
In una lettera ad "Agenda Coscioni" la storia di una malata di sclerosi laterale amiotrofica
Dalla diagnosi al suicidio: "Capisco il suo gesto e lo approvo"
DI C.***
La Repubblica
Caro direttore, questa è la storia di mia madre, Livia, che coraggiosamente è riuscita a liberarsi da quella terribile malattia che è la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Livia, nata nel 1935, carattere forte, indipendente, amante della libertà, appassionata di libri, della bicicletta, delle corse a piedi, ex infermiera, separata negli anni '80, cresce una figlia da sola. Nel 2001 le viene diagnosticata la SLA. Lei è documentata, divora libri di neurologia e sa perfettamente a quale dramma andrà incontro.
Fortunatamente è una forma più lenta delle altre, ma a poco a poco tutte le funzioni fisiche rallentano, creando innumerevoli difficoltà a compiere gli atti più scontati della vita, fino ad arrivare al suo ultimo anno, il 2007, dove decide di liberarsi del suo corpo, che ormai è diventato una prigione, prima di raggiungere l'inabilità totale e di perdere quindi ogni dignità. Era davvero difficile vivere in quelle condizioni ed anche per i suoi cari era molto doloroso vederla spegnersi con impotenza. La sua casa era stata attrezzata, da mio marito, nei minimi dettagli perché potesse vivere sola, come da suo desiderio, non potevamo privarla anche di questa libertà, la mente era lucida e non voleva che nessuno decidesse per lei. Fortunatamente il mio lavoro part-time mi consentiva di pranzare e trascorrere ogni giorno alcune ore con lei prima dell'uscita da scuola del nipotino, e poi di risentirci dopo cena per la buonanotte. Talvolta accennava con lucidità al suo desiderio di suicidio con me e le sue amiche, ma si reputava una vigliacca perché non aveva il coraggio di farlo, e anche perché non avrebbe potuto avere la certezza che sarebbe andato a buon fine.
Come si poteva biasimarla? Noi capivamo benissimo la sua situazione, ma potevamo solo consolarla e starle vicino. Il suo desiderio era l'eutanasia, poter abbandonarsi in un sonno profondo, assistita da un medico e da me, sua figlia, nella tranquillità della sua casa, in tutta legalità. Ma questo non era possibile, non in Italia, e nemmeno alla Dignitas di Zurigo poteva essere accompagnata, senza farci subire conseguenze legali. Nell'ultimo anno le cose erano peggiorate molto, la difficoltà della parola rendeva complicata anche una semplice telefonata, si stancava dopo qualsiasi banalissima azione e riusciva a malapena a passare dalla sedia a rotelle al letto o al wc, e spesso cadendo a terra. Lei sapeva benissimo che al prossimo peggioramento avrebbe dovuto lasciarsi assistere e perdere la sua minimissima autonomia, ma non si parlava più di questo, nemmeno di suicidio. Tutti noi pensavamo che si fosse rassegnata. Quel giorno era serena e nessuno avrebbe immaginato quello che sarebbe successo.
Aveva organizzato tutto, nei minimi dettagli. Verso le 16, orario in cui nessuno sarebbe entrato in casa sua, ha raccolto tutto il suo coraggio e soprattutto le sue ultime forze, ha bevuto (con la sua cannuccia) un flacone intero di un potente sonnifero, mescolato a qualche cucchiaio di Martini (probabilmente per potenziarne l'effetto) e si è sdraiata composta sul suo letto, infilandosi un sacchetto in testa, chiuso con il suo foulard; la sua ossigenazione era già scarsa e si è addormentata per sempre. Ovviamente la telefonata del dopocena non ha avuto risposta. Frequentemente non rispondeva al telefono, soprattutto se si appisolava, e dopo tanti falsi allarmi, come da sue disposizioni, sarei passata a casa sua a verificare che non fosse caduta solo dopo qualche ora di silenzio.
Era mezzanotte quando entrai in casa. La trovai nel suo letto. Accesi la luce e scappai per le scale piangendo, tremando, fra un vortice di emozioni: il vuoto, il dolore per la perdita, la sorpresa inaspettata, ma anche la grande soddisfazione nel vedere che ci era riuscita! Vorrei averle potuto dire: "Mamma ce l'hai fatta! Sei stata coraggiosa! Sei libera!". Ha lasciato dolci bigliettini di addio a tutti noi, ribadendo la serenità nella sua decisione. Quella non era più vita. Capisco il suo gesto e lo approvo. Sono orgogliosa di avere avuto una mamma così coraggiosa. Ora le sue ceneri, per desiderio del suo amato nipotino di 9 anni, sono in un angolino di casa nostra, e talvolta mi permettono di intrattenere la famosa "corrispondenza di amorosi sensi".
Firmato: sua figlia C. ***
Fonte: www.repubblica.it
Link: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/eluana-eutanasia/ttera-di-una-figlia/ttera-di-una-figlia.html
12.07.08
Questa lettera è un'esclusiva del prossimo numero del mensile "Agenda Coscioni", il periodico dell'associazione radicale "per la libertà della ricerca scientifica"
alfridus 16 luglio 2008
Egregio Dottor Melazzani, caro Mario,
non me ne voglia, La prego, per le precisazioni che esporrò.
Tirare in mezzo il caso di Eluana costituisce un indebito allargamento del discorso ad un caso ben diverso, caratterizzato da uno stato sostanzialmente irreversibile di completa carenza di coscienza. Di vita solo vegetativa, quindi: come vede, non lascio spazio alcuno a facili pietismi di quanti vorrebbero supporre un'esistenza sensibile dietro le cortine di un corpo solo apparentemente non-morto, considerando in realtà vero accanimento terapeutico il voler mantenerne le funzioni vitali contro ogni evidenza di una impossibile ripresa, almeno allo stato dell'arte medica.
E se tale situazione potrà in futuro essere affrontata sulla base di altra e migliore conoscenza, tale circostanza non modifica un giudizio che possiamo solo dare oggi, senza ipotecare un futuro attualmente sconosciuto.
Livia, invece, ha deciso liberamente la propria rinuncia a lottare: e questo può essere discusso da molte angolature diverse, che rappresentino altrettanti differenti modi di vedere la vita, che, per la loro estrema varietà, rifiutano qualsiasi semplificazione che voglia riportarli ad un unico Principio, restando in sostanza nella sfera della libera determinazione della propria personale scala dei valori, siano essi religiosi, etici, morali, filosofici, o quanto altro.
Ciò non toglie nulla alla profonda considerazione e rispetto che provo per la Sua determinazione e le Sue personali convinzioni e motivazioni.
doct.alfridus