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QUALCHE COMMENTO SU HAMAS E “L’ AFFAIRE WILLIAMSON”

DI DAFNE ELEUTHERIA

francydafne.blog.lastampa.it

Erano anni che non mi capitava una copia di “A Rivista Anarchica” in mano, anche se di tanto in tanto ne leggo alcuni articoli sul Web. Ieri sera, in un incontro con l’amico Andrea Papi ed altri anarchici, mi è stata regalata una copia dell’ultimo numero, il n.342, dono che ho accettato molto volentieri, soprattutto dopo aver letto in copertina il titolo di alcuni articoli sulla questione mediorientale, questione verso la quale nutro sempre grande interesse. Purtroppo avrei fatto meglio a rifiutare questo dono, perché dopo aver letto i testi del signor Oliva e del signor Codello mi è veramente venuta una gran tristezza.

Premetto che molto probabilmente, sul cosiddetto “negazionismo”, io e il signor Oliva abbiamo idee simili. Ma quello che francamente mi stupisce di non aver trovato, e che avrei sperato di trovare, è un chiaro riferimento all’immortale frase di Voltaire, filosofo e scrittore che anarchico non era, ma che a quanto pare è ancora in grado di dare lezioni di libertà a tutti gli anarchici di questo mondo, e cioè il diritto sacrosanto all’espressione del proprio pensiero. Anche perché, a ben guardare, almeno nel nostro fintamente democratico paese, questo diritto è sancito dalla costituzione (libro, ovviamente, niente affatto anarchico), e precisamente nell’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Mi rendo conto che l’argomento dell’articolo del signor Oliva non riguardava la nostra libertà di parola, ma la vicenda in cui è rimasto coinvolto il signor Williamson, tuttavia un minuscolo riferimento a questo diritto, in un giornale anarchico, me lo aspettavo proprio. Se non da lui, da qualcun altro. Sarebbe stato interessante, per esempio, avere un commento da parte del signor Oliva sulla decisione del ministro degli interni argentino Florencio Randazzo che il 19 febbraio ha chiesto al vescovo britannico ultra-tradizionalista di lasciare il paese entro dieci giorni, pena l’espulsione, sulla base di «irregolarità» nella documentazione fornita dallo stesso Williamson, che per anni è stato residente a Buenos Aires; un pretesto ridicolo, inventato per cacciare un uomo solo per aver esternato le sue opinioni, che possono essere gravi quanto si vuole, ma comunque pur sempre legittime in un paese libero. E sarebbe stato interessante leggere un commento anche sulle seguenti parole del premio nobel Elie Wiesel, che nell’ambito di un’intervista, alla domanda: “è soddisfatto delle parole del papa?” ha risposto: “(…) per il Papa semplicemente condannare sia un gesto molto bello, ma che non basta. Credo che il Papa dovrebbe passare dalle parole ai fatti. Io non mi arrogo certo il diritto di impartire consigli al pontefice, non sono un suo consigliere. Ma personalmente penso che dovrebbe cancellare la sua mossa precedente. Tornare indietro dall’abrogazione della scomunica. Quell’uomo dovrebbe restare scomunicato finché non si pentirà e non dirà “mea culpa”, finché non dirà al di fuori d’ogni dubbio di non credere più nelle parole con cui ha offeso il mondo, nella negazione dell’esistenza delle camere a gas della Shoah. Invece finora ha detto solo di dover studiare le prove storiche per pensare e correggersi o no. (…)”. Apro una parentesi. Trovo sempre insopportabili – anche se legittime – le varie invasioni di campo del Vaticano in argomenti che non lo riguardano. Però, se si vuole essere onesti fino in fondo, se è poco plausibile che il Vaticano si possa impicciare in fatti che non lo riguardano, penso che lo stesso metro di valutazione andrebbe usato anche quando qualcuno esterno al Vaticano si impiccia di faccende che riguardano solo ed esclusivamente la Chiesa. Che l’adesione alla cosiddetta teoria “negazionista” debba diventare una discriminante sul fatto di rimanere prete o meno penso che, francamente, sia quanto meno ridicolo, anche agli occhi di persone che – come me – della Chiesa non frega un cazzo.

E a questo punto mi piacerebbe avere un commento anche sulla detenzione del signor David Irving avvenuta in Austria l’11 novembre 2005, dove si è fatto ben 400 giorni di carcere a causa delle sue tesi storiche. E visto che ci siamo, anche un commento sulla vicenda di Robert Faurisson che nel 1990 fu rimosso dall’insegnamento e privato della pensione a causa delle sue tesi negazioniste, tesi a causa delle quali ha subìto anche altri processi per avere negato i crimini contro l’umanità, ricevendo in alcuni delle assoluzioni ed in altri delle condanne a pene pecuniarie (oltre a tre mesi di libertà vigilata, il 3 ottobre 2006). Ovviamente i difensori della verità storica hanno pensato bene di aggredirlo in varie occasioni e nel 1989 sono riusciti a fratturargli la mascella. Mi piacerebbe anche avere un commento su quanto avvenuto a Teramo il 18 maggio 2007, dove era stato invitato a tenere una conferenza presso la locale Università, conferenza che non ha potuto avere luogo grazie a un gruppo di giovani democratici non proprio d’accordo sull’eventualità di organizzare determinate conferenze. E infine chiedo un commento non solo al signor Oliva, ma a tutti gli anarchici che leggono questa rivista su una vicenda fresca fresca. Da pochi giorni su “Facebook” è nata una nuova iniziativa dal titolo “Contro i siti antisemiti in Italia – Da diffondere”. Di seguito il testo di questa iniziativa: “Carissimi, come certamente saprete in Italia è pieno di siti che incitano all’odio razziale, all’antisemitismo e che diffondono il negazionismo della Shoah. Ogni tanto abbiamo visto casi sui giornali, ma noi sappiamo perfettamente che i siti sono molti di più. Purtroppo in Italia manca una legge che vieti il negazionismo della Shoah e l’unica legge “applicabile” è la legge Mancino-Scelba contro l’apologia del fascismo e la discriminazione razziale. L’obiettivo di questo evento è quello di raccogliere i siti antisemiti in lingua italiana, segnalateci i siti che conoscete, così da permetterci di stilare un elenco che sia il più vasto possibile e diffondete l’evento tra i vostri amici, così da far conoscere al maggior numero di persone la realtà.”

Gli estensori di questo annuncio si dolgono che purtroppo qui in Italia si devono “accontentare” della legge Mancino-Scelba, a quanto pare troppo poco democratica per i loro gusti. Quindi un appello per una legge simile a quella che vige in Francia ed Austria, in cui si finisce in galera solo per avere esternato determinate opinioni politiche e storiche. Fra l’altro, nell’elenco de’ siti canaglia stilato da questi signori ho trovato anche un blog in cui si discute di negazionismo con tanto di documentazione e analisi, con le quali magari si può non essere d’accordo, ma che comunque costituiscono un diverso punto di vista storico. Non necessariamente antisemita, con buona pace del signor Oliva. Mi auguro che gli anarchici rispondano alle questioni che pongo e non preferiscano – per riprendere la metafora del pero del signor Oliva – cadere dal pero. Tuttavia la cosa più stupefacente è stata la nota introduttiva di pag. 4 in cui si giunge a dire: “Francesco Codello analizza (….) l’ideologia e il ruolo di Hamas, l’organizzazione islamica e islamista che governa democraticamente a Gaza (anche il buon Adolf fu democraticamente eletto e governò in perfetta legalità…), nel cui programma sono auspicate la distruzione dello Stato d’Israele (anzi, dell’entità sionista) e, già che ci siamo, l’eliminazione degli ebrei dalla faccia della terra. Quest’ultimo punto collega Hamas ai nazisti, in una linea di continuità storica con lo schieramento al fianco del nazifascismo del Gran Muftì di Gerusalemme e del mondo islamico in generale durante la Seconda Guerra Mondiale (…) bene fa Codello a fissare qualche paletto” che, almeno nel mio caso, finiscono ben conficcati nel mio petto. Si è citato il buon Adolf, io a leggere questa bella tirata invece, cito il buon Bagnasco, a quanto pare il famoso presidente della Cei fa scuola, almeno da queste parti. E’ nota la frase del prelato: “Quando il criterio dominante è l’opinione pubblica o le maggioranze vestite di democrazia – che possono diventare antidemocratiche o violente – allora è difficile dire dei “no”. Perché quindi dire no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no all’incesto, come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli iniziali.”

A quanto pare mettere in relazione unioni omosessuali che potrebbero adottare bambini e atti di pedofilia ha una sua logica, esattamente come mettere in relazione Gaza e Hitler. Si badi bene che le cause storiche che hanno portato alla nascita al regime di Hitler e di Gaza sono assolutamente diverse, che le motivazioni che portarono Hitler a macellare gli Ebrei e quelle di Gaza a combattere l’entità sionista non hanno assolutamente nulla in comune, ma le si mette sullo stesso piano, perché è sufficiente l’unica cosa che hanno in comune: il nemico. Questo è sufficiente per giustificare un accostamento che non sta né in cielo né in terra, così come considero assolutamente artificioso trovare un filo che, partendo dal Gran Muftì di Gerusalemme durante la seconda guerra mondiale continui fino ad oggi tramite l’esperienza di Hamas. Sarebbe come cercare un filo storico che, partendo dagli Ebrei dell’Antico Testamento che giungono nella cosiddetta “terra promessa” in cui macellano i popoli autoctoni, continua tuttora tramite gli Israeliani che macellano i Palestinesi. Insomma, fantastoria. A proposito, chi fa affermazioni aberranti sull’olocausto viene cacciato via e chi invece considera froci e pedofili la stessa cosa, chi afferma che i froci andrebbero garrotati, cotti nei forni crematori, rinchiusi nei lager ecc. ecc. neanche un buffetto sulla guancia? Se la negazione della Shoà non è un’opinione, ma un crimine, perché non lo è anche l’equiparazione fra omosessualità e pedofilia? Ma procediamo. Il signor Codello, per esempio, afferma: “(…) quando sosteniamo o semplicemente giustifichiamo Hamas finiamo per sostenere e giustificare quanto sopra esplicitato”, cassando una terza ipotesi, perché io, per esempio, non sostengo né giustifico Hamas, ma lo comprendo, così come comprendo la popolazione palestinese che l’ha votato. Perché il signor Codello si dilunga su Hamas senza però mai prendere di petto un fatto fondamentale: Hamas ha tutto questo potere perché qualcuno ha creduto in lui e l’ha votato. L’estensore della nota introduttiva l’ha messa in burletta: “Hamas, l’organizzazione islamica e islamista che governa democraticamente a Gaza (anche il buon Adolf fu democraticamente eletto e governò in perfetta legalità…)”, eppure è vero, nel gennaio 2006, Hamas con una vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari palestinesi ottenne 76 de’ 132 seggi della camera, mentre al-Fatah ne ottenne solo 43, quindi Hamas governa democraticamente. Perché? Perché la maggioranza del popolo palestinese è schierato sui propositi mortiferi di Hamas oppure perché era stanco della corruzione della classe dirigente che fino a quel momento non aveva saputo rispondere a nessuno de’ suoi bisogni? Un popolo molto meno bovino di quello italiano che ha messo alla berlina la corrotta classe politica esprimendo un voto forte, eccessivo, cosa che i miei concittadini, verso i quali provo un disprezzo smisurato, non farebbero mai, qualunque porcheria venisse loro defecata in faccia dalla classe politica criminale (giusto per usare un eufemismo) di turno. Perché il signor Codello e l’estensore della nota introduttiva non dicono come ha reagito il cosiddetto mondo democratico (quello europeo, quello statunitense e quello israeliano) di fronte al democratico voto palestinese? In risposta alla vittoria legittima di Hamas sia gli Stati Uniti, sia Israele, sia l’Unione Europea tagliarono gli aiuti destinati alla popolazione palestinese nel tentativo di destabilizzare il governo di Hamas, nella speranza che il presidente Mahmoud Abbas, dopo qualche mese, potesse indire nuove elezioni e che la popolazione, stanca delle privazioni, si orientasse a votare un governo senza Hamas. Avvenne il blocco degli aiuti, il congelamento della consegna del denaro di dazi e tasse raccolti dagli israeliani per conto dell’autorità palestinese e l’impossibilità per i membri del governo palestinese uscito dalle elezioni di viaggiare al di fuori dei territori occupati. Se Hamas non è democratica, sembra che anche la controparte si impegni non poco a comportarsi in una maniera simile. E’ evidente che tutti abbiamo lo stesso punto di vista del signor Codello nei confronti della Carta fondamentale di Hamas, e allora che fare? Uccidere tutti gli aderenti di Hamas a uno a uno e chi li ha votati oppure iniziare un dialogo che porti a quello che avvenne nel caso di Arafat tanti anni fa, che giunse a riconoscere Israele? Infine un’ultima cosa. Così come non mi sognerei mai e poi mai di considerare nazisti gli Israeliani e i metodi allucinanti che usano quotidianamente con i loro “vicini” palestinesi, non considero nazista l’organizzazione di Al-Quaeda e trovo francamente disgustosa e ripugnante l’equiparazione Hitler – Hamas.

