche coro sì, ma nulla di malvagio. I negozi erano aperti, il salumiere stava ad affettare prosciutto per il migliaio di panini che avrà venduto, mentre i kebabbari esalavano la classica e genuina puzza di cipolla di un kebabbaro della Termini. Un’atmosfera ben diversa da altri contesti, anche recenti, in cui senti subito che tira aria cattiva e te ne accorgi per le facce delle persone che, capisci, sono preparate al peggio; ma appunto non era il caso di sabato. Gli avvenimenti sono stati molto veloci, adrenalinici, devastanti e a loro modo convincenti.

Al principio sembra di stare a una festa, per un attimo mi credo alla Street parade, tanto che mi accodo al camioncino con la musica a manetta che distribuisce chupito, che in una così bella giornata di sole per niente uno ha voglia di pensare a gente come Sacconi o Draghi. Davanti ci sono quelli della Val di Susa mentre io seguo lo striscione “Uniti per l’alternativa” dei centri sociali. Lì ho cercato di fare ordine, di raccapezzare, carburante di una manifestazione sono le idee e l’organizzazione, com’è nato allora in Italia un movimento che, una volta tanto, sembra spontaneo e, come in altri paesi, apolitico? Lo chiedo a Stella, un architetto precario (da qui la parola precario sarà sottointesa per ogni persona con cui parlerò) che ha aderito sin da subito agli incontri preparatori della manifestazione: «il lancio c’è stato nell’assemblea del 24 settembre, già in quell’occasione si sentiva che qualcosa stava cambiando, i primi incontri sono stati fatti all’ex Cinema Palazzo qui a Roma, c’erano rappresentanti di centri sociali, diversi collettivi, quelli del Teatro Valle, una volta anche De Magistris fece un intervento, ad aprire gli interventi è stata Sabina Guzzanti, per dirti che il quadro generale è molto vasto… poi certo, si regge anche grazie alla rete, alla possibilità di condividere notizie e opinioni a distanza, per questo è nata la piattaforma Global Project». «E’ sufficiente incontrarsi per dar vita a una manifestazione del genere?» chiedo. «Beh no, con Genova c’è stato un k.o., da Genova ne siamo usciti con le ossa rotte, distrutti, in Italia il punto di svolta è stato il referendum, le firme del referendum, un lavoro importantissimo, da un argomento particolare come l’acqua pubblica, che interessava il singolo e la famiglia, siamo arrivati a un discorso globale sull’ambiente, in pratica si è riusciti ad unire le esigenze legate al territorio con quelle della società mondiale. Credo che le persone, anche quelle che generalmente non si interessano di politica, abbiano avvertito sulla propria pelle che le grandi battaglie riguardano tutti». «A raccontarla così sembra quasi facile», le faccio notare. «Facile non è, ogni gruppo ha dovuto togliere l’inutile, il superfluo, abbandonare alcune posizioni per poter entrare in quell’imbuto in cui ci sono idee comuni che si spera diventino veri e propri contenuti… operazione che sembra impossibile alla sinistra… la giornata di oggi sarà un punto di partenza , non di arrivo, è una sorte di ponte all’alternativa che deve parlare il linguaggio della socialità e delle autonomie». «Berlusconi è stato un collante?». «Purtroppo lo è, dovremmo occuparci di altri problemi ma il primo in Italia sembra sempre essere lui… la protesta davanti alla Banca d’Italia è stata fatta proprio per riportare l’attenzione alle amare ricette della BCE, quelle che ci tocca pagare noi deboli, il problema sono proprio i Draghi e i Trichet…», poi ci pensa su e conclude, «certo, sarebbe bello che nella manifestazione nessuno nomini Berlusconi…». Ovviamente non succederà. «Dopo il 15 ottobre, cosa accadrà?». «Ci si mette in gioco, dobbiamo sostituire gli slogan con l’azione». Evviva Stella.

