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PERITI E PENTITI – GABRIELE COME CARLO ?

DI RITA PENNAROLA
La Voce della Campania

Torna la ricostruzione della pallottola “deviata” nella perizia balistica per stabilire le responsabilità dell’omicidio di Gabriele Sandri. Affidata ad un esperto presente anche nell’inchiesta di Genova.

C’era da aspettarselo. Secondo la perizia balistica resa nota il 15 febbraio scorso, il proiettile sparato dall’agente della Polstrada Luigi Spaccarotella che ha tolto la vita al giovane tifoso della Lazio Gabriele Sandri nell’area di servizio della A1 Badia del Pino l’11 novembre 2007 «fu deviato da un corpo metallico, probabilmente la rete di separazione fra le aree di servizio e l’autostrada».

Come sempre perciò, quando a sparare e uccidere sono polizia o carabinieri, la colpa è del destino cinico e baro, di una pietra o di una gabbia che si sono messe di mezzo in quel preciso milionesimo di secondo, facendo cambiare traiettoria alla pallottola sparata per aria, che invece va a trapassare – sempre per pura fatalità – il corpo di un innocente.

Il copione e’ arcinoto. A chi ricorda in questa circostanza solo l’eccidio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, noi riproponiamo anche una vicenda per molti versi analoga avvenuta giusto un anno prima, luglio 2000, per le strade di Napoli, quando il sedicenne Mario Castellano, che guidava il motorino senza casco nel quartiere di Agnano, fu colpito mortalmente alle spalle da un colpo “sfuggito per caso” alla pistola dell’agente di polizia in servizio Tommaso Leone. A differenza di quanto avvenuto per l’omicidio del G8 – nel quale non fu possibile nemmeno celebrare un processo – nel caso di Mario la battaglia legale e’ stata durissima e costellata da colpi di scena. Assistita dall’avvocato partenopeo Gaetano Montefusco, la famiglia del ragazzo vede oggi Leone condannato con sentenza definitiva per quell’omicidio, dopo che era stata smontata pezzo pezzo la ricostruzione dei periti balistici che in secondo grado avevano avvalorato la tesi del proiettile “partito per caso” dalla pistola dell’agente, che proprio in quel momento era “scivolato”.
Mario, Carlo, oggi Gabriele. Tre giovani che, secondo taluni canoni del cosiddetto “ordine precostituito”, meritavano “una lezione” che servisse da monito anche ad altri. La storia successiva, soprattutto nella vicenda Giuliani, e’ stata scritta anche con il loro sangue. Dopo Genova, dopo la sua morte, il Movimento dei Movimenti e’ andato disperso, frammentato, ha perso la sua forza, e non solo in Italia.

Cosa succedera’ ora nel caso Sandri, sul quale e’ impegnato il pubblico ministero di Arezzo Giuseppe Ledda? Noi qui vogliamo sottolineare una particolare coincidenza: il perito balistico che di fatto ha scagionato il poliziotto Spaccarotella e’ lo stesso consulente di parte prescelto dai difensori di Mario Placanica, il militare che sparo’ la pallottola conficcatasi nel cranio di Carlo Giuliani. Si tratta del catanese Domenico Compagnini, che in quella occasione l’Ansa definì «insegnante di applicazione tecnica in pensione divenuto per hobby esperto balistico». Un “hobby” coltivato al punto che Compagnini risulta uno fra i soli cinque periti balistici italiani che possono fregiarsi del diploma rilasciato dalla Forensic Science Society, l’unica certificazione di questo tipo a livello europeo. A rilasciare il titolo e’ la Strathclyde University, socia a sua volta dell’European network of forensic science institutes, che riunisce gli istituti forensi di 18 Paesi europei. Fra i suoi soci italiani, il Servizio Polizia Scientifica ed il Racis, da cui dipendono i reparti Ris dei carabinieri che troviamo regolarmente sulla scena del crimine.
Al pari degli altri otto, dieci superconsulenti nominati dalle Procure italiane nei casi giudiziari che hanno tenuto banco negli ultimi anni (da Paolo Romanini a Pietro Benedetti, fino a Carlo Torre, Marco Morin ed Ezio Zernar), anche Compagnini si e’ occupato di grosse vicende come quelle di Marta Russo (sostenne che le possibili traiettorie del proiettile che uccise la giovane potevano essere piu’ di 27) e dell’attentato a Giuliana Sgrena che costo’ la vita a Nicola Calipari. Di recente lo troviamo nel processo alla brigatista Nadia Lioce.