Dafne Eleutheria
Fonte: http://francydafne.blog.lastampa.it
Link: http://francydafne.blog.lastampa.it/dafneblognews/2009/03/qualche-comment.html
4.03.2009

VEDI ANCHE: FRANCO CARDINI – A PROPOSITO DEL CASO WILLIAMSON E DEL “REVISIONISMO-NEGAZIONISMO”

Pubblicato da Davide

  • bstrnt

    A prescindere che è quantomeno stupida la repressione di chi non si adagia sull’idea comune della Shoah, trovo inoltre abbastanza ripugnante che dai massacri della seconda guerra mondiale debbano risultare unici perseguitati gli ebrei.

    La pervicacia e l’ossessione con cui i negazionisti vengono in tutti i modi angariati e insultati, fa pensare che ci sia ben altro oltre alla verità ufficiale.
    In fin dei conti i negazionisti hanno una loro idea che può essere giusta o errata, non intendo inoltrarmi in diatribe sui fatti, idee che in nazioni democratiche dovrebbero essere quantomeno rispettate anche se combattute e discusse sulla base dei fatti.

    Le angherie a Irving e Faurisson sono vigliaccherie dittatoriali che tentano di tacitare le idee con la repressione, mentre in una nazione democratica teorie errate dovrebbero essere combattute con la verità dei fatti.
    Il grave è che queste cose accadono proprio in quell’occidente così propenso ad esportare la “sua democrazia” verso supposti regimi dittatoriali; dittatoriali in base a quali supposizioni?

    Inoltre, con la scusa della shoah Israele, il quale ben lungi dal poter essere definito una democrazia essendo sostanzialmente una etnocrazia, e delle più becere, ora si comporta con gli autoctoni della regione, quasi nella stessa maniera con la quale i nazisti si comportavano con polacchi, russi, ebrei, tesimoni di geova, gay e chi più ne ha più ne metta.
    La storia, come al solito, non insegna nulla!

  • comenemo

    “Si badi bene che le cause storiche che hanno portato alla nascita del regime di Hitler e di Gaza sono assolutamente diverse…”
    sicuro?

  • nettuno

    Segue: _ Da una parte la RFT voleva dunque, grazie a questi processi, dare agli Stati Uniti l’immagine dell’alleato modello e portare la prova della propria ortodossia democratica, dall’altra, questi processi giocavano un ruolo importante nella politica interna. Mettendo in evidenza senza posa la brutalità unica del regime nazista, si giustificava nello stesso tempo il sistema democratico parlamentare che doveva la sua introduzione alla vittoria degli alleati. E facendo assistere ad ogni processo masse di scolaretti ci si proponeva di cancellare nella giovane generazione ogni traccia di spirito nazionale e di amor proprio, per assicurare la sua adesione alla politica di Bonn che prevedeva una subordinazione totale agli interessi degli Stati Uniti. Così i processi hanno giocato un ruolo essenziale nella «rieducazione» del popolo tedesco. Essi hanno contribuito a consolidare l’ordine del dopoguerra, al quale anche Bonn apportava il proprio sostegno e che si basava su due dogmi: la colpa esclusiva della Germania nello scatenamento della guerra e la crudeltà senza esempi nella storia del regime «nazista», crudeltà che aveva trovato la sua espressione compiuta nell’Olocausto.
    Tutto questo indica che il fine dei processi non consisteva nel mettere i chiaro casi di colpevolezza individuale, ma era di natura puramente politica propagandistica.
    Non si può affermare, naturalmente, che gli accusati fossero tutti innocenti; alcuni tra loro erano certamente degli assassini, altri erano dei carnefici. Ma la questione di sapere quali erano veramente colpevoli e quali non lo erano giocava un ruolo a tutti gli effetti secondario. In fondo nessuno si interessava ai personaggi seduti al banco degli accusati: essi erano intercambiabili.
    Il semplice fatto che una perizia sull’arma del crimine, cioè sulle camere a gas, non sia stata reclamata in alcuno di questi processi, mostra che essi non sono stati condotti secondo i principi di uno Stato di diritto. Una tale perizia avrebbe rivelato l’impossibilità tecnica della gassazione di massa e la leggenda dell’Olocausto sarebbe caduta come un castello di carte.
    Le sole prove a carico erano le testimonianze. Ex deportati, i testimoni odiavano naturalmente gli accusati, poiché le condizioni di vita nei campi di concentramento erano state estremamente dure, anche senza camere a gas e massacri sistematici. In queste condizioni i testimoni erano spinti ad addossare agli accusati, oltre a malefatte forse vere, crimini ancor più gravi. Essi non avevano niente da temere poiché nessun testimone è mai stato perseguito per falsa testimonianza in un processo a criminali di guerra tedeschi, nemmeno Filip Müller che dichiarò al processo di Auschwitz a Francoforte che un SS aveva gettato un bambino nel grasso bollente che colava dal corpo dei gassati durante l’incinerazione, o quell’altro testimone che raccontò che i Kapò – che erano essi stessi detenuti – organizzavano corse ciclistiche nella camera a gas fra due esecuzioni, poiché il locale si prestava molto bene a tali manifestazioni sportive, visto che era in pendenza affinché il sangue dei gassati potesse scorrervi (Nürnberger Nachrichten dell’11 settembre 1978).
    Perché la maggior parte degli accusati ha riconosciuto l’esistenza delle camere a gas senza neppure tentare una contestazione?
    A Norimberga, l’Olocausto è stato considerato, durante tutti i processi contro i criminali di guerra, un fatto di notorietà pubblica sul quale non c’era da discutere. La discussione verteva unicamente sulla colpa individuale dell’accusato. Se costui contestava l’esistenza delle camere a gas e lo sterminio degli ebrei, si metteva in una situazione assolutamente disperata e il suo «insistere» lo esponeva ad una pena particolarmente severa. Gli accusati sceglievano quasi sempre, d’accordo con gli avvocati, la tattica di non contestare l’esistenza delle camere a gas. Essi negavano solo la loro personale partecipazione alle gassazioni o, quando le testimonianze erano troppo pesanti, sostenevano di aver agito per ordini superiori.
    Gli accusati che cooperavano potevano sperare in pene relativamente lievi, per quanto abominevoli potessero essere i crimini loro addebitati. Al processo di Belzec, nel 1965, l’unico accusato, Josef Oberhauser, è stato ritenuto responsabile di aver partecipato all’eliminazione di 300.000 persone, ma se ne è uscito con una pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione. Motivo di questa clemenza: al momento del dibattito Oberhauser ha rifiutato ogni dichiarazione. Ciò voleva dire che non contestava l’accusa, cosicché la giustizia della Germania Occidentale poteva affermare ancora una volta che i colpevoli non avevano mai negato i massacri (Rückerl, op. cit., pp. 83-84). Al processo di Auschwitz, a Francoforte, l’accusato Robert Mulka, giudicato colpevole di gravi efferatezze, è stato condannato a 14 anni di prigione, pena criticata come troppo moderata. Quattro mesi più tardi tuttavia veniva messo in libertà per «ragioni di salute»: egli aveva accettato il gioco dell’accusa ed ammesso l’esistenza delle camere a gas. Quelli che hanno agito diversamente non hanno trovato clemenza. Kurt Franz, imputato al processo di Treblinka, è stato in prigione dal 1959 fino al 1993 poiché non ha cessato di contestare l’immagine ufficiale di Treblinka. Il suo co-accusato, Suchomel, secondo il quale gli ebrei entravano nella camere a gas nudi ed in buon ordine, non ha scontato che quattro anni.
    È così che hanno fatto e fanno giustizia in Germania.
    Un giudice e un procuratore che, in queste condizioni, mettessero in dubbio l’Olocausto o le camere a gas si esporrebbero subito, consapevolmente, all’irrimediabile rovina della loro carriera. Anche gli avvocati difensori non hanno mai messo in dubbio l’esistenza delle camere a gas, ma solamente la partecipazione al crimine dei loro clienti.
    Il tema dei processi ai criminali di guerra è brillantemente esposto al capitolo 4 del Mito di Auschwitz di Wilhelm Stäglich; questo capitolo è la parte migliore di un libro già di per sè rimarchevole. Alla fine della sua opera Stäglich commenta in questi termini il risultato del processo di Auschwitz (pp. 382-383 della versione francese):
    «[…] Questa maniera di determinare il verdetto richiama nel modo più penoso la procedura utilizzata nei processi alle streghe di altri tempi. Anche in quell’epoca, come ciascuno sa, il «crimine» propriamente detto non era che «presunto» perché esso era in fin dei conti impossibile a provarsi. Anche i giuristi più eminenti di quei tempi […] sostenevano che, nel caso di «crimini difficili a provarsi», si poteva rinunciare a stabilire la materialità obiettiva del fatto se la «presunzione» deponeva in favore della sua esistenza. Quando si trattava di provare che vi era stato un commercio carnale con il diavolo o che un tal posto fosse un luogo di sabbah ed altre bubbole, i giudici di quell’epoca si trovavano esattamente nella stessa situazione dei nostri «illuminati» magistrati del ventesimo secolo di fronte alle «camere a gas». Essi erano obbligati a credervi, pena il finire sul rogo essi stessi; questo fu lo stesso dilemma per i giudici della Corte di Assise di Francoforte chiamati a pronunciarsi su Auschwitz».

