Di ucdp
C’è un “popolo” che comportandosi in modo violento, psicopatico e narcisista ricorda le dinamiche dello sviluppo umano, evidenziate dallo psicanalista Kohut. Il bambino si comporta in modo aggressivo dopo ripetuti fallimenti nella connessione emotiva. Se la risposta empatica è debole o nulla, l’empatia si blocca e si innesca la rabbia rivendicativa e distruttiva. Se vuoi un “popolo” spietato lo fai bastonato e isolato dal mondo. Il “popolo ebreo” si comporta da ebreo, perché è così condizionato. Condizionare un popolo piuttosto che un bambino comporta un maggiore investimento, ma il risultato paga. Dopo aver educato e mantenuto un “popolo” a pensare da violento, psicopatico e narcisista, l’ipnosi di massa si automantiene.
Il virgolettato si riferisce al fatto che non esiste un popolo ebreo, stando ad un mare di evidenze. (1) Esistono popoli eterogenei che si sono convertiti all’ebraismo, finendo ingabbiati in dinamiche che si sono strutturate intorno a tale nucleo identitario. Reciprocamente: dinastie ebree si sono convertite al cristianesimo per opportunismo affaristico. Come certe stirpi di banchieri italiani. “Italiani” ha un significato geografico: ciò che conta è il pensare da “ebreo”. Machiavelli pare non fosse ebreo, però pensava da ebreo, ed è stato lodato da illustri ebrei, proprio per questo. Il popolo italiano od ebreo sono invenzioni fuorvianti. Meglio adottare una cornice di lotta di classe tra una casta, che si riproduce sulla base di una ricchezza accumulata e di matrimoni negoziati e le classi subalterne che vivono un’ intera vita nelle condizioni della grotta platonica. Poi le caste patrizie competono tra di loro sulla base di politiche di investimento economico e di controllo sulle classi inferiori. La politica di formazione, seduzione, divisione e controllo delle classi inferiori, tipica della casta ebraica, è un modello che si è dimostrato molto efficace.
Ho usato il termine “stirpe” per aderire alla realtà. “Popolo” è una parola adatta per il popolino. Dinastia, lignaggio, stirpe sono parole che indicano meglio la classe egemone dei ricchi, dei colti, dei rabbini, dei politici, degli affaristi e dei banchieri. Funzioni che in antico erano spesso incluse in un’unica persona. Il rabbino scriveva la legge, la applicava, prestava e commerciava. Ma la sua tecnica era più smaliziata: scriveva la legge mosaica anti usura, la violava con furbi escamotages e poi, per bocca dei profeti, condannava sé stesso! Da allora poco è cambiato.
La storia del “popolo ebreo” è la storia di una casta di commercianti arricchiti, che ha scritto dei testi teologici dedicati al popolino dal quale erano emersi. Non allevando meglio il bestiame, ma commerciando e prestando servizi ai potentati del tempo. Siamo nel periodo in cui nascono le religioni monoteiste, che era il modo più efficiente, per controllare a distanza i popoli più o meno stanziali. Mettersi al servizio dei re del tempo voleva dire farsi deportare nella capitale per integrarsi con la cultura dominante, e mettersi al servizio per controllare le popolazioni di provenienza. Non solo con la religione locale, ma soprattutto con la riscossione delle tasse, la funzione giudiziaria, i censimenti, la politica ed il servizio informativo. Qualche decina di secoli dopo, ritroveremo lo stesso tipo di servizio, con la marcia in più dell’anticipo bancario. Il re concedeva alla casta ebraica il monopolio di riscuotere le tasse. I banchieri ebrei anticipavano il capitale concordato e poi si dedicavano al recupero, con annesse spoliazione di beni per gli insolventi. Una pratica indistinguibile dal prestito usuraio, solo che il debitore era lo “stato”.
Con “pensare ebreo” intendo l’arte della casta ebrea di governare i popoli in generale, non solo gli “ebrei”, ma anche quelli del cui re si mettevano al servizio. I metodi “ebrei” erano odiati dalle popolazioni interessate ma apprezzati dai governanti. Se non altro per l’incremento di entrate statali che producevano. Se esplodeva un pogrom, la casta spariva altrove, mentre gli “ebrei” le prendevano. Non era colpa della casta: era il castigo di Dio. Un modo raffinato di addestrare “popoli mordaci”, facendone vittime, ma orgogliose di essere destinate al riscatto finale.
