QUAL IL LEGAME TRA LA CRISI BANCARIA E IL VULCANO ?

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DI GEORGE MONBIOT
guardian.co.uk

Facciamo affidamento, a livello globale, su sistemi ultra-complessi e sovraccaricati. Dobbiamo agire ora, oppure aspettare una brusca manovra correttiva da parte della natura.

L’uomo propone; la natura dispone. Raramente siamo più vulnerabili di quando ci sentiamo isolati. Il miracolo dei voli moderni ci ha protetto dalla gravità, dall’atmosfera, dalla cultura e dalla geografia. Ha fatto in modo che qualunque luogo sembrasse facilmente raggiungibile, intercambiabile. La natura si intromette, e noi affrontiamo – per molti di noi in maniera tragica – il significato di migliaia di kilometri di distanza. Ci rendiamo conto di non essere riusciti a sfuggire al mondo fisico, dopo tutto.

Le società complesse e interconnesse sono più resistenti di quelle semplici – ma con un limite. Durante le siccità registrate negli anni ’90 nell’Africa dell’est, ho visto in anteprima quello che gli antropologi e gli economisti avevano previsto da molto tempo: coloro che avevano il minor numero di partner commerciali furono colpiti più duramente. La connettività aveva fornito una sicurezza: maggiore era l’area geografica coperta, minore è stato l’impatto di una carestia locale.
Ma oltre un certo livello, la connettività diventa un pericolo. Più sono lunghe e complesse le linee di comunicazione e più diventiamo dipendenti dalla produzione e dagli affari che si fanno altrove, e quindi aumenta il potenziale di crisi. Questa è una delle lezioni che abbiamo imparato dalla crisi bancaria. Titolari di mutuo impoveriti negli Stati Uniti – il battito d’ali di farfalla oltre l’oceano Atlantico – ha fatto quasi fallire l’economia globale. Se il vulcano Eyjafjallajökull – certamente non un mostro – continua ad avere i conati di vomito potrebbe produrre, in questi tempi così fragili, più o meno gli stessi effetti.

Abbiamo molte altre vulnerabilità simili. La più catastrofica sarebbe un’inaspettata espulsione di massa coronale – una tempesta solare – che comporterebbe un’ondata di corrente continua lungo la nostra rete di corrente elettrica, distruggendo i trasformatori. Tale fenomeno potrebbe verificarsi in pochi secondi; il danno e il crollo finanziario avrebbero bisogno di anni per la ripresa, sempre che una ripresa fosse possibile. Diventeremmo rapidamente consapevoli della nostra dipendenza dall’elettricità: una risorsa di cui, come capita con l’ossigeno, ci accorgiamo solo quando viene a mancare.

Come viene fatto notare dal New Scientist, un evento del genere distruggerebbe gran parte dei sistemi che ci mantengono in vita. Neutralizzerebbe le reti di irrigazione e le centrali di pompaggio. Paralizzerebbe l’estrazione e la distribuzione del petrolio, cosa che farebbe immediatamente crollare le scorte di cibo. Colpirebbe gli ospedali, i sistemi finanziari e quasi tutti i tipi di imprese – anche i laboratori di candele artigianali e lampade ad olio. I generatori d’emergenza funzionerebbero soltanto fino a che non dovessero esaurire il carburante. I trasformatori distrutti non potrebbero essere riparati; li si dovrebbe sostituire. Nell’ultimo anno ho mandato numerose richieste di informazioni alle autorità che trasmettono e distribuiscono l’elettricità, chiedendo loro quali piani di emergenza avessero programmato, e se avessero fatto scorte di trasformatori per rimpiazzare quelli distrutti da una tempesta solare. Non ho ancora concluso le mie ricerche, ma i primi risultati suggeriscono che nulla di tutto questo sia stato fatto.

C’è un analoga mancanza di pianificazione in caso di calo improvviso delle scorte mondiali di petrolio. Gli scambi di informazione che ho avuto con il governo britannico rivelano che non sono stati programmati piani d’emergenza, sulla base della convinzione che tali eventi non possano accadere. Rimane ad ogni modo la questione dei barbuti mangiatori di lenticchie, come ad esempio il comando delle forze militari statunitensi. Il suo ultimo rapporto sui possibili conflitti futuri afferma che “una grave carenza energetica è inevitabile senza un massiccio aumento della produzione e di capacità di raffinazione”.