    Frank Walus e John Demjanjuk
    Nel 1974, Simon Wiesenthal denunciò che il cittadino americano d’origine polacca Frank Walus era un ex collaboratore dei persecutori tedeschi ed aveva a questo titolo commesso durante la guerra crimini inauditi contro gli ebrei.
    Walus fu dunque tradotto in giudizio.
    Non meno di 11 testimoni ebrei dichiararono sotto giuramento che Walus aveva assassinato bestialmente una donna anziana, una giovane, parecchi ragazzi ed un invalido. Walus, operaio d’officina in pensione dovette prendere a prestito 60.000 dollari per pagare la sua difesa. Egli riuscì infine a far arrivare dalla Germania dei documenti che provavano che egli non aveva mai messo piede in Polonia durante tutta la durata della guerra, ma che aveva lavorato in una proprietà bavarese dove si ricordavano di lui sotto il nome di «Franzl». Ed è così che l’accusa crollò. Grazie a Wiesenthal, Walus è stato rovinato, ma, almeno, è rimasto libero (Mark Weber, «Simon Wiesenthal: Bogus Nazi Hunter» in Journal of Historical Rewiew, traduzione francese in Revue d’histoire révisionniste n• 5, novembre 1991).
    In violazione dei principi di uno Stato di diritto, John Demjanjuk, cittadino americano di origine ucraina, è stato consegnato dalle autorità americane ad Israele che lo ha processato come il «mostro di Treblinka».
    Cinque testimoni ebrei hanno descritto sotto giuramento la strage causata da «Ivan il Terribile» a Treblinka. Aveva assassinato con le proprie mani 800.000 ebrei per mezzo del gas di scappamento emesso da un carro russo fuori uso. Tagliava le orecchie degli ebrei per rendergliele, è vero, nelle camere a gas. Prelevava dai loro corpi pezzi di carne con l’aiuto della sua baionetta. Sventrava le donne incinte con la sua sciabola prima della gassazione. Tagliava i seni delle donne ebree prima che esse entrassero nella camera a gas. Macellava gli ebrei, li ammazzava, li pugnalava, li strangolava, li frustava a morte o li lasciava morire lentamente di fame. Demjanjuk fu dunque condannato a morte.
    Nel settembre 1993 Demjanjuk fu liberato; tutte le testimonianze si erano dimostrate prive di valore.

    I racconti dei «sopravvissuti all’Olocausto»
    In Evas Geschichte (Wilhelm Heyne Verlag, 1991), Eva Schloss, figliastra di Otto Frank, racconta come sua madre sfuggì alla camera a gas grazie ad un intervento meraviglioso della Provvidenza. Il paragrafo termina così:
    «Per ore i forni del crematorio bruciarono quella notte, fiamme arancioni fluirono dai camini verso il cielo nero come la notte» (p. 113).
    Si trovano passaggi di questo genere in numerose testimonianze; le fiamme che uscivano dai camini dei crematori e si alzano alte nel cielo fanno parte dell’Olocausto. Bisognerebbe tuttavia far sapere ai sopravvissuti dell’Olocausto che le fiamme non possono uscire dal camino di un crematorio.
    Compare in molti di questi racconti un’invenzione particolarmente ripugnante: quella che il grasso umano che colava dai cadaveri durante l’incinerazione venisse utilizzato come combustibile addizionale. Filip Muller scrive in Trois ans dans une chambre à gas d’Auschwitz:
    «Accompagnato dal suo collaboratore Eckard, l’ingegnere dei lavori della morte discese nel fondo di una delle fosse dove tracciò due righe ad una distanza di 25-30 centimetri una dall’altra, che egli prolungò in senso longitudinale. Occorreva ora scavare in questo posto, seguendo il tracciato, un canalino in pendenza dal centro, verso i due lati opposti, per lo scolo del grasso dei cadaveri al momento della loro combustione; due serbatoi posti all’estremità dei rigognoli dovevano raccogliere questo grasso» (p. 178).
    Ciò che ci racconta Filip Müller è impossibile: chiunque lo potrà verificare presso uno specialista di incinerazione. Tuttavia questa storia orribile ha trovato posto anche in un libro reputato serio come quello di Hilberg (p. 1406). Tali esempi permettono di capire come queste testimonianze nascano: un «sopravvissuto dell’Olocausto» racconta una storia, dopodiché tutti gli altri «sopravvissuti» la ricordano e la riprendono a loro volta, in modo del tutto acritico.
    Ben inteso, il libro di un’Eva Schloss o di un Filip Müller possono anche contenere cose vere. Quando autori di questo tipo parlano di condizioni di lavoro e igieniche orribili, di fame, di sevizie occasionali o di esecuzioni si può ammettere che essi dicano la verità. Ex deportato, il revisionista Paul Rassinier conferma questi fatti nel proprio racconto (Le Mensonge d’Ulysse, La Vieille Taupe). Non ne desume tuttavia che i passaggi consacrati alle camere a gas ed alle azioni di sterminio programmato siano autentiche.
    Ecco ora qualche estratto di testimonianze relative all’Olocausto:
    Elie Wiesel a proposito del massacro di Babi Yar presso Kiev (documentato unicamente da testimoni oculari presentati dalle NKVD sovietiche; cf. l’articolo molto documentato di Mark Wolski in Revue d’histoire révisionniste n• 6, maggio 1992):
    «Più tardi appresi da un testimone che, per mesi e mesi, il suolo non aveva cessato di tremare, e che, di tanto in tanto getti di sangue ne erano zampillati.» (Paroles d’étranger, Editions du Seuil, 1982, p. 86).
    Kitty Hart in I am alive a proposito dei massacri di Auschwitz:
    «Io sono stato con i miei occhi testimone di un delitto, non dell’assassinio di un uomo, ma dell’assassinio di esseri umani a centinaia, di infelici innocenti che, per la maggior parte, ignari del loro destino, erano stati condotti in una vasta sala. È una visione che è impossibile dimenticare. Fuori, una scala era appoggiata contro il muro di questo edificio che era abbastanza basso; essa permetteva di arrivare fino ad un piccolo lucernario. Una figura vestita da SS salì rapidamente i pioli; arrivato in alto l’uomo mise una maschera antigas e dei guanti, poi, tenendo con una mano il lucernario aperto, tolse dalla tasca un piccolo sacchetto il cui contenuto versò in fretta all’interno della costruzione; era una polvere bianca. Dopodiché egli chiuse prontamente il lucernario. Poi ridiscese rapido come la luce, gettò la scala al suolo e fuggì correndo, come se si sapesse inseguito da spiriti malvagi.
    Nello stesso istante grida disperate degli infelici che soffocavano… Nel giro di cinque minuti, di otto minuti forse, tutti erano morti» (da Le Mythe d’Auschwitz, pp. 207-208).
    La non meglio identificata «polvere bianca» – sconosciuta alla chimica fino ad oggi – sembra talvolta aver fatto difetto ad Auschwitz, cosicché le SS si videro costrette a ricorrere ad altri metodi di assassinio. Eugène Aroneanu descrive questi metodi nel suo «racconto»:
    «A 800-900 metri dal luogo dove si trovavano i forni, i detenuti montano su vagoncini che circolano sui binari. Ad Auschwitz sono di dimensioni differenti, e contengono da 10 a 15 persone. Una volta caricato, il vagoncino è messo in movimento su un piano inclinato ed entra a tutta velocità in una galleria. Alla fine della galleria si trova una parete: dietro c’è l’accesso al forno.
    Quando il vagoncino viene a sbattere contro la parete, essa si apre automaticamente, il vagoncino si rovescia gettando nel forno il suo carico di uomini vivi […]» (Aroneanu, Camps de concentration, Office Francais d’édition, 1945, p. 182).
    Al contrario di questa «esperienza vissuta», la testimonianza di Zofia Kossak (Du fond de l’abîme, Seigneur, Albin Michel, 1951) si limita alla descrizione di camere a gas, ma, secondo lei lo Zyklonnon era versato; esso saliva da buchi praticati nel pavimento:
    «[] Una suoneria stridente, e subito dopo, attraverso delle aperture del pavimento, il gas cominciava a salire.
    Su un balcone esterno che dominava la porta, le SS osservavano con curiosità l’agonia, lo spavento, gli spasmi dei condannati. Era per loro uno spettacolo di cui questi sodici non si stancavano mai []. L’agonia durava da 10 a 15 minuti [].
    Potenti ventilatori espellevano il gas. Mascherati i “Sonderkommando” apparivano, aprivano la porta che si trovava di fronte all’entrata; là vi era una rampa, dei vagoncini. La squadra vi caricava i corpi alla svelta. Altri ne restavano. E poi i morti potevano rinvenire. Il gas così dosato stordisce, non uccide. Capitava molte volte che le vittime caricate all’ultimo giro rinvenissero sul vagoncino I vagoncini scendevano la rampa e si rovesciavano direttamente nel forno» (p. 127-128).
    Ad Auschwitz succedevano delle cose strane anche fuori delle camere a gas:
    «Di tanto in tanto i medici SS si recavano al crematorio, in particolare gli ufficiali superiori Kitt e Weber. Quel giorno, ci si sarebbe creduti in un macello. Prima delle esecuzioni, questi due medici palpavano le cosce e le caviglie degli uomini e delle donne ancora in vita, come fanno i mercanti di bestiame per selezionare i capi migliori. Dopo le esecuzioni, le vittime erano stese su di un tavolo. I medici sezionavano allora i corpi, prelevando degli organi che gettavano in un recipiente [la versione tedesca originale, op. cit., p. 74, precisava: I recipienti sobbalzavano sotto l’effetto delle contrazioni dei muscoli] (Filip Müller, Trois ans dans une chambre à gaz d’Auschwitz, p. 83).