A questo punto inserisco il dato storico che definirei recrudescenza del metodo di governo ebreo. Fino ad un certo punto la religione inventata dalla casta rabbinica mira ad espandersi per far crescere il potere della casta stessa. Ma il cristianesimo di Paolo risponde meglio ai bisogni del tempo e ruba il mercato dell’impero romano all’ebraismo. Per alcuni il cristianesimo sarebbe solo una variante più adatta al popolino ed al contesto cosmopolita imperiale. Non ci sarebbe una vera sconfitta della casta e l’ebraismo proseguirebbe, ammantandosi di pelli religiose più adatte alle circostanze. Dal punto di vista della narrazione riservata al “popolo ebreo” c’è un cambiamento: il proselitismo è finito. Inizia il nazionalismo duro e puro. Chi si converte resta un goyim. Mentre l’ebreo che si converte ad altre religioni o si integra con altri popoli è nemico del suo popolo: merita la morte. C’è una recrudescenza nazionalista guerrafondaia che genera divisioni sia interne agli “ebrei” (pogrom interni) sia nei confronti dei popoli ospitanti. L’empatia universale cristiana è totalmente rifiutata. La casta cristiana si adegua ai pogrom spontanei e ne prescrive degli ufficiali. L’odio suprematista si fa reciproco e le caste gongolano. I pogrom interni ed esterni agli “ebrei” sono il clima hobbesiamo voluto dalla casta affarista (cattolica od ebrea) per proseguire la politica del dividi e comanda. Un circolo vizioso che si automantiene e che genera quel vittimismo suprematista aggressivo tipico dei “popoli ebrei” ma anche di quelli “cristiani”. La dinamica vittimista innesca una reazione compensatoria che può far diventare campione olimpionico il gracile o il poliomielitico. Quindi bisogna stare cauti nel pronosticare il suicidio morale degli ebrei. Il genocidio dei nativi americani (90 milioni!) non ha arrecato agli europei ed in particolare agli emigrati ebrei in America, tutto quel danno morale che avrebbero meritato. Proverò a spiegare più avanti questo paradosso.
Primo punto storico: l’autentico popolo ebreo è nomade. Il nome “ebrei” (ibriu) significherebbe in antico sumero “migranti”. Non è mai stato un popolo stanziale. La narrazione biblica è tipica di popoli senza fissa dimora che hanno bisogno di una memoria tramandata cui appellarsi per sentirsi popolo. Bisogno che i popoli stanziali non avrebbero, essendo la loro terra la memoria che dà senso al loro essere popolo. Quando gli ebrei attuali si definiscono popolo senza terra, si riferiscono a questo lato della loro mentalità, non al falso storico di esserne mai stati espulsi.
Se c’è un nucleo etnico originario (indimostrato, nonostante le affannose ricerche) quando parlo di popolo ebreo parlo di un’identificazione mediata dalla narrazione biblica. Tale identificazione è quasi sempre un’operazione di potere della solita élite. Anche quando altri popoli lontani si convertirono all’ebraismo, l’operazione fu sempre mediata da consiglieri di stato ebrei. Coloro che per vicende personali sviluppano una personalità con problemi di sviluppo empatico, che comporta ad investire in una visione materialista ed utilitarista, potrebbero essere attratti dal nucleo psicopatologico ebreo e quindi convertirsi con facilità all’ebraismo o al cristianesimo sionista. Il cristianesimo calvinista puritano sionista yankee, è ebraismo per gentili, per goyim.
Parlando di ebrei, andrebbe distinto il popolo, comunque lo si intenda, e la classe sacerdotale che lo condiziona e sfrutta. Sono sempre ebrei, ma è cruciale distinguere tra élite ricca ed istruita, erede dell’antica casta sacerdotale e chi, sedotto dal vittimismo narcisista ebraico accetta di trasferirsi nella colonia della Palestina, dove fare il lavoro sporco genocida e farsi massacrare per le élites apolidi “sioniste”, che in Palestina si guardano bene dall’andarci. Tale distinzione era rilevante anche ai tempi dell’esilio babilonese, della sola classe sacerdotale ed intellettuale, mentre il popolo “ebreo” rimaneva in Palestina, a lavorare la terra. Non facciamoci sedurre da storie bibliche, inventate dalla casta dei rabbini per i propri scopi. I re descritti dalla Bibbia non erano veri re. L’esodo del popolo ebreo non era un vero esodo. Il codice mosaico di santità che proibiva l’usura interna e prescriveva quella esterna, era stato scritto per il popolo bue. La casta sacerdotale, ricca ed istruita, se ne fregava. La Bibbia è piena di invettive antisemite, contro “chi” tradiva il codice di Mosè. Poteva la casta, che scriveva la Bibbia, scrivere contro sé stessa? È la regola aurea della dissimulazione! Funziona ancora: vedi il caso del presidente americano di turno che denuncia la casta o lo stato profondo, pur essendone l’espressione.