Nel frattempo sono passato alle birrette del camioncino e avvengono due fatti strani: fra le 500mila persone provenienti da tutta la penisola credo di riconoscere gli occhiali da sole che mi furono fregati un anno fa, proprio a Roma. Risoluto vado a chiedere spiegazioni ma la signora, con una gentilezza disarmante, mi tratta da scimunito e mi allontana. La seconda invece è che sono uscito di casa con 15 euro, e dico 15, e quando pago me ne ritrovo con 20 senza aver saccheggiato supermercati o rapinato banche o aver incassato vincite alla Snai. Va tutto troppo bene. La cosa mi inquieta.
Comunque, tormentato da certi dubbi conosco Paolo, è un tipo magrolino con gli occhiali, ha un dottorato di ricerca all’Università di Torino e segue il movimento NO TAV che, mi dice, esiste già da venti anni (20? Vent’anni fa non si andava a cavallo in Italia?). «Dove coincidono il movimento 15 ottobre con i NO TAV?». «Il movimento NO TAV è indignato, è molto attento alla preservazione del territorio e alla creazione di un’economia sostenibile che non passi solo attraverso le grandi opere e la recinzione degli spazi». «Non c’è rischio che questi movimenti tutti insieme diventino un contenitore troppo ampio, che poi dia vita ad uno scenario frastagliato?».«Quello che stiamo vivendo è un grande laboratorio e forse è prematuro dare una identificazione anche solo coerente, c’è l’indignazione verso un mondo che non funziona e siamo in tanti a sentirla… così nell’elaborazione dell’alternativa si incontrano diversi movimenti, alcuni storici, sono come dei compagni di strada. Dopo il 15 ottobre bisognerà vivere la pratica politica… ti faccio un esempio, il presidio in valle è sempre attivo grazie ad attività culturali socializzanti che, oltre a far incontrare e partecipare la gente, riesce a mettere pressione anche nei confronti del cantiere… bisognerebbe ripetere quest’esperienza in grande scala su tutti i settori in cui si opera». In effetti una caratteristica dei movimenti spagnoli e greci sono la trasversalità sociale dei soggetti che li compongono e quindi, trovata una linea comune, l’ampio raggio operativo a disposizione.

Finché, come uno sparo nella notte, un megafono avvisa di scontri nella parte alta del corteo, ci si guarda smarriti, la gente comincia a telefonare, qualcosa di brutto sta succedendo, la musica si interrompe. Lascio Paolo di fretta, allungo il passo per avvicinarmi a piazza San Giovanni e nel tragitto incontro diverse auto incenerite. La vitalità del corteo cambia come una cartina al tornasole, più si va verso la testa più l’acidità sale, più trovo persone preoccupate e nervose, le notizie che arrivano e la puzza di bruciato squassano i sensi della manifestazione. Per la prima volta faccio caso agli elicotteri che ronzano impazziti, comincio a notare la polizia nelle vie laterali, sento le sirene, la tensione è palese quando un coglione vestito completamente di nero comincia a saltare sopra il tetto di un’auto e rischia il linciaggio da parte di alcuni Cobas.

Alle ore 17,31 piazza San Giovanni ricorda Pristina nel ’99. Scoppi di bombe carta, gente che fugge, mazze, fumogeni, scudi, manganelli e gli idranti della polizia per colpa dei quali mi becco un tremendo raffreddore. Soprattutto c’è molta incoscienza, molti sono ragazzini che se la giocano tutta lì, in quel campo di battaglia, sradicando pali e giocando a fare Joe di Maggio con i sampietrini. Mi appoggio a un’edicola, mi seggo perché non respiro più ed ho la pelle infuocata, un tipo mi vede e mi cede un limone che mi spremo su naso e guance per placare gli effetti dei lacrimogeni. In questa drammatica devastazione qualcuno prova il brivido della guerra, della complicità da camerata, della solidarietà fra soldati, dell’affiliazione, del nemico comune, del rito. Insomma per qualcuno si è trattato di una malsana appartenenza. Poi riparte una carica della polizia, io scappo verso quella che è una delle chiese più belle del mondo, un incappucciato davanti a me si prende in testa una sassata “amica”, proveniente dalle retrovie, e cade. In due lo aiutano a rialzarsi ma perde sangue. Sono scene che mi evocano quei filmacci di Hollywood sul Vietnam e io, come avviene in quei film, penso solo a pararmi il culo. Arrivo sulle scale dove ci sono tanti manifestanti che stanno immobili come spettatori di legno. Da lontano spunta uno striscione: “L’economia reale siamo noi”. Non si può andare né a destra né a sinistra. Cerco di scrivere due righe nell’agenda e un cretino mi si avvicina con tono minaccioso, vuole sapere per chi lavoro. In un altro momento avrei risposto per il Kgb ma qui non c’è proprio niente su cui scherzare.