    Il sopravvissuto dell’Olocausto Yankel Wiernik stigmatizza il comportamento degli ucraini a Treblinka:
    «Gli ucraini erano costantemente ubriachi e vendevano tutto quello che avevano potuto rubare nei campi per avere più soldi per l’acquavite [] Quando essi avevano rimpinzato lo stomaco ed erano ubriachi fradici, si mettevano in cerca di altre distrazioni. Sovente sceglievano le più belle ragazze ebree fra le donne nude che sfilavano, le trascinavano nelle loro baracche, le violentavano e le consegnavano infine alla camera a gas» (A. Donat, The Death Camp Treblinka, p. 165).
    Gli autori descrivono come i circa 800.000 cadaveri di Treblinka sono stati eliminati senza lasciare tracce. Citiamo per cominciare un passaggio del libro di Jean-Francois Steiner, Treblinka:

    «Biondo e magro, il viso dolce, l’aria distratta, egli arrivò un bel mattino, con la sua piccola valigia, davanti alle porte del regno della morte. Si chiamava Herbert Floss, era specializzato nella cremazione dei cadaveri. []
    Il primo rogo fu preparato l’indomani. Herbert Floss svelò il suo segreto: la composizione del rogo-tipo. Come spiegò, tutti i cadaveri non bruciano nello stesso modo, c’erano dei buoni cadaveri e dei cattivi cadaveri, dei cadaveri refrattari e dei cadaveri infiammabili. L’arte consisteva nel servirsi dei buoni cadaveri per consumare quelli cattivi. Secondo le sue ricerche – e, se le si giudica dai risultati, esse erano molto avanzate – i vecchi cadaveri bruciavano meglio di quelli nuovi, i grassi meglio di quelli magri, le donne meglio degli uomini e i bambini meno bene delle donne, ma meglio degli uomini. Se ne concluse che il cadavere ideale era un vecchio cadavere di donna grassa. Herbert Floss li fece mettere da parte, poi fece anche scegliere gli uomini e i bambini. Quando un migliaio di cadaveri fu così dissotterrato e scelto, si procedette al carico, il buon combustibile di sotto e il cattivo di sopra. Egli rifiutò i bidoni di benzina e si fece portare della legna. La sua dimostrazione doveva essere perfetta. La legna fu disposta sotto la griglia del rogo in piccoli focolari che sembravano dei falò. Il momento della verità era suonato. Gli si portò solennemente una scatola di fiammiferi, egli si sporse, accese il primo fuoco, poi gli altri, e, mentre il legno cominciava a bruciare, egli riunì col suo buffo sussiego il gruppo di ufficiali che attendevano poco distanti.
    Fiamme sempre più alte cominciarono a lambire i cadaveri, debolmente prima, poi con un impeto continuo come la fiamma di un saldatore. Ciascuno tratteneva il respiro, i tedeschi ansiosi ed impazienti, i prigionieri sconvolti, atterriti, terrorizzati. Solo Herbert Floss sembrava disteso, egli mormorava con aria distaccata, molto sicuro di sé: «Perfetto, perfetto». D’un tratto il rogo s’accese. Subito le fiamme si alzarono, liberando una nuvola di fumo, si diffuse un rombo profondo, i volti dei morti si torsero dal dolore e le carni scoppiarono. Lo spettacolo aveva qualcosa di infernale e le SS stesse restarono qualche istante pietrificate a contemplare il prodigio. Herbert Floss era raggiante. Quel rogo rendeva quel giorno il più bello della sua vita.
    Un tale avvenimento andava festeggiato degnamente. Si fecero portare dei tavoli che furono posti di fronte al rogo, ricoperti di bottiglie di liquore, di vino e birra.
    La giornata terminava, riflettendo le alte fiamme del rogo, il cielo si arrossava alla fine della pianura, dove il sole spariva in un incendio sfavillante.
    Ad un segno di «Lalka», i tappi saltarono. Cominciava una festa straordinaria. Il primo brindisi fu dedicato al Führer. I manovratori delle scavatrici erano saliti sulle loro macchine. Quando le SS alzarono i loro bicchieri gridando, le scavatrici sembrarono animarsi e lanciarono repentinamente il loro lungo braccio articolato verso il cielo, in un saluto hitleriano vibrante e scattante. Fu come un segnale: dieci volte gli uomini alzarono le loro braccia nel saluto hitleriano. Le macchine animate rendevano il saluto agli uomini-macchina e l’aria vibrava di grida di gloria al Führer. La festa durò fino a che il rogo fu interamente consumato. Dopo i brindisi vennero i canti, selvaggi e crudeli, canti di odio, canti di furore, canti di gloria alla Germania eterna []» (Jean-Francois Steiner, Treblinka, Arthème Fayard, 1966 pp. 332-335).

    Wassilij Grossmann descrive anche lui l’incredibile capacità pirotecnica dei nazisti in Die Hölle von Treblinka (Edizioni in lingua estera, Mosca, 1946, citato da Historische Tatsachen, n• 44).
    «Si lavorava giorno e notte. Persone che hanno partecipato alla cremazione dei cadaveri raccontano che questi forni sembravano dei giganteschi vulcani il cui orribile calore arrossava i volti degli operai, e che le fiamme raggiungevano da 8 a 10 metri di altezza []. A fine luglio il calore divenne soffocante. Quando si aprivano le fosse, il vapore bolliva come se uscisse da un gigantesco poiolo, L’orribile fetore ed il calore dei forni uccidevano le persone sfinite. Essi crollavano morti mentre si tiravano dietro i morti e cadevano sulle griglie dei forni.»
    Yankel Wiernik ci offre altri dettagli sorprendenti:
    «Si imbevevano i cadaveri di benzina. Questo dava luogo ad uno spreco notevole ed il risultato era insoddisfacente; i cadaveri degli uomini non riuscivano più a bruciare. Ogni volta che appariva un aereo in cielo tutto il lavoro si fermava ed i cadaveri venivano coperti con del fogliame per proteggerli dalla ricognizione aerea. Era uno spettacolo atroce, il più spaventoso che un occhio umano avesse mai visto. Quando si incinerivano i cadaveri di donne incinte, i loro ventri scoppiavano e si potevano vedere gli embrioni bruciare nei corpi delle madri [].
    I gangster si trattengono vicino alle ceneri e sono scossi da spasmi di riso. I loro visi raggiano di una gioia veramente diabolica. Essi brindano sul luogo con dell’acquavite e gli alcolici più scelti, mangiano, scherzano e si mettono a loro agio scaldandosi al fuoco» (A. Donat, The Death Camp Treblinka, pp. 170-171).
    Per superare facilmente la tensione che regnava a Treblinka, i tedeschi e gli ucraini cercavano la distensione nella musica. Ecco quello che racconta l’esperta di Olocausto Rachel Auerbach.

    «Per rendere più bella la monotonia degli assassinî i tedeschi fondarono a Treblinka un’orchestra ebrea []. Questa cosa permetteva il raggiungimento di due fini: per prima cosa i suoni coprivano le grida ed i gemiti delle persone spinte verso le camere a gas e per seconda si incaricava del divertimento della truppa del campo che era rappresentata da due nazioni melomani: i tedeschi e gli ucraini» (Donat, p. 4).
    Alexander Pechersky descrive in Die Revolte von Sobibor il modo in cui si svolgevano i massacri in questo campo.
    «A prima vista, si ha veramente l’impressione di entrare in una camera da bagno come le altre: rubinetti di acqua calda e fredda, vasche per lavarsi []. Appena le persone sono entrate, le porte si chiudono pesantemente. Una sostanza nera e pesante esce in volute dai buchi praticati nel plafone. []» (citato da Mattogno, Il mito dello sterminio ebraico).
    Secondo gli «storici» attuali, tuttavia, i 250.000 assassinî perpetrati a Sobibor non sono avvenuti per mezzo di una «sostanza nera e pesante», ma per mezzo del gas di scappamento.

    Dove sono i milioni che mancano?
    È all’americano d’origine tedesca Walter Sanning che si deve lo studio demografico di gran lunga più importante sul destino degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Nella sua opera innovatrice The Dissolution of Eastern European Jewry (IHR, Costa Mesa, 1983), Sanning procede come segue: egli si fonda quasi esclusivamente su fonti ebraiche anglo-americane e non accetta documenti tedeschi se non quando sia provato che sono emanati da fonti antinaziste. Noi riassumiamo qui brevemente le inchieste di Sanning sui paesi chiave che sono la Polonia e l’Unione Sovietica, coloro che fossero interessati ai dettagli e alle statistiche concernenti gli altri paesi possono procurarsi essi stessi il libro.
    Si parla spesso di 3,5 milioni di ebrei viventi in Polonia nel 1939. Si arriva a questa cifra prendendo per base, per gli anni posteriori al 1931 – data dell’ultimo censimento, che aveva contato 3,1 milioni di ebrei – un tasso di crescita massimo, non tenendo conto dell’emigrazione massiccia degli ebrei. Fra il 1931 e il 1939 centinaia di migliaia di ebrei sono emigrati per difficoltà economiche e per l’antisemitismo sempre più aggressivo dei polacchi. Lo stesso Istituto di storia contemporanea di Monaco valuta a circa 100.000 per anno gli emigranti ebrei degli anni Trenta. Ne consegue che nel 1939 non si possono trovare in Polonia più di 2,7 milioni di ebrei (2,633 milioni secondo Sanning).
    Una parte considerevole di questi ebrei viveva nei territori occupati dall’Unione Sovietica. Inoltre quando Hitler e Stalin si divisero la Polonia, centinaia di migliaia di ebrei fuggirono dall’Ovest verso l’Est. Non restò nella Polonia occidentale annessa dalla Germania e nella Polonia centrale, anch’essa passata sotto il controllo tedesco con il nome di «Governatorato Generale», che un milione di ebrei o poco più (800.000 secondo Sanning). Gli ebrei dimoranti in territorio sotto controllo tedesco furono concentrati nei ghetti e dovevano aspettarsi costantemente di essere costretti al lavoro obbligatorio, il loro destino era in ogni modo funesto, con o senza le camere a gas. Le epidemie e la fame hanno fatto decine di migliaia di vittime nei ghetti.
    Quando le truppe tedesche penetrarono in Unione Sovietica nel giugno 1941, la maggior parte degli ebrei – l’80 % secondo informazioni sovietiche ufficiali (per esempio, David Bergelson, presidente del comitato antifascista ebreo-sovietico) – furono evacuati e disseminati in tutto il territorio dell’immenso impero. Ciò accadde anche per gli ebrei polacchi passati sotto il controllo di Stalin dopo il 1939. Gli ebrei russi che vennero a trovarsi sotto la dominazione tedesca non erano più di 750.000. La guerra, i massacri dovuti alle Einsatzgruppen ed i pogrom scatenati dalla popolazione locale furono certamente sanguinosi, ma la grande maggioranza degli ebrei sopravvisse.
    A partire dal 1942 i tedeschi cominciarono ad inviare nelle regioni conquistate ad Est ebrei di tutti i paesi sotto il loro controllo. Questa era la «soluzione finale della questione ebraica». Gli ebrei trasferiti furono chiusi nei ghetti. Il destino di questi deportati è stato pochissimo studiato fin qui; poiché queste operazioni di deportazione contraddicevano il mito dell’Olocausto, i vincitori hanno distrutto o fatto sparire nel limbo delle biblioteche i documenti relativi (gli archivi del solo ministero tedesco degli Affari Esteri confiscati da funzionari americani rappresentavano circa 485 tonnellate di carta – vedere W. Shirer, The Rise and Fall of the Third Reich, New York, 1960, pp. IX, X – di cui solo una parte è stata finora pubblicata). Le «testimonianze dei sopravvissuti», dei deportati ritornati, venivano insabbiate poiché andavano contro la tesi della eliminazione degli ebrei europei nei campi di sterminio. Agli stessi sterminazionisti non resta altro che ammettere le deportazioni massicce degli ebrei verso la Russia; Gerald Reitlinger, per esempio, tratta il soggetto in modo relativamente dettagliato in The Final Solution (Ed. Valentine, Mitchel & Co., 1953). Il fatto che i nazisti avessero fatto passare masse di ebrei in prossimità di sei campi «di sterminio» funzionanti a pieno regime per inviarli in Russia e stabilirveli nel momento in cui essi avevano , sembra, deciso da lungo tempo la distruzione fisica integrale del giudaismo, costituisce tuttavia per gli sterminazionisti un fatto inspiegabile.
    Non si può stabilire in modo preciso il numero di questi deportati. L’esperto di statistica SS Richard Korherr giudica che nel marzo 1943 la cifra ammontasse a 1,873 milioni, ma bisogna dire che il rapporto Korherr non è assolutamente aff1dabile.
    Steffen Werner tratta del trasferimento degli ebrei in Bielorussia nel suo libro Die zweite babylonische Gefangenschaft (Grabert, 1992). Benché si debba leggerlo con prudenza, questo libro accumula indizi che tendono a mostrare che un numero molto elevato di ebrei fu inviato nella parte occidentale della Bielorussia e che essi vi restarono dopo la fine della guerra. Un grande numero di ebrei polacchi rifugiati o deportati in Unione Sovietica vi sono certamente restati volontariamente, perché essi avevano perduto in Polonia tutti i beni che possedevano e avrebbero dovuto ripartire da zero. Inoltre il governo sovietico seguiva ancora in quel momento una politica ostentatamente filo-semita, che non ebbe alcun cenno a cambiare se non poco prima della morte di Stalin.
    Sembrava quasi inverosimile che un numero notevole di ebrei dell’Europa occidentale e dell’Europa centrale siano restati volontariamente in Unione Sovietica. Sono stati trattenuti contro la loro volontà? Quanti hanno trovato la morte, quanti sono rientrati a casa loro o sono emigrati più lontano? Che cosa è avvenuto per esempio delle migliaia di ebrei olandesi che sono stati deportati in Bielorussia via Birkenau e Sobibor? Tutte queste domande restano senza risposta. È venuto il momento, dopo circa mezzo secolo dalla fine della guerra, di aprire gli archivi e di favorire la ricerca storica seria invece di processare ricercatori di valore come Faurisson, di vietare gli studi fondati sui principi della ricerca scientifica come il Rapporto Leuchter e di mettere all’indice un libro come Il Mito di Auschwitz di Stäglich.