Suggerisce inoltre che “con il 2012, la capacità di produrre petrolio di scorta potrebbe scomparire del tutto, e non più tardi del 2015 il crollo della produttività potrebbe arrivare a 10mila barili al giorno”. Una carenza di produzione e raffinazione non è paragonabile al naturale andamento della produzione del petrolio [“peak oil” nel testo originale, sta per “picco del petrolio”, ovvero la teoria che modella l’andamento della produzione di petrolio e che prevede una netta diminuzione nei prossimi anni, ndt], ma il rapporto ammonisce riguardo al fatto che una necessità cronica incombe alle spalle della crisi imminente: anche considerando “lo scenario più ottimistico (…) la produzione di petrolio sarà messa alle strette dall’entità della domanda attesa”. Una carenza di petrolio a livello globale smaschererebbe le deboleze dei nostri complessi sistemi economici. Come ha mostrato l’antropologo Joseph Tainter, la dipendenza dal massiccio uso di energia è uno dei fattori che rende le società complesse vulnerabili al collasso.

Il suo lavoro ha permesso di ribaltare la vecchia assunzione che individuava nella complessità sociale la risposta all’eccedenza energetica. Lui, invece, ha proposto che fosse proprio la complessità ad aver portato ad una massiccia produzione di energia. Se da un lato la complessità risolve molto problemi – come il doversi affidare ad una scorta di cibo esclusivamente locale e quindi fragile – dall’altro è soggetta ad un rendimento calante. In casi estremi, il costo di mantenimento di tali sistemi causa il loro stesso collasso.

Tainter fa l’esempio dell’impero romano d’occidente. Nel terzo e quarto secolo A.C. gli imperatori Diocleziano e Costantino hanno tentato di ricostruire i loro territori degradati: “La strategia del tardo impero romano era di rispondere ad una sfida pressoché inevitabile nel terzo secolo, ovvero quella di aumentare le dimensioni, la complessità, il potere e la ricchezza (…) del governo e del suo esercito. (…) Il rapporto benefici/costi del governo imperiale calò. Alla fine l’impero romano d’occidente non poté più gestire il problema della sua stessa esistenza”. L’impero fu mandato in rovina dal sistema di tasse imposto alla forza lavoro da Diocleziano e Costantino per sostenere il loro monumentale sistema. Le invasioni e il collasso furono l’inevitabile risultato delle loro scelte.

L’autore contrappone questa soluzione alle strategie adottate dall’impero bizantino dal settimo secolo in poi. Indebolito dalla peste e dalle invasioni, il governo rispose con un programma di semplificazione sistematica. Anziché mantenere e sostenere economicamente il proprio esercito, garantì ai soldati l’assegnazione di terra in cambio di un servizio militare tramandato per via ereditaria: da quel momento in poi avrebbero dovuto provvedere al proprio mantenimento. Questa soluzione ridusse le dimensioni e la complessità dell’amministrazione e lasciò che le persone badassero a loro stesse. L’impero sopravvisse e si espanse.

Un processo simile sta avendo luogo oggi nel Regno Unito: il governo sta rispondendo alla crisi con manovre di semplificazione. Ma mentre il settore pubblico viene gradualmente ridotto, sia il governo che le imprese pubbliche tentano di aumentare le dimensioni e la complessità del resto dell’economia. Se la crisi finanziaria fosse l’unico problema che ci troviamo ad affrontare, questa potrebbe essere una strategia sensata. Ma i costi energetici, l’impatto ambientale e la vulnerabilità nei confronti dello sgretolamento della nostra società super specializzata hanno senza dubbio raggiunto un punto tale da superare in peso i benefici derivanti da un aumento di complessità.

Per la terza volta in due anni ci siamo resi conto che i voli aerei sono uno dei collegamenti più fragili del nostro sistema. Nel 2008 l’aumento del costo del carburante portò al fallimento svariate compagnie aeree. La recessione aggravò il danno; un evento come quello del vulcano potrebbe provocarne altri. Affamata d’energia, dipendente dalle condizioni metereologiche, facilmente danneggiabile, una grande compagnia aerea è uno dei settori più pesanti da sostenere per qualunque società, specialmente una che inizia ad affrontare una serie di crisi. Maggiore diventa la nostra dipendenza dai voli, più avremo possibilità di indebolirci.

Negli ultimi giorni le persone che vivevano lungo le traiettorie aeree hanno visto un’anticipazione del futuro, e gli è piaciuto. La situazione delle scorte mondiali di petrolio, i costi sociali ed ambientali dell’industria e la sua estrema vulnerabilità comportano che la quantità attuale di voli – stando alle stime di crescita anticipate dal governo – non possono essere sostenute per tempi indefiniti. Abbiamo una scelta. Possiamo cominciare a chiudere l’industria ora, mentre siamo ancora in tempo, e trovare altre soluzioni. Oppure possiamo sederci e aspettare che la natura semplifichi il sistema con mezzi ben più brutali.

George Monbiot
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/apr/19/act-wait-nature-simplify-system-brutally
19.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA NICHELLI

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