Di quello che ho visto nel disastro di piazza San Giovanni mi rimane anche l’incognita sull’oscura strategia della polizia, come l’incursione a duecento all’ora dei blindati fra i manifestanti, oppure quella mezzora di gincana in via Manuele Filiberto in cui le camionette giravano su se stesse davanti al ristorante Pastarito e, come quando dalla finestra vediamo un qualsiasi scemo fare testacoda nel parcheggio del condominio, diventando il bersaglio mobile delle sassate. In mezzo a tanta follia selvaggia c’è stato anche chi ha avuto un pizzico di comprendonio e ha permesso all’agente di allontanarsi – testimone anche un fotografo dell’Ansa al mio fianco – prima di appiccare il fuoco alla camionetta che l’uomo guidava. Personalmente tutta questa marea nera armata di pietre e fionde di cui poi si è parlato ieri io non l’ho vista se non in televisione; o meglio l’ho vista ma era di tutti i colori e di tutte le età, segno forse che Black bloc è solo una maniera sbrigativa per descrivere un fenomeno che ha, comunque, radici in un risentimento generalizzato e che, non ci vogliono sociologi per capirlo, con gli anni s’è caricato come una molla. Siamo d’accordo a condannare, a non giustificare, ad affermare che sabato c’è chi è uscito di casa con la mazza da baseball e tutti i bla bla bla e i distinguo che vogliamo ma perché allora, solo in Italia, tante persone comuni, con cui oggi starete tranquillamente lavorando fianco a fianco, hanno dato di matto? Dopati fino all’esaurimento dal “va tutto bene, ce la caveremo meglio degli altri” l’ondata di malcontento qui è arrivata tardi ma improvvisa, BAM!, troppo all’improvviso si è capito che quasi nulla va bene, che ci aspetta un futuro rovinoso e, come si è visto, in parecchi non hanno avuto il tempo di metabolizzare la rabbia. Ricordiamoci che ad Atene l’anno passato, alla prima seria manifestazione, ci sono scappati 3 morti. L’ultima prezzolata fiducia al governo, il giorno prima della manifestazione, avrà influito sull’umore di chi con lo zaino ha portato pure il casco? Chissà. Le cause sono tante e sabato sono confluiti in quei pochi chilometri tutti i mal di pancia di chi vive un’insofferenza che ormai sembra congenita e interminabile. Va da se che questo è il modo più rapido per finire tutti indiscriminatamente nella merda, poliziotti, studenti, disoccupati o operai che, purtroppo, anche in una tale improvvisata guerriglia fratricida hanno solo esibito un’altra rappresentazione di quella lotta fra poveri già iniziata nei posti di lavoro. Forse la politica è ora che pensi a cosa succederà il giorno che scenderanno in piazza persone affamate, per cui le parole stanno a zero e zero è quello che hanno da perdere. Poi vabbè, è scontato che i media siano più interessati ad auto incendiate e teste spaccate che a una passeggiata in centro. Ma certe cose servono soprattutto a far parlare quanti non erano a manifestare, quanti possono giudicare le violenze dalla comoda tastiera del computer, anche se magari poi si dicono incazzati col politico e il sistema. Due milioni di danni o cinquanta idioti non cancellano una partecipazione che in Italia non si vedeva dai bei tempi in cui si sognava con Cofferati e il mondo, all’apparenza, puzzava un po’ meno. Tuttavia la mia solidarietà oggi non può che andare al parroco che, intervistato, ha raccontato la sventurata fine della Madonna di ceramica – di addirittura cento anni! Desidero solo che mia madre dimentichi presto questa storia.