    La dispersione
    Dopo la guerra centinaia di migliaia di ebrei sono emigrati in Palestina, negli Stati Uniti e in diversi altri paesi (esistono 70 comunità giudaiche sparse nel mondo, raggruppate in seno al Congresso mondiale ebraico). La descrizione di queste onde di emigrazione costituisce uno degli aspetti più interessanti del libro di Sanning.
    Sanning mostra attraverso quali vie fantastiche molti ebrei hanno raggiunto la loro nuova patria. Un certo numero si arenarono a Cipro o in Persia prima di arrivare alla loro vera destinazione; altri si attardarono in Marocco o in Tunisia. Tutte queste informazioni sono confermate da statistiche demografiche ufficiali e da citazioni estratte da opere di autori ebrei.
    Secondo i calcoli di Sanning le perdite ebraiche nei territori dell’Unione Sovietica occupata dai tedeschi ammontano a 130.000 e quelle negli stati europei a poco più di 300.000. Egli indica che il numero reale delle vittime potrebbe però essere sensibilmente inferiore o al contrario più elevato di qualche decine di migliaia. La seconda possibilità ci sembra di gran lunga la più verosimile. È certamente molto improbabile, anche se non del tutto escluso, tenuto conto del numero di fattori di incertezza, che le perdite umane [vale a dire per tutte le cause, gas ovviamente escluso] del popolo ebraico, nella sfera di influenza tedesca, siano ammontate a un milione circa ed è da questa cifra che partì il pioniere revisionista Rassinier, ex deportato antifascista.

    La cifra di sei milioni
    La cifra mitica di sei milioni di ebrei assassinati è apparsa fino dal 1942 nella propaganda sionista. Nahum Goldmann, futuro presidente del Congresso mondiale ebraico annunciava il 9 maggio 1942 che, di 8 milioni di ebrei che si trovavano in potere di Hitler, da 2 a 3 milioni solamente sopravvivevano (Martin Gilbert, Auschwitz und die Alliierten, C.H. Beck, 1982, p. 44). In seguito le statistiche demografiche sono state manipolate fino a che la cifra desiderata non fosse raggiunta, almeno approssimativamente. Per far questo gli storiografi conformisti procedono come segue:

    Per gran tempo, dell’enorme emigrazione dall’Europa anteguerra, non tengono conto altro che della Germania e dell’Austria.
    Ignorano l’emigrazione, tutt’altro che trascurabile, di ebrei durante la guerra.
    Si basano sui risultati dei primi censimenti del dopoguerra che datano 1946 o 1947 e sono dunque posteriori all’emigrazione di centinaia di migliaia di ebrei nei territori extraeuropei;
    Trascurano l’evacuazione massiccia, attestata da fonti sovietiche inconfutabili, di ebrei sovietici dopo l’entrata dei tedeschi in Unione Sovietica e passano sotto silenzio la fuga di gran parte degli ebrei polacchi verso l’Unione Sovietica.
    Tutti gli ebrei trasferiti in Russia dai tedeschi e rimasti colà sono dichiarati assassinati. Sono ugualmente considerati come vittime dell’Olocausto tutti gli ebrei morti nei campi di lavoro sovietici in seguito alle deportazioni staliniane e tutti i militari o i partigiani ebrei dei paesi in guerra contro l’Asse morti in combattimento.-
    Gli sterminazionisti non prendono in considerazione fattori come il tasso negativo di crescita demografica conseguente all’emigrazione massiccia e alla divisione delle famiglie.
    Esponiamo due esempi di metodi di lavoro degli sterminazionisti:
    Primo esempio: un ebreo polacco emigra in Francia negli anni Trenta come decine di migliaia di suoi correligionari. Egli viene qui arrestato nel 1942 ed inviato in un campo di concentramento. Secondo i calcoli dell’avvocato sionista Serge Klarsfeld, 75.721 ebrei residenti in Francia sono stati deportati durante l’occupazione tedesca. Più di due terzi di essi avevano passaporti stranieri, poiché Pétain vedeva di cattivo occhio la deportazione di cittadini francesi. Al fine di gonfiare al massimo il numero delle vittime Klarsfeld, nel suo Mémorial de la déportation des Juifs de France, considera morti tutti gli ebrei deportati che, fin dal 1945, non avessero dichiarato il loro ritorno al ministero degli ex combattenti. Però una tale dichiarazione non era per nulla obbligatoria. Ancora, molti degli scampati ebrei di nazionalità straniera sono emigrati immediatamente in Palestina, in America o altrove.
    Ammettiamo che l’ebreo menzionato nel nostro esempio sia emigrato in America del Sud dopo il suo ritorno da un campo di lavoro nel 1945. Egli figura due volte nelle statistiche dell’Olocausto: in primo luogo fa parte degli ebrei che vivevano ancora in Polonia nell’ultimo censimento del 1931, ma non vi era più dopo la guerra ed era per conseguenza stato gassato; in secondo luogo egli non ha dichiarato il suo ritorno in Francia al ministero degli ex combattenti prima della fine del dicembre 1945 ed è stato di conseguenza uno degli ebrei di Francia gassati. Egli, pur essendo vivo, risulta morto dunque due volte.

  • nettuno

    Segue: * * *
    Secondo esempio: una famiglia ebrea, chiamiamola Süssmann, viene arrestata dai nazisti nel 1942. Il marito viene inviato in un campo di lavoro, la moglie e i suoi due bambini sono invece mandati in un ghetto dove lei si crea una nuova comunità familiare. A guerra terminata la donna emigra in Israele con i suoi bambini e col nuovo partner, che lei sposa laggiù. Ella fa passare il suo primo marito come scomparso e questi entra nelle statistiche dell’Olocausto. In realtà, nel 1945 egli è emigrato negli Stati Uniti, dove ha fatto registrare il decesso della moglie e dei figli. Ma se qualcuno avesse in seguito l’idea di cercare negli Stati Uniti un certo Jakob Sussmann, non ci riuscirebbe perché Jakob Sussmann non esiste più. Un avviso di decesso apparso in Aufbau, giornale ebreo germanofono di New York, informa che «il 14 marzo 1982 è deceduto improvvisamente il nostro caro padre, padrigno e nonno James Sweetman (Süssmann) precedentemente Danzig […]».
    La rivista Historische Tatsachen (n• 52) dà altri esempi, estratti da Aufbau, di simili cambiamenti di nomi: Königsberger diviene King; Oppenheimer, Oppen; Malsch, Maier; Heilberg, Hilburn; Mohrenwitz, Moore; Gunzburger, Gunby. La famiglia Süssmann ha dunque fornito quattro nomi alle statistiche dell’Olocausto, benché tutti i suoi membri siano sopravvissuti alla guerra.

    La chiave della questione demografica si trova in Unione Sovietica
    Secondo il censimento del 1939, vivevano all’epoca in Unione Sovietica un po’ più di 3 milioni di ebrei. È giusto in quel momento, pur tenuto conto del tasso di natalità estremamente basso della minoranza ebraiche e di una tendenza crescente all’assimilazione, parlare ancora di un accrescimento naturale di questa categoria di popolazione. Il primo censimento del dopo guerra (1959) ha censito solo 2,267 milioni di ebrei sovietici, ma tutti i sionisti si accordarono nel dire che questa cifra non rispondeva assolutamente alla realtà; regnava già a quell’epoca in Unione Sovietica un clima antireligioso ostile alle minoranze nazionali e chiunque si professasse ebreo poteva attendersi delle noie. Inoltre, molti degli ebrei, in quanto buoni comunisti, si sentivano e si dichiaravano volontariamente russi, ucraini, etc., piuttosto che ebrei e ognuno poteva dare, al tempo dei censimenti sovietici, la nazionalità che riteneva essere la propria.
    Anche dopo l’inizio dell’emigrazione massiccia di ebrei sovietici verso Israele e gli Stati Uniti, che cominciò alla fine degli anni Sessanta, fonti ebraiche e israeliane stimavano in più di quattro milioni il numero degli ebrei sovietici, e il New York Post scriveva il 1•1990:
    «Si stimava che vivessero nell’Unione sovietica da 2 a 3 milioni di ebrei. Però, degli emissari israeliani che, grazie al miglioramento delle relazioni diplomatiche, possono recarsi liberamente nell’Unione sovietica, annunciano che il numero vero ammonta a più di 5 milioni.»
    Secondo fonti ufficiali, il numero degli emigrati che hanno lasciato l’Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta, ammontava a un milione circa. Ammettendo un leggero accrescimento di popolazione dovuto alla natalità, e pertanto che le cifre del New York Post siano esatte, avrebbero dovuto vivere in Unione Sovietica prima dell’inizio dell’onda di emigrazione quasi 6 milioni di ebrei – almeno 3 milioni «di troppo» dal punto di vista della statistica del 1959 – ciò prova che una grande parte degli ebrei polacchi che si pretendeva fossero stati gassati, come anche molti ebrei di altri paesi europei – della Romania e dei Balcani principalmente – siano stati ospitati e assorbiti dall’Unione Sovietica.
    Si avrà un’idea del modo col quale gli sterminazionisti utilizzano la matematica leggendo l’antologia pubblicata nel 1991 da Wolfgang Benz col titolo di Dimension des Völkermordes (Oldenburg, 1991), nella quale figura un contributo di certo Gert Robel. Secondo Robel, vi erano in Unione Sovietica, all’inizio della guerra tedesco-sovietica, più di 5 milioni di ebrei, il che corrisponde in larga misura al numero calcolato da Sanning. Robel pretende che 2,8 milioni di ebrei sovietici siano stati massacrati dai tedeschi.
    Il 12 % almeno della popolazione sovietica ha trovato la morte durante la guerra, principalmente a causa delle evacuazioni massicce ordinate da Stalin e della sua politica della terra bruciata. Non c’è nessuna ragione per ritenere la percentuale di vittime ebree della guerra fosse inferiore, dunque dei circa 2,2 milioni di ebrei che, secondo Robel, sono sopravvissuti ai massacri tedeschi, almeno 264.000 sono periti per cause legate alla guerra. Di conseguenza, se seguiamo Robel, non potevano esservi in Unione Sovietica nel 1941 che 1,9 milioni di ebrei al massimo – probabilmente molti meno. Come può essere accaduto che questo numero sia poi triplicato, tenuto conto del debole tasso di natalità degli ebrei sovietici e della loro tendenza all’assimilazione?

