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PIU' STATO MENO MERCATO

DI VLADIMIRO GIACCHE’
aurorainrete.org

La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.

Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.

Così, dopo una breve stagione di interessata riscoperta del ruolo dello Stato (però come donatore di sangue), si torna all’antico. I “convertiti allo Stato interventista” (come lì definì il sociologo Ulrich Beck) sono tornati alla vecchia religione dei mercati razionali ed efficienti. E se due anni fa per il presidente tedesco Köhler i mercati finanziari erano “mostri che devono essere domati”, oggi la priorità del governo tedesco è quella di obbedire ai mercati dei titoli di Stato: e quindi si impongono manovre economiche lacrime e sangue a paesi già in ginocchio economicamente. In definitiva, la gigantesca socializzazione delle perdite che è stata realizzata per evitare il collasso del sistema finanziario internazionale sta originando un fenomeno paradossale: la statalizzazione delle colpe. Con gli Stati a fare da capro espiatorio della crisi, e tutti noi a rischio di perdere i residui benefici di un welfare che è tornato ad essere inefficiente, inutile, immorale, ecc. a fronte della superiore efficienza dei mercati.

Un buon antidoto a questo ritorno di fiamma del liberismo è rappresentato dalla prima traduzione italiana integrale di un libro di John Maynard Keynes, Laissez faire e comunismo, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1926 (l’edizione italiana, curata da Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro, è appena uscita per l’editore DeriveApprodi). Il primo dei due capitoli che compongono il volume, “La fine del laissez faire”, è dedicato ad un’analisi della genesi storica e delle diverse fonti dell’ideologia liberistica, avversa a ogni interventismo statale e convinta che “l’intrapresa privata liberata da ogni impedimento avrebbe promosso il massimo benessere per tutti”. Keynes pone in luce come questa convinzione-cardine del liberismo, secondo cui “il comportamento di individui indipendenti, mossi dalla ricerca del vantaggio personale, produrrà la massima ricchezza aggregata”, dipenda “da una congerie di assunzioni irrealistiche” e trascuri tutta una serie di fatti che la smentiscono. I principi metafisici che dovrebbero fondarla vengono puntigliosamente contestati da Keynes: “il mondo non è retto dall’alto in modo che interesse privato e interesse pubblico siano sempre coincidenti, né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non si può dedurre dai principi dell’economia che l’egoismo illuminato operi sempre a beneficio dell’interesse pubblico, né è vero che generalmente l’egoismo sia illuminato: più spesso accade che individui che agiscono separatamente l’uno dall’altro, in vista del perseguimento dei propri obiettivi, siano troppo ignoranti o troppo deboli perfino per conseguire questi. L’esperienza non mostra che, quando costituiscono una entità sociale, gli individui sono sempre di vista meno acuta rispetto a quando agiscono separatamente l’uno dall’altro”.

Confutati i presupposti teorici del liberismo, Keynes riafferma il ruolo economico insostituibile dello Stato e di enti intermedi “il cui criterio operativo sia soltanto il bene pubblico”, anziché il “vantaggio privato”. Non solo: egli ritiene essenziale, al fine di risolvere le crisi economiche, il “controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un’istituzione centrale”, ed anche un controllo dei flussi di capitale e della destinazione del risparmio agli investimenti, non più lasciati “alle scelte fortuite del giudizio privato e del profitto privato”. Tutto questo non fa di Keynes un “comunista”, come dimostrano le considerazioni generalmente poco benevole dedicate all’Urss nel secondo capitolo del libro, nato da una visita compiuta nel settembre 1925 nella Russia sovietica.

Keynes resta insomma sempre fedele al suo ideale, che è quello di un “capitalismo saggiamente governato”.
Forse, se avesse vissuto le vicende di questi ultimi anni, il dubbio che quella espressione sia un ossimoro lo avrebbe sfiorato.

Vladimiro Giacchè
Fonte: http://aurorainrete.org
Link: http://aurorainrete.org/wp/archives/611#more-611
28.05.2010

Pubblicato da Davide

  • Tonguessy

    Nel ’29 si era ancora in piena era economica. Oggi siamo in piena era finanziaria. La differenza non è piccola. Se Keynes non usava formule matematiche nei suoi libri, gli economisti di oggi hanno assimilato la lezione dei Nobel Merton e Scholes e si sono imparati per benino la matematica dei derivati finanziari. Cosa c’entri lo stato in tutto questo, l’articolo lo spiega velatamente: presentare i politici come responsabili del disastro. D’altronde essere nel libro paga delle elites comporta qualche minimo inconveniente.
    Parafrasando il titolo suggerirei più forconi meno economisti.

  • marcopa

    G.Viale ha scritto che il liberismo ha perso il suo prestigio ma non la sua influenza. In effetti questa posizioni continuano a guidare le scelte dei “decisori”. Difficile dire chi siano attualmente i decisori, se davvero i politici abbiano in quest’ epoca un margine di autonomia. Mancano pero’ anche proposte alternative, linee economiche diverse. Le alternative non possono venire da Terrafutura, manifestazione della Regione Toscana, come afferma per esempio il settimanale Carta. Ma non si vede chi possa indirizzare scelte diverse, la Cgil no davvero e tutti gli altri soggetti collettivi della sinistra, partiti,sindacati,aggregazioni varie, sono di dimensioni piccole e senza grande autorevolezza. Per il momento non rimane che affrontare con fermezza ogni singolo tema nell’ attesa di trovare la maniera di mettere insieme competenze e posizioni diverse.