Luca Pakarov
Fonte: www.rollingstonemagazine.it
Link: http://www.rollingstonemagazine.it/politica/notizie/quel-che-resta-del-15-ottobre/43846
17.10.2011

Pubblicato da Davide

  • consulfin

    finalmente uno che ha preso parte alla manifestazione cui ho preso parte anch’io il 15 ottobre 2011!
    vorrei concludere con parole non mie (ovviamente!!) che dedico a tutti coloro che, sì, vogliono manifestare ma senza disturbare
    Anche se il nostro maggio/
    ha fatto a meno del vostro coraggio/
    se la paura di guardare/
    vi ha fatto chinare il mento/
    se il fuoco ha risparmiato/
    le vostre Millecento/
    anche se voi vi credete assolti/
    siete lo stesso coinvolti./

    E se vi siete detti/
    non sta succedendo niente,/
    le fabbriche riapriranno,/
    arresteranno qualche studente/
    convinti che fosse un gioco/
    a cui avremmo giocato poco/
    provate pure a credevi assolti/
    siete lo stesso coinvolti./

    Anche se avete chiuso/
    le vostre porte sul nostro muso/
    la notte che le pantere/
    ci mordevano il sedere/
    lasciamoci in buonafede/
    massacrare sui marciapiedi/
    anche se ora ve ne fregate,/
    voi quella notte voi c’eravate./

    E se nei vostri quartieri/
    tutto è rimasto come ieri,/
    senza le barricate/
    senza feriti, senza granate,/
    se avete preso per buone/
    le “verità” della televisione/
    anche se allora vi siete assolti/
    siete lo stesso coinvolti./

    E se credente ora/
    che tutto sia come prima/
    perché avete votato ancora/
    la sicurezza, la disciplina,/
    convinti di allontanare/
    la paura di cambiare/
    verremo ancora alle vostre porte/
    e grideremo ancora più forte/
    per quanto voi vi crediate assolti/
    siete per sempre coinvolti,/
    per quanto voi vi crediate assolti/
    siete per sempre coinvolti/

    http://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fabrizio_de_andre_1059/testo_canzone_canzone_del_maggio_33079.html [www.angolotesti.it]

  • Truman

    Una premessa.

    Rileggo uno dei manifestini che invitavano, nei giorni precedenti, a partecipare alla manifestazione del 15 ottobre, e vedo che era molto chiaro l’invito di alcune organizzazioni a manifestare, erano abbastanza chiari i motivi, ma non si capiva l’obiettivo per cui si manifestava (insomma, cosa si
    voleva ottenere?).
    Secondo me, per alcune organizzazioni (ad esempio la CGIL) questa doveva essere una manifestazione pacifica, un assegno in bianco per le organizzazioni che avrebbero provveduto a capitalizzare il dissenso in forma di potere politico. Avrebbero poi provveduto a giocarsi il conflitto su altri tavoli.
    Ma i manifestanti ormai compongono un’area politica che non è più disponibile a distribuire assegni in bianco. A nessuno.

    Essi vogliono fare massa, e questo va bene, ma poi hanno bisogno di una direzione da seguire. Una direzione che punti ad un obiettivo. E in mancanza di obiettivi qualcuno se lo è creato da solo. (Non era poi difficile, una volta infranto il tabù della nonviolenza, artificiosamente costruito da partiti, istituzioni e mass media).
    Insomma non era una questione di servizio d’ordine più o meno efficiente, come dicono alcuni, ma si tratta di un problema di rappresentanza politica che non esiste più.

    Genova?
    Trovo molti commentatori che si accaniscono a vedere gli episodi di violenza a Roma come una replica di Genova, in cui la violenza era sobillata dallo Stato tramite infiltrati.
    Non mi sembra sia questo il caso e bisognerebbe tenere presente il fatto che non sempre la storia si ripete, come minimo non si ripete in modo esattamente uguale.
    Nel 2001 (quanto appare lontano!) a Genova gli scontri ebbero l’effetto di neutralizzare un movimento pacifico. Il governo fece volutamente alzare il livello dello scontro tramite infiltrati per poter usare le maniere forti e criminalizzare tutto il dissenso.
    Ma nel 2001 sembrava che ci potesse ancora essere un futuro per l’Italia.
    Dieci (e più) anni dopo la scena è cambiata, la violenza scatta spontanea senza bisogno di infiltrati e l’immagine del blindato bruciato mostra che contro Polizia e Celere si può combattere con successo.
    E la gente che ha imparato tecniche di guerriglia urbana a Roma, in val di Susa o in luoghi analoghi è sempre di più.

