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PUO’ L’ ITALIA FARE LA FINE DELLA JUGOSLAVIA ?

DI MORENO PASQUINELLI
campoantimperialista.it/

Il leghismo, la casta e il destino dell’Italia come stato-nazione

Ha suscitato scalpore l’intervista di Enzo Bettiza al Corriere della sera del 26 aprile. Non solo e non tanto perché il prestigioso intellettuale di area liberal-conservatrice ha ammesso di aver votato per la Lega Nord, quanto per le ragioni di questo sostegno. Premesso che Bettiza vede nel leghismo, oramai messi da parte i riti celtici alle sorgenti del Po, un erede della “buona amministrazione asburgica”, ha confessato di non considerare disdicevole il commiato dall’Italia come stato unitario e la rinascita del Lombardo-Veneto come entità geopolitica a sé stante.
Tutto assurdo? Meno di quanto si pensi.
Quantomeno un campanello d’allarme per la casta politica romana (una casta che ha assunto da tempo tutte le caratteristiche della curia cardinalizia vaticana, decisa a conservare il monopolio nella scelta del clero politico, dal Papa fino ai vescovi delle diocesi) perché mostra che i “buzzurri” della Lega stanno facendo proseliti tra le élites culturali e intellettuali.Che il sopraggiungere della globalizzazione e del turbo-capitalismo abbiano minato alle fondamenta gli stati-nazione, questo lo si sapeva. Decisive prerogative vennero sottratte alla potestà degli stati per essere sequestrate da gruppi oligopolistici transnazionali che poterono infine porre gli stati sotto tutela grazie alla trasformazione delle élites politiche nazionali in loro comitati d’affari. La nascita dell’Unione europea, pur sorta per opporre agli oligopoli un contropotere di pari consistenza, ha tuttavia finito per rafforzare la tendenza sovranazionalista, togliendo agli stati-nazione ulteriori decisive prerogative per affidarle ai (renani) centri nevralgici di Francoforte, Bruxelles e Strasburgo. A questo va aggiunto che l’Italia si è presentata agli appuntamenti con la globalizzazione e l’Unione come stato-nazione-zoppo, visto che uscì dalla seconda guerra, al di là della retorica repubblicana e antifascista, col sigillo di uno stato a sovranità limitata, ovvero sottoposto al rispetto della giurisdizione imperiale nord-americana.

Non è il leghismo quindi che ha determinato la crisi dello stato-nazione italiano ma, al contrario quest’ultima che ha causato il leghismo. Non è forse vero che se l’Europa riuscisse a trasformarsi in una solida costruzione politica gli stati-nazione evaporerebbero? E in questo caso non sorgerebbero forse al loro posto delle macro-regioni proprio come certe frazioni “progressiste” del grande capitale teorizzavano agli inizi degli anni ’90?
C’è quindi una malcelata ipocrisia negli anatemi che la curia romana lancia contro il leghismo e la sua spinta anti-nazionale: si tratta dello stesso centro oligarchico di potere che ha cantato le sorti progressive della globalizzazione e che perorava e tutt’ora apertamente invoca la fondazione di un’Europa come definitiva unione statuale che rimpiazzi l’attuale sgangherata configurazione. Il dissidio tra la Lega Nord e la curia, non consiste dunque che gli uni vorrebbero sbarazzarsi dello stato-nazione mentre gli altri ne sarebbero indefessi paladini. Il dissidio, entrambi essendo interni all’orizzonte strategico europeista ed euro-atlantico, consiste solo in due differenti visioni dell’oltrepassamento.

Per essere più precisi il contrasto dipende da diverse considerazioni riguardo alla distribuzione dei costi e dei ricavi che l’unificazione europea implica (di qui le tensioni sul “federalismo fiscale”). Il capitalismo padano, di cui la Lega è oramai l’interfaccia politico, punta all’integrazione europea, da cui avrebbe teoricamente tutto da guadagnare non avesse la palla al piede del Mezzogiorno. L’orizzonte strategico padano-leghista è quello di agganciarsi alla motrice euro-renana come macro-regione fortemente autonomizzata da Roma. Una prospettiva che la curia romana potrebbe accettare ove ciò non implicasse la sua marginalizzazione, visto che il peso di Roma, privata di Milano, sarebbe prossimo al nulla o, se vogliamo, di poco superiore a quello di Atene o Lisbona.
Non fosse sopraggiunta questa crisi epocale del capitalismo occidentale, non sarebbe stato da escludere un compromesso, un accordo d’interesse tra la borghesia padana e la casta politica sacerdotale romana (di cui Fini si pone ormai come alto cardinale). C’è chi lo ritiene ancora possibile, ovvero ritiene probabile, visto il crepuscolo del berlusconismo, un nuovo salto della quaglia di Bossi e un accordo di reciproca convenienza con la curia. La qual cosa avrebbe una sua plausibilità, poiché non si vede perché la Lega dovrebbe impiccarsi per salvare Berlusconi rinunciando ad un accordo vantaggioso col centro-sinistra, il quale non vedrebbe l’ora di siglarlo.

In effetti, se facessimo finta per un attimo che la crisi economico-sistemica non ci fosse, e quindi la tendenza all’unificazione europea, pur tra alti e bassi, marciasse, la Lega avrebbe solo dei vantaggi a siglare un patto con la curia. La mossa di Fini cosa dimostra a Bossi? Che i cardinali, che non hanno mai digerito Berlusconi, ovvero che gli fosse sottratta la prerogativa di eleggere il Papa, stanno schierando le loro truppe per la battaglia finale per defenestrarlo. La curia, con alle spalle i grandi gruppi economici oligarchici, va infatti conformando un CLN, una Santa alleanza, nella quale appunto spera di agganciare la borghesia padana, quindi la lega.
Attenti dunque alla fronda finiana: la lotta per spezzare l’asse Berlusconi-Bossi, condotta apparentemente in nome di un italianismo anti-padano, è in realtà una lotta per far fuori il cavaliere e costringere la Lega ad un compromesso. Chi ritiene che non ci siano margini di accordo per un modello federale condiviso tra il blocco oligarchico e curiale di centro-sinistra e la borghesia padana si sbaglia di grosso. Il collegio cardinalizio, da Fini a D’Alema, conosce infatti molto bene i suoi “polli capitalisti padani” e sa che questi non rinuncerebbero ad un accordo vantaggioso e Bossi, che li conosce meglio di tutti, non avrebbe altra scelta che adeguarsi, cantando vittoria come gli si addice, magari pagando lo scotto di qualche fibrillazione interna.
Alla domanda di Maurizio Tropeano: “Presidente cosa vorrebbe mettere in risalto del dossier 150esimo?» Il Neoletto presidente della regione Piemonte Cota risponde: «Il federalismo che avevano in testa Cavour e Minghetti e che non è mai stato realizzato da allora. Mi piacerebbe mettere in evidenza quella parte del pensiero di Cavour, su cui solo oggi si stanno alzando i veli di un’interpretazione a senso unico, che parla di una gestione della macchina burocratica basata sul decentramento visto come strumento per eliminare le differenze. (…) La repubblica partigiana dell’Ossola è un messaggio più che attuale perché solo il federalismo può tenere unito questo stato». (LA STAMPA del 25 aprile)