  • AlbertoConti

    Criticare al contempo “laissez faire” e “comunismo” può essere una buona idea, tutto sta a vedere quale alternativa proporre. La ricetta di Keynes è stata valida all’epoca? Non lo so, ma so che oggi non è più proponibile, non funzionerebbe. Non siamo negli anni trenta, anche se la crisi presenta molte analogie. Le condizioni al contorno sono radicalmente diverse, lo sviluppismo è al capolinea. Per Keynes il denaro creato dal nulla equivale al risparmio, ma non è vero, è qualcosa di molto diverso e molto pericoloso, sia che finisca nella speculazione finanziaria, per alimentare altre bolle, sia che tracimi nel mercato fisico, anche tramite la spesa pubblica, tagliando così le gambe ai redditi fissi con l’inflazione. Se si persevera in questo tragico errore è solo per consolidare lo strapotere delle elites del capitale, salvandone le speculazioni fallite, grazie allo scudo dei politici che han sempre guadagnato come casta nell’assecondare queste scelte scellerate, fino a farne un’ideologia protetta da cordoni sanitari mediatici. Ma il secondo tonfo dopo il 2008 farà giustizia anche di questo vicolo cieco, purtroppo a carissimo prezzo per la popolazione che vive del proprio lavoro. Per alleviarne le sofferenze non c’è che far ricorso al buon senso che nasce dal risveglio dell’intelligenza.

  • kenzo60

    Ma veramente pensiamo che il cambiamento possa avvenire nella attuale elites??

    Che qualcuno dei ns. politici o economisti, si svegli un giorno con l’illuminazione: “abbiamo sbagliato tutto!!”

    DIMENTICATELO!

    Il cambiamento lo creeremo noi dal basso tante piccole persone che cambieranno l’economia in prima persona, che modificheranno i modi di consumare di informarsi di relazionarsi e di interessarsi della cosa pubblica.

    Il cambiamento è già iniziato ma dovete guardare dalla parte giusta:
    Guardate le associazioni, i Gruppi di Acquisto, i teorici delle monete locali, dell’indipendenza energetica ed alimentare etc. etc.

    E’ tutto pronto dobbiamo solo aspettare che la elites crolli su se stessa per apparire in tutta la nostra luce!

  • castigo

    hemmm…. scusate, dov’è il “mercato”??
    e dov’è il “liberismo”??
    non s’è mai visto né l’uno né l’altro.
    leggere qualche “austriaco”, magari Huerta de Soto [www.usemlab.com], per capire la differenza tra IL mercato e questa parodia di mercato no eh??
    sarebbe come capire che Anarchia non è assenza di regole, ma ciò sarebbe in contrasto con quel che insegnano a sQuola….
    e a nessuno è passato per la testa che se siamo a questo punto è perché si sono applicate le teorie keinesiane in tutto il loro splendore……
    ma avanti così, saniamo il debito con altro debito!!

  • Rossa_primavera

    Il fatto che gli stati spendano fior di milioni per tentare di salvare
    le aziende in crisi non mi sembra un grosso demerito:salvare un’impresa non significa solo salvaguardare il profitto del capitalista ma anche le migliaia di posti di lavoro e dunque i salari
    degli operai e degli impiegati.Alcuni sembrerebbero augurarsi,pur di veder confermate le loro teorie,il fallimento di quasi tutte le imprese presenti oggi nel panorama internazionale,con un conseguente e tragico aumento della disoccupazione rispetto al gia’ alto tasso mondiale odierno.
    Quanto al fatto che l’ideologia liberista,nonostante i clamorosi rovesci degli ultimi anni,non sia messa in discussione piu’ di tanto
    forse dipende dal fatto che i suoi numerosi critici non hanno saputo offrire un valido modello alternativo,ossia quella famosa terza via,un giusto mix tra capitalismo e socialismo o capitalismo di stato,di cui tanto si parla ma che ben in pochi hanno ad oggi sperimentato.

  • AlbertoConti

    E i cinesi li chiami pochi?

  • victorserge

    saniamo il debito con altro debito?
    il debito è l’essenza stessa dell’esistenza economica.
    senza debiti non si vive. è economicamente impossibile.
    una società senza debiti è una società asfittica, priva di iniziativa, priva di stimoli; io sono per contrarre un enorme debito, sono per un’inflazione galoppante, sono per uno stato sociale pieno di debiti.

  • Hrani

    E’ un vero peccato che una persona di questa intelligenza abbia deciso di non scrivere piu!
    La leggenda del capitalismo e del libero mercato

    John Kleeves

    Dimenticate Marx e pensate ex novo al Capitalismo. Cosa si intende
    per Capitalismo ? Una economia di libero mercato, il quale lasciato a
    sé stesso e senza interventi statali permette la creazione di grandi
    ricchezze concentrate.