    Qui bisogna guardare alla lezione di Londra e dintorni nell’estate 2011. Lì c’era un poliziotto intelligente che diceva che ai problemi politici bisogna dare risposte in termini politici, non in termini di ordine pubblico, perché le forze dell’ordine possono solo tamponare le falle al vivere
    civile create dall’assenza di politica. Un politico imbecille ha preteso che i disordini venissero gestiti con tecniche da stato di polizia. E i disordini di Londra sono stati sedati nel modo peggiore.

    Finché si danno risposte poliziesche a problemi politici il livello di dissenso può solo aumentare, anche quando si riesce a nasconderlo al grande pubblico esso cova sotto la cenere. Con il rischio che quando riemerge esso sia una valanga inarrestabile.
    In queste condizioni o si dà una risposta politica oppure si accumula un malessere potenzialmente esplosivo.

    Leggo le ultime notizie e vedo che, dopo la moderazione, arriva anche in Italia la tendenza allo stato di polizia all’inglese, i vari Di Pietro, Maroni e La Russa concordano nel sopprimere le libertà costituzionali. Del resto, quando si parla di dittatura siamo dei maestri per gli inglesi, non degli allievi. Il disastro è assicurato, sia in Gran Bretagna che in Italia.

  • radisol

    Sottoscrivo completamente l’articolo, felice ironia ed autoironia compresa, ed ancora di più il commento e la indovinatissima citazione di De Andrè …. immagino che molti del coglionazzi perbenisti della “sinistra politically correct” si siano spesso beati di quei versi di De Andrè …. quando si passa – pur con mille contraddizioni – dalle parole ai fatti – però questi signori diventano tutti fans di Orietta Berti ….. e questo vale anche per molto bloggers autoreferenziali che imperversano su ComeDonChisciotte …. pronti a bearsi delle rivoluzioni più esotiche e lontane – ed a volte pure assai improbabili – ma pronti a fare il tifo per gli sbirri quando la rivolta, con tutti i suoi innegabili difetti, scoppia sotto casa …. e mette a rischio la Punto parcheggiata sotto il portone o la propria spocchia “rivoluzionaria” …..

  • consulfin

    Sì. Il problema però è costituito anche dal cosiddetto movimento: si vogliono ottenere queste risposte politiche o no? Si è disposti a chiederle con forza? Davvero qualcuno è convinto di ottenere con uno striscione?
    per quanto ne so, il movimento della Val di Susa non rinnega le azioni più dirette svolte dall’ala più giovane e attiva. Anzi, le rivendica. Si divide semplicemente in un’ala che ammette di non essere in grado di compiere azioni fisiche e che partecipa presidiando e facendo numero e sostegno logistico e un’ala che interviene direttamente sui siti sensibili. Il movimento sceso in piazza l’altro ieri, invece, non ci ha pensato su due volte a mettere al rogo l’avanguardia.

  • mariosoldati

    ………. i criminali colpevoli di ogni nefandezza, che hanno distrutto la città eterna, hanno rotto le uova nel paniere a questa maggioranza/opposizione, Loro si sono accorti che non sono più i padroni della piazza, hanno paura che cresca una coscienza sociale al di fuori del loro controllo, capace di scalzarli dai loro scranni.
    Questi ragazzacci hanno dimostrato che il potere non fa paura si può battere, che queste sanguisughe possono essere debellate, basta un po’ di coraggio……
    Questi violenti erano solo pochi centinaia, sono convinto che diventeranno migliaia, centinaia di migliaia, forse milioni, per il solo motivo che questa cloaca parlamentare non è in grado di cambiare nulla, la situazione economica peggiorerà, i tagli alla spesa pubblica continueranno, i cittadini saranno abbandonati al loro destino…… altro che Grecia ………….. l’emergenza sociale è al più alto livello d’allarme ……..

