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PROGRESSISMO, SCETTICISMO E REVISIONISMO STORICO

Il Diritto Inalienabile di Mettere in Dubbio la Storia

DI KIM PETERSEN

“Per anni, se non per secoli, è esistito l’assunto che proprio in presenza di idee aberranti la libertà di espressione vada difesa con ancora maggiore intensità.”
Noam Chomsky

“Il principio della libertà di espressione non vale solo per coloro che la pensano come noi, ma anche per coloro che esprimono le idee più detestabili.”
Oliver Wendell Holmes, Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, in Stati Uniti contro Schwimmer

Le dichiarazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad hanno la caratteristica di attrarre lo sdegno del mondo occidentale.

Il 14 dicembre Ahmadinejad, i cui commenti sono stati trasmessi in diretta dalla televisione di stato satellitare iraniana Al – Alam, ha parlato davanti a migliaia di persone nella città di Zahedan, nel sudest dell’Iran.

Ha dichiarato, provocatoriamente, “Oggi, hanno creato un mito nel nome dell’Olocausto, e lo considerano al di sopra di Dio, della religione e dei profeti.”
Ha quindi domandato all’Europa: “Se siete voi ad aver commesso un tale crimine, perché deve essere l’oppressa nazione della Palestina a pagarne il prezzo?”.

Ahmadinejad ha poi lanciato una proposta: “Visto che vi siete macchiati di questa colpa, donate agli ebrei parte dei vostri territori in Europa, Stati Uniti, Canada o Alaska, in modo che gli ebrei possano stabilirvi la loro nazione.”

Un fiume di condanne

Come era prevedibile, Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Mark Regev, ha definito “atroci” le dichiarazioni di Ahmadinejad, e lo stesso ha fatto il cancelliere austriaco Wolfgang Schüssel.

Il viceportavoce del dipartimento di Stato americano, Adam Ereli, le ha bollate come “spaventose e biasimevoli”, e anche il senatore democratico John Kerry è intervenuto nella questione, dicendo che mettere in dubbio l’Olocausto è “molto più che intollerabile”.

In Germania, dove negare l’Olocausto è un crimine, l’intera classe politica è insorta, definendo “assolutamente inaccettabili” le frasi di Ahmadinejad.

Perfino il leader dell’estrema destra francese, Jean-Marie Le Pen, ha trovato “scioccante” l’uscita del presidente iraniano, prendendone le distanze.

Tutti i leader presenti al summit dell’Unione Europea a Bruxelles hanno diramato un comunicato in cui si dichiara che i commenti di Ahmadinejad sono inammissibili e indegni di un dibattito politico civile.

Ramificazioni

Dimenticandosi della libertà di espressione, i capi dell’Unione Europea hanno sentenziato che l’Iran rischia sanzioni a causa delle parole di Ahmadinejad. I funzionari iraniani si sono subito posti sulla difensiva, dichiarando che quelle affermazioni sono state male interpretate. Il ministro degli Interni iraniano, Mostafa Pur Mohammadi, ha specificato che l’intento del presidente era quello di affermare che chi si è reso responsabile dei crimini contro il popolo ebraico deve pagarne il prezzo – e questa è un’affermazione ragionevole.

Per quale motivo l’intero popolo iraniano dovrebbe subire delle sanzioni a causa delle dichiarazioni di un solo cittadino, anche se si tratta del capo scelto dal paese? Gli americani sono forse responsabili delle dichiarazioni del presidente George W. Bush? Gli israeliani sono responsabili delle dichiarazioni del loro Primo Ministro Ariel Sharon? Nella misura in cui alcune persone scelgono liberamente tali personaggi affinché siano i loro leader, è inevitabile che ci sia una qualche responsabilità. Ma tali leader non vengono scelti da ogni membro della società.

E che dire della libertà di espressione? E’ un principio universale oppure ha dei limiti stabiliti dal Grande Fratello? E in questo caso non viene a crollare il concetto stesso di libertà di espressione?

La premessa alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (UDHR), approvata e promulgata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella risoluzione 217 A (III) del 10 dicembre 1948, auspica “l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possano godere della libertà di parola e di culto”, il che è “fra le più alte aspirazioni delle persone comuni”.