    Si intende questo, eppure se ci pensiamo vediamo che con un mercato
    veramente libero non potrebbero affatto crearsi grandi ricchezze
    concentrate: con un mercato veramente libero non potrebbe esserci il
    Capitalismo! Il fatto è che le grandi ricchezze concentrate, diciamo
    le grandi aziende, per nascere e mantenersi hanno bisogno sempre di
    opere pubbliche, di opere della collettività. Immaginiamo ogni grande
    azienda, di qualunque settore, ai suoi albori. L’industria dell’auto
    per esempio. Dopo l’invenzione del semovente in vari Paesi degli
    imprenditori pensarono alla produzione di massa. Hanno venduto bene
    le prime serie, ma poi avrebbero dovuto fermarsi: era necessaria una
    rete stradale adatta. Ma in un mercato libero lo Stato non ti fa le
    strade perché devi vendere le tue auto ma ti dice: se le vuoi compra
    i terreni e asfalta, caro il mio imprenditore privato, e rispetta i
    diritti dei confinanti, che sono liberi cittadini in un libero
    mercato. Avrei voluto vedere come avrebbero potuto svilupparsi i
    colossi del settore, come la Ford o la Fiat: avrebbero dovuto
    comprare striscia di terra dopo striscia di terra, asfaltarla,
    recintarla e dotarla di un’infinità di sottopassaggi e cavalcavia,
    curarne la manutenzione, rendere conto degli incidenti che vi
    avvenivano. Sarebbe stato impossibile anche il primo passo,
    l’acquisto dei terreni, perché ogni contadino avrebbe chiesto cifre
    esorbitanti è ovvio. Sarebbe rimasto al nostro candidato capitalista
    delle quattro ruote il mercato militare: jeep e camion per
    l’Esercito, che viaggiavano sulle strade da lui fatte, per i suoi
    scopi. E il tutto vincolato dallo Stato (divieto di esportare, tipi
    di prodotti, eccetera), perché è roba di importanza strategica.
    Oppure pensiamo all’industria aeronautica e alle compagnie aeree.
    Begli oggetti gli aerei passeggeri, ma richiedono aeroporti e in un
    libero mercato lo Stato ti risponde come prima: Cosa c’entro io?
    Fatteli! E in luoghi deserti, dove non infastidiscano nessuno col
    rumore perché i miei cittadini sono liberi cittadini in un libero
    mercato, e hanno dei diritti. Rimarrebbe come prima solo il mercato
    militare, con basi escluse ai voli civili. Poca cosa e coi soliti
    vincoli. Oppure pensiamo all’energia elettrica da portare a ogni
    domicilio: grandioso, ma occorre attraversare con i cavi le proprietà
    degli altri, che potrebbero rifiutare o chiedere un tot, perché sono
    liberi cittadini in un libero mercato. Lo stesso per telefoni e
    telefonate: bisogna attaccare cavi alle case altrui. O per il
    trasporto via mare, per l’import-export e per le crociere turistiche:
    hai bisogno di porti attrezzati e in un libero mercato o te li fai o
    non trasporti.

    Lo stesso per ogni altro settore potenzialmente atto a dar luogo a
    grandi aziende, al grande capitale. Semplicemente in un libero
    mercato, e ripeto libero, queste non possono neanche nascere. Si
    obietterà: ma così sarebbe impossibile lo sviluppo economico e
    civile! L’osservazione è irrilevante: questi sono gli esiti di un
    libero mercato di liberi uomini. E poi lo sviluppo economico e civile
    non sarebbe impossibile; solo, dipenderebbe dalla volontà dello
    Stato, che comincerebbe a fare i patti con le aspiranti grandi
    aziende o imprese: faccio le strade, i porti, eccetera, ma voglio la
    maggioranza della proprietà delle vostre aziende perché sono io che
    vi faccio vivere. In breve – sorpresa – l’esito fisiologico di un
    veramente libero mercato è la statalizzazione di ogni attività
    economica rilevante. Puoi possedere tutti i mezzi di produzione che
    vuoi, ma se il mercato è proprio libero non vai da nessuna parte.

    Le Vere Leggi del libero mercato

    E anche se per mera ipotesi, per passatempo speculativo, concediamo
    che in un libero mercato possano nascere grandi aziende private, come
    farebbero poi a mantenersi ? Un libero mercato è un mercato dove la
    gente per quanto riguarda i fatti economici fa e disfà a suo
    piacimento, e lo Stato non interviene, non premia e non punisce. Non
    lo ha detto Adam Smith, il profeta del Capitalismo, che lo Stato non
    deve interferire, che ci pensa la invisible hand (la “mano
    invisibile”) del libero mercato a regolare tutto per il meglio?