  • consulfin

    è una cosa che penso spesso anch’io. Conosco tanta gente che si fa guidare dal vate di turno senza sfornare un minimo senso critico dalla sua teca cranica. Oh quant’è bello Fabiofazio che mette ci fa sentire De André, ma, come scrivi tu, dubito che stia a sentire i concetti che escono fuori da quei versi, o dai versi di Rino Gaetano e altri (penso al nano che si fa giudice, agli uomini e donne di tribunale nei cui panni il poeta non sa stare, ai coglioni spendi-spandi ecc.).
    vorrei chiedere loro pubblicamente: come pensate di cambiare il mondo? Chiedendo permesso? Ancora una volta suggerisco non Lenin o Bakunin ma un autore di destra: Gaetano Mosca. Leggetelo e rileggetelo, cari fan del politicamente corretto, e poi ne riparliamo.

  • Truman

    Appunto qui qualche cenno storico. Dicevano Moroni e Balestrini in

    L’orda d’oro:


    nel ‘77, divampò la generalizzazione quotidiana di un conflitto politico e culturale che si ramificò in tutti i luoghi del sociale, esemplificando lo scontro che percorse tutti gli anni Settanta, uno scontro duro, forse il più duro, tra le classi e dentro la classe, che si sia mai verificato dall’unità d’Italia. Quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia di anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti.

    Indubbiamente ci sono analogie. Però nel ’77 la polizia non ebbe troppi problemi ad usare provocatori ed infiltrati in modo da neutralizzare il movimento.
    Oggi le forze dell’ordine appaiono più prudenti. Forse perchè percepiscono che le cose non saranno così semplici come nel 77. A me la situazione ricorda più il Messico di Pancho Villa e Zapata che gli anni di piombo in Italia.

  • bysantium

    Ugualmente inviterei a leggere ( o per lo meno a documentarsi ) Giacinto Auriti che già nel negli anni settanta aveva capito tutto circa il signoraggio (aveva poi dato vita anche ad una moneta locale), le banche centrali e tutto ciò che ne consegue. Auriti aveva derivato le sue teorie da Ezra Pound, atro autore demonizzato perchè di destra. Con questo voglio dire che è venuto il momento di liberarci dalle barriere ideologiche del secolo scorso che servono soltanto a dividere ed indebolire la potenzialmente vastissima opposizione al dominante sistema liberista. Definitivamente : il nemico del mio nemico è mio amico!

  • stonehenge

    Come sempre per screditare le manifestazioni vengono usati i servizi segreti…Cossiga Docet.
    Guarda caso per la Madonnina distrutta e calpestata c’erano già pronte le telecamere a riprendere il tutto…vergognoso.
    Si parla solo di questi black block (la metà dei servizi segreti) e dei disordini, ma della società civile presente nelle retrovie NULLA!
    Il malessere proviene dagli onesti, che guadagnano col sudore quelle poche lire per poter andare avanti…

  • geopardy

    Tutto perfetto lo scenario, anche la Madonnina.

    Tra poco, però, la gente avrà più madonne (nel senso classico di quando ci si arrabbia sopra ogni limite) di tutte le chiese e le piazze del mondo, come le raffigureremo?

    Ciao

    Geo

  • redme

    …dopo tanti anni ho risentito l’aspro odore dei lacrimogeni…che nostalgia…mi veniva da piangere!

  • bstrnt

    Forse che l’azione della polizia a vandalismi già avvenuti stia ad indicare una inquietante regia?
    I vandali prezzolati che hanno dato luogo al danneggiamento delle vetrine dell supermercato Elite sapevano perfettamente che il cartello stradale che hanno utilizzato per sfondare le vetrine del supermercato era precedentemente divelto e non ostante gli improperi dei dimostranti hanno agito con perfetta calma e lucidità come chi è sicuro della sua impunità.
    La polizia a meno di un centinaio di metri, in una via laterale, non è stata fatta intervenire quando sarebbe stato semplice avere ragione della decina o poco più delinquenti con caschi e passamontagna.
    Questi vigliacchi in un corteo della FIOM, per esempio, si guarderebbero bene dall’infiltrarsi, ma in un corteo spontaneista e disomogeneo, complice l’ottusità (al punto da sconfinare nella connivenza) del ministero dell’interno, hanno avuto buon gioco.
    Era così difficile disseminare il corteo di agenti in borghese (che pure c’erano, ma alla testa del corteo) collegati tra loro, in grado di intervenire prontamente contro questi gaglioffi che sono stati isolati dai manifestanti?
    Possibile che nessuno abbia controllato il percorso assegnato al corteo le ore prima dello svolgimento del corteo stesso, quando a Genova, nella zona rossa si erano perfino sigillati i tombini?
    Poi si deve pure assistere alle esternazioni televisive di qualche idiota che afferma di sapere che gli strumenti del vandalismo erano distribuiti lungo il corteo!
    Certo che erano distribuiti lungo il corteo imbecille!
    Ma domandati chi può aver divelto dei cartelli stradali cementati a terra!
    Comunque questi vandalismi gratuiti, e per me progettati a tavolino, hanno sviato l’attenzione dalle vere ragioni che hanno mosso oltre mezzo milione di persone al fine di salvaguardare quel minimo ancora rimasto di stato sociale.
    Ricordiamoci sempre che è il neoliberismo di pochi criminali con la complicità delle loro banche ad aver provocato il disastro in cui ci dibattiamo e adesso cercano di utilizzare la crisi da loro stessi prodotta per depauperare ancora più l’occidente, aggredire i paesi non allineati e sottometterli alle loro insane rapine, truffe e omicidi (vedi Libia, Iraq, Jugoslavia, Afganistan).

