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PERCHE' SIAMO IN AFGHANISTAN

LEGGE “STRATEGIA DELLA VIA DELLA SETA” O HR.2867

DI NICOLETTA FORCHERI
Arianna editrice

Un piano per ottenere la servitù degli oleodotti e le royalties dell’attraversamento dell’Afghanistan

Il 12 febbraio del 1998, davanti alla Commissione Affari internazionali, sottocommissione Asia/Pacifico, del Congresso statunitense, e in presenza del vice presidente di Unocal Corp., Maresca, si definiva la futura politica estera americana nel Caucaso e Asia Centrale, in particolare in Afghanistan, calcata sulla strategia di sviluppo della multinazionale di gas e di petrolio Unocal Corp.

L’Unocal è una multinazionale che “sparisce”, per fusione incorporazione, nella Chevron – Texaco Corp nel 2005, la quale diventa a sua volta Chevron Corp tout court, per celare dietro a una foglia di fico il polo gigantesco che si è venuto così a creare. La Chevron aveva operato una fusione con la Texaco a sua volta a ottobre del 2001, operazione autorizzata già da agosto del 2001.

Dagli estratti tradotti sotto di quella seduta, nel lontano febbraio del 1998, è difficile non osservare come l’esercizio del potere USA, nasca da presupposti del tutto opposti all’originaria concezione della politica europea del dopoguerra (che sta scomparendo a vista d’occhio): ossia che interesse privato e interesse pubblico siano coincidenti, e anzi che il privato possa tranquillamente essere preminente, come essenzialmente “buono”.

Un leitmotiv che torna ritualmente nelle discussioni stereotipate di deputati e senatori U.S. è l’espressione “national interests”, dal significato deviato di interesse della Unocal Corp. e delle imprese americane in genere, utilizzata come guida irrefutabile e base irrinunciabile, o pretesto, per interferire nelle politiche interne di altri paesi. Dall’11 settembre anche d’invaderli…

E’ buffo osservare come la retorica nazionale statunitense confonda la nozione di “Comunità internazionale” con quella di un unico paese, e come l’espressione “sicurezza energetica nazionale” sia un elemento fondante del dibattito teso a giustificare qualsiasi tipo di azione, ivi compreso scendere a patti con i Talebani, o decidere da un giorno all’altro di attaccarli perché  non collaborano. Espressione del resto dal significato gonfiato come una bolla, la sicurezza energetica nazionale in realtà non coincide con la sicurezza di approvvigionamento all’interno delle proprie frontiere nazionali, bensì con il diritto di saccheggiare le riserve energetiche di paesi terzi, e in ultima analisi di ottenere rendite di posizione acquisite con la guerra.

Interessante constatare come la retorica neocon non abbia problemi a frapporre muri fra sé e il “fuori”, mentre non accetta confini quando si tratta di andare a fare “business” nel mondo. Singolare rilevare anche come questi deputati pensino, apparentemente in buona fede, che il loro regime sia il migliore del mondo e come, candidamente, o in mala fede, dicano di volere il bene dei paesi che invadono. Invadere equivale a “doing business”, è la stessa cosa sotto l’apparente movente della “democrazia” e della “prosperità”, altre parole galvanizzate, gonfiate e maltrattate, divinità fondanti delle odierne società divenute idoli-involucri vuoti….

Nel linguaggio traspare chiaramente come tanti conflitti siano la conseguenza della confusione epistemologica tra interesse privato e interesse pubblico, laddove il governo si adopera per frapporre ostacoli e schiacciare economicamente e geopoliticamente i rivali in affari, ossia quei paesi dalle multinazionali potenti o dalle ingenti risorse energetiche che vogliono fare business liberamente con chi gli pare in un mercato presuntamente “libero”: Russia, Francia, Iran e, all’epoca Iraq e Turchia, ma anche Libia, Malesia, Siria e tutti gli altri paesi poco “collaborativii”; tutto ciò per conseguire quel monopolio privato tanto aborrito da tutti, dai liberali ai comunisti, e più di tutti da loro stessi quando si tratta del monopolio degli altri.