    Bene, allora io compro a credito e non pago: è un atto economico e lo
    Stato non deve intervenire. Dirà il medesimo: Non c’è stato furto
    (non ha preso la roba dallo scaffale ed è scappato) ma il mancato
    rispetto di un patto economico fra le parti: il mercato è libero, per
    definizione non possono esserci leggi che lo regolino, e quindi
    arrangiatevi; neanche chiedo la restituzione della merce, perché la
    vostra transazione non essendo regolamentata non ha valore giuridico
    e perciò chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, ma se in
    seguito alle recriminazioni ci sono violenze su persone o cose
    interverrò invece immancabilmente, a punirne l’autore. Cosa rimane ai
    produttori e ai venditori in questo regime di libertà economica? Cosa
    fa la invisible hand ? Dice di consegnare la merce solo a fronte di
    un pagamento immediato e in contanti, ecco cosa dice. Come fa il
    contadino al mercato: nella mia mano il cavolfiore, nella tua il
    soldo. E questa è la Prima Vera Legge dell’economia di libero
    mercato. Ma così, appunto, addio grandi aziende, addio banche, addio
    Capitalismo. L’invisible hand di Adam Smith protende il medio, gli
    gira dietro la schiena, e va su.

    Oppure io vedo sul libero mercato un bell’oggetto, lo faccio uguale e
    lo vendo, magari a un prezzo più basso perché sono un mago nell’arte
    della concorrenza. Strilli e strepiti del fabbricante originale, ma
    cosa deve dire lo Stato in un mercato libero? Che la cosa non lo
    riguarda perché io non ho rubato oggetti (ho pagato il campione
    ostentatamente, o meglio, l’ho comprato a credito), non ho fatto
    violenze né altro, ma solo lavorato, da cittadino libero in un libero
    mercato, dove si può fare nell’economico tutto quello che si vuole.
    Cosa dice ora l’invisible hand ? Dice che non val la pena di far
    niente che possa essere riprodotto a costo inferiore dal primo
    napoletano che passa, che è la Seconda Vera Legge dell’economia di
    libero mercato. E ripete il suo gesto su Adam Smith.

    Oppure io sono un bambino ignorante, che non vuole andare a scuola.
    Il Capitalista protesta con lo Stato: Obbliga i genitori a mandarlo a
    scuola almeno sino ai 16 anni, dove insegnerai queste e queste
    materie, e poi allettali a mandarlo all’università, perché mi servono
    operai, quadri e dirigenti per la mia azienda; beninteso, io non
    garantisco il posto a nessuno, perché c’è il libero mercato! Ma in un
    Paese a libera economia di mercato lo Stato per mere ragioni di
    civiltà impone un’istruzione di base, che a 12 anni è senz’altro
    soddisfatta, e poi non obbliga più nessuno a continuare perché non
    deve raggiungere alcun obiettivo economico: il mercato fa da se, non
    è vero? Se chi continua non è sufficiente per le esigenze dello Stato
    (scuole, ospedali, ricerca, Esercito, eccetera), questi pagherà
    studenti perché continuino, garantendo anche l’impiego. Cosa dice
    l’invisible hand ? Che al massimo si può possedere una fattoria con
    tanti braccianti agricoli perché per il resto bisognerebbe formarsi
    il personale a proprie spese, cosa proibitiva: la Terza Vera Legge
    dell’economia di libero mercato. Ancora la mano invisibile torna su
    Adam Smith.

    Oppure io sono un ladruncolo di supermercato, come ce ne sono decine
    di migliaia. Ho rubato e lo Stato è disposto a processarmi ma vuole
    la presenza fisica del proprietario leso, che dica che la merce era
    sua, perché in un libero mercato, dato che l’economico non è
    regolamentato, solo le persone fisiche sono anche persone giuridiche,
    che possano promuovere azioni giudiziarie. Se si tratta del
    proprietario di una catena di supermercati dovrà passare la vita fra
    un processo e l’altro in tutte le città del Paese. Se è una società
    per azioni con tanti azionisti dovranno muoversi tutti: sono i
    proprietari. Ovvio che ogni volta bisogna lasciare perdere.
    L’invisible hand ? Dice che non si deve sorpassare la dimensione del
    negozietto di famiglia, perché altrimenti si è spolpati dai furti: la
    Quarta Vera Legge dell’economia di libero mercato.

    Il capitalismo è un fatto politico

    Si potrebbe continuare a lungo, ma il concetto è chiaro : il
    Capitalismo non è per niente un frutto dell’economia di libero
    mercato. Adam Smith si è sbagliato di grosso e tutti gli altri gli
    sono andati dietro su questa impostazione, anche il signor Karl Marx.

