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PIANO MARSHALL CULTURALE

DI MASSIMO FINI
Il Gazzettino

Anche sotto la spinta dell’emozione suscitata dal caso di Hina Salem, la giovane pakistana che, in contrasto con le tradizioni del suo Paese, si rifiutava di sposare l’uomo che la famiglia le aveva assegnato e conviveva more uxorio con un italiano, e per questo è stata barbaramente uccisa dal padre con la complicità di altri parenti, anch’essi residenti, come Hina, nel nostro Paese, da molte parti si sono levate voci perché siano rese più severe le condizioni previste dal decreto Amato per la concessione della cittadinanza italiana agli immigrati. In particolare sul Corriere della Sera l’autorevole Ernesto Galli della Loggia chiede che gli immigrati che vogliono ottenere la cittadinanza italiana dimostrino di essersi integrati nella nostra cultura, di voler inviare o di aver inviato i propri figli alle scuole italiane e propone l’istituzione di corsi speciali di cultura italiana e di alfabetizzazione che costoro dovrebbero frequentare.

A seguito, Fare la cristiana (Miguel Martinez; Kelebek)«È un vero e proprio “piano Marshall culturale”», come egli stesso scrive, quello che ipotizza Galli della Loggia.
A mio avviso è una strada sbagliata e iniqua. Quelle che vanno richieste agli immigrati devono essere solo condizioni di fatto, per così dire tecniche, senza esamini culturali: l’aver soggiornato regolarmente nel nostro Paese per un certo numero di anni (che per il decreto Amato sono cinque ma potrebbero, se lo si ritiene opportuno, anche essere aumentati) e il pagarvi le tasse. Punto e basta. Le «rieducazioni» forzate lasciamole all’esperienza cinese dell’epoca di Mao e della sua «Rivoluzione culturale».
A Brooklyn ci sono migliaia di italiani che vivono a tutti gli effetti, che votano negli Stati Uniti, e che non sanno spiccicare che poche parole d’inglese. Americani e tedeschi che vivono in un Paese diverso dal loro, e magari vi han preso la cittadinanza, mandano i loro figli alla scuola americana o tedesca, se ci sono. Le comunità ebraiche sparse per il mondo conservano gelosissimamente la loro cultura e le loro tradizioni.
Un immigrato, pur diventato cittadino di un Paese diverso dal suo di origine, deve avere la libertà di scegliere se integrarsi o meno nella cultura del luogo in cui vive. È una sua facoltà. Se sente il bisogno di rimanere legato alla propria storia, alle proprie tradizioni, alla propria cultura, agli schemi mentali della sua comunità d’origine deve essere libero di farlo, sempre che, ovviamente, rispetti, come tutti gli altri cittadini, le leggi del Paese in cui vive, cosa questa sulla quale non si può transigere nemmeno per faccende di dettaglio, infini tamente meno gravi di un omicidio.

Ma questa smania di educare o «rieducare» è una questione che va ben al di là del problema dell’immigrazione e riguarda quello che io ho chiamato «il vizio oscuro dell’Occidente»; vale a dire la pretesa di omologare tutto l’universo mondo alla nostra storia, alla nostra cultura, alle nostre concezioni, ai nostri princìpi, ai nostri schemi mentali, alla nostra «way of life», alle nostre istituzioni. È anche (dico anche) per «democratizzare» l’Iraq e, con effetto domino, il Medio Oriente, cioè per omologarlo a noi, che abbiamo invaso e occupato quel Paese provocando uno sconquasso inenarrabile. Ed anche (dico anche) per «democratizzare» l’Afghanistan, cosa totalmente assurda per un popolo che ha storia, tradizioni, vissuti, cultura, metodi di selezione delle leadership diversissimi e lontanissimi dai nostri, che teniamo in piedi un governo-fantoccio come quello di Karzai che non è altro che una diretta emanazione dell’Amministrazione americana. I talebani saranno stati quello che saranno stati, ma erano una storia afghana. Noi abbiamo espropriato la storia di quel popolo per sostituirla con la nostra.

Il fatto è che l’Occidente, che si dice liberale, non è più in grado di accettare, e nemmeno di tollerare «l’altro da sè», «il diverso da sè». Accettiamo il «diverso» solo nella misura in cui si omologa a noi. Che è un modo molto facile e molto comodo di relazionarsi col diverso. Il «diverso» va accettato nella sua diversità (sempre che, s’intende, non pretenda a sua volta, di imporla a noi).