L’articolo 19 dell’UDHR dichiara:

“Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere perseguitato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza limiti di frontiere.”

Così come la libertà di parola di Ahmadinejad è garantita dalla Dichiarazione Universale, allo stesso modo lo è quella dei suoi detrattori. Chiunque è libero di condannare le sue parole, ma tutti quelli che credono in questo diritto si dovrebbero opporre ai tentativi di zittirlo.

Contro la Censura

Tempo fa, un mio articolo che si occupava dei precedenti interventi di Ahmadinejad ha irritato un lettore [1]. Questo lettore, che non desiderava entrare in un dibattito pubblico, fa parte di un’organizzazione di anti-censura, ma nonostante ciò dichiarava che “la corretta linea di condotta” sarebbe stata quella di rimuovere l’articolo che trovava sgradevole. La sua appartenenza a quel tipo di organizzazione e la sua contraddittoria richiesta avrebbero dovuto essere già di per sé motivi sufficienti per screditare qualunque sua ulteriore argomentazione, ma non ne aveva. La sua era solo una velata protesta contro punti di vista che non gradiva. Ecco il suo educato intervento:

“La risposta del sig. Petersen al clamore suscitato dall’incitamento di Mahmoud Ahmadinejad ai giovani attivisti musulmani a “spazzare via Israele dalle carte geografiche” scivola in un modello di giustificazione partigiana delle atrocità, che è uno dei più tristi motivi di disagio nella storia della sinistra. Sono certo che le calunnie e i saccheggi avvenuti a Roma [NdT. ?] durante il regno del terrore di Stalin, sono stati razionalizzati e liquidati dal partito Comunista americano e dai progressisti in generale con abili elucubrazioni ideologiche [Ndt: in originale “verbage”, una voluta storpiatura di “verbiage” – verbosità – in modo da rendere la parola più simile a “garbage” – spazzatura -]. Ho paura che il sig. Petersen sia incorso nello stesso errore. I suoi ragionamenti sono francamente risibili: sostiene che 60 anni fa David Ben Gurion, facendo un’osservazione profondamente cinica, disse che si aspettava che i Palestinesi avrebbero un giorno cercato di buttare fuori con la forza gli ebrei dalla Terra Santa. Da ciò il sig. Petersen desume che ora sia giusto che un estremista intransigente, teocratico e oppressivo, inciti le masse all’odio e alla violenza verso gli ebrei israeliani, e traccia molti falsi paralleli a sostegno di questa conclusione, che cioè chiedere a gran voce che un’intera nazione venga fatta sparire dalle carte geografiche non è né violentemente pregiudiziale, né tanto meno anti-israeliano. Naturalmente anche un bambino di un anno capirebbe che quello di Ahmadinejad è un’istigazione al genocidio; bisogna davvero essere capziosi per sostenere il contrario, e possedere una grande quantità di risoluto auto-indottrinamento per crederci. Tutto questo è un disturbante abuso delle sue capacità intellettuali e verbali.”

Il mio articolo è inequivocabile: deploro ogni crimine contro l’umanità, soprattutto gli orribili crimini di pulizia etnica e genocidio, inclusi quelli commessi fuori e dentro il mio paese d’origine, il Canada. Le ambigue dichiarazioni di Ahmadinejad sono una reazione alla pulizia etnica e al genocidio. Paradossalmente, affermare che le frasi del presidente iraniano sono “un modello di giustificazione partigiana delle atrocità, che è uno dei più tristi motivi di disagio nella storia della sinistra” non è nient’altro che un declamare per dogmi.

Il profondo “cinismo” appartiene a Ben Gurion, io ho solo citato le sue parole come esempio di un pensiero sionista – non il mio.

L’entità violenta che illegittimamente occupa il territorio della Palestina e che si è autonominata Israele, merita molto più di me la litania di aggettivi come “intransigente” seguito da “estremista teocratico e oppressivo” e “che incita le masse all’odio e alla violenza”. Perché i diritti dei pulitori etnici e dei loro sostenitori dovrebbero avere la precedenza su quelli delle loro vittime? Questo è eticamente spregevole.