    Cos’è allora, il Capitalismo? In prima istanza è un fatto politico.
    Esso rappresenta il comando sull’intera società da parte di una
    categoria precisa di persone: gli imprenditori. La categoria che
    comanda in una società potrebbe essere qualunque: i coltivatori
    diretti, i soldati, i preti, i saggi, i manovali; anche tutti
    (tramite un Autocrate: le monarchie e gli Imperi non costituzionali).
    Col Capitalismo questa categoria è quella degli imprenditori. Ecco
    perché il Capitalismo si è potuto formare: gli imprenditori hanno
    preso il sopravvento politico ed hanno modellato la società in modo
    da potersi sviluppare a danno del resto della collettività,
    accumulando così le grandi ricchezze concentrate. Hanno cominciato a
    prendere questo sopravvento nel Cinquecento, in Europa
    settentrionale, in modo concomitante con la Riforma Protestante.
    Modellando la società la prima cosa che hanno fatto è stata proprio
    quella di togliere la libertà di mercato, portando i governi ad
    intervenire e a legiferare nell’economico costantemente a loro
    favore. L’attuazione è avvenuta per gradi col sistema di governo
    detto della “Democrazia parlamentare”: ci sono le elezioni, che sono
    influenzate dai media, che a loro volta sono potentemente influenzati
    dal danaro, e quindi il gioco è fatto. Ciò è riuscito perché il tutto
    è stato fondato sull’equivoco dell’amore per la “libertà”, bella
    parola in effetti (è un vecchio trucco quello di adulare la vittima
    designata; si chiama il bacio della morte). Quando il dominio degli
    imprenditori è molto forte si arriva a impedire la partecipazione al
    voto degli elettori potenzialmente ostili: negli Stati Uniti la
    legislazione e gli accorgimenti elettorali fanno in modo che la
    percentuale di votanti alle elezioni di Contea – le più importanti
    perché i loro esiti determinano le successive Statali e
    Presidenziali – non superi il 25% degli aventi teoricamente diritto;
    comunque nelle Statali non si fa superare la percentuale del 35% e
    nelle Presidenziali del 50%. In questo caso si ha una dittatura vera
    e propria, ancorché surrettizia; è da chiamare dittatura
    dell’imprenditoriato. Dato che una grande ricchezza è assai difficile
    da accumulare, ma una volta fatta quasi automaticamente si conserva e
    anzi aumenta sempre più coi discendenti, la categoria degli
    imprenditori al comando diventa rapidamente una casta ereditaria.
    Così è con certezza sempre negli Stati Uniti, dove sembra che le
    grandi ricchezze vadano e vengano con grande facilità, e dove invece
    non cambiano mai indirizzo: quel 50% della ricchezza nazionale che è
    posseduto dall’1% della popolazione proviene, di eredità in eredità,
    dai tempi coloniali.

    L’efficienza del Capitalismo

    La leggendaria efficienza economica del Capitalismo è anch’essa un
    fatto politico. Non dipende dalla logica con cui in esso si svolgono
    tecnicamente i rapporti economici. Dipende dal suo potere politico:
    più è grande questo potere e maggiore è l’efficienza economica.
    Prendiamo ancora gli USA: da cosa dipende la loro famosa efficienza,
    quella sbandierata sempre dalla Confindustria? Dallo stato di terrore
    in cui sono tenuti i dipendenti, da cui sono pretese prestazioni
    impensabili. Il dipendente americano deve eseguire perfettamente
    quanto chiestogli, altrimenti è licenziato. Quanto chiestogli è un
    ritmo e una qualità di lavoro, e per chi è a contatto col pubblico
    anche un preciso atteggiamento. Fanno più pena i secondi dei primi.
    Impiegati e commessi devono essere gentilissimi e pazientissimi col
    cliente, sorridere molto spesso per farlo sentire gradito e
    importante, e così fanno sempre, anche quando apparentemente
    potrebbero prendersi qualche libertà. Perché? Perché ci sono i
    controlli : incaricati di agenzie di consulenza aziendale – dei
    poveracci a loro volta, pagati a cottimo o con la minimum wage – si
    fingono clienti nel massimo modo sgradevole deciso dalla ditta
    committente come tollerabile, e l’impiegato che butta il copione è
    licenziato. I dipendenti pubblici sono controllati in modo
    particolare : tutti i turisti italiani negli USA che entrano in un
    ufficio postale rimangono meravigliati dal confronto con i buzzurri
    di casa e dicono : Che efficienza! Che gentilezza! Ti credo. Io posso
    aggiungere che sono anche onesti: offrigli una bustarella e ti
    denunceranno subito, perché penseranno che sei un agente provocatore.
    E la pena per un dipendente pubblico corrotto è tremenda : non solo è
    licenziato e sottoposto al giudiziario per una condanna detentiva e
    il risarcimento dei danni, fissati sempre su misura per togliergli
    tutti i beni mobili e immobili, ma perde anche la pensione maturata.
    La pena insomma è : prima ti farai un po’ di prigione e poi tu e la
    tua famiglia sarete degli homeless per sempre. Fra l’altro il ricatto
    sulla pensione è il segreto della formidabile disciplina delle Forze
    Armate americane : non c’è uomo più zelante e ubbidiente agli ordini
    di un militare americano vicino alla pensione ( sempre che non debba
    rischiare la pelle davvero, si intende ).

    In breve l’efficienza americana non è dovuta al sistema capitalista,
    ma al terrore, un terrore che si è potuto instaurare appunto perché
    si ha una dittatura politica. Qualunque dittatura può raggiungere
    l’efficienza americana, qualunque tipo di economia abbia : basta che
    introduca pene analoghe. Ciò però non si è mai verificato. Perché ?
    Perché nessuna è mai stata l’espressione della categoria degli
    imprenditori, nessuna è mai stata così ferocemente, fisiologicamente,
    antipopolare. Le dittature classiche, che conosciamo, sono state o
    sono tutte popolari, tese a fare l’interesse circa di tutti, come lo
    vedevano o lo vedono. L’esempio di riferimento è la dittatura del
    proletariato, ma anche fascismo e nazismo rientrano, anche dittature
    come quelle di Gheddafi e Saddam Hussein. Le dittature dell’America
    Latina, e analoghe, non c’entrano nulla col discorso : sono regimi
    imposti dall’esterno, guarda caso proprio dagli USA ; sono un tipo di
    amministrazione coloniale.