Tenendo presente la cornice di classe, si capisce chi siano le vittime e chi i carnefici nella questione ebrea: sia durante i frequenti pogrom antiebraici in Europa, sia durante l’olocausto, sia oggi in Palestina. Le popolazioni palestinesi massacrate oggi dai coloni (tipica dinamica coloniale) ed i coloni stessi mandati a fare il lavoro sporco, sono vittime. Gran parte dei palestinesi, sono gli eredi storici dei popoli che hanno sempre abitato lì, anche quando la classe sacerdotale venne trasferita a Babilonia, come tipica misura di conquista. Trasferire la classe sacerdotale per usarla, era il modo per prendere il controllo delle popolazioni locali. Altro che esilio e diaspora. Se larga parte degli abitanti della Palestina si sono islamizzati, questo non ne fa degli arabi. La diaspora del “popolo ebreo” è una favola vittimista, utilizzata per prepararne la megalomania psicopatica. La diaspora è semmai quella della casta ricca ed istruita che ha seguito l’odore dei soldi e si è trasferita, prima a Roma, poi nelle repubbliche marinare, poi in Olanda, Compagnia delle Indie, Inghilterra, la City, in America a Wall Street, ed oggi Tel Aviv. Gli ebrei islamizzati, rimasti in Palestina, sono sterminati da coloni reclutati dappertutto dalla casta coloniale ebrea. In tale cornice le religioni del Libro e tutte le varianti, sunnite, sciite, wahabite, kharigite, alawite, druse & cattolico romane, ortodosse, copte etc. sono strumenti di caste intellettuali locali per creare e controllare il proprio seguito. Ci sono anche variati di “religione” ebrea, che comunque non è una religione. Si sono sviluppate nel nord Europa, ed in America, fino ad ottenere l’enorme potere del metodo di governo sionista. I testi sionisti sono manuali per ingannare e rendere spietati ed aggressivi “popoli” che facciano il lavoro sporco per gli affaristi.
La Bibbia è una narrazione con la quale la casta ebraica, in epoca assiale, ed in assenza di un potere regale terreno - il re spirituale era Yahweh, creato dalla casta stessa - ha creato una religione che formasse un popolo, il proprio popolo, cercando proseliti, come poi fecero le caste élitarie che costruirono la religione cristiana e quella islamica. Fino ad un certo punto, tale campagna di espansione attecchì, per i vantaggi che comportava. I popoli che si convertirono (askenaziti, africani, fenici) sono detti ebrei, anche se non hanno nulla a che fare con la stirpe di Abramo. Sarebbe come dire che i cristiani siano una nazione. Ciò che mise fine al proselitismo fu il successo del cristianesimo. Rispondeva meglio ai bisogni indotti dalla rivoluzione imperiale romana. C’è da considerare, fra le cause dell’insuccesso, anche l’anima nera della casta ebraica che induceva atteggiamenti ambivalenti. Gli ebrei erano molto utili e molto odiati. Godevano di diritti negati ai popoli stanziali, perché passavano i confini per scopi commerciali. Libertà che ai popoli stanziali era negata per questioni di registrazione e di tassazione. Gli ebrei erano agenti delle tasse e usurai. Erano odiati perché rifiutavano di integrarsi, perché erano affaristi spietati, perché consideravano i popoli stanziali subumani. Questo alimentava i pogrom e per reazione l’indole “ebrea”. D’altra parte gli ebrei, soprattutto quelli più istruiti e quindi la casta dei rabbini, giudici, medici, commercianti eccetera, erano ricercati perché portavano soldi alle casse dello stato e know how di governo. Quando esplodeva un pogrom, il costo veniva pagato dagli “ebrei”, mentre la casta si defilava altrove.
Di fronte a tali “sconfitte” cicliche, la casta elaborò e raffinò una mentalità materialista, affarista, opportunista: ogni impasse poteva essere sfrutatta come opportunità. Lo fece con l’impero persiano. Lo fece con l’impero romano. Probabilmente lo fece con l’odio dei cristiani nei loro confronti. Il cristianesimo cattolico romano, se non proprio costruito di sana pianta dall’ebreo Paolo, fu infiltrato e trasformato nell’instrumentum regni della loro creatura Yahweh. Poi con l’esplodere della religione del Dio denaro, la casta erede della casta antica, che aveva sempre adorato Mammona, piuttosto che il codice mosaico di santità, si insediò nel tempio del Dio denaro, il sistema bancario internazionale, nella City di Londra e Wall Street. Il cristianesimo ortodosso si trasferì invece ad est: a Bisanzio, la seconda Roma e poi a Mosca, la terza Roma.