Chi ha orecchie per intendere intenda. Non più secessionismo, e nemmeno il federalismo di Cattaneo, bensì quello… di Cavour. Con queste premesse anche gli ultimi seguaci del neoguelfismo cattolico (fatta salva l’eliminazione di Berlusconi) potrebbero trovare un accordo, ovvero un modello federativo che veda Roma, alleata di Milano, ben salda come capitale di uno Stato formalmente unitario. Bossi si riallaccia non a caso ad Alberto da Giussano, che fu, a difesa della supremazia milanese sul resto della Lombardia, combattente guelfo e filo-papalino. Si potrebbe risalire alla “Pataria” del secolo precedente e che ebbe Milano come epicentro. Movimento popolare ribelle che prese sì di mira la “canina stercora” dell’alto clero locale, i suoi privilegi, la sua corruzione ma, cattolico quant’altri mai, invocò e ottenne l’appoggio del Papa e di Roma, per poi diventare carburante prezioso alla grande riforma restauratrice e centralista gregoriana.

Ma… c’è un ma. La sopraggiunta crisi storico-sistemica del capitalismo occidentale, e anzitutto di quello europeo. Una crisi che mette in forse sia l’unificazione europea che la “dolce morte” degli stati nazione tutti. E’ sotto gli occhi di tutti che le forze centrifughe, a causa di questa crisi globale, sono oggi decisamente più forti di quelle centripete. Lo sconquasso finanziario e monetario mondiale, il molto probabile scoppio del bubbone greco e l’eventualità che con i “Piigs” tutta l’Eurozona venga travolta, ingarbugliano terribilmente le cose a tutti i protagonisti della scena italiana, Bossi compreso. Checché ne dica Tremonti-Pinocchio, il debito pubblico italiano continua a crescere e la possibilità che l’Italia venga da un giorno all’altro declassata da qualche agenzia di rating per essere poi aggredita dal capitalismo predatorio internazionale, diventa altamente probabile. E ove davvero la barca economica nazionale rischiasse di affondare, salterebbero non solo i disegni della curia romana, ma verrebbe interdetta alla Lega la possibilità di ottenere un accordo vantaggioso con un nuovo salto della quaglia a sinistra. Salterebbero perché a quel punto le forze sociali che stanno dietro alla Lega, precisamente il blocco corporativo che vede uniti padroni, operai e bottegai padani, sarebbe davvero tentato di compiere lo strappo, ovvero abbandonare la barca italiana in affondamento per salire sul vascello carolingio franco-tedesco (ammesso che questo resista al terremoto tenendo fermo l’Euro come moneta forte).

Nell’eventualità di una catastrofe nazionale lo scenario che evoca Bettiza, del risorgere di un’entità lombardo-veneta sarebbe tutt’altro che peregrina. Ma a quel punto nulla sarebbe indolore, un simile esito implicherebbe passare attraverso la porta stretta dello scontro civile, o di un conflitto che deciderebbe in modo cruento le sorti dell’Italia come stato unitario. Non diversamente, appunto, della Jugoslavia, dove certo i fattori di attrito tra le diverse nazionalità covavano da tempo, ma dove l’innesco della disgregazione fu rappresentato dalla profondissima crisi economica e dal peso di un debito estero e pubblico stellare che ogni repubblica cercava di scaricare sulle spalle degli altri. La Jugoslavia è stata cancellata e al suo posto abbiamo sì una serie di staterelli, ma con la Slovenia nell’Unione europea e la Croazia in procinto di entrarci, mentre le altre repubbliche sono sprofondate nel pantano balcanico.

Si spiega così perché il tatticista Bossi non abbia ancora mollato Berlusconi. Egli se lo tiene ancora stretto poiché gli è funzionale in entrambi i casi. E’ un’arma di ricatto per strappare il massimo risultato (federalismo fiscale) al tavolo negoziale con la curia. Ma potrebbe essere un alleato indispensabile ove la crisi, conoscendo una precipitazione, facesse saltare il tavolo della trattativa e spingesse il paese verso il redde rationem.

Moreno Pasquinelli
Fonte: www.campoantimperialista.it
Link: http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=981:puo-litalia-fare-la-fine-della-jugoslavia&catid=13:italia-cat&Itemid=21
28.04.2010