Una fama insomma, la sua, per nulla appannata da quanto aveva verbalizzato dinanzi alla commissione parlamentare antimafia (presieduta all’epoca da Luciano Violante) il superpentito Antonino Calderone. «Una sera – raccontava Calderone – mi trovavo in una saletta d’aspetto dell’impresa Costanzo per parlare con uno dei nipoti (doveva affidare del lavoro alla mia impresa di movimento-terra). E’ venuto il dottor Domenico Compagnini che si occupa di balistica, tanto che aveva libero accesso ai documenti dei carabinieri, almeno allora, ora non lo so. (…) Mi ha detto: “Lei non sa niente?”. Ho risposto di no e lui ha aggiunto che erano stati emessi i mandati di cattura per mio cugino, Ferrera Giuseppe e tanti altri. Non gli ho detto che ce ne eravamo occupati ma mi sono chiesto come mai, dato che ci avevano assicurato di aver depennato i nomi. Di Ferrera Giuseppe non ne sapevo nulla. Ho informato De Luca di quanto mi aveva riferito il dottor Compagnini (con il quale ero in buoni rapporti, andavamo a caccia insieme e gli avevo regalato una pistola)».

Su questi ed altri dettagli forniti agli inquirenti da Calderone in merito al rapporto con Domenico Compagnini, l’inchiesta della magistratura non ha poi prodotto, nei confronti di quest’ultimo, nessuna imputazione. In un’Ansa del 2 novembre 1999 si legge: «La procura di Catania, a meta’ degli anni Novanta, chiese e ottenne l’archiviazione del fascicolo del perito balistico Domenico Compagnini, indagato nell’ ambito dell’ inchiesta sulla cosca Santapaola. A conclusione delle indagini Compagnini ha continuato ad essere nominato come perito d’ufficio in delicati processi come quello per l’ uccisione dell’avvocato Serafino Fama’, per il delitto del giudice Livatino e per l’omicidio del sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986».
«Della sua abilita’ – viene aggiunto – si servi’ anche il boss Benedetto Santapaola che lo nomino’ perito di parte nel processo per la strage in cui morì Carlo Alberto Dalla Chiesa». A ricostruire il “curriculum” di Compagnini e’ stato per la prima volta il gruppo “Pillolarossa”, in collaborazione col sito piazzacarlogiuliani.org.

Rita Pennarola
Fonte: www.lavocedellevoci.it/
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste.php?id=136
10.03.08

Pubblicato da Truman

  • FeraLupus

    Farei qualche distinguo non ve ne abbiate…
    la situazione di Gabriele Sandri non ha nulla a che vedere con quella di Carlo Giuliani. Giuliani bene o male ha portato un’aggressione verso la camionetta con all’interno i Carabinieri…
    Sandri invece era dall’altra parte di un’autostrada che minaccia portava da giustificare l’uso delle armi “ad altezza d’uomo”?
    Di quanto sarebbe stato deviato il colpo… se non colpiva Gabriele magari colpiva un automobilista che transitava ignaro?!
    Spero che la perizia venga correttamente valutata nel contesto della vicenda… il poliziotto non aveva alcun motivo di estrarre la pistola… ne di sparare… ne di sparare ad altezza d’uomo.

  • alcenero

    Sandri, la superteste giapponese “L’agente mirò per 10 secondi”

    AREZZO

    – “Quel poliziotto prima di sparare puntò l’arma e prese la mira per
    dieci secondi…”. È l’accusa della supertestimone dell’omicidio di
    Gabriele Sandri. Ma non solo: cinque giorni prima aveva superato con
    giudizio positivo l’addestramento al poligono di tiro. Era il 6
    novembre 2006, qualche giorno dopo, domenica 11, l’agente della
    polstrada Luigi Spaccarotella estrasse la pistola d’ordinanza e sparò
    contro l’auto con a bordo Gabriele Sandri uccidendo il 28enne tifoso [www.repubblica.it] della Lazio.

    “Non fu un colpo accidentale. Quell’agente mirò prima di premere il
    grilletto” hanno sempre sostenuto i famigliari di Sandri, assistiti
    dall’avvocato Michele Monaco. Una ricostruzione fatta propria dal pm
    Giuseppe Ledda che, a chiusura delle indagine, ha confermato
    l’imputazione di “omicidio volontario”. Una conclusione basata su
    alcune dichiarazioni. Ad accusare il giovane poliziotto sono due donne
    e in particolare un’operatrice turistica giapponese che per caso quella
    domenica si trovava nell’area di servizio di Badia al Pino sull’A1,
    vicino ad Arezzo. Keiko H., 42 anni, è la supertestimone dell’inchiesta
    sull’uccisione di “Gabbo”. Il 15 novembre ha raccontato la sua verità
    agli investigatori della guardia di finanza e ora le sue dichiarazioni
    sono finite tra le migliaia di pagine depositate dalla Procura di
    Arezzo.