    Qualche caso celebre
    Molti casi particolari dimostrano che se gli eventi bellici in genere, le epidemie e le privazioni provocarono innumerevoli decessi nei campi di concentramento, non ci fu tuttavia uno sterminio sistematico.
    Dopo l’occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi, Primo Levi si unì ai partigiani. Fu fatto prigioniero ed inviato a lavorare ad Auschwitz. Malgrado fosse ebreo e partigiano, egli è sopravvissuto e ha scritto dopo la sua liberazione il libro Se questo è un uomo.
    L’ebreo austriaco e socialista di sinistra, Benedict Kautsky, avrebbe dovuto trovare cento volte la morte. Egli passò sette anni nei campi: Dachau, Buchenwald, Auschwitz e ancora Buchenwald. Egli ha scritto dopo la guerra la sua opera Teufel und Verdammte (Zurich, 1946). Sua madre ottuagenaria morì a Birkenau nel dicembre 1944. Imprigionare delle persone così anziane è un’infamia, ma non dimostra una volontà di sterminio. La signora Kautsky ricevette peraltro delle cure mediche; non è certo che in libertà avrebbe vissuto più a lungo nelle orribili condizioni dell’ultimo inverno di guerra.
    Otto Frank e le sue figlie Anne e Margot sono sopravvissuti ad Auschwitz. Anne e Margot furono trasferite a Belsen, dove morirono di tifo all’inizio dell’anno 1945. Otto Frank è morto in Svizzera in età avanzata.
    In Das jüdische Paradox (Europaische Verlagsantstalt, 1976, p. 263), Nahum Goldmann, che fu per parecchi anni presidente del Congresso mondiale ebraico, scrive questo:
    «Ma nel 1945 c’erano circa 600.000 ebrei sopravvissuti nei campi di concentramento che nessun paese voleva accogliere».
    Se i nazisti avessero voluto sterminare gli ebrei, come mai 600.000 di essi hanno potuto sopravvivere ai campi tedeschi? Fra la conferenza di Wannsee, nella quale si dice sia stato deciso lo sterminio, e la fine della guerra, i tedeschi avevano avuto tre anni e tre mesi per compiere la loro opera.
    Gettiamo un colpo d’occhio alla lunga lista dei nomi degli ebrei importanti che sono sopravvissuti ad Auschwitz o ad altri campi e prigioni tedeschi. Vi troviamo, fra molti altri:
    – Léon Blum, capo del governo del Fronte popolare della Francia di prima della guerra;
    – Simone Veil, che diverrà più tardi presidente del Parlamento europeo;
    – Henri Krasucki, che diverrà più tardi il numero 2 del sindacato francese CGT;
    -Marie-Claude Vaillant-Couturier, che diventerà più tardi membro del comitato centrale del partito comunista francese;
    – Gilbert Salomon attuale PDG di SOCOPA (alimenti e bestiame) e delle Macellerie Bernard;
    – Jozef Cyrankiewicz, che diverrà più tardi capo del governo polacco;
    – Dov Shilanski e Shevah Weiss, ex ed attuale presidente della Knesseth;
    -George Charpak, premio Nobel per la fisica 1992;
    – Roman Polanski, cineasta (Rosemary’s Baby);
    – Leo Baeck, considerato da molti come il più grande rabbino del secolo;
    – Jean Améry, filosofo;
    – Samuel Pisar, scrittore francese;
    – Eric Blumenfeld, uomo politico membro della CDU;
    – Ermann Axen, uomo politico, membro del SED;
    – Paul Celan, poeta («Der Tod ist ein Meister aus Deutschland»);
    – Simon Wiesenthal, il famoso «cacciatore dei nazisti»;
    – Ephraim Kishon, autore satirico;
    – Heinz Galinski e Ignatz Bubis, ex ed attuale presidente del Consiglio Centrale degli ebrei tedeschi;
    – Georges Wellers e Shmuel Krakowski, coautori dell’antologia Les Chambres
    à gaz, secret d’Etat (Ed. de Minuit, 1984);
    – Elie Wiesel.
    * * *
    Nel gennaio 1945, Elie Wiesel, detenuto ad Auschwitz, soffrì di un’infezione al piede. Cessò dunque di essere atto al lavoro. Fu ricoverato all’ospedale e subì una piccola operazione chirurgica.
    Nel frattempo l’Armata Russa si avvicinava. I detenuti furono informati che le persone in buona salute sarebbero state evacuate e che i malati avrebbero potuto restare, se lo avessero voluto. Elie e suo padre facevano parte dei malati. Cosa scelsero? Di restare e attendere i loro liberatori? No, si aggiunsero volontariamente ai tedeschi – a quei tedeschi che avevano, davanti agli occhi di Elie Wiesel, gettato dei bimbi nelle fiamme di una fossa e spinto degli ebrei adulti nel fuoco di un’altra fossa più grande, dove le vittime avevano «agonizzato per ore nelle fiamme», come si può leggere su La Nuit.
    Si insegna ai ragazzi delle scuole che l’obiettivo di Hitler era lo sterminio degli ebrei e che l’annientamento degli ebrei fu deciso il 20 gennaio 1942 alla conferenza di Wannsee. Se i professori di storia e i libri di storia avessero ragione, non sarebbero 600.000 gli ex-detenuti dei campi di concentramento sopravvissuti, ma 600 nel migliore dei casi. Non dimentichiamo che il Terzo Reich era uno Stato di polizia estremamente efficiente.
    Nella sua brillante esposizione sulle prospettive storiche della leggenda dell’Olocausto, Arthur Butz esprimeva il parere che gli storici futuri avrebbero rimproverato ai revisionisti la strana cecità che li aveva condotti a permettere agli alberi di nascondere la foresta. In altri termini, a forza di concentrarsi su dettagli, i revisionisti hanno trascurato questa evidenza: alla fine della guerra, gli ebrei erano sempre là.
    Ci se ne può convincere leggendo le notizie biografiche riportate qui di seguito e che Martin Gilbert dedica alle persone menzionate nel suo libro Auschwitz and the Allies. Gilbert cita le personalità ebree seguenti:
    -Sarah Cender, che fu deportata ad Auschwitz nel 1944 ed emigrò in America dopo la guerra
    – Wilhelm Fildermann, che sopravvisse alla guerra nella Romania fascista;
    – Arie Hassenberg, che fu inviato ad Auschwitz nel 1943 e fuggì nel gennaio 1945;
    -Erich Kulka, che sopravvisse a Dachau, Neuengamme ed Auschwitz, e mise per iscritto, nel 1975, le sue esperienze nei campi;
    -Shalom Lindenbaum, che «fuggì dalla colonna in marcia», dopo l’evacuazione di Auschwitz;
    -Czeslaw Mordowicz, che fuggi da Auschwitz nel maggio 1944 ed emigrò in Israele nel 1966;
    -Arnost Rosin, che fu detenuto ad Auschwitz dal 1942 al 1944 e che, nel 1968, divenne funzionario al servizio della comunità ebraica di Dusseldorf;
    -Katherina Singerova, che fu deportata ad Auschwitz nella primavera 1942 e divenne, dopo la guerra, direttrice del Fondo nazionale cecoslovacco a favore dei creatori artistici;
    -Dov Weissmandel, che fu inviato ad Auschwitz e che «scappò praticando un buco nel vagone con l’aiuto di una sega introdotta clandestinamente nel treno all’interno di una pagnotta»;
    -Alfred Wetzler, coautore del War Refugee Board Report e autore dell’opuscolo Auschwitz: Grab von vier Millionen Menschen, che fuggì da Auschwitz nel maggio 1944, in compagnia del famoso Rudolf Vrba, nato Rosemberg.

    Altri ebrei menzionati da Gilbert non furono deportati dai nazisti, ma scelti come interlocutori – fu il caso di Rudolf Kasztner – o utilizzati come spie – fu il caso di Andor Gross. Nella sua grossolana opera, Martin Gilbert non smette di parlare di gassazioni, ma non dà il nome di un solo ebreo gassato.

    Al contrario, come abbiamo appena visto, enumera una gran quantità di persone non gassate. I milioni di gassati sono, per riprendere un’espressione di Orwell, dei «non existing people», gente senza nome.
    L’articolo Dann bin ich weg über Nacht, apparso su Spiegel (n• 51/1992), evoca i seguenti ebrei:
    -Rachel Naor, 20 anni, il cui nonno è sopravvissuto ai «campi di sterminio dei nazisti»;
    -Ralph Giordano, che ha vissuto la guerra in Germania in libertà, pur essendo noto alla Gestapo;
    -Leo Baeck, che profetizzò, dopo la sua liberazione da Theresienstadt, che l’epoca degli ebrei di Germania era definitivamente terminata;
    -Yohanna Zarai, che è sopravvissuta al periodo nazista nel ghetto di Budapest;
    -Inge Deutschkron, che ha descritto, nella autobiografia Ich trug den gelben Stern, la sua giovinezza in Germania;
    -Theodor Goldstein, 80 anni, che i nazisti internarono nel campo di Wullheide.
    Dopo questo articolo, lo Spiegel pubblica un colloquio col presidente del consiglio della comunità ebrea tedesca, Ignatz Bubis, sopravvissuto dell’Olocausto, successore di Heinz Galinski, anche lui sopravvissuto dell’Olocausto.
    Certo, tutti questi sopravvissuti pretendono di essere «scampati per miracolo», ma si deve, razionalmente, osservare che i miracoli a catena non sono più miracoli. Lungi dall’essere testimoni chiave dell’Olocausto, tutte queste persone rappresentano la prova che non c’è stato Olocausto.
    Allorché, secondo Goldmann, 600.000 ebrei sono sopravvissuti ai campi di concentramento, è verosimile che da 200.000 a 300.000 ebrei siano morti in questi stessi campi, principalmente di malattia, ma anche di stenti durante gli ultimi caotici mesi della guerra. Come gli altri popoli d’Europa, il popolo ebreo ha vissuto una tragedia di portata storica, anche senza camere a gas.