Lo stato di Israele è illegittimo. Qualunque ben ponderata riflessione umanitaria non potrebbe non arrivare alla conclusione che uno stato creato su un territorio attraverso la violenza e l’omicidio della popolazione indigena, è un pugnale conficcato nel cuore di un mondo basato sulla moralità.

Israele non si trova sulle carte geografiche, quanto meno non nella sua forma attuale. Nel caso del termine “spazzare via” il lettore è arrivato alla conclusione che si parla di genocidio; quindi, per assonanza, dovrebbe pensare che anche la scomparsa della Palestina dalle carte è stata ed è un genocidio. Oltretutto, ha interpretato in modo errato la frase di Ahmadinejad, visto che scrive: “l’esortazione a cancellare Israele è un chiaro incitamento al genocidio”. Per definizione, cancellare uno stato dalla carta geografica non significa massacrare tutti i suoi abitanti. Le persone in genere non vivono sulle mappe. L’eliminazione di una convenzione geografica non è un genocidio. Probabilmente un bambino di un anno molto precoce potrebbe considerarlo un “incitamento al genocidio”, ma un’analisi più profonda fatta da un adulto rivelerebbe altri elementi.

Per insorgere contro qualcuno che si oppone allo stato di Israele, bisognerebbe prima stabilire se esiste già un’entità che può legittimamente pretendere di costituire uno stato in quella determinata regione geografica, altrimenti tutta questa indignazione è assolutamente infondata.

“Un mito di nome Olocausto”

Coloro che si sono indignati per le parole di Ahmadinejad non hanno mai presentato argomentazioni o fatti da contrapporre a quelle parole. L’attacco più efficace a cui i suoi detrattori sono riusciti a fare appello è stato lanciare insulti e dare sfogo al loro dissenso. Gli epistemologi individuerebbero questo fenomeno come una forma di confutazione priva di ragione. Bisogna tuttavia precisare che alcune frasi di Ahmadinejad sono anche delle asserzioni.

La sua frase “Un mito nel nome dell’Olocausto” è ambigua. Che cosa intendeva con la parola ‘mito’? Che non è mai avvenuto un genocidio nel quale sono morti ebrei durante la II guerra mondiale? Improbabile. Sono pochi quelli che davvero negano che i nazisti abbiano vittimizzato un gran numero di ebrei. Quello che viene denominato ‘negazione dell’Olocausto’ indica piuttosto il mettere in dubbio il reale numero degli ebrei uccisi e il modo in cui sono stati uccisi.

L’11 settembre americano (perché naturalmente esiste anche un 11 settembre cileno, in cui un governo democraticamente eletto venne brutalmente rovesciato da una dittatura di destra appoggiata dagli americani) contò inizialmente oltre 6000 morti. In seguito questa stima calò fino a raggiungere il numero reale di 2986 vittime.

L’esorbitante numero, inclusi gli ebrei, di persone morte durante la seconda guerra mondiale è un’enorme tragedia per l’umanità, tuttavia identificare quel massacro come una tragedia solo e unicamente per gli ebrei è menzognero e irrispettoso nei confronti delle altre vittime del nazismo. Perfino se la cifra di 6 milioni spesso citata come numero degli ebrei deceduti fosse reale, verrebbe ridimensionata dai 23 milioni di cittadini sovietici morti durante la seconda Guerra Mondiale. [2]

Ma 6 milioni di ebrei uccisi dai nazisti durante la II guerra mondiale è una cifra a cui alcune persone non credono. Per questo, scettici dell’olocausto come l’accademico di Francia Robert Faurisson, lo storico inglese David Irving o Ernst Zündel, tedesco ma residente da molto tempo in Canada, sono stati ovunque ostracizzati, picchiati, privati della residenza, deportati e messi in prigione. Persone imprigionate per aver commesso il peccato di dubitare! Questa è la violenza che subisce chi nega quella cifra.

Il filosofo e sociologo Jean-Michel Chaumont ha paragonato l’unicità dell’Olocausto ad una sorta di “terrorismo intellettuale”, un terrorismo mentale che fornisce giustificazioni al terrorismo fisico. [3]

Il concetto di unicità ebraica scaturisce dalla definizione che la Bibbia ha dato degli Israeliti come “popolo scelto” dal Creatore, cosa molto simile al razzismo. Questo concetto è stato sfruttato per ritagliarsi uno spazio esclusivo nella tragedia della seconda Guerra Mondiale, esattamente il contrario del principio progressista dell’egualitarismo come dogma universale e fondamentale.