Pubblicato da Davide

  • stefanodandrea

    Che la crisi della Repubblica Italiana potesse risolversi con la soluzone jugoslava lo avevo già scritto circa un anno fa (cfr. la breve introduzione al Manifesto del Fronte Popolare Italiano: http://www.appelloalpopolo.it/?cat=12)
    La ragione di questa possibilità non è la lega, bensì la perdita di sovranità non soltanto verso l’alto, che hanno avuto (quasi) tutti gli altri stati (unione monetaria europea, per esempio), bensì anche verso il basso (il federalismo, che la Francia ha rifiutato persino alla Corsica). Questo, della perdita sia verso l’alto che verso il basso, è un fenomeno soltanto italiano
    Inoltre, l’Italia è stata depressa, perché ha riformato tutto: processo penale, sistema elettorale, distribuzione dei poteri fra stato e regioni, diritto fallimentare, diritto bancario, diritto societario, diritto del lavoro, università, sanità, enti territoriali. QUESTA è DEPRESSIONE (sia questo fenomeno che quello indicato nel capoverso precedente – la contemporanea perdita di sovranità verso il basso e verso l’alto – lo avevo messo in rilievo in Le riforme e la depressione di un popolo http://www.appelloalpopolo.it/?p=826).
    La depressione risulta dalla “STORIA LAGNOSA” dell’Italia, che ormai tutti narrano, come puri idioti, da destra e da sinistra (ciascuno dal proprio miserabile punto di vista). Anche questo è stato scritto: cfr. La storia lagnosa, la storia orgogliosa e la storia vera http://www.appelloalpopolo.it/?p=1504 ).
    Una responsabilità non certo minima la hanno coloro che “lottano per la difesa della costituzione”. Questo è un profilo dove sto ancora scrivendo ma il concetto è: come non sono laici, bensì ipocriti, coloro che ostentano indignazione e fastidio quando la Chiesa interviene in certe materie (aborto,
    e procreazione assistita, per esempio) ma non quando interviene in altre (guerra ed immigrati), allo stesso modo sono ipocriti e non difensori della costituzione, coloro che la invocano soltanto a tutela dei valori e principi in cui essi credono, trasformandola dalla concreta, reale, Costituzione della Repubblica Italiana, ossia dal fondamento giuridico della vita associata su questa terra chiamata italia, fondamento derivante dalla presa del potere che si ebbe da parte di talune forze dopo la seconda guerra mondiale, a vuota ed effimera enunciazione di valori, quasi fossero universali. Le colpe della sinistra, in questa materia, anche di quella comunista, sono enormi. Io con il mio sito e ora con l’impegno in Alternativa voglio cominciare a rimediare. E voi?

  • AlbertoConti

    La storia “vera” dell’Italia in questo momento è soprattutto la rappresentazione tutta italiana di una più grande storia mondiale che alcuni chiamano “grande crisi del capitalismo” o “scontro finale degli imperialismi” o molto più semplicemente “fine della festa”, dell’abbuffata sviluppista dei più forti a danno dei più deboli. Il guaio è proprio questo, che è verissimo che chi non ha storia non ha futuro, ma è altrettanto vero che siamo ad una svolta radicale obbligata dal drammatico e repentino fallimento di ogni futuro possibile nella continuità delle storie pregresse. Il lavorio delle vecchie politiche, da parte di tutti i giocatori, ha prodotto inversioni di significato in tutte le istituzioni che contano, a cominciare da quelle transnazionali e globali, ma senza risparmiare i livelli inferiori, fino alla base. Ora l’unica soluzione politica con qualche chance di successo nell’inversione di tendenza è il federalismo a tutti i livelli, ma il federalismo vero, non quello che la vecchia politica vorrebbe fagocitare con i vecchi metodi verticistici. Federalismo vuol dire forma di governo che apre gli occhi alla gente rendendola protagonista attiva delle decisioni organizzative, responsabile delle scelte che la riguardano nel proprio ambito territoriale e planetario, dell’agire in piccolo e pensare in grande. Se da un lato il livello culturale di massa è disarmante, dall’altro la pochezza delle classi politiche e dirigenti in senso lato è a dir poco criminale, con la differenza che il primo può solo migliorare, la seconda può solo peggiorare. Perciò la scelta democratica non è solo giusta, è obbligata, così come la falsa rappresentazione democratica dei partiti tutti è sempre più chiaramente funzionale alle vere oligarchie del denaro. La ricetta è Democrazia Rappresentativa + Democrazia Diretta. L’assenza della seconda componente falsifica qualunque risultato, come bossi dimostra nei fatti, al di là della barbarie formale che esprime.
    E’ chiaro che ormai l’Italia è allo stesso tempo eternamente incompiuta e irreversibile, ma non è di questo che si discuterà se e quando verrà travolta dalla crisi innescata dalla Grecia, fattore scatenante altro che “mutui subprime”!

  • stefanodandrea

    Federalismo ha sempre significato che più Stati si uniscono accogliendo una Costituzione unica nella quale da allora in poi trovano fondamento gli ordinamenti particolari che Federandosi hanno perduto la sovranità. Il federalismo unisce stati divisi.
    La vogliamo smettere di pensare di essere singolari e diversi da tutti gli altri? La vogliamo smettere di chiamare con il termine federalismo il fenomeno che è stato sempre chiamato “disgregazione” o “divisione”. Chi vuole che l’Italia si federalizzi con la Germania o la Francia è un federalista. Chi vuole che l’Italia si disgreghi in uno “stato federale” è un disgregatore e un divisore.
    Chi vuole il federalismo è contro la Ciostituzione ed è ipocrita (o ingenuo) se dice di volerla difendere.
    Tutte le opinioni, naturalmente, sono legittime. Ma evitiamo di diventare ipocriti come tutti coloro che si atteggiano a laici e poi non dicono una parola quando la Chiesa interviene in materia di guerra o di politica dell’immigrazione. Utilizziamo le parole nel significato che hanno.
    Il federalismo è come il processo accusatorio, come il sistema maggioritariuo, come la riforma del diritto fallimentare, come la riforma del diritto bancario, come l’autonomia universitaria, come l’attribuzione alle regioni del potere di gestire la sanità: è una coltellata allo stomaco data asd un ordine che era stato creato dai cosiddetti partiti dell’arco costituzionale, per generare il caos e distruggere l’Italia. Quante delle riforme che ho citato avete sostenuto in buona fede, salvo poi accorgervi che hanno avuto effetti distruttivi? Non continuate: L’ITALIA E’ STATA DISTRUTTA DALLE INNUMEREVOLI E TROPPE RIFORME, NON DALLE POCHE RIFORME. QUESTA ORMAI DOVREBBE ESSERE UNA VERITA’ LAPALISSIANA. E INVECE TROPPI ANCORA NON HANNO COMPRESO.