Come fece la casta ebrea a trasformare la sconfitta del proselitismo in opportunità? Per i semplici, con la seduzione della supremazia e con la spinta propulsiva del senso di colpa e di rivalsa. Con la classe più evoluta, con la supremazia data dal Dio denaro. Ma anche con la seduzione di una “teologia” ebrea, perfetta per sedurre le élites dei diversi potentati incontrati. Non c’è un’anima personale da edificare per una migliore vita futura. Quindi non c’è il peso della coscienza etica. Non c’è aldilà. C’è solo la ricchezza materiale nell’aldiquà. Il tema della morte viene superato nel concetto immanente di eternità che concerne l’appartenere alla casta stessa. La casta dei creatori di Yahweh sarebbe l’entità terrena, onnipotente, onnisciente, eterna, nel senso biologico del termine. Ovviamente non si può dire apertamente che il popolo di Yahweh sia la casta che lo ha inventato e trasformato nei secoli. Per il popolo vale la narrazione del popolo eletto da Dio, che per essere eterno deve conservarsi puro, praticando l’endogamia. Con tale invenzione, che risolve la sconfitta del proselitismo, la teologia ebrea si fa chiusa, suprematista e spietata nei confronti dei non ebrei: i goyim. Ricorda qualcosa? A me ricorda il mito ariano. Se questa ricostruzione puzza di complottismo persecutorio, basta chiedersi come sia possibile che un Dio d’amore, come quello cristiano, possa essere lo stesso Dio degli eserciti che ordina il genocidio? Dio che cambia idea? O la manovra occulta di una casta apolide trasformista?
La narrazione rabbinica cambia: da inclusiva ed espansiva, si fa esclusiva, endogama, nazionalista, ed ora senza remore, vittimista e suprematista. L’esatto contrario di uno sviluppo empatico, propedeutico a democrazia, libertà, uguaglianza, fratellanza. La paranoia ebraica distrugge la società imperiale (perciò va isolata nei ghetti) ma è perfetta per penetrare l’impero a livello apicale, perché non chiede lealtà, bensì calcolo spregiudicato, indifferenza psicopatica, assenza del senso di colpa. Arricchirsi è il segno tangibile dell’approvazione divina. C’è scritto anche nei biglietti da un dollaro: “annuit coeptis” (“approvò gli affari”). C’è una religione del Libro, adatta per vaste popolazioni, ed una religione iniziatica che dice il contrario, distrugge l’impero dall’interno ma lascia sopravvivere la casta potente ed eterna, che lo guida tramita i monopoli. Questo scenario descrive troppo bene l’esistente, per essere cestinato come complottista.
La chiusura all’Altro della cultura rabbinica post cristiana, crea enclavi ebree che tendono ad essere rifiutate dai popoli autoctoni. Quando va bene ci sono i ghetti. Quando va male c’è il pogrom. Il ghetto è perfetto per fare prestiti usurai, affari, commerci, ed organizzare colonie oltremare. L’ebreo osservante la Torah, ma in particolare la regola del sabato, che vieta di aiutare i goyim se ne hanno bisogno di sabato, e la regola di usare l’usura senza senso di colpa per far crescere in potere il popolo ebreo, prima o poi subisce l’espulsione sociale. Nelle città il soggetto perde la tribù: si concepisce come individuo, che apre all’empatia. L’ebreo osservante invece si radica ad una tribù mitica che lo rende indisponibile allo sviluppo empatico. Questo genera condanna sociale e pogrom. L’espulsione alimenta poi il vittimismo ed il suprematismo compensatorio. L’ebreo che non segue la Torah o meglio la sua osservanza radicale esclusivista ed autistica, è visto come traditore del popolo ebreo che merita la sorte dei goyim, quando ne avesse bisogno. Questo atteggiamento descrive il comportamento delle élite ebraiche americane nei confronti degli ebrei naturalizzati tedeschi con matrimoni misti. Gli ebrei tedeschi che avevano tradito la nazione ebraica diventando tedeschi a tutti gli effetti, furono mandati all’olocausto dagli ebrei seguaci della versione paranoica e psicopatica della Torah. Questo passaggio, ignorato dalla storia mainstream, è denunciato con dovizia di documenti storici, anche da rabbini ortodossi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, a sua volta voluta dalle élite ebree americane, comparvero articoli in prima pagina a pagamento, che attaccavano pesantemente l’ebreo Hitler, allo scopo di farlo infuriare contro gli ebrei tedeschi. Quando poi, all’acme