Perché questo numero non può essere messo in discussione? Una verifica accurata ne smentirebbe la verosimiglianza? [4] Che razza di società è quella che dice ai suoi cittadini che alcune “verità” sono indiscutibili e inviolabili, vietando qualsiasi indagine scettica e senza pregiudizi?

Il docente di scienze politiche Norman Finkelstein mette in dubbio la teoria dell’unicità ebraica, e chiede da dove venga “la pretesa di essere al di sopra di tutti”. [5] Secondo Finkelstein l’industria dell’Olocausto si è trasformata in “un vero e proprio racket delle estorsioni… avanzando pretese in tutta Europa sui beni degli ebrei…” [6]

Gli ebrei sono stati perseguitati e uccisi durante la guerra; le prove fotografiche, le testimonianze oculari e i racconti di coloro che sono sopravvissuti alla prigionia nazista sono incontestabili. Certamente le foto possono essere contraffatte, e i racconti si possono inventare, ma l’immensa organizzazione che richiederebbe una così gigantesca serie di falsità giocano a sfavore di quest’ipotesi. La prigionia e l’omicidio degli ebrei e di tutte le altre vittime del nazismo sono uno degli atti più scellerati della storia dell’umanità, ma aggiungere ulteriori crimini contro l’umanità ad un’azione vergognosa significa solo perpetuare ed accentuare quella vergogna.

Il massacro degli ebrei è un indelebile marchio d’infamia sul regime nazista, ma l’accuratezza è importante, e lo è ancor di più la veridicità. Manipolare a piacimento i numeri significa disonorare il sacrificio di quelle vittime.

Le vittime ebree sono state oltraggiate anche da coloro che si sono appropriati dell’esclusività. Sono state oltraggiate da coloro i quali hanno sbarrato il passo a qualunque indagine, ragionata o meno, che volesse portare alla luce una storia diversa dalla verità precostituita, distruggendo così l’asse portante dei diritti umani: la libertà di espressione.

Inoltre, spostare l’attenzione sulla precisione delle cifre significa distoglierla dalla memoria delle vittime della II guerra mondiale. L’interesse è stato spostato dagli orrendi crimini di guerra commessi dai nazisti [7] alle cifre e alla libertà di espressione. In una disputa, ad un’asserzione non si deve contrapporre una contro-asserzione, ma piuttosto confutarla con fatti verificabili e ben argomentati.

Gran parte delle vittime dei nazisti durante la guerra furono ebrei, e questa non è un’invenzione, ma quando le autorità calpestano i diritti umani delle persone che esprimono pensieri differenti dalle verità ufficiali, fanno il gioco di chi cerca di mitizzare le vittime della seconda guerra mondiale.

In un clima di apertura e di libertà, le parole di ogni individuo devono poter essere ascoltate da tutti e giudicate per quello che sono. Non c’è bisogno di censurare le parole o i pensieri di nessuno. La libertà di parola e il revisionismo storico non devono diventare un veicolo per distrarre l’attenzione dagli attuali crimini contro l’umanità.

Cosa ancor più grave, l’eccessivo vittimismo da parte degli ebrei costituirebbe un alibi che permetterebbe loro di scatenare sui palestinesi atrocità simili a quelle che essi stessi hanno subito durante il nazismo, mettendo così in pratica la loro minacciosa strategia del “Lebensraum” (NdT. Spazio Vitale, uno dei dogmi della politica espansionista nella Germania nazista), umiliando la memoria delle vittime e calpestando l’antica e spesso violata preghiera “Mai Più”. Gli invasori-pulitori etnici devono porre fine all’occupazione. Gli invasori-pulitori etnici devono fare i conti con il Diritto al Ritorno. Proprio come gli ebrei hanno chiesto e ottenuto scuse e risarcimenti per i crimini di guerra nazisti, gli invasori-pulitori etnici devono chiedere sinceramente scusa ai Palestinesi, risarcirli e lasciar liberi i territori occupati.

