PIU' STATO MENO MERCATO

DI VLADIMIRO GIACCHE’
aurorainrete.org

La crisi attuale è degna di nota da molti punti di vista. Lo è certamente per la sua gravità e per la sua durata. Ma anche per un altro motivo: la sorprendente capacità di tenuta sinora dimostrata dall’ideologia liberistica.

Il confronto con la precedente crisi di entità paragonabile, quella del 1929, è illuminante. Allora la crisi innescò un profondo ripensamento dei rapporti tra stato e mercato, mentre oggi non avviene nulla del genere. Anzi: l’inizio di una seconda fase della crisi, che investe il debito degli stati, ha ridato fiato alle trombe di chi nega che quanto è avvenuto rappresenti una sonora smentita della presunta superiore efficienza di mercati “autoregolamentati”. A leggere certi articoli, sembra di tornare al motto reaganiano per cui “lo Stato è il problema, il mercato la soluzione”. Peccato che la crisi attuale del debito pubblico derivi proprio dal fatto che gli stati hanno svolto in questa crisi il ruolo di prestatore di ultima istanza spendendo migliaia di miliardi di dollari per salvare imprese private, oltre a sopperire per anni alla debolezza della crescita con sostegni di varia natura al reddito e ai consumi.

Così, dopo una breve stagione di interessata riscoperta del ruolo dello Stato (però come donatore di sangue), si torna all’antico. I “convertiti allo Stato interventista” (come lì definì il sociologo Ulrich Beck) sono tornati alla vecchia religione dei mercati razionali ed efficienti. E se due anni fa per il presidente tedesco Köhler i mercati finanziari erano “mostri che devono essere domati”, oggi la priorità del governo tedesco è quella di obbedire ai mercati dei titoli di Stato: e quindi si impongono manovre economiche lacrime e sangue a paesi già in ginocchio economicamente. In definitiva, la gigantesca socializzazione delle perdite che è stata realizzata per evitare il collasso del sistema finanziario internazionale sta originando un fenomeno paradossale: la statalizzazione delle colpe. Con gli Stati a fare da capro espiatorio della crisi, e tutti noi a rischio di perdere i residui benefici di un welfare che è tornato ad essere inefficiente, inutile, immorale, ecc. a fronte della superiore efficienza dei mercati.

Un buon antidoto a questo ritorno di fiamma del liberismo è rappresentato dalla prima traduzione italiana integrale di un libro di John Maynard Keynes, Laissez faire e comunismo, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1926 (l’edizione italiana, curata da Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro, è appena uscita per l’editore DeriveApprodi). Il primo dei due capitoli che compongono il volume, “La fine del laissez faire”, è dedicato ad un’analisi della genesi storica e delle diverse fonti dell’ideologia liberistica, avversa a ogni interventismo statale e convinta che “l’intrapresa privata liberata da ogni impedimento avrebbe promosso il massimo benessere per tutti”. Keynes pone in luce come questa convinzione-cardine del liberismo, secondo cui “il comportamento di individui indipendenti, mossi dalla ricerca del vantaggio personale, produrrà la massima ricchezza aggregata”, dipenda “da una congerie di assunzioni irrealistiche” e trascuri tutta una serie di fatti che la smentiscono. I principi metafisici che dovrebbero fondarla vengono puntigliosamente contestati da Keynes: “il mondo non è retto dall’alto in modo che interesse privato e interesse pubblico siano sempre coincidenti, né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non si può dedurre dai principi dell’economia che l’egoismo illuminato operi sempre a beneficio dell’interesse pubblico, né è vero che generalmente l’egoismo sia illuminato: più spesso accade che individui che agiscono separatamente l’uno dall’altro, in vista del perseguimento dei propri obiettivi, siano troppo ignoranti o troppo deboli perfino per conseguire questi. L’esperienza non mostra che, quando costituiscono una entità sociale, gli individui sono sempre di vista meno acuta rispetto a quando agiscono separatamente l’uno dall’altro”.