    La riunione di famiglia degli Steinberg
    Lo State Time di Baton Rouge (Louisiana, Stati Uniti) del 24 novembre 1978 riporta quanto segue:
    «Los Angeles (Associated Press) – Un tempo gli Steinberg prosperavano in un piccolo villaggio ebraico della Polonia. Questo avveniva prima dei campi della morte di Hitler. Ecco che un vasto gruppo di più di duecento sopravvissuti e i loro discendenti sono qui riuniti per partecipare insieme a una celebrazione speciale di quattro giorni che è opportunamente iniziata il giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day). Alcuni congiunti sono arrivati giovedì dal Canada, dalla Francia, dall’lnghilterra, dall’Argentina, dalla Columbia, da Israele e da almeno tredici città degli Stati Uniti. “È miracoloso”, ha detto Iris Krasnow, di Chicago. “Qui ci sono cinque generazioni che vanno da tre mesi a ottantacinque anni. Le persone piangono di felicità e trascorrono momenti meravigliosi. È quasi come una riunione di rifugiati della Seconda Guerra Mondiale.” Sam Kloparda di Tel Aviv era stupito del grande albero genealogico posto nel salone dell’hotel Marriot dell’aeroporto internazionale di Los Angeles. Si erano assicurati l’aiuto di molti parenti, tra cui una nuora, Elaine Steinberg, per le loro ricerche dei membri di famiglia. [] Per la madre di Iris Krasnow, Hélène, che aveva abbandonato la Polonia per la Francia e poi per gli Stati Uniti, questo era un gioioso avvenimento. “Piango, dice, non posso credere che tante persone siano sopravvissute all’Olocausto. C’è tanta vita – un’altra generazione. È magnifico.” “Se Hitler lo sapesse, si rivolterebbe nella tomba” dice» (citato da Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique?, La Vieille Taupe, 1980, pp. 325-326).
    Fra le centinaia di parenti che gli Steinberg non sono riusciti a scoprire – essi avevano fatto pubblicare un annuncio – molti hanno certamente perduto la vita sotto la dominazione tedesca, altri, come quelli che sono stati ritrovati, sono disseminati in tutti i paesi del mondo occidentale, da Israele all’Argentina, passando per gli Stati Uniti. Altri, più numerosi, vivono nelle immense distese russe o vi sono deceduti di morte naturale.

    Anche 500.000 zingari?
    Al massacro di sei milioni di ebrei, gli sterminazionisti aggiungono il massacro di 500.000 zingari. È l’argomento che tratta Sebastian Haffner nel suo libro Anmerkungen zu Hitler:
    «A partire dal 1941, gli zingari dei territori occupati dell’Europa orientale furono sterminati tanto sistematicamente quanto gli ebrei che vi vivevano. Questo massacro [] non è stato affatto studiato nel dettaglio, nemmeno più tardi. Non se ne è parlato molto quando esso ha avuto luogo e anche oggi non se ne sa molto di più del semplice fatto che per l’appunto è avvenuto.» (Anmerkungen zu Hitler, Fischer Taschenbuch Verlag, 1981, p. 130).
    Non c’è nessuna prova, dunque, del massacro degli zingari, ma si sa tuttavia che esso ha avuto luogo! Nel numero 23 della rivista Historische Tatsachen, Udo Walendy si dedica ad uno studio approfondito del presunto massacro degli zingari. Il numero della rivista in questione, come tutta una serie di altri, è stato proibito dalla censura dello Stato tedesco, benché i censori si siano mostrati incapaci di scoprire la minima inesattezza nello studio di Walendy. – «Nessun libro ne attesta il martirio, nessuna monografia ne descrive la marcia verso le camere a gas e i commando di esecuzione del Terzo Reich» constata lo Spiegel n• 10/1979, avendo riscontrato l’assenza di ogni documento relativo all’assassinio di 500.000 zingari.

    L’opinione di Faurisson sulla questione dell’Olocausto
    A prima vista, sembrava incomprensibile che un sistema democratico difendesse, con l’aiuto della censura e del terrore, una leggenda così orrenda come quella della gassazione di milioni di innocenti. Sembra ancora più inconcepibile che coloro che si aggrappano col massimo accanimento a questo mito orripilante siano proprio coloro per i quali la fine della leggenda del secolo significherebbe la fine di un incubo: gli ebrei e i tedeschi.
    Se la leggenda è difesa con tutti i mezzi, è perché la vittoria della verità storica rappresenterebbe, per un numero enorme di persone immensamente potenti, una catastrofe incommensurabile e irreparabile.
    Robert Faurisson, che forse, più di ogni altro, ha contribuito a smascherare il mito (senza di lui il Rapporto Leuchter non avrebbe mai visto la luce), ha riassunto la sua tesi in una frase di 82 parole, esposta qui di seguito:
    «Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano un’unica menzogna storica, che ha permesso una gigantesca traffa politico-finanziaria, di cui i principali beneficiari sono lo Stato di Israele e il sionismo internazionale e di cui le principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi dirigenti, il popolo palestinese tutto intero, e le giovani generazioni ebree che la religione dell’Olocausto chiude sempre di più in un ghetto psicologico e morale.»

    La posta in gioco
    Dal 1952 la RFT ha pagato, secondo lo Spiegel n• 18/1982, 85,4 miliardi di marchi a Israele e alle organizzazioni sioniste così come a singoli ebrei. Una piccola parte di questa somma è andata ad ex prigionieri dei campi di concentramento. Nessuno contesta il fondamento morale di questi versamenti. Ma la maggior parte di questa somma è stata pagata come riparazione per le mitiche camere a gas ad uno Stato che non esisteva all’epoca dell’asserito genocidio. Nell’autobiografia, (Das jüdische Paradox, op. cit., p. 171), Nahum Goldmann scrive:
    «Senza le riparazioni tedesche che sono cominciate a giungere nel corso dei primi dieci anni di esistenza dello Stato, Israele non avrebbe che la metà delle sue infrastrutture attuali: tutti i treni in Israele sono tedeschi, le navi sono tedesche, così come l’elettricità, una grande parte dell’industria […] per non parlare delle pensioni versate ai sopravvissuti.»
    L’Olocausto costituisce inoltre per Israele un mezzo collaudato per assicurarsi l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Sono i palestinesi che fanno le spese di questa politica. Essi sono tra le principali vittime del mito dell’Olocausto. Molti di loro vivono miserabilmente da decenni in campi per rifugiati, espiando senza alcuna colpa la leggenda sionista delle camere a gas.
    Infine, tanto lo Stato di Israele che le organizzazioni sioniste internazionali si servono dell’Olocausto per mantenere permanentemente gli ebrei di tutti i paesi in uno stato di isteria e di psicosi di persecuzione che costituisce il miglior cemento fra di loro. A ben guardare, un solo legame unisce tutti gli ebrei del mondo, askenaziti e sefarditi, religiosi e atei, persone di destra e di sinistra: l’orribile trauma dell’Olocausto, la caparbia volontà di non essere mai più gli agnelli che vengono portati al macello. È così che l’Olocausto è diventato un succedaneo della religione al quale può credere anche l’ebreo più indifferente; è così che le inesistenti camere a gas di Auschwitz sono diventate le reliquie più sacre del mondo.
    Pertanto la ragione principale per la quale, dal punto di vista israeliano e sionista, la leggenda deve essere preservata a tutti i costi, resiste ancora. Il giorno in cui il mito sarà riconosciuto come tale, l’ora della verità suonerà in Israele e presso gli ebrei del mondo intero. Come i tedeschi, gli ebrei chiederanno ai loro dirigenti: «Perché ci avete mentito giorno dopo giorno?». La perdita di fiducia che subirà la classe politica israeliana ed ebraica – politici, rabbini, scrittori, giornalisti, storici – sarà irrimediabile. In queste condizioni, una terribile comunanza di destini unisce la classe dirigente israeliana e ebraica alla classe dirigente tedesca: tutte e due si sono cacciate in un ginepraio da cui non è più possibile uscire, e cercano disperatamente di rimandare con tutti i mezzi l’arrivo di quel giorno.

    Credere all’Olocausto è come credere alle streghe nel XX secolo
    Il mito dell’Olocausto è assurdo. È un’offesa ad ogni spirito riflessivo che consideri i fatti con obiettività. Non passa giorno che i giornali non ricordino un «sopravvissuto dell’Olocausto» – se i tedeschi avessero veramente voluto sterminare gli ebrei, non ne sarebbero restati molti nel maggio 1945.
    Gli «storici» ci raccontano che sono stati assassinati ad Auschwitz un milione di ebrei per mezzo dello Zyklon B, a Belzec e a Treblinka un totale di 1,4 milioni di ebrei per mezzo del gas di scappamento dei motori Diesel. Si sarebbero bruciati a cielo aperto una gran parte dei morti di Auschwitz e tutti quelli di Belzec, Treblinka, Chelmno e Sobibor senza lasciare traccia di ceneri o di ossa.
    Questo castello di menzogne sarebbe crollato immediatamente se, nel 1949, il primo governo della RFT avesse ordinato, con l’esborso di qualche migliaio di marchi, tre perizie: la prima ad uno specialista della lotta contro i parassiti che conoscesse le caratteristiche dello Zyklon B, la seconda ad un costruttore di motori Diesel, la terza ad uno specialista di cremazioni. Il primo esperto avrebbe dimostrato che le «testimonianze oculari» e le «confessioni dei colpevoli» concernenti i massacri a mezzo dello Zyklonerano in contraddizione con le leggi della chimica e della fisica; il secondo avrebbe dimostrato che i massacri con gas di scappamento dei motori Diesel, anche se teoricamente possibili con grandi difficoltà, erano impensabili in pratica, perché il motore a benzina normale è un’arma molto più eff1cace che non il motore Diesel; il terzo avrebbe affermato categoricamente che l’eliminazione di milioni di cadaveri all’aria aperta e senza che ne resti la minima traccia è materialmente impossibile. Tre perizie realizzate nel 1949 avrebbero risparmiato al mondo decenni di propaganda.
    Gli storici del futuro giungeranno sicuramente alla conclusione che la convinzione dell’Olocausto nel XX secolo equivale esattamente alla convinzione dell’esistenza delle streghe nel Medio Evo.
    Nel Medio Evo tutta l’Europa, compresi i suoi più grandi intelletti, credeva alle streghe. Le streghe, dimostrate colpevoli di relazioni carnali col diavolo, avevano sempre confessato le loro vergognose azioni. Si sapeva dalle loro confessioni che il pene di Satana era coperto di squame e che il suo sperma era ghiacciato. Dei ricercatori erano riusciti a stabilire, grazie a degli esperimenti scientifici, che parecchie streghe non abbandonavano il loro letto nella notte di Varpurga, nel momento in cui attraversavano l’aria a cavallo della loro scopa per andare ad accoppiarsi con il principe delle tenebre. In altri termini, non erano i corpi delle streghe che cavalcavano le scope, ma la loro seconda persona, la loro anima. Migliaia di eretici finirono sul rogo, come le streghe, per aver contratto patti col diavolo; il contenuto di questo patto era stato ricostruito con esattezza, grazie al lavoro minuzioso di tribunali perfettamente legali. Legioni di testimoni degni di fede confermavano queste constatazioni scientifiche sotto giuramento. I libri dedicati alle streghe, al diavolo, all’inferno ed alla stregoneria riempivano biblioteche intere.
    Nella nostra epoca, nel secolo di Einstein, della fissione nucleare e dei voli verso Saturno, dottori in legge, professori di storia, intellettuali specialisti di letteratura universale dalle conoscenze enciclopediche, editori di note riviste d’informazione, giornalisti di grido, professori di filosofia, teologi conservatori o modernisti e scrittori tedeschi candidati al premio Nobel, credono che 360.000 ebrei siano stati assassinati nella doccia di Majdanek per mezzo di palline di Zyklonintrodotte attraverso dei doccini nei quali si trasformavano senza indugio in un gas che, benché più leggero dell’aria, discendeva immediatamente a «tagliuzzare i polmoni» (E. Kogon). Essi credono che Joseph Mengele abbia personalmente gassato 400.000 ebrei con l’accompagnamento di melodie di Mozart. Essi credono che l’ucraino John Demjanjuk abbia fatto entrare a colpi di bastone nella camera a gas di Treblinka 800.000 ebrei ai quali aveva previamente tagliato le orecchie, per asfissiarli con i gas di scappamento del motore Diesel di un carro russo in demolizione. Essi credono che la camera a gas di Belzec potesse contenere 32 persone per metro quadrato. Essi credono che i commando speciali di Auschwitz entrassero in una camera a gas satura di acido cianidrico neanche una mezz’ora dopo la gassazione di 2.000 persone, non solamente senza maschera antigas, ma con la sigaretta in bocca, restandone indenni. Essi credono che si possano bruciare centinaia di migliaia di cadaveri senza che ne resti la minima traccia di ceneri o di ossa; che il grasso colasse dai cadaveri durante la cremazione e che le SS gettassero dei neonati in questo grasso bollente; che Rudolf Höss abbia visitato nel giugno 1941 il campo di Treblinka creato nel luglio 1942; che Simon Wiesenthal sia sopravvissuto a una dozzina di campi di sterminio senza essere sterminato in nessuno dei dodici campi; che si potesse seguire da una finestrella nella porta l’agonia di 2.000 persone chiuse in una camera a gas di 210 metri quadrati, come se le persone in piedi davanti alla finestrella non avessero impedito la vista all’osservatore. Essi credono che Hitler avesse ordinato all’inizio del 1942 lo sterminio totale degli ebrei e non sono minimamente scossi nelle loro convinzioni quando leggono nel libro di Nahum Goldmann che l’autore ha contato dopo la guerra 600.000 sopravvissuti ebrei al soggiorno nei campi di concentramento. Essi credono a tutte queste cose con un fanatismo religioso incondizionato e qualunque dubbio altri osi esternare diviene il peggior peccato che si possa commettere anche negli anni Novanta del nostro secolo. Tutto perché è provato da testimonianze degne di fede e dalle confessioni ottenute dai colpevoli in processi formalmente irreprensibili!
    I libri consacrati all’Olocausto riempiono biblioteche intere, legioni di autori e produttori traggono profitto dall’Olocausto; Claude Lanzmann è diventato una celebrità mondiale grazie al suo film Shoah, in cui descrive come 16 o 17 parrucchieri taglino i capelli di 70 donne nude in una camera a gas di 4 metri per 4; «storici» come Poliakov, Hilberg, Langbein, Jäckel, Friedländer, Scheffler, e Benz devono le loro lauree universitarie alle camere a gas, e in numerose scuole americane gli «Studi dell’Olocausto» sono materie obbligatorie allo stesso titolo della fisica o della geometria.
    Quando questa follia sarà cessata e l’umanità si risveglierà, noi proveremo una vergogna immensa, infinita, al pensiero che essa abbia potuto accettare una mistificazione di tale portata.