    E l’efficienza dei Paesi dell’Europa Occidentale ? Qui il potere
    politico degli imprenditori non è così assoluto come negli USA ed
    effettivamente la loro efficienza economica è più bassa. E’ ancora
    notevole però, ed è dovuta senz’altro alla paura che Paese per Paese
    gli imprenditori sono riusciti, sempre per via politica, a istillare
    nei dipendenti. L’efficienza minima si ha nell’amministrazione
    pubblica italiana, perché non è possibile il licenziamento né altro,
    praticamente ; nelle aziende private invece si ricorre a torture
    psicologiche devastanti, come il mobbing ad esempio, che sempre
    partono dall’alto per forzare le dimissioni. Sono dei reati, delle
    aggressioni ( che ogni tanto risultano fatali : sono le ” morti
    bianche ” ), che non sono riconosciuti dal Codice Penale solo perché
    i loro responsabili hanno troppo potere politico. Ma le cose possono
    cambiare e si spera sempre che le galere possano finalmente riempirsi
    della gente giusta.

    Non bisogna comunque esagerare la portata dell’efficienza economica
    dell’Occidente. E’ capitalista-terrorista, dove più e dove meno, ma è
    anche colonialista, e non è facile valutare quale delle due cose
    incida di più nei Prodotti Nazionali. Bisognerebbe provare, ecco :
    togliergli lo sfruttamento coloniale e vedere che fine fa. Secondo
    me, non un granchè.

    Il capitalismo è anche un fatto esistenziale

    In seconda istanza il Capitalismo è un fatto esistenziale.
    Esistenziale perché implica una valutazione della realtà umana
    assoluta, svincolata dal tempo e dallo spazio. Perché gli
    imprenditori, cioè i ricchi, prendano il sopravvento occorre per
    forza un qualche consenso generale : occorre l’ammissione, magari
    inconscia – appunto esistenziale – che ne abbiano diritto. Ciò è
    fornito dalla religione Protestante, che interpretando correttamente
    l’Antico Testamento dice che la ricchezza materiale è il segno della
    predilezione divina. E se i ricchi sono gli approvati da Dio allora
    dovranno governare. Ecco perché la scalata al potere degli
    imprenditori e la Riforma Protestante sono andate di pari passo.

    In conclusione il Capitalismo è un individuo siffatto : si veste da
    banchiere, ma è un fior di politico, e culturalmente è un
    Protestante. Questo ci dice che atteggiamento tenere. Innanzitutto
    occorre smettere di parlare di economia con lui. L’economia non
    c’entra niente : è un effetto e non la causa. La causa è la politica
    e su questo tavolo va fatto il discorso. Che verte sulla solita,
    primordiale domanda delle società umane : Chi comanda ? Lui dice che
    comandano gli imprenditori e noi diciamo che non ci sta bene, perché
    né lo siamo né lo vogliamo essere. Lui dice che vince le elezioni e
    noi diciamo che le sue elezioni sono truccate. Sono truccate perché i
    media sono in suo possesso e la gente – è scientificamente
    dimostrato – non riesce a discriminare bene fra quello che dicono i
    media e il suo reale interesse. Inoltre si approfitta degli ignoranti
    e degli scoraggiati – dei poveri in pratica – per indurli a non
    esercitare il loro diritto elettorale, perché nonostante i media gli
    sarebbe sfavorevole. Accetteremo il verdetto delle elezioni solo
    quando saranno giuste. Non lo saranno mai ? Più che vero, ma ci
    accontenteremo di una grossolana approssimazione : proporzionale
    pieno, obbligo di voto forzoso per tutti, quotidiani solo dei partiti
    e mantenuti dallo Stato ( non c’è nulla di peggio di un giornale ”
    libero ” e ” indipendente ” ), televisione solo pubblica e gestita
    con parità da tutti i partiti a prescindere dalle loro consistenze
    elettorali, obbligo per le librerie di tenere i libri di valenza
    politica ( come i libri di storia, ad esempio ) pubblicati da tutte
    indistintamente le case editrici, divieto di importazione di prodotti
    culturali stranieri con valenza di propaganda ( ad esempio di tutti i
    film americani). E’ poco, è niente, ma sarà più che sufficiente a
    tenere ogni volta gli imprenditori ben lontani dal potere. Basterebbe
    al limite l’obbligo forzoso del voto : se in una qualunque società la
    percentuale dei votanti è vicina al 100% – come democrazia vuole, non
    è vero ? – il Capitalismo sparisce.