Confutati i presupposti teorici del liberismo, Keynes riafferma il ruolo economico insostituibile dello Stato e di enti intermedi “il cui criterio operativo sia soltanto il bene pubblico”, anziché il “vantaggio privato”. Non solo: egli ritiene essenziale, al fine di risolvere le crisi economiche, il “controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un’istituzione centrale”, ed anche un controllo dei flussi di capitale e della destinazione del risparmio agli investimenti, non più lasciati “alle scelte fortuite del giudizio privato e del profitto privato”. Tutto questo non fa di Keynes un “comunista”, come dimostrano le considerazioni generalmente poco benevole dedicate all’Urss nel secondo capitolo del libro, nato da una visita compiuta nel settembre 1925 nella Russia sovietica.

Keynes resta insomma sempre fedele al suo ideale, che è quello di un “capitalismo saggiamente governato”.
Forse, se avesse vissuto le vicende di questi ultimi anni, il dubbio che quella espressione sia un ossimoro lo avrebbe sfiorato.

Vladimiro Giacchè
Fonte: http://aurorainrete.org
Link: http://aurorainrete.org/wp/archives/611#more-611
28.05.2010

21 Commenti
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Tonguessy
Tonguessy
28 Maggio 2010 14:37

Nel ’29 si era ancora in piena era economica. Oggi siamo in piena era finanziaria. La differenza non è piccola. Se Keynes non usava formule matematiche nei suoi libri, gli economisti di oggi hanno assimilato la lezione dei Nobel Merton e Scholes e si sono imparati per benino la matematica dei derivati finanziari. Cosa c’entri lo stato in tutto questo, l’articolo lo spiega velatamente: presentare i politici come responsabili del disastro. D’altronde essere nel libro paga delle elites comporta qualche minimo inconveniente.
Parafrasando il titolo suggerirei più forconi meno economisti.

marcopa
marcopa
28 Maggio 2010 15:10

G.Viale ha scritto che il liberismo ha perso il suo prestigio ma non la sua influenza. In effetti questa posizioni continuano a guidare le scelte dei “decisori”. Difficile dire chi siano attualmente i decisori, se davvero i politici abbiano in quest’ epoca un margine di autonomia. Mancano pero’ anche proposte alternative, linee economiche diverse. Le alternative non possono venire da Terrafutura, manifestazione della Regione Toscana, come afferma per esempio il settimanale Carta. Ma non si vede chi possa indirizzare scelte diverse, la Cgil no davvero e tutti gli altri soggetti collettivi della sinistra, partiti,sindacati,aggregazioni varie, sono di dimensioni piccole e senza grande autorevolezza. Per il momento non rimane che affrontare con fermezza ogni singolo tema nell’ attesa di trovare la maniera di mettere insieme competenze e posizioni diverse.

AlbertoConti
AlbertoConti
28 Maggio 2010 15:45

Criticare al contempo “laissez faire” e “comunismo” può essere una buona idea, tutto sta a vedere quale alternativa proporre. La ricetta di Keynes è stata valida all’epoca? Non lo so, ma so che oggi non è più proponibile, non funzionerebbe. Non siamo negli anni trenta, anche se la crisi presenta molte analogie. Le condizioni al contorno sono radicalmente diverse, lo sviluppismo è al capolinea. Per Keynes il denaro creato dal nulla equivale al risparmio, ma non è vero, è qualcosa di molto diverso e molto pericoloso, sia che finisca nella speculazione finanziaria, per alimentare altre bolle, sia che tracimi nel mercato fisico, anche tramite la spesa pubblica, tagliando così le gambe ai redditi fissi con l’inflazione. Se si persevera in questo tragico errore è solo per consolidare lo strapotere delle elites del capitale, salvandone le speculazioni fallite, grazie allo scudo dei politici che han sempre guadagnato come casta nell’assecondare queste scelte scellerate, fino a farne un’ideologia protetta da cordoni sanitari mediatici. Ma il secondo tonfo dopo il 2008 farà giustizia anche di questo vicolo cieco, purtroppo a carissimo prezzo per la popolazione che vive del proprio lavoro. Per alleviarne le sofferenze non c’è che far ricorso al buon senso che… Leggi tutto »

kenzo60
kenzo60
28 Maggio 2010 16:54

Ma veramente pensiamo che il cambiamento possa avvenire nella attuale elites??