    “Dopo aver fatto colazione – si legge sul verbale – uscivo
    dall’autogrill per fumare una sigaretta nel piazzale antistante.
    All’improvviso sentii uno sparo. Ma non capivo la provenienza. Vidi
    allora dei ragazzi, dall’altra parte dell’autostrada, scappare e
    correre verso delle autovetture. Successivamente vidi i due poliziotti
    correre verso di me e in particolare uno dirigersi verso l’estremità
    del piazzale mentre dall’altra parte i ragazzi salivano su
    un’autovettura di colore chiaro. Il poliziotto dopo essersi fermato
    puntava una pistola tenendola con entrambe le mani protese in direzione
    dell’autovettura e dopo circa dieci secondi sparava. Ricordo bene il
    momento dello sparo: l’autovettura era in movimento e anche dopo
    proseguiva la marcia. A quel punto, impaurita, mi sono recata verso il
    pullman sul quale viaggiavo”.

    La versione della giovane giapponese trova conferma anche dal racconto
    da una cassiera dell’autogrill. La donna però riferisce di aver sentito
    uno solo sparo. “All’interno del market un mio collega aiutava a fare
    delle fotocopie, dopo alcuni minuti l’agente è uscito. Dopo un quarto
    d’ora udivo il suono di una sirena. Allora uscivo dal locale e vidi che
    c’erano due auto della polizia. Nell’area di servizio opposta vedevo
    delle persone correre con in mano dei bastoni o qualcosa di simile e
    raggiungere un’autovettura e saliti a bordo partire in direzione nord”.

    La dipendente dell’autogrill racconta poi il momento dello sparo. “In
    quell’istante uno dei poliziotti mi è passato davanti. Giunto alla fine
    del guardrail, all’altezza di un cumulo di terra smossa, ha disteso
    entrambe le mani impugnando la pistola. Ha aspettato che quell’auto
    imboccasse la rampa che da accesso all’autostrada e poi ho udito un
    colpo di pistola. E mentre l’auto continuava il suo viaggio, il
    poliziotto è tornato sui suoi passi, sempre correndo, e ha raggiunto i
    suoi colleghi”. E ancora: “Non ho notato assolutamente se il poliziotto
    durante la corsa, sia all’andata che al ritorno, avesse in mano una
    pistola che, ripeto, gli ho visto impugnare solo poco prima della
    sparo”.

    (11 marzo 2008)

    Link [www.repubblica.it]

  • cesco

    Gabriele Sandri era un bravo ragazzo, barbaramente ucciso mentre se ne stava tranquillo in macchina con gli amici da un poliziotto che giocava a fare rambo .

    Carlo Giuliani era un violento che giustificava la sua brutalità travestendola da lotta per la giustizia sociale e la pallottola che l’ha colpito se l’è andata a cercare,che dare addosso ad una macchina dei carabinieri brandendo un idrante per colpire i suoi occupanti vuol proprio dire cercarsela.

    Quindi non mettiamo questi due giovani sullo stesso piano solo perchè entrambi uccisi da agenti delle forze dell’ordine.

    Comunque sul caso Sandri, non mi sembra eccessivamente strano che la pallottola possa esser stata deviata da una recinzione, visto che le aree di servizio autostradali sono abbondantemente recintate.

    E in ogni caso le perizie scientifiche, non solo balistiche,nel nostro paese si trasformano sempre in sketch d’avanspettacolo,anche in quei casi dove le forze di polizia non c’entrano.

  • fabiodellalazio

    Che carlo giuliani fosse un violento non saprei proprio dirlo.
    Certo che vestito cosi ne dava ampiamente l’idea.
    Io, senza volerlo, mi sono trovato qualche volta nei tafferugli tra polizia e tifosi allo stadio. Sono un tipo molto tranquillo e che sa controllarsi molto. In quei contesti mantenere il controllo è di una difficoltà estrema perchè ti sale la rabbia dal profondo quando vedi certe cose ed ho faticato molto per non perdere la testa e lasciarmi andare a qualcosa di molto brutto. A genova la polizia ha aggredito senza mezzi termini i manifestanti, addirittura un cellulare ha provato ad investire in retromarcia una decina di persone. Lo hanno rincorso e quando lo hanno raggiunto si è rischiato il linciaggio degli occupanti. E’ il cellulare a cui, le immagini testimoniano, è stato dato alle fiamme. Magari in quel momento la gente dietro a quel cellulare era tranquilla ma poi, visto il tentativo di investimento ingiustificato, ha perso la testa con tutte le conseguenze del caso.
    Morale, in certi contesti non è facile ne da una parte ne dall’altra mantenere i nervi saldi.
    Per quanto riguarda Gabbo, io me ne frego altamente se la rete ha deviato il colpo.
    Quello che conta è che un pazzo che continua a lavorare, ha impugnato una pistola senza motivo ed ha sparato ad altezza uomo.
    E se pure la rete avesse deviato il colpo, si puo dire che poteva colpire un automobilista alla guida della sua auto lanciata a 130 km/h?
    E che sarebbe successo su quella strada?
    Decine di morti.
    Basta scuse e chiacchere.
    Carcere per gli assassini, chiunque siano.