    E il diritto divino dei ricchi a dominare sancito dal Vecchio
    Testamento ? Al Vecchio Testamento potranno credere i Protestanti e
    gli Ebrei, se vogliono. Noi non siamo né l’uno né l’altro, né – per
    carità – vorremo mai esserlo. Noi abbiamo un’altra dimensione
    esistenziale, noi operiamo un’altra valutazione delle cose, in cui un
    testo così insensato, in più dimostrato e ridimostrato falso ( ”
    profezie ” retrodatate, taglia e cuci di documenti, fonti accertate
    come una leggenda Sumera e il Libro dei Morti egiziano, eccetera),
    non trova udienza. Noi se siamo religiosi al massimo crediamo nel
    Nuovo Testamento. E vi crediamo perché dice una cosa verosimile, e
    cioè esattamente l’inverso del Vecchio : che per i ricchi non c’è
    salvezza. Infatti ” E’ più facile per un cammello passare per la
    cruna di un ago che per un ricco raggiungere il Regno dei Cieli “, e
    il Discorso della Montagna non contempla certo un bel ” Beati i
    ricchi perché… “. Se i ricchi sono condannati da Dio, perché
    dovrebbero comandare sulla terra ? Al contrario, visto che hanno
    sollevato loro – nel Cinquecento – il problema delle gerarchie,
    bisognerà stabilire che devono essere comandati, che devono
    cominciare a scontare la pena, qua fra di noi.

    Approfitto per, diciamo, delle comunicazioni di servizio. 1) Rispondo
    al signor Penzo che non concorda sulla mia valutazione del film
    Salvate il soldato ryan come opera di propaganda. E’ Hollywood a
    dirci che fa propaganda : la Dichiarazione del Waldorf del 1947 è
    stata resa pubblica e non è mai stata ritirata. Ergo anche oggi, anno
    2000, vale. C’è davvero poco da contestare.

    John Kleeves Dal numero 11-12 novembre-dicembre 2000 di ITALICUM

  • Hrani

    Se poi qualcuno mi insegnasse pure come si formatta un testo con l’utilizzo dei tag di HTML gliene sarei un sacco grato.

    Hrani.

  • amensa

    quando lamaggior parte degli stati raggiungono livelli di debito consolidato ( ovvero che comprende non solo quello federale o statale, ma anche quello di tutte le entità economiche comunque garantite dallo stato stesso) superiori al 100% del PIL, la sorte del “sistema” è segnata.
    I debiti non potranno più essere ripagati.
    Di qui la schizofrenia verbale di tutti i “responsabili” di tale disastro, ma anche di coloro che ne hanno teorizzato i vantaggi, dimenticando gli svantaggi.
    Dobbiamo renderci conto che siamo al capolina, e la nuova ondata di disastro che si preannuncia nell’edilizia americana, dovrebbe far da detonatore, visto che ormai la capacità sia della fed che dello stato di sopperire hanno una credibilità vicino allo 0.
    prepariamoci quindi, nel giro di 6mesi/1 anno a questa nuova pesante crisi che metterà a nudo tutti i paradossi del “sistema” anglosassone della finanza.

  • castigo

    una società senza debiti è una società che PRIMA risparmia e POI investe, e che quando i debiti non può fare a meno di farli, questi non superano MAI le sue possibilità di redimerli.
    il debito, ed i conseguenti interessi, goditeli TU, così vengono a menarla a TE con il discorso dell’ “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”.
    il debito ha prodotto questa bella situazione, voler continuare sulla stessa strada è non solo suicida ma criminale.

  • Paxtibi

    Quando lo stato spende soldi per salvare un’azienda fallita li sottrae a quei settori che – a differenza della suddetta azienda – funzionano e producono profitti. Il risultato è rendere meno efficienti i settori funzionanti e allungare l’agonia di quelli che invece sprecano risorse che potrebbero essere messe a frutto se liberate.

    Così un’azienda fallita diventa un cancro che infetta tutta l’economia, mentre le risorse che assorbe avrebbero potutto essere utile humus per nuove e proficue attività.

    La vita tutta è un processo di trial & error, bisogna accettare il fatto che talvolta ci si sbaglia per poter cambiare strada in tempo utile. Nascondere l’errore sotto il tappeto tranquillizza solo temporaneamente e porta a conseguenze peggiori nel futuro.

  • Truman

    Controlla la posta.

  • Hrani

    Ho controllato la posta alle 21:50 di oggi 29 Maggip 2010, ma ancora non vedo messaggi… non sarà sempre il solito problema?
    Grazie per l’interessamento.
    Hrani

  • Hrani

    Sig Andrea Mensa le rinnovo i complimenti per i suoi scritti, l’articolo ANALISI ECONOMICA GLOBALE e’ davvero un gran bel pezzo; peccato che la mia connessione a internet va a carbone… (solo 7 ore alla settimana!), vorrei intervenire piu’ spesso.
    Saluti, Hrani.

    P.S. non sono straniero.

  • vic

    E se ogni tanto ci si ponesse la questione che c’e’ stato e stato?

    Ci sono stati grandi commis di stato con grande fama di fare l’interesse del bene pubblico. Gabriele Cagliari era uno di questi, tanto per citarne uno che l’ha pagata cara. Ma nel marasma delle supertangenti c’erano dentro praticamente tutti, Vaticano incluso, prosciutti e mortadelle per tutti. Splendeva la splendida luce del sol dell’avvenire, dardeggiante su scudi lustri. Anche loro erano too big to fail. Qualcuno s’e’ curvato come dicono di fare quando precipita l’aereo e cosi’ se l’e’ cavata. Qualcun altro se n’e’ andato dicendo grazie.