  • AlbertoConti

    Già, e chi le ha fatte queste “riforme” distruttive se non i cosiddetti partiti dell’arco costituzionale (e loro successive “evoluzioni”). Quanto al federalismo abbiamo l’esempio della confinante Svizzera, poco conosciuto quanto illuminante di quanto siamo trogloditici quanto a democrazia. L’idea di fondo è comunque molto ampia e basilare, poi ognuno la interpreta come vuole e soprattutto come può, perche non basta la buona forma di governo, bisogna meritarsela e riempirla di contenuto. Questa idea è quella di ottimizzare la struttura sociale ai vari livelli, riducendo i poteri verticistici in favore di quelli condivisi da ogni singolo individuo che compone la base. E’ ovvio che senza una robusta componente sociale del comune sentire parliamo d’aria fritta, e la tentazione dell’uomo forte, della guida illuminata, del grande leader trascinatore di folle sarà sempre preponderante. Per questo alla fin fine ogni società ha il governo che si merita, salvo schiaccianti condizionamenti dall’esterno, ma questa è un’altra storia.

  • Tao

    LA LEGA E I NUOVI SCENARI ITALIANI

    DI ANGELO SPEZIANO
    mirorenzaglia.org

    Maledetto il paese in cui i cittadini non mangiano lo stesso pane e non parlano la stessa lingua, disse una volta un filosofo. E condannato a non avere pace quel paese che non si riconosce nella stessa storia e nella stessa memoria. Sembra il ritratto dell’Italia odierna, dove tra Alto Adige e Calabria ci sono tante cose in comune quante ce ne sono tra la Svezia e il Marocco. Un organismo irrimediabilmente spaccato in due, dove un Nord-locomotiva dinamico e produttivo sta facendo una fatica sempre più ingrata per tirare avanti i torpidi vagoni centromeridionali. Proprio perché esporta all’estero, infatti, la crisi globale, dovuta al calo della domanda mondiale e a una moneta forte che rende le esportazioni poco competitive, colpisce il Nord molto più a fondo che il Sud.

    Il Centro-sud, invece, la cui economia lavora solo per il consumo interno, sente assai meno la competizione globale e soffre relativamente poco. Il risultato è che nel Nord che produce ricchezza la vita costa ogni giorno di più e si pagano sempre più tasse, mentre lo Stato centralizzato, con le sue caste burocratiche parassitarie e inamovibili, oltre a non produrre nulla si comporta come un padrone ottuso, che al lavoratore stacanovista taglia anche il nutrimento.

    Il risultato non s’è fatto attendere. Alla fine è accaduto ciò che era da aspettarsi, e sono arrivati i matamoros di Alberto da Giussano. Il loro chiodo fisso sulle prime è stata l’indipendenza da Roma “ladrona”. Il loro obbiettivo creare una “nazione padana” dai caratteri alquanto vaghi e indeterminati, ma che suppergiù doveva ridursi all’area occupata dal bacino idrografico del Po. Maniaci dell’autonomia dal governo centrale, appena vedevano un tricolore avevano la stessa reazione del toro davanti allo sventolare della muleta. Il loro simbolo, un drappo verde con un fiore a sei petali, verde pure lui. Il partito si chiama “Lega Nord”.

    All’inizio sembravano una banda di arruffapopoli, tronfi di demagogia a buon mercato, di pseudomitologie celtiche confuse con credenze paganeggianti raccattate tra il Monviso e le vallate della bergamasca. Ogni tanto si riunivano in una specie di parodia di parlamento fissato d’imperio ora qua ora la per la Valle Padana, preferibilmente tra Mantova e Vicenza. A Pontida si avventuravano in strampalate celebrazioni di antichi giuramenti declinati nelle cupe nebbie del medioevo, rinnovando i fasti indipendentisti della Lega Lombarda tra un tripudio di bandiere verdi e fiumi di vino. E poi quelle ridicole cerimonie con le ampolle d’acqua del Dio Po adorate come il sangue di San Gennaro. Sembrava la fumettistica saga di Asterix. A un certo punto un gruppo di sfigati soprannominati “I Serenissimi” tentarono addirittura una grottesca insurrezione alla polenta taragna, dando uno sconsiderato assalto al campanile di San Marco per piazzarvi una bandiera con tanto di leone. Naturalmente finirono rinchiusi nelle poco patrie galere.

    Il capo carismatico di questa combriccola di suonati si chiama Umberto Bossi, un oscuro tecnico di Cassano Magnago ribattezzato “il Senatùr”. Un rozzo populista che amava apparire in tv con una canottiera d’antan vantando la durezza degli attributi del suo schieramento. I suoi primi outing suscitarono un moto di sdegno nell’opinione pubblica. Bossi infatti venne più volte condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni pubblicamente offesa: «Quando vedo il tricolore m’incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Oppure, rivolto ad una signora che esponeva la patria bandiera, «Il tricolore lo metta al cesso, signora». Nonché di aver chiosato «Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che un magistrato dice che non posso avere la carta igienica tricolore». Insomma, un tipetto alquanto sulfureo, lontano dalle mezze misure e poco incline ai compromessi.

    Se ne accorse per sua sfortuna il De Mita dei tempi della Prima Repubblica, quando un giorno, in un talk show, il buon Ciriaco ebbe la ventura di lanciarsi in uno dei suoi strampalati “raggionamendi”. Dopo mezz’ora di sproloqui il leader leghista non ce la fece più a trattenersi e sbottò «Ma tàchete al tram…».

    Improvvisamente però, forse in seguito a un malore che per poco non lo ha spedito all’altro mondo o forse per la presa di coscienza dell’assoluta inconcludenza di una politica condotta a suon di offese, provocazioni e turpiloqui, l’Umberto e la sua truppa s’è improvvisamente, come dire, dato una “ripulita”. Il partito della Lega nord, infatti, da qualche tempo in qua ha acquisito insolite caratteristiche di serietà e pacatezza nel linguaggio e sobrietà nel comportamento, tali da fargli guadagnare fior di consensi anche ben al di fuori della ridotta padana.

    Per prima cosa è stata messa da parte ogni mena secessionista, e la dirigenza ha saggiamente deciso di non agitare più la minaccia [non è proprio così: in un’intervista recente a El Pais, Bossi ha rilanciato la parola d’ordine secessionista, ndr. LEGGI QUI ]. Ora il Carroccio sa per esperienza che non deve suscitare allarme nell’opinione pubblica e cerca invece l’accordo con i caporioni meridionali per giungere almeno al più ragionevole e soft federalismo fiscale. In ciò, Bossi è aiutato anche dall’autonomismo siciliano, che, data la situazione in cui è sprofondata l’isola, non potrebbe apparire più ridicolo. All’Ars infatti c’è un governatore fervente “autonomista”. Ma si tratta di un autonomismo da operetta, del tipo «La Sicilia è nostra e ce la gestiamo ( leggi: divoriamo) noi». Che però, all’ennesima frana con vittime e devastazioni varie, diventa subito la solita lamentela: «Lo Stato ci deve aiutare».