Che qualcuno dei ns. politici o economisti, si svegli un giorno con l’illuminazione: “abbiamo sbagliato tutto!!”

DIMENTICATELO!

Il cambiamento lo creeremo noi dal basso tante piccole persone che cambieranno l’economia in prima persona, che modificheranno i modi di consumare di informarsi di relazionarsi e di interessarsi della cosa pubblica.

Il cambiamento è già iniziato ma dovete guardare dalla parte giusta:
Guardate le associazioni, i Gruppi di Acquisto, i teorici delle monete locali, dell’indipendenza energetica ed alimentare etc. etc.

E’ tutto pronto dobbiamo solo aspettare che la elites crolli su se stessa per apparire in tutta la nostra luce!

castigo
castigo
28 Maggio 2010 18:31

hemmm…. scusate, dov’è il “mercato”??
e dov’è il “liberismo”??
non s’è mai visto né l’uno né l’altro.
leggere qualche “austriaco”, magari Huerta de Soto [www.usemlab.com], per capire la differenza tra IL mercato e questa parodia di mercato no eh??
sarebbe come capire che Anarchia non è assenza di regole, ma ciò sarebbe in contrasto con quel che insegnano a sQuola….
e a nessuno è passato per la testa che se siamo a questo punto è perché si sono applicate le teorie keinesiane in tutto il loro splendore……
ma avanti così, saniamo il debito con altro debito!!

Rossa_primavera
Rossa_primavera
28 Maggio 2010 19:27

Il fatto che gli stati spendano fior di milioni per tentare di salvare
le aziende in crisi non mi sembra un grosso demerito:salvare un’impresa non significa solo salvaguardare il profitto del capitalista ma anche le migliaia di posti di lavoro e dunque i salari
degli operai e degli impiegati.Alcuni sembrerebbero augurarsi,pur di veder confermate le loro teorie,il fallimento di quasi tutte le imprese presenti oggi nel panorama internazionale,con un conseguente e tragico aumento della disoccupazione rispetto al gia’ alto tasso mondiale odierno.
Quanto al fatto che l’ideologia liberista,nonostante i clamorosi rovesci degli ultimi anni,non sia messa in discussione piu’ di tanto
forse dipende dal fatto che i suoi numerosi critici non hanno saputo offrire un valido modello alternativo,ossia quella famosa terza via,un giusto mix tra capitalismo e socialismo o capitalismo di stato,di cui tanto si parla ma che ben in pochi hanno ad oggi sperimentato.

AlbertoConti
AlbertoConti
29 Maggio 2010 1:21

E i cinesi li chiami pochi?

victorserge
victorserge
29 Maggio 2010 2:31

saniamo il debito con altro debito?
il debito è l’essenza stessa dell’esistenza economica.
senza debiti non si vive. è economicamente impossibile.
una società senza debiti è una società asfittica, priva di iniziativa, priva di stimoli; io sono per contrarre un enorme debito, sono per un’inflazione galoppante, sono per uno stato sociale pieno di debiti.

Hrani
Hrani
29 Maggio 2010 3:41

E’ un vero peccato che una persona di questa intelligenza abbia deciso di non scrivere piu! La leggenda del capitalismo e del libero mercato John Kleeves Dimenticate Marx e pensate ex novo al Capitalismo. Cosa si intende per Capitalismo ? Una economia di libero mercato, il quale lasciato a sé stesso e senza interventi statali permette la creazione di grandi ricchezze concentrate. Si intende questo, eppure se ci pensiamo vediamo che con un mercato veramente libero non potrebbero affatto crearsi grandi ricchezze concentrate: con un mercato veramente libero non potrebbe esserci il Capitalismo! Il fatto è che le grandi ricchezze concentrate, diciamo le grandi aziende, per nascere e mantenersi hanno bisogno sempre di opere pubbliche, di opere della collettività. Immaginiamo ogni grande azienda, di qualunque settore, ai suoi albori. L’industria dell’auto per esempio. Dopo l’invenzione del semovente in vari Paesi degli imprenditori pensarono alla produzione di massa. Hanno venduto bene le prime serie, ma poi avrebbero dovuto fermarsi: era necessaria una rete stradale adatta. Ma in un mercato libero lo Stato non ti fa le strade perché devi vendere le tue auto ma ti dice: se le vuoi compra i terreni e asfalta, caro il mio imprenditore privato, e rispetta… Leggi tutto »