Kim Petersen, co-direttore di Dissident Voice, vive nel territorio originariamente appartenuto ai Mi’kmaq, che ha preso poi il nome coloniale di Nuova Scozia, in Canada. Può essere contattato a: kim@dissidentvoice.org

Fonte: http://www.dissidentvoice.org/Dec05/Petersen1219.htm
19.12.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI

Note Finali

[1] Kim Petersen, “Anti-Israel?” Dissident Voice, 27 ottobre 2005

[2] Wikipedia fonte 23.100.000 di vittime sovietiche (un milione dei quali erano ebrei); il dipartimento di storia del John Jay College of Criminal Justice riporta 28 milioni di vittime in URSS (19 milioni dei quali civili). Esistono altre cifre molto più alte riguardo alle vittime sovietiche durante la seconda Guerra Mondiale, che devono essere però prese in considerazione in modo piuttosto scettico.

[3] Citato in “L’industria dell’Olocausto” di Norman Finkelstein (Verso, 2000, p.47)

[4] “The Diminishing Numbers of Alleged Dead in Auschwitz,vancouver.indymedia.org, 15 agosto 2004. L’articolo indica una diminuzione dalla cifra originaria di nove milioni di ebrei morti durante la guerra, ai 900.000 citati dal giornale ebraico Aufbau e i 135,000-140,000 secondo l’International Tracing Service della Croce Rossa.

Un estratto dal controverso libro Did Six Million Really Die, “The Jews And The Concentration Camps: A Factual Appraisal By The Red Cross”, riporta che un rapporto in tre volumi di 1600 pagine, preparato da un gruppo capeggiato da Frédéric Siordet della Croce Rossa Internazionale, “non trovò alcuna prova che nei campi di concentramento europei si mettesse in atto una politica di deliberato sterminio degli ebrei”. Nel rapporto non c’è alcuna accusa di genocidio.

Due milioni e mezzo di persone sono scomparse dalle lapidi del campo di concentramento di Auschwitz. Presumendo che molte delle vittime scomparse sono ebrei, allora la persistenza dell’immutabile cifra di sei milioni è strana. La lapide originariamente esposta ad Auschwitz nel 1948 recitava: ”Quattro milioni di persone hanno sofferto e sono morte in questo luogo nelle mani degli assassini nazisti fra il 1940 e il 1945”. La lapide del 1990 recita invece: “Per sempre sia questo posto un grido di disperazione e un monito all’umanità, dove i nazisti uccisero quasi un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, in gran parte ebrei provenienti da vari paesi d’Europa. Auschwitz-Birkenau 1940-1945.”.

Per poter arrivare ad una conclusione circa la precisione della stima di sei milioni di morti, è il caso di fare una riflessione critica. Il peso della prova per rivendicare sei milioni di morti è sulle spalle di chi li rivendica. La cifra è enorme, dunque servono prove schiaccianti. Ci deve essere un modo per provare la falsità di un’affermazione, in questo caso producendo prove che la cifra è inferiore (o superiore) a 6 milioni. Inoltre, tutte le prove devono essere prese in considerazione. Chi ha dei dubbi deve quindi chiedersi perché alcuni funzionari di governo e sostenitori dei sei milioni sbarrano la porta alle ricerche. Finchè le cose stanno così, le rivendicazioni dei teorici dell’Olocausto devono essere accolte con la giusta e necessaria dose di scetticismo.

L’autore qui presente non prende posizione riguardo all’argomento. Non ho condotto ricerche sufficientemente profonde per formulare un’opinione definitiva. Lo scopo dell’articolo è quello di difendere le inchieste degli scettici e la libertà di parola, e distogliere l’attenzione dal passato, riportandola sui crimini contro l’umanità che vengono commessi oggi. Per questa ragione, la questione dei numeri è relegata fra le note.

[5] Norman Finkelstein, op. cit., 47.

[6] Ibid, 89.

[7] E’ risaputo che in una guerra le atrocità non vengono commesse solo dagli sconfitti; la guerra tira fuori il lato peggiore dall’intera umanità.

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Pubblicato da Truman