della Shoah e della confisca del denaro ebreo, Hitler chiese navi e destinazioni per liberarsi di essi, con la mediazione anche di ebrei tedeschi che peroravano tale soluzione, gli ebrei sionisti risposero di no. Subentrò la soluzione genocida. Quando questa era già operativa e tutti sapevano, molte lettere testimoniano la preghiera degli ebrei tedeschi agli ebrei americani per una soluzione più umana. La risposta scritta e documentata fù ancora no. Tutti gli ebrei tedeschi seppero questo. La passività che caratterizzò l’atteggiamento verso il loro destino viene spiegato proprio da tale consapevolezza. Il loro popolo li aveva abbandonati perché colpevoli del loro “suicidio” etnico. La dinamica dei pogrom e dell’olocausto sono simili. Una casta ebraica che crea le condizioni per l’olocausto per alimentare un vissuto vittimista che fomenti la compensazione aggressiva, determinata, e spietata che ne sarebbe derivata. Uno strumento perfetto per la conquista, il genocidio e lo sfruttamento coloniale in giro per il mondo. I precedenti di tale atteggiamento si sono visti nella Compagnia delle indie, nello schiavismo e nella stessa conquista genocida del continente americano. Così si spiega il curioso sostegno che tale metodo di governo occulto trova oggi nel cristianesimo sionista americano. Il Cristianesimo sionista è suprematista, millenarista, e molte altre cose tipiche della casta ebraico cristiana che, seguendo l’odore dei soldi è approdata in America, passando per il protestantesimo, il calvinismo e le altre varianti indipendentiste. I cristiani sionisti dimostrano quanto sia efficace la penetrazione ebraica.
Resta ancora da chiarire (se mai si possa farlo) l’aspetto paradossale cui ho accennato: il vantaggio conferito dal senso di colpa per i crimini che il pensiero “ebreo dentro” induce, negli esecutori, nei mandanti ma anche negli osservanti, passivi o indignati che siano. Può lavarsene le mani chi, interno al sistema, lo condanni? Dovrebbe almeno dichiarare un conflitto d’interessi.
Nel bacino del Mediterraneo si adorava il Dio che per essere placato voleva il sacrificio di bambini. I bambini erano bruciati completamente (olocausto), sul suo altare, durante i riti collettivi. La storia di Abramo ed Isacco ha radici profonde in ogni cristiano od ebreo. Il Dio degli ebrei e dei cristiani chiede di uccidere e bruciare i propri figli per avere la sua benedizione. Lo stesso Dio di Abramo e di Paolo, pretende il sacrificio del proprio figlio, per scontare il debito che tutta l’umanità ha con Lui per il fatto di essere stata creata dal nulla (proprio come la moneta fiat!). Sacrificare i figli è il rito di colpa e di espiazione del debito che creava e rinsaldava la comunità. Sacrificare i figli in guerra è l’olocausto che crea e rende coeso un popolo. Vedi il cimitero di Redipuglia per noi italiani. I sionisti volevano l’olocausto degli ebrei tedeschi affinché il fumo dei forni crematori salisse fino a Yahweh per compiacerlo. Ottenuto Israele hanno continuato a sacrificare i propri figli per giustificare il genocidio palestinese (cfr. episodio del rave party).
Ci sono altri esempi che si possono fare, ma insistere non serve: la vergogna è piantata in fondo ed è troppo imbarazzante riconoscerla. È il più potente strumento di coesione per ogni comunità. È il senso di colpa condiviso che fa dei cristiani, credenti nel Dio che manda suo figlio a morte per loro, una comunità coesa. È il senso di colpa per il genocidio odierno che rinsalda gli ebrei. Non c’è nessun suicidio israeliano. Semmai è in corso un olocoauto (in antico, presso molte popolazioni, si sacrificavano prigionieri di guerra) per un obiettivo “biblico”. Non c’è nessuno scandalo nel silenzio occidentale. Le radici cristiane o patriotiche riconoscono sé stesse! Chi spera che il suicidio morale israeliano lo porterà alla sconfitta forse è un ottimista ingenuo. Comunque vada con l’insediamento coloniale israeliano, la casta saprà farne una sua vittoria sostanziale. Può disporre dei migliori cervelli.per farlo.
Come uscirne? Come ne stanno uscendo i paesi scottati dalle ferite coloniali: Consapevolezza.
Di ucdp
24.07.2025
NOTE
(1) Shlomo Sand, L‘invenzione del popolo ebraico, Milano, Rizzoli, 2010
piero deola 27 luglio 2025
Perchè il fantasista ucdp non si firma per esteso?