    L’elemento principe di tanto successo leghista, però, oltre al look rinnovato e alla “presentabilità”, è stata anche l’abile condotta governativa del ministro dell’Interno. E’ proprio grazie alla tenacia di Maroni, infatti, se si è riusciti a strappare al satrapo di Libia un accordo sui respingimenti di extracomunitari. I risultati del patto si sono rivelati stupefacenti. Il fiume d’immigrati che fino a poco tempo addietro dava l’assalto alle nostre coste riversandosi nell’ “eden” padano s’è ridotto a un misero rivolo di poche decine appena di persone. Nessuno prima c’era mai riuscito. Inoltre, l’incremento nella lotta alla malavita e a favore dell’ordine pubblico e la messa in sicurezza delle nostre città hanno fatto il resto. Alle ultime elezioni regionali, infatti, la Lega Nord ha fatto il pieno di consensi, strappando il Piemonte alla sinistra e riuscendo a governare, con la riconferma del Veneto, in due delle regioni più importanti della Val Padana. Il carroccio ha guadagnato fior di consensi perfino nella rossa Emilia Romagna e in Toscana, mandando in fibrillazione il Pdl che con la minacciata fronda dei finiani ora è una pentola in ebollizione.

    E’ stato proprio lo tsunami bossiano infatti a preoccupare l’ex leader di An. Per la prima volta, le maggiori regioni del Nord sono sotto guida leghista (in Lombardia insieme al Pdl) e quindi in piena contiguità territoriale. Esse rappresentano un blocco geograficamente unito, economicamente potente, nevralgico crocevia d’infrastrutture stradali e ferroviarie d’interesse comune, con comuni interessi e con governatori che hanno le stesse idee sullo sviluppo. Gli amministratori leghisti inoltre sono in stretta sintonia con le esigenze della cittadinanza, mentre le burocrazie locali ascoltano i bisogni delle imprese e cercano di soddisfarli. L’esatto opposto di quello che accade nel Sud.

    Insomma: Piemonte, Lombardia e Veneto sono già, in fieri, uno Stato coi fiocchi, e, contrariamente al Sud, uno Stato prospero, di livello europeo per produttività ed efficienza, in grado di competere con la Baviera, la Svizzera o l’Austria, che fanno corona alla “Padania”. Un irresistibile magnete d’attrazione anche per la limitrofa Emilia-Romagna, ancora temporaneamente rossa, che converge anch’essa verso quel polo per interessi e aspirazioni.

    Il fatto è che la Lega Nord è solo una lucina accesa sul cruscotto dell’automobile-Italia a segnalare che nell’ingranaggio nazionale c’è qualcosa che non va più per il verso giusto. Non è certo sopprimendo l’allarme del malessere nordista che il Bel Paese si rimetterebbe all’improvviso a correre come un bolide. E’ da ingenui pensarlo. Una volta spazzata via la spia-Lega il motore-Italia fonderebbe definitivamente, condannandoci alla guerra civile. La divisione fra Nord produttivo e Sud parassitario infatti non s’è creata ad opera del Carroccio, ma al contrario, si tratta del deleterio risultato di decenni di malamministrazione democomunista che ora rischiano di presentarci un salatissimo conto. Questa penalizzante zavorra improduttiva infatti ha scavato un vero solco delle reciproche mentalità, di cui l’accusa di “xenofobia” è solo uno degli “effetti collaterali”.

    Ma il Nord è tutt’altro che xenofobo. Nonostante le strida parolaie dei nemici di ogni cambiamento, è comprovato che il Nord, nei fatti, integra gli immigrati assai meglio del meridione, come hanno mostrato i pogrom di Castelvolturno e della Calabria. Ma il dramma è che il Nord e il Sud si capiscono sempre meno. Anche perchè il Nord si confronta con l’Europa e il mondo avanzato e il Sud, purtroppo, no. Il meridione si chiude ogni giorno di più nel suo provincialismo, in un insieme di furberie e abusivismi che confluiscono in una sorta di autolesionismo rassegnato e distruttivo, con politici incapaci e corrotti che commerciano i voti degli elettori con l’aiuto delle mafie locali.

    Insomma, il Nord non tollererà più a lungo di essere danneggiato dal pressappochismo meridionale. Tantomeno in tempi di marcata recessione come questi che stiamo attraversando, caratterizzati da una profonda deflazione e dalla necessità di deflazionare ancor di più. Una congiuntura provocata  dall’euro forte. E si sa che quando non si può svalutare la moneta, si deve svalutare almeno il costo del lavoro. Questa situazione rende ancora più evidente l’assurdità dei sacrifici che si chiedono al settentrionale: lavorare di più e guadagnare di meno, per essere più competitivi. Ma il Sud intanto a rendersi competitivo e a darsi una mossa non ci pensa proprio.

    A questo punto, se l’andazzo continuerà ad essere quello di sempre, risulterà irrilevante delineare per il nostro settentrione un futuro “alla belga” o alla catalana o alla scozzese. Altro che federalismo o autonomie varie. I casi dei paesi Baschi, della Corsica e dell’Irlanda del nord lo dimostrano. Il rischio che si prospetta per la nostra patria è, nella migliore delle ipotesi, quello di un “divorzio consensuale” alla cecoslovacca. Nella peggiore, invece, uno scenario jugoslavo. Ricordate la fine della federazione jugoslava?

    Iniziò dapprima timidamente, con la secessione della ricca Slovenia insofferente dell’abbraccio con la depressa Serbia. Quindi, con un perverso effetto domino, si passò allo scontro diretto, analogo al primo ma ben più cruento, della Serbia contro la Croazia. E finì in un bagno di sangue. Poi, si arrivò addirittura alla frantumazione della Bosnia in due aree d’influenza, con la Bosnia serba lanciata all’assalto della Bosnia croata. Quindi è stata una mattanza generale, un baratro senza più né capo né coda, con bosniaci, serbi, croati e kossovari, macedoni e montenegrini a sbudellarsi senza ritegno l’un con l’altro.