    E’ ovvio che uno stato gestito con mentalita’ mafiosa, perche’ la mentalita’ supertangentizia e’ questo, non va da nessuna parte, alla lunga. In uno stato cosi’ l’interesse pubblico e’ per lo piu’ solo sabbia da buttare negli occhi agli elettori. In realta’ a dominare e’ l’interesse delle caste, delle cricche, dei clan. Ultimamente dei grandi scommettitori. Chiamare capitalisti questa cricca e’ insultare la casta imprenditoriale. Forse il loro unico merito e’ di ingrandire i difetti del sistema a dismisura, in modo tale che pure un orbo dalla nascita se ne accorge, dopo aver versato il suo obolo per i poveri bisognosi.

    Forse e’ la cultura sottostante che va risanata. Quella dell’elettore. Restaurare il buon senso, che e’ una forma di intelligenza utile, tornare a fare il passo secondo la gamba, non gambizzare nessuno, rispettare il cittadino, anzi possibilmente ascoltarlo.

    E piantarla con la cultura dell’apparire, dello strombazzare nei megafoni mediatici, del marketing come succo della vita. Della furbizia come grande filosofia. Non se ne puo’ piu’.

    Il verbo essere
    Il capitalismo e’ stato.
    Il finazismo e’.
    Lo stato sara’ stato.

    Intanto bigfarma ci rimpinza di statine.

  • wiki

    Commento interressantissimo e sembra molto competente…più di tanti mallopponi dei economia.

  • victorserge

    mi puoi spiegare cosa significa “vivere al disopra delle nostre possibilità”?
    significa forse che tutto il welfare è stato una truffa?
    che tutto ciò che io e te ed altri, di tutto quello cioè che abbiamo è il frutto di un furto?

    e i ricchi si sono meritati proprio tutto di quello che hanno?

    secondo me, ognuno merita di avere quello che gli serve per vivere indipendentemente da ciò che produce, altrimenti il sistema diventa iniquo, falso e soprattutto indecentemente etico.

    vogliamo vivere in uno stato etico?

    in urss vigeva il motto: chi non lavora non mangia.
    ovvio che era una falsità; era un modo per coercizzare il popolo ai voleri dei capi.
    qui, in occidente, con le dovute proporzioni succede la stessa cosa.

    insomma, non si può vivere, nell’era della tecnica e della sovrapproproduzione, una vita ai minimi vitali: è una cosa da lager nazista.

    tu non credi?

  • castigo

    victorserge:

    mi puoi spiegare cosa significa “vivere al disopra delle nostre possibilità”?

    significa che se guadagni 100 non puoi spendere 1000, al massimo 110, se sei disposto a pagare gli interessi sui 10 prestati, e soprattutto se puoi permetterti di farlo senza dover poi tirare la cinghia.

    significa forse che tutto il welfare è stato una truffa?

    fondamentalmente sì, considerando che ti hanno promesso qualcosa che non possono mantenere.
    e non per demerito tuo, che hai diligentemente versato i contributi richiesti, ma a causa di chi ha sperperato il capitale.

    che tutto ciò che io e te ed altri, di tutto quello cioè che abbiamo è il frutto di un furto?

    se lo hai pagato, no. se ti sei indebitato, nemmeno, perché lo pagherai, anche se così ipotechi parte del tuo futuro, ma è una scelta tua.

    e i ricchi si sono meritati proprio tutto di quello che hanno?

    se hai lavorato la ricchezza che hai accumulato è perfettamente legittima, ti sei sbattuto, hai rischiato del tuo ed è solo giusto che tu ne abbia un vantaggio.

    secondo me, ognuno merita di avere quello che gli serve per vivere indipendentemente da ciò che produce, altrimenti il sistema diventa iniquo, falso e soprattutto indecentemente etico.

    splendido, allora io non faccio un cazzo dalla mattina alla sera e “qualcuno” mi da tutto il necessario per vivere…. un po’ come i nostri politicanti e burocrati assortiti.

    vogliamo vivere in uno stato etico? in urss vigeva il motto: chi non lavora non mangia. ovvio che era una falsità; era un modo per coercizzare il popolo ai voleri dei capi. qui, in occidente, con le dovute proporzioni succede la stessa cosa. insomma, non si può vivere, nell’era della tecnica e della sovrapproproduzione, una vita ai minimi vitali: è una cosa da lager nazista. tu non credi?

    io credo che indebitarsi senza avere la possibilità di ripagare il debito può solamente renderti schiavo, e che le teorie di keynes siano state universalmente adottate proprio per questo motivo.
    proseguire lungo la stessa direzione può solamente rendere la situazione più insostenibile.

  • Hrani

    Questo autore, John Kleeves, ha scritto altre cose interessantissime.
    In rete si trovano altri suoi articoli, e vale anche la pena di cercare, insistendo, i suoi 4 libri: sono davvero quello che ci vuole per aprire gli occhi su una realta’ moderna veramente terribile. E pensare che fino a poco tempo fa scriveva anche su CDC!