Hrani
Hrani
29 Maggio 2010 3:44

Se poi qualcuno mi insegnasse pure come si formatta un testo con l’utilizzo dei tag di HTML gliene sarei un sacco grato.

Hrani.

amensa
amensa
29 Maggio 2010 5:16

quando lamaggior parte degli stati raggiungono livelli di debito consolidato ( ovvero che comprende non solo quello federale o statale, ma anche quello di tutte le entità economiche comunque garantite dallo stato stesso) superiori al 100% del PIL, la sorte del “sistema” è segnata.
I debiti non potranno più essere ripagati.
Di qui la schizofrenia verbale di tutti i “responsabili” di tale disastro, ma anche di coloro che ne hanno teorizzato i vantaggi, dimenticando gli svantaggi.
Dobbiamo renderci conto che siamo al capolina, e la nuova ondata di disastro che si preannuncia nell’edilizia americana, dovrebbe far da detonatore, visto che ormai la capacità sia della fed che dello stato di sopperire hanno una credibilità vicino allo 0.
prepariamoci quindi, nel giro di 6mesi/1 anno a questa nuova pesante crisi che metterà a nudo tutti i paradossi del “sistema” anglosassone della finanza.

castigo
castigo
29 Maggio 2010 7:22

una società senza debiti è una società che PRIMA risparmia e POI investe, e che quando i debiti non può fare a meno di farli, questi non superano MAI le sue possibilità di redimerli.
il debito, ed i conseguenti interessi, goditeli TU, così vengono a menarla a TE con il discorso dell’ “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”.
il debito ha prodotto questa bella situazione, voler continuare sulla stessa strada è non solo suicida ma criminale.

Paxtibi
Paxtibi
29 Maggio 2010 8:34

Quando lo stato spende soldi per salvare un’azienda fallita li sottrae a quei settori che – a differenza della suddetta azienda – funzionano e producono profitti. Il risultato è rendere meno efficienti i settori funzionanti e allungare l’agonia di quelli che invece sprecano risorse che potrebbero essere messe a frutto se liberate.

Così un’azienda fallita diventa un cancro che infetta tutta l’economia, mentre le risorse che assorbe avrebbero potutto essere utile humus per nuove e proficue attività.

La vita tutta è un processo di trial & error, bisogna accettare il fatto che talvolta ci si sbaglia per poter cambiare strada in tempo utile. Nascondere l’errore sotto il tappeto tranquillizza solo temporaneamente e porta a conseguenze peggiori nel futuro.

Truman
Staff CDC
29 Maggio 2010 9:52

Controlla la posta.

Hrani
Hrani
29 Maggio 2010 14:52

Ho controllato la posta alle 21:50 di oggi 29 Maggip 2010, ma ancora non vedo messaggi… non sarà sempre il solito problema?
Grazie per l’interessamento.
Hrani

Hrani
Hrani
29 Maggio 2010 14:56

Sig Andrea Mensa le rinnovo i complimenti per i suoi scritti, l’articolo ANALISI ECONOMICA GLOBALE e’ davvero un gran bel pezzo; peccato che la mia connessione a internet va a carbone… (solo 7 ore alla settimana!), vorrei intervenire piu’ spesso.
Saluti, Hrani.