  • Truman

    Riceviamo dall’avvocato Montefusco il seguente commento.
    ——–

    Data: 12 Mar 2008
    Oggetto: Mi vedo citato

    nell’articolo di Rita Pennarola da voi evidenziato.

    La giornalista si riferisce al processo contro Tommaso Leone e al
    tentativo di proscioglimento dello stesso sulla scorta di una
    perizia balistica. Nel dichiararmi d’accordo con la Pennarola sulla
    deprecabile abitudine di molti giudici di fondare il proprio convincimento
    sulle risultanze peritali vorrei aggiungere come – nel caso Leone –
    l’imputato contasse esclusivamente su tale mezzo per dimostrare la sua
    finta innocenza e di come avesse appreso tale metodo difensivo in un
    precedente procedimento.

    Che contasse solo sulla perizia è desumibile dal suo
    comportamento di impunito (recentemente ha chiesto addirittura la
    grazia) per il quale non ha ritenuto mai di esprimere pentimento o di
    porgere delle scuse ai parenti del povero Mario Castellano, che sapesse
    com’è semplice essere prosciolti per effetto di discutibili interventi
    peritali, lo aveva appreso in altro procedimento per omicidio
    archiviato.

    Accadde quattro anni prima della morte di Mario Castellano, quando nel
    1996 nei confronti degli agenti di polizia Tommaso Leone e Papa Fabio,
    su conforme richiesta del P.M. dr. Emanuele De Maria, veniva archiviato
    con decreto del G.I.P. della Pretura Circondariale di Bari del
    13.10.1997, l’omicidio di Marsiglia Francesco, un contrabbandiere di
    meno di trent’anni ucciso con colpi di arma da fuoco il 23 gennaio del
    ’96, perché non venivano ravvisati estremi di reato.

    Nell’occasione fu ritenuto attendibile il verbale redatto dagli agenti
    Leone e Papa secondo i quali l’esplosione di colpi d’arma da fuoco si
    sarebbe resa necessaria perché dall’auto contrabbandiera venivano
    esplosi colpi d’arma da fuoco ai quali gli agenti rispondevano sparando
    prima in aria e poi in direzione delle gomme.

    Alla guida dell’auto nella quale é deceduto il Marsiglia c’era il sig.
    Crescenza Arcangelo, testimone dei fatti, mai ascoltato dai magistrati e
    che dichiarò a me in un verbale che ho ai miei atti /”Hanno sparato
    subito in direzione dei vetri e già il primo colpo ruppe il lunotto e il
    vetro anteriore. Mi sono calato e ho accelerato per scappare ma
    sparavano ininterrottamente. Non mi sono accorto subito che Franco era
    morto anche perché non c’era sangue. Poi l’ho visto che sembrava svenuto
    e non rispondeva. L’ho accompagnato in ospedale a Castellana Grotte dopo
    aver chiesto a una pattuglia di metronotte dove fosse un ospedale.
    Quando ho parlato col giudice gli ho precisato che né io né Franco
    Marsiglia avevamo armi e che quindi nessuno aveva sparato. Sul posto
    sono stati trovati solo i proiettili dei poliziotti.

    Nessuno di noi aveva le armi. Mi chiesero se io con qualche manovra
    avevo tentato di speronare una Ibiza nera e feci presente che non era
    accaduto né alcuno della colonna. Il mio avvocato chiese se dovevo
    sottopormi a fermo o fare il guanto di paraffina ma il giudice disse di
    no e mi mandò a casa.”/

    /***/

    Nonostante il teste Crescenza Arcangelo la responsabilità degli agenti
    fu esclusa sulla scorta delle loro dichiarazioni e di una consulenza
    balistica che ritenne che i proiettili avevano attinto la vittima per
    effetto di rimbalzi e deviazioni . Troppe volte le consulenze traggono
    d’impaccio gli indagati e purtroppo questo è ben noto agli agenti dal
    grilletto facile.

    Gaetano Montefusco