    Anche il Caucaso potrebbe profilarsi come possibile scenario per un’Italia che continuasse spensieratamente a procedere a doppia velocità. Ora bisogna chiederci: vogliamo davvero progredire tutti insieme appassionatamente e per sempre? Bene. Allora dobbiamo rassegnarci a contribuire tutti in misura equa a tirare avanti la carretta. Ma per far questo occorrono riforme serie. Riforme che solo il Pdl può – e deve – realizzare. Se qualcuno la smettesse di remare contro.

    Angelo Spaziano
    Fonte: http://www.mirorenzaglia.org
    Link: http://www.mirorenzaglia.org/?p=13442
    26.04.2010

  • AlbertoConti

    Da Paolo Bonacchi:

    la Lega accetta l’idea che lo stato sia costituito da un centro di POTERE posto sopra ai Cittadini (stato onnipotente e sovrano) fondato su PRINCIPI e VALORI;
    per il Federalismo lo stato è un sistema di GARANZIA della libertà e della sovranità dei Cittadini a qualunque livello dello stato, sui FATTI e BISOGNI.

    La Lega, esattamente come tutti gli altri partiti di regime, accetta l’idea che con la crocetta posta sulla scheda elettorale preparata dalle segreterie dei partiti il Cittadino ceda ai rappresentanti tutta la sovranità che gli appartiene per Diritto naturale;
    per il Federalismo la quantità di potere e di sovranità cui ogni avente diritto al voto rinuncia con la scelta dei rappresentanti è sempre inferiore a quella che riserva per sé.

    Per la Lega e per i partiti di regime i Cittadini sudditi sono chiamati a pagare le imposte e le tasse (oggi abbiamo oltrepassato il 75% di quanto producono), decise dai rappresentanti senza responsabilità diretta;
    per il Federalismo le tasse, le imposte ed i balzelli pagati dai Cittadini sovrani non possono essere superiori a quanto ricevono complessivamente dallo stato, dalla regione, dalla Provincia e dal Comune sotto forma di benefici e servizi e sono controllate direttamente dai Cittadini sovrani con i Referendum legislativi.

    Per la Lega (come per gli altri partiti di regime) lo stato ha il diritto di espropriare i Cittadini imponendo loro con la forza di pagare le tasse e le imposte decise dai loro rappresentanti;
    per il Federalismo i Cittadini, in quanto sovrani, possono abrogare leggi esistenti sulle tasse e sulle imposte o possono cambiarle o deliberarne di nuove se lo ritengono vantaggioso e necessario per il bene di tutti.

    Per la Lega i Cittadini possono continuare ad essere sudditi della monarchia partitocratica insediata in parlamento;
    per il Federalismo ogni Cittadino sovrano deve conservare tutta la propria libertà, sovranità ed iniziativa meno la parte relativa all’oggetto specifico per il quale il “contratto politico” (riferito ai FATTI specifici e LIMITATI della vita sociale) è stipulato e per la quale si chiede la garanzia allo Stato federale.

    La Lega accetta e condivide il centralismo statale e regionale;
    il Federalismo nega ogni tipo di potere centralista e suddivide il potere dello stato fra i suoi organi ai vari livelli istituzionali in relazione alle competenze specifiche loro attribuite e sotto il controllo diretto dei Cittadini sovrani.

    La Lega accetta il presidenzialismo con ampi poteri;
    il vero Federalismo predilige un Direttorio formato da pochissime persone SAGGE con poteri decisionali limitati, esclusivi e ben definiti.

    La Lega condivide il principio che le competenze fra gli organi possano continuare ad essere concorrenti e sovrapposte fra gli organi ai vari livelli dello stato;
    il Federalismo prevede che le competenze di ogni organo dello stato a qualsiasi livello siano rigidamente divise e fortemente separate.

    La Lega condivide l’idea di “stato unitario sovrano”.
    il Federalismo pone la “sovranità” dello stato e dei suoi organi territoriali unicamente nelle persone, negli individui responsabili, nel popolo.

    La Lega riferendosi al Federalismo non ha mai parlato di “Contratto politico”;
    il vero Federalismo è “la Teoria dello stato contrattuale”, in quanto “Contratto politico” è sinonimo di FEDERAZIONE. Sulla base di tale “contratto”, stipulato in merito a FATTI certi e limitati, viene definito il RUOLO che lo Stato deve avere nei confronti della vita di ognuno, e la LEGGE che regola i rapporti sociali, in base alla volontà dei Cittadini delle singole COMUNITA’.

    La Lega non ha mai parlato e non conosce la differenza fra “contratto politico bilaterale” (che deve avere un “nesso di reciprocità”) commutativo, e quello aleatorio;
    per il Federalismo il contratto politico o di federazione deve essere bilaterale e commutativo (minimo rischio e massima garanzia di esecuzione per i contraenti che sono i Cittadini, come nella vicina Svizzera) e che il rapporto che unisce i Cittadini e forma lo stato non può essere aleatorio (minima garanzia di esecuzione e massimo rischio, come è attualmente in Italia).

    La Lega ha ormai accettato l’assoluto dell’art 5° della Costituzione sull’unità per cui l’Italia è una e indivisibile;
    per il Federalismo lo stato è sempre una “scelta” condivisa dalla maggioranza responsabile che vota un “contratto di unione” fra diverse entità territoriali, basato sui reciproci interessi e che lascia ognuno padrone a casa propria.

    La Lega approva e condivide la “rappresentanza integrale” difesa dal grande capitale, dalle banche del “signoraggio” e dalla partitocrazia;
    il vero federalismo prevede che Democrazia diretta e Democrazia rappresentativa siano equilibrate mediante i Referendum popolari di iniziativa e di revisione delle leggi, senza l’antidemocratico Quorum che non rispetta il principio di Sovranità degli individui (popolo).

    La Lega non accetta i Referendum di iniziativa popolare deliberativi a livello comunale e di conseguenza non li ha mai introdotti negli Statuti dei Comuni, delle Province e delle Regioni dove è in maggioranza;
    il Federalismo ritiene che i Referendum deliberativi (Comuni e Province) e legislativi (Regione e Stato) di iniziativa popolare senza quorum siano il cardine della Democrazia e della Legge e che la modifica degli Statuti comunali con l’introduzione dell’istituto del Referendum deliberativo sia il primo passo verso il vero federalismo che parte dal basso, dai Cittadini.