P.S. non sono straniero.

vic
vic
29 Maggio 2010 15:13

E se ogni tanto ci si ponesse la questione che c’e’ stato e stato? Ci sono stati grandi commis di stato con grande fama di fare l’interesse del bene pubblico. Gabriele Cagliari era uno di questi, tanto per citarne uno che l’ha pagata cara. Ma nel marasma delle supertangenti c’erano dentro praticamente tutti, Vaticano incluso, prosciutti e mortadelle per tutti. Splendeva la splendida luce del sol dell’avvenire, dardeggiante su scudi lustri. Anche loro erano too big to fail. Qualcuno s’e’ curvato come dicono di fare quando precipita l’aereo e cosi’ se l’e’ cavata. Qualcun altro se n’e’ andato dicendo grazie. E’ ovvio che uno stato gestito con mentalita’ mafiosa, perche’ la mentalita’ supertangentizia e’ questo, non va da nessuna parte, alla lunga. In uno stato cosi’ l’interesse pubblico e’ per lo piu’ solo sabbia da buttare negli occhi agli elettori. In realta’ a dominare e’ l’interesse delle caste, delle cricche, dei clan. Ultimamente dei grandi scommettitori. Chiamare capitalisti questa cricca e’ insultare la casta imprenditoriale. Forse il loro unico merito e’ di ingrandire i difetti del sistema a dismisura, in modo tale che pure un orbo dalla nascita se ne accorge, dopo aver versato il suo obolo per i poveri… Leggi tutto »

wiki
wiki
29 Maggio 2010 16:08

Commento interressantissimo e sembra molto competente…più di tanti mallopponi dei economia.

victorserge
victorserge
30 Maggio 2010 3:44

mi puoi spiegare cosa significa “vivere al disopra delle nostre possibilità”?
significa forse che tutto il welfare è stato una truffa?
che tutto ciò che io e te ed altri, di tutto quello cioè che abbiamo è il frutto di un furto?

e i ricchi si sono meritati proprio tutto di quello che hanno?

secondo me, ognuno merita di avere quello che gli serve per vivere indipendentemente da ciò che produce, altrimenti il sistema diventa iniquo, falso e soprattutto indecentemente etico.

vogliamo vivere in uno stato etico?

in urss vigeva il motto: chi non lavora non mangia.
ovvio che era una falsità; era un modo per coercizzare il popolo ai voleri dei capi.
qui, in occidente, con le dovute proporzioni succede la stessa cosa.

insomma, non si può vivere, nell’era della tecnica e della sovrapproproduzione, una vita ai minimi vitali: è una cosa da lager nazista.

tu non credi?

castigo
castigo
30 Maggio 2010 9:01

victorserge: mi puoi spiegare cosa significa “vivere al disopra delle nostre possibilità”? significa che se guadagni 100 non puoi spendere 1000, al massimo 110, se sei disposto a pagare gli interessi sui 10 prestati, e soprattutto se puoi permetterti di farlo senza dover poi tirare la cinghia. significa forse che tutto il welfare è stato una truffa? fondamentalmente sì, considerando che ti hanno promesso qualcosa che non possono mantenere. e non per demerito tuo, che hai diligentemente versato i contributi richiesti, ma a causa di chi ha sperperato il capitale. che tutto ciò che io e te ed altri, di tutto quello cioè che abbiamo è il frutto di un furto? se lo hai pagato, no. se ti sei indebitato, nemmeno, perché lo pagherai, anche se così ipotechi parte del tuo futuro, ma è una scelta tua. e i ricchi si sono meritati proprio tutto di quello che hanno? se hai lavorato la ricchezza che hai accumulato è perfettamente legittima, ti sei sbattuto, hai rischiato del tuo ed è solo giusto che tu ne abbia un vantaggio. secondo me, ognuno merita di avere quello che gli serve per vivere indipendentemente da ciò che produce, altrimenti il sistema diventa iniquo, falso… Leggi tutto »

Hrani
Hrani
30 Maggio 2010 13:05

Questo autore, John Kleeves, ha scritto altre cose interessantissime.
In rete si trovano altri suoi articoli, e vale anche la pena di cercare, insistendo, i suoi 4 libri: sono davvero quello che ci vuole per aprire gli occhi su una realta’ moderna veramente terribile. E pensare che fino a poco tempo fa scriveva anche su CDC!