Un mondo omologato ad un unico modello culturale, che è quello verso cui stiamo stolidamente andando, sarebbe una sciagura. Perché la diversità, con tutto il suo carico di conflittualità, non è solo, come sappiamo tutti, il sale della vita. È la vita stessa. Già Eraclito (VI secolo a.C.), polemizzando con Omero (altro era, a quei tempi, il livello delle polemiche e dei suoi protagonisti) sosteneva in un famoso frammento: «Quando Omero scrive “Possa la discordia sparire fra gli Dei e fra gli uomini” non si accorge che egli prega per la distruzione dell’universo; se la sua preghiera fosse esaudita tutte le cose perirebbero». Per Eraclito l’universo è energia e l’energia è resa possibile solo dalla incessante tensione fra gli opposti. Su un piano meno cosmico questo vale anche per le culture. Un mondo monoculturale non sarebbe solo infini tamente noioso, sarebbe un mondo morto.

Massimo Fini
Fonte: http://gazzettino.quinordest.it/
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20.08.2006

Pubblicato da Davide

  • marzian

    FARE LA CRISTIANA

    Tra i commenti di ieri, un lettore ha segnalato un articolo molto significativo [www.corriere.it] sulla questione della giovane pakistana uccisa a Brescia, un articolo che metterebbe in risalto l’aspetto religioso del delitto. Insomma, non solo costumi pakistani, ma anche un po’ “colpa dell’Islam”.

    Intanto, vi prego di non considerare apologetico quello che sto per scrivere in merito: quando mi sono trovato davanti a casi simili, [www.kelebekler.com] non mi sono certamente schierato con l’uomo-padrone.

    Non parlo di “pena di morte” perché non è proprio il caso di dare allo stato ulteriori mezzi repressivi; ma diciamo che, se il fidanzato di Hina Saleem avesse ucciso il padre assassino, questo blog sarebbe stato felice di organizzare una colletta per assicurargli una piacevole latitanza.

    Ma il punto fondamentale è un altro. Non credo all’esistenza di un ente uguale a se stesso, nel tempo e nello spazio, di nome Islam, come non credo alla “esistenza” del giudaismo o del cristianesimo.

    Credo piuttosto a costellazioni simboliche che vengono usate da persone diverse in tempi diversi per motivi diversi.

    Per il credente musulmano è diverso: l’Islam ha un’esistenza che va al di là dei suoi portatori. Ma la maggioranza di coloro che vedono un aspetto religioso nel caso Hina non sono, ovviamente, musulmani, anzi…

    So che mi sono espresso in modo piuttosto complicato.

    Ma lo stesso pensiero lo esprime in modo chiarissimo, quasi geniale, proprio il titolo dell’articolo che il lettore ha segnalato:

    «Mi hanno tolta da scuola perché fumo.
    E mi picchiano perché faccio la cristiana»

    Sotto, troviamo una foto della bellissima Hina con l’ombelico ben in vista sotto la maglietta corta.

    “Fare la cristiana”, nel sistema simbolico del titolista, vuol dire quindi fumare, mettere in mostra l’ombelico, disobbedire ai propri genitori e convivere senza sposarsi, presumibilmente usando contraccettivi. Pochi teologi sarebbero d’accordo, ma in un certo senso è vero: oggi, “cristiano” vuol dire anche questo, sia a Villa Fallaci che a Casa Saleem.

    L’articolo in questione è una ristampa, a tre anni di distanza, di un altro sulla denuncia presentata dalla stessa Hina per le violenze subite per mano di suo padre: una triste testimonianza dello stato dei servizi sociali e di tutto quello che potremmo chiamare l’apparato progressivo della società occidentale, ridotto all’impotenza proprio come la sinistra politica a cui è storicamente legato.

    Senza nulla togliere al valore della denuncia della ragazza, l’articolo evidentemente rimaneggia in la sua testimonianza: per ovvi motivi cronologici, ad esempio, non esiste alcuna “legge coranica” che vieti alle donne di fumare. Forse il padre di Hina le diceva, “una musulmana non fuma!”, proprio come una signora anziana che conosco dice, “e vèstiti come un cristiano!”.

    L’articolo, ovviamente, è stato profetico. Ma va ugualmente analizzato.

    Hina si esprime in prima persona, ma non si parla da nessuna parte di un’intervista, mentre il testo è troppo giornalistico per essere tratto dai verbali dei carabinieri.

    Insomma, sembra proprio il classico Romanzo Giornalistico, un genere letterario costruito sulle disgrazie di chi non ha i mezzi per esprimersi o per reagire. E quindi riguarda molto spesso questioni legate ai migranti e alla cronaca, con tutto ciò che significa in termini di paure e di luoghi comuni.

    La cosa non è casuale: l’autrice dell’articolo, Nunzia Vallini, è infatti una nostra vecchia e piuttosto ributtante conoscenza, che da sei anni a questa parte subisce una meritatissima e silenziosa gogna informatica.

    Provate a digitare “Nunzia Vallini” su Google e capirete.

    Miguel Martinez
    Fonte: http://www.kelebek.splinder.com/
    Link: http://kelebek.splinder.com/1156045118#8981155
    20.08.2006