    La Lega vuole calare il federalismo dall’alto secondo le direttive di chi lo ha sempre usato unicamente come “piede di porco” per aprire le stanze del potere personale o di gruppo (casta interna al partito);
    il Federalismo può nascere solo spontaneamente dal basso, dalle persone “associate” in Comunità e stato.

    La Lega identifica il “federalismo fiscale” col Federalismo;
    il vero Federalismo prevede che il federalismo fiscale sia la conseguenza di una struttura federale dello stato già in atto e che non sia possibile introdurlo in un sistema accentrato (l’Italia di oggi).

    La Lega ritiene che il “federalismo fiscale” porterà vantaggi ad ogni cittadino;
    per il Federalismo si tratta di una miscela tossica fra due diverse concezioni contrapposte ed antitetiche dello stato che possono sommariamente essere riassunte in Stato moderno sovrano (quello esistente) e Stato contrattuale o federale in cui “sovrano” è il Cittadino. Nelle attuali condizioni appare verosimile che il federalismo fiscale porterà prima ad uno scontro sociale e poi al fallimento dello Stato.

    La Lega, come tutti i partiti di regime, intende la sussidiarietà come principio gerarchico fra organi dello stato partendo dal vertice, ovvero dal “centro”;
    il Federalismo afferma che la sussidiarietà è sinonimo di Democrazia diretta e di Sovranità popolare e che l’individuo e la famiglia, e non la gerarchia verticista, siano il cardine della Comunità e dello stato.

    La Lega approva il principio che la legge, fatta dai partiti per i partiti, sia legittimata dal presidente della Repubblica;
    il Federalismo prevede che la Legge possa essere sempre legittimata, fatta, abrogata o modificata dagli aventi diritto al voto con lo strumento del Referendum legislativo di iniziativa popolare senza Quorum.

    La Lega ha mostrato di ritenere che gli unici Referendum possibili siano quello abrogativo, quello consultivo e quello propositivo, in linea con i partiti centralisti ed antidemocratici;
    per il Federalismo tutti e tre referendum sono TRUFFE di Democrazia in quanto lasciano sempre l’ultima parola agli eletti nelle istituzioni.

    La Lega vuole mantenere le Regioni, le Province ed i Comuni;
    per il Federalismo si dovrebbe chiedere l’abolizione delle Regioni ed il mantenimento delle Province in quanto enti territoriali più vicini ai Cittadini e pertanto più facilmente controllabili dagli stessi.

  • mystes

    L’Italia farà una fine anche peggiore, perchè l’Italia non è la Jugoslavia. Occorre mobilitarsi subito, prima che sia troppo tardi. Cosa si aspetta, che la prima agenzia di rating del c…, dietro la quale come tutti sanno si annidano gli avvoltoi dei popoli, declassi anche l’Italia e la getti sotto gli artigli degli usurai pronti a sbranarla? Ma cosa si aspetta, perdio, a dire basta ed a restituire sovranità politica e monetaria a questo infelice paese che soffre da alemo mezzo secolo sotto il gioco di poteri ostili?

  • AlbertoConti

    Riforme che solo il Pdl può – e deve – realizzare? E quando, dopo aver messo in sicurezza il suo capo a tutti i costi? Cioè dopo aver trasformato il paese in una spelonca di criminali mafiosi? Dire grotteschi è dir poco!

  • Ricky

    Quello che P.Bonacchi chiama Federalismo si puó anche chiamare “Tutto ció che una Vera Democrazia dovrebbe essere ma il capitalismo non ha mai permesso”.
    Chiamiamola come ci pare, Democrazia Partecipativa, Diretta, Federalismo, la sostanza é: togliere il potere ai pochi per darlo ai molti, per il bene di tutti.
    Finché non capiremo che é questo il punto centrale e che il vero nemico non é Berlusconi o Bossi, non sta a Roma, ma a Bruxelles, Londra, Francoforte e Washington, purtroppo gli scenari ‘balcanici’ disegnati nell’articolo si avvereranno.

  • Ricky

    Quello che P.Bonacchi chiama Federalismo si puó anche chiamare “Tutto ció che una Vera Democrazia dovrebbe essere ma il capitalismo non ha mai permesso”.
    Chiamiamola come ci pare, Democrazia Partecipativa, Diretta, Federalismo, la sostanza é: “togliere il potere ai pochi per darlo ai molti, per il bene di tutti”.
    Finché non capiremo che é questo il punto centrale e che il vero nemico non é Berlusconi o Bossi, non sta a Roma, ma a Bruxelles, Londra, Francoforte e Washington, purtroppo gli scenari ‘balcanici’ disegnati nell’articolo si avvereranno.

  • nautilus55

    Comprendo la tua buona fede, ma qui si tratta di togliere il potere ai pochi (a Roma) per darlo ai tanti (della stessa risma) sul territorio. Non ti pare un rischio ancora peggiore? Il capitalismo è il problema, non altro.

  • moneta

    “…l’innesco della disgregazione fu rappresentato dalla profondissima crisi economica e dal peso di un debito estero e pubblico stellare che ogni repubblica cercava di scaricare sulle spalle degli altri…”

    L’ex primo ministro federale Ante Marković (testimonianza al processo Milošević del Tribunale dell’Aja) descrive Jugoslavia prima della guerra:
    L’inflazione è stata ridotta a zero, le riserve in valuta straniera sono salite a 11 miliardi di dollari e debito estero è stato ridotto da 21 a 12 miliardi di dollari.