    Alcune semplici domande agli sterminazionisti
    Chiunque creda alla realtà dell’Olocausto e delle camere a gas, deve essere in grado di rispondere alle domande che seguono. Ponete queste domande agli storici, ai giornalisti e alle altre persone che difendono la tesi della storiografia ufficiale.
    1) Credete, poiché il comandante di Mauthausen Franz Ziereis l’ha confessato poco prima di morire, che da un milione a un milione e mezzo di persone siano state gassate nel castello di Hartheim presso Linz? Se sì, perché non lo crede più nessuno? Se no, perché credete voi dunque alla gassazione di un milione, un milione e mezzo di persone ad Auschwitz? Perché la confessione di Höss – di cui è provato che fu estorta sotto tortura e che riferiva di tre milioni di morti in un solo campo – dovrebbe essere più degna di fede di quella di Ziereis, di cui più nessuno parla da decenni?
    2)alle gassazioni di Dachau – delle quali un pannello attesta che non hanno mai avuto luogo – e di Buchenwald? Se sì, perché nessuno storico vi crede più da molto tempo? Se no, perché credete allora alle camere a gas di Auschwitz e di Treblinka? Quali prove dell’esistenza di queste camere a gas mancano nel caso delle camere a gas di Dachau e Buchenwald?
    3)che centinaia di migliaia di ebrei siano stati assassinati col vapore a Treblinka come si è preteso al processo di Norimberga nel dicembre 1945? Credete ai «mulini per uomini», nei quali milioni di ebrei sono stati uccisi con la corrente elettrica come lo crede Stefan Szende, dottore in filosofia? Credete che a Belzec 900.000 ebrei siano stati trasformati in sapone di marca RIF – Rein Judisches Fett [puro grasso ebraico] – come scrive Simon Wiesenthal? Credete alle fosse incandescenti del signor Elie Wiesel e ai vagoni con la calce viva del signor Jan Karski? Se sì, perché nessuno storico condivide più le vostre convinzioni su questi punti? Se no, perché credete dunque alle camere a gas? Perché rigettate un’assurdità per credere ad un’altra?
    4)spiegate che per un solo assassinio a colpi di pistola si debba produrre al processo una perizia sull’arma del crimine e sui proiettili, mentre per nessuno dei processi sui campi di concentramento una perizia dell’arma del reato è stata ordinata, quando erano in causa milioni di morti?
    5)una camera a gas nazista nella quale degli ebrei sono stati assassinati per mezzo dello Zyklon e spiegatene il funzionamento.
    6)l’esecuzione di un condannato a morte in una camera a gas americana, quest’ultima deve essere accuratamente ventilata prima che un medico, dotato di un grembiule di protezione, di una maschera antigas e di guanti, possa penetrarvi. Secondo la confessione di Höss e le testimonianze oculari, i commando speciali di Auschwitz entravano nelle camere a gas sature di acido cianidrico immediatamente o dopo una mezz’ora dalla gassazione di 200 prigionieri, non solamente senza maschera antigas, ma con la sigaretta in bocca e maneggiavano i cadaveri contaminati senza esserne danneggiati. Com’era possibile?
    7)un solo storico pretende che vi siano stati dei crematori nei due «campi di sterminio» menzionati sopra [Treblinka e Belzec], né a Sobibor né a Chelmno. Come hanno potuto i nazisti far sparire i cadaveri di 1,9 milioni di persone assassinate in questi quattro campi in modo tale che non ne sia rimasta la minima traccia?
    8)abbiamo bisogno di testimonianze né di confessioni per sapere che gli americani hanno lanciato bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. Come può avvenire che non si disponga di una qualunque prova, altro che di testimonianze e di confessioni per un genocidio che ha fatto milioni di vittime nelle camere a gas – non un solo documento, non cadaveri, non l’arma del crimine, niente?
    9)il nome di un solo ebreo gassato e fornitene la prova – una prova che possa essere accettata da un tribunale giudicante secondo i principi del diritto comune in un normale processo criminale apolitico. Una prova! Una prova soltanto!
    10)censimento dell’inizio del 1939 registrava in Unione Sovietica poco più di tre milioni di ebrei. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Paese ha perduto – almeno – il 12 % della sua popolazione e la percentuale di perdite ebree è stata certamente superiore. Il 1• luglio 1990, il New York Post, citando esperti israeliani, constatava che più di 5 milioni di ebrei vivevano ancora in Unione Sovietica quando l’emigrazione massiccia era in atto da molto tempo. Poiché una simile crescita naturale non è possibile, a causa di un tasso di natalità molto basso, ci sarebbero dovuti essere statisticamente circa 3 milioni di ebrei «di troppo» in questo Paese prima dell’inizio dell’onda di emigrazione degli anni Sessanta. Può questo stato di cose spiegarsi altrimenti che col fatto che una grande parte degli ebrei polacchi e molti ebrei di altri paesi siano stati assorbiti dall’Unione Sovietica?
    11)pronti a chiedere la sospensione delle misure giudiziarie dirette contro i revisionisti? Siete favorevoli al libero dibattito e all’apertura completa degli archivi? Sareste pronto a discutere pubblicamente con un revisionista? Se no, perché? Non avete fiducia nel valore delle vostre argomentazioni?
    12)vi fosse possibile accertare che le camere a gas non sono esistite, pensate che la scoperta dovrebbe essere tenuta nascosta o divulgata?

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  • Tonguessy

    Ci sono almeno due aspetti che vanno sottolineati. Il primo aspetto è relativo alla libertà di espressione e la necessità di verifiche/ricerche storiche. L’articolo ne parla in modo convincente ed esaustivo. L’altro aspetto è quello della sofferenza. Al di là di ogni evidente diritto a ricercare verità storiche esiste l’obbligo di considerare quanta sofferenza certe scelte politico-economiche (o imperialiste, chiamatele come volete) abbiano generato. Emblematico è l’episodio di Faurisson aggredito da discendenti di internati nei campi di concentramento nazisti. Una specie di guerra tra poveri, mentre mandanti e sicari se la spassano allegramente.
    Leggetevi questo documento
    http://financialservices.house.gov/banking/91499bn.htm
    Si dice che tutto l’olocausto non è stato altro che un barbaro metodo per aumentare il PIL tedesco, a tutto vantaggio della IG Farben. Giova ricordare che le fabbriche della Farben, benchè arcinote agli alleati, non furono mai bombardate (al contrario di Dresda) e che la medesima fu in seguito smembrata in Bayer, BASF e Hoechst, che riciclarono anche i vecchi gerarchi del precedente consiglio di amministrazione.
    http://www4.dr-rath-foundation.org/PHARMACEUTICAL_BUSINESS/history_of_the_pharmaceutical_industry.htm
    Anche gli svizzeri sono costretti ad ammettere la loro partecipazione poco “neutrale” ai giochi imperialistici della Germania nazista
    http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/europe/869789.stm
    Il DOLORE viene sempre messo in secondo piano dall’aspetto pragmatico dell’imperialismo che schiavizza e uccide senza porsi troppe domande. Concludendo: mi sta bene che ci siano persone che dedicano il loro tempo nello scovare quanti più bachi storici possibili, ma ho anche la sensazione che queste missioni lascino poco spazio alla valutazione delle vere cause ed effetti che riassumo in: PREDOMINIO ECONOMICO e DOLORE. E questo è un vero peccato.

  • nettuno

    Come giudichi l’Olocausto Armeno che al contrario viene negato dai turchi , alleati con gli Usa ( ora sta l’alleanza è un pò in crisi) ?

    e li minacciano di portare all’attenzione il genocidio se non fanno quello che Stati Uniti vogliono , in politica estera.
    http://digilander.libero.it/atticciati/storia/OlocaustoArmeno.htm
    http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno

  • Tonguessy

    Giudico SEMPRE il dolore come discriminante principale. Segue tutto il resto su cui possono poggiare tutte le migliori analisi. Quindi QUALSIASI dolore, sia esso armeno o curdo, palestinese o ebraico, cinese o tibetano. Ritornare alla dimensione umana e non più ideologica dovrebbe essere l’impegno di tutti noi. Ma purtroppo la gran parte dell’umanità preferisce altro.