    Questi i loro dogmi :

    1. Nessuna tariffa doganale sulle merci, neppure per proteggere un mercato interno debole o in crisi o la produzione di un paese povero.
    2. Eliminazione degli ammortizzatori sociali e dei sindacati.
    3. Investimenti stranieri con possibilità di possedere il 100% di un bene in qualunque settore dell’economia di un altro paese.
    4. Privatizzazione e trasformazione in merce di tutti i servizi e dei beni comuni (come l’acqua).
    5. Liberi investimenti con pochissimi oneri fiscali o responsabilità sociali verso il paese ospite.
    6. Massima e illimitata esportazione degli investimenti dal paese straniero ospite e di ogni altra entrata o profitto.
    7. Tassazione al minimo (prelievo massimo del 15%).
    8. Minime regolamentazioni sociali o ambientali per le aziende.
    9. Minime restrizioni sulla circolazione di merci potenzialmente pericolose per la salute.
    10. Massimo sfruttamento dei brevetti senza sconti per le nazioni più povere.
    11. Obbligo dei governi di aprire le gare d’appalto a qualunque azienda estera, per non favorire le proprie o la propria forza lavoro.
    12. Governi ridotti a pure rappresentanze politiche e devoti alla massima deregulation …
    Molto altro ancora ….
    Ora, quel oltre mezzo milione di persone era in piazza per non farsi ricacciare nel medioevo (come già avvenuto per l’Iraq e come sta avvenendo per la Libia) non per distruggere o creare caos come qualche politicante falso e viscido ha cercato di insinuare!

  • nettuno

    Purtroppo la manifestazione è stata disturbata da infiltrati e da agenti in borghese allo scopo di farla degenerare.

  • Fabbietto

    Oggi forse mancherebbe una strofa a questo grande pezzo citato: Ma voi che oggi vi credete Che Guevara/Siete come piccoli Liguori e Ferrara.
    Non sono d’accordo nel trovare una spiegazione logica e coerente a quel tipo di scontri, l’unica guerriglia capace di logorare solo la parte di cui si professa a difesa. Realpolitik: tattica + strategia per raggiungere un obiettivo. In quegli scontri era chiara la tattica (lo scontro urbano col “fair play dell’evitare il morto”), la strategia (esacerbare e criminalizzare il dissenso) per un obiettivo (impedire la conclusione ed il successo della manifestazione in atto e di quelle future).
    Chi commenta certi fatti deve tenere in considerazione questi aspetti, se no si rischia che l’emotività prenda il sopravvento sulla razionalità anche nell’analisi dei fatti, e soprattutto si rischia di lasciare in mano a dei disadattati eterodiretti dal Betulla di turno la responsabilità della rivoluzione del III millennio. Che non parte di sicuro dalle strade ma dai cervelli (una volta tolta la polvere ottocentesca della “borghesia” e del “proletariato”)
    Oggi per avere rispetto bisogna dimostrare di essere coerenti coi propri obiettivi prima ancora che coi propri principi, fossero andati a tirare sassi e molotov al Parlamento o a Palazzo Chigi, io li avrei rispettati. Così mi fanno solo pena.