    Jugoslavia: Informarsi bene su alleanza Kissinger – Banca Nazionale del Lavoro (BNL):

    1991 Congressional Debates: SCANDAL INVOLVING ATLANTA AGENCY OF BANCA NAZIONALE DEL LAVORO – Henry B. Gonzalez

    http://www.globalsecurity.org/military/library/congress/1991_cr/ [www.globalsecurity.org]

  • stefanodandrea

    Io non credo che un tipo di istituzione sia sempre e comunque migliore di un’altra, a prescindere dalle situazioni storiche, dalle tradizioni, e da vari altri fattori.
    Così tra come tra le diverse ipotizzabili forme di bilanciamento dei poteri tra parlamento e esecutivo; così tra processo accusatorio e processo (cosiddetto) inquisitorio; come tra protezionismo e apertura notevole ai mercati internazionali.
    Il medesimo ragionamento vale per il federalismo.
    L’introduzione del federalismo in uno stato unitario ha la funzione di dividere poteri unitari. Inoltre un certo assetto di poteri (federale), un conto è che si raggiunga unendo più stati che delegano parte della sovranità a un soggetto più grande. Un conto è che si raggiunga sottraendo poteri allo Stato federale.
    D’altra parte il federalismo di cui parlo è quello della Lega. Cioè il federalismo che si sta realizzando. E’ contro questo che bisogna battersi. Già non ci sono le forze per arenare la Lega (speriamo di sbagliarci). Figuriamoci se possiamo metterci a discettare di un federalismo utopico, fondato su province e comuni (le contee), che presuppone uno Stato unitario, che in un momento storico favorevole decide di organzzarsi nel modo ipotizzato da Bonacchi.
    Non giochiamo con le parole: oggi, in Italia, “federalismo” significa quello che la Lega ha voluto (ed è riuscita a far sì) che significhi. Se si è contro questo federalismo si è contro il federalismo.

  • stendec555

    pur non simpatizzando lega, spero che prima o poi questa buffonata chiamata italia cessi di esistere. credo che sarà un fenomeno naturale e inevitabile e che non sarà conseguenza di lotte fratricide e sangue come nell’ex jugoslavia. sarà l’economia a imporre certi cambiamenti e a dar vita alla nascita delle macroregioni (non solo in italia) all’interno di un potere assoluto della banca centrale europea.

  • stefanodandrea

    perché ci vupi tutti schiavi?

  • nautilus55

    E’ vero, ma a quel punto il FMI pretese la suddivisione del debito fra le repubbliche. Fu quella la miccia. Ciao

  • nautilus55

    E ti sembra una buona soluzione?

  • stendec555

    credo sia un processo inevitabile.

  • stendec555

    non lo è, ma gli stati nazione sono destinati a scomparire. che almeno tengano un pò le realtà localistiche, seppur in un panorama globalista inquietante.

  • nettuno

    Non prendete in considerazione quello che dice il Pasquinelli. E’ pagato per mettere zizzagna e ci gode pure. Questo signore mette confusione la dove ci vuole chiarezza. Ci spiegasse piuttosto il nosto Pasquinelli che cosa significa essere in Europa con una moneta emesa dalla BCE che non paga tasse sui proventi del signoraggio , mentre per gli effetti del debito noi paghiamo le Tasse ? Piu debito più tasse . E il debito come si forma.. IL federalismo salverebbe il nord , ma il sud va in merda perchè campa con i soldi del nord . La mafia poi si trasferirebbe in gran completo anche con l’ultimo picciotto , in quanto nel meridione non si tira su niente. La Juogostavia , tanto prt intenderci l’ha distrutta la Nato ovvero il NWO.
    Il Moreno , mandatelo a cag.. come il suo scquallido gionale di pseudo sinistra . Pensate piutosto che siamo sotto un dominio finanziario che vuole la fine degli stati nazione.

  • ilBabbaleo

    Nell’articolo linkato del Corriere “il giornalista più raffinato d’Italia, lo scrittore mitteleuropeo” afferma che:
    “la Lega discende dal Lombardo-Veneto asburgico. Gli antenati di Bossi sono Maria Teresa, Giuseppe II, il lato umano di Radetzky. Il suo antecedente è la buona amministrazione austriaca”.
    Per questo ha votato Lega. Sarà che alle elementari la storia ce la insegnavano sui sussidiari di Roma ladrona, lo sciopero del fumo, le cinque giornate di Milano, la caduta di Venezia, Daniel Manin, ma mi sembra che oramai le flatulenze mentali abbiano totalmente campo libero, ed in ciò siamo veramente uno stato unitario!
    Altra perla:
    «L’Italia era abituata a essere divisa. Una splendida divisione, da cui viene la sua grandezza. Ducati, comuni, persino un impero: Venezia era la Gran Bretagna del Mediterraneo. Se Mantova non fosse stata una capitale non avremmo Mantegna e la Camera degli Sposi, se non lo fosse stata Ferrara non ci sarebbe il Palazzo dei Diamanti».
    Ricorderà il nostro la felice situazione della Lombardia del Seicento sotto la dominazione spagnola (ah, sto pensando ai Promessi Sposi, il romannzo di Roma ladrona …), si domanderà il perchè delle cinque giornate di Milano? Dal mio punto di vista locale, quello del vecchio Stato Pontificio, avrei preferito per i miei antenati meno grandezza /di chi?), ma meno pidocchi (Pediculus humanus oppure pubis), meno fame, meno feudalesimo, meno umiliazioni.
    Infine un criterio veramente razionale per scegliere “i capi del Pci” che “dovevano essere nati nel Regno di Sardegna, o nelle grandi famiglie liberali napoletane.”: vengo a saperlo troppo tardi, oramai ho votato per anni per i Savoia e per i Borboni (o la camorra/mafia ecc.)!
    Vabbe’, che c’è da dire oramai?
    Il morbo infuria
    il pan ci manca,
    sul ponte sventola
    bandiera banca!

  • anonimomatremendo
  • leolam

    non credo che l’ITALIA faccia la stessa fine della JUGOSLAVIA perche’ la LEGA NORD e’ soltanto una marionetta in mano del potere centrale e niente piu’ ,la piu’ grande balla per illudere i padani e’ stata la storia della secessione ,poi tutte le farse che sono seguite solo ed esclusivamente per andare a ROMA accanto al patron della stessa LEGA cioe’ il cavaliere ma l’illusione non e’ finita uno per far capire che gli extracomunitari non avranno molto spazio per fare cio’ che vogliono e grazie a loro la LEHA esiste ,l’altro (il cavaliere) illudera’ gli italiani con lo spettro del comunismo e questi ultimi grazie a loro il PDL esiste e il potere centrale vive e vegeta ,come si vede extracomunitari e comunisti servono come specchietto per le allodole.