Interessante infine il titolo della Legge che ha creato tutto questo scompiglio: Strategia della Via della Seta. Niente di nuovo sotto il sole, come anche il rispolverare nozioni attinte ad antichi imperi, e la nozione di “royalty” o di “servitù” lungo antichi sentieri del sale e delle spezie. In questo caso risorse e diritto di passaggio delle stesse verranno monopolizzate e arraffate con tanto di “diritti di proprietà” e “brevetti”, anche e soprattutto ciò che la natura o la storia ci porgono con generosità. Strumenti legali per saccheggiare e vivere di rendita di titoli di proprietà abusivi.

Singolare la domanda che vien posta da un deputato al vice presidente dell’Unocal circa il suo impegno in un qualche processo di “democratizzazione” del paese, o meglio, conforme alla realtà della sedicente prima potenza mondiale: governata dalle banche/multinazionali. Ma come, rientra tra i compiti di una multinazionale, pacificare i popoli? Per poi schernirsi, Maresca, preso da (falso?) imbarazzo: “Siamo una compagnia privata”. E allora che cosa ci fa al Congresso ad esporre i progetti di espansione “energetica” della Corp. nei paesi dell’Asia Centrale e del Mar Caspio, creando tutto questo vespaio mondiale?  Mentre lo stato-nazione non può neanche prendere una decisione di politica economica degna di questo nome, senza incorrere nelle ire dei plutocrati della terra: intromissione inaudita! Le multinazionali, quelle potenti, dettano ai governi della terra le loro leggi, mentre nel terzo mondo vanno in guerra per aprirsi dei varchi e “penetrare, conquistare”nuovi mercati…

La verità è che gli interessi dei governanti degli Stati Uniti sono oramai coincidenti con quelli delle “cupole” delle loro multinazionali. Non più con quelli del loro popolo né tanto meno con quelli dei popoli invasi.

               Nella legge della Strategia della Via della Seta, votata nel  1997 al Congresso americano, si dice nel preambolo:

“Si desiderano sedare gli attuali conflitti etnici che destabilizzano le due aree e che offrono ai paesi limitrofi come l’Iran, il volano per ottenere cooperazione nelle principali iniziative commerciali riguardanti gli oleodotti di esportazione dell’energia. Infine, così come ne va dell’interesse americano aiutare quei paesi a gettare un ponte verso l’occidente in modo da ridurre le manipolazioni dei loro ingombranti vicini, ne va ugualmente dell’interesse americano che i giacimenti energetici delle due aree si aprano all’Occidente.”

Non si tratta di una frase sgrammaticata, la traduzione è fedele, la facciata ipocritamente buonista è così sottile da far sbucare fuori baldanzosamente la costante motivazione imperante: l’interesse americano.

“Come i miei colleghi sanno bene, il nostro esercito affronta il compito sempre più arduo di garantirci il costante accesso ai giacimenti energetici del Golfo Persico”. Viva la sincerità.

E continua:Dobbiamo incoraggiare lo sviluppo di altre fonti di petrolio e di gas alla soglia del prossimo secolo onde ridurre la nostra dipendenza dal Golfo Persico dove Iran e Iraq brigano per manipolarla. Le riserve del Caucaso e dell’Asia centrale non sono come quelle del Golfo Persico ma sono sicuramente vaste e dovremmo cercare delle strade per fare sfociare gli oleodotti verso occidente, evitando le rotte che attraversano la Russia e l’Iran che potrebbero avere un interesse geopolitico a “strozzare” questi oleodotti nel futuro.”

 

ILSA o Iran-Lybia Sanction Act

La Iran-Lybia Sanction Act o ILSA è la legge passata nel 1996 sotto l’amministrazione Clinton, con scadenza nel 2001 e prorogata da Bush, che si prefigge di sanzionare le imprese che investano in Iran per più di 20 M di dollari o in Libia per oltre 40 M di dollari. Essa accordava al Presidente degli S.U. la possibilità di applicare due delle sei sanzioni previste, ossia:

1.      il divieto di ottenere dalle banche crediti e mutui alle esportazioni negli USA;

2.      il divieto di ottenere l’autorizzazione di esportare negli USA materiale militare e paramilitare;

3.      il divieto di ottenere prestiti dalle banche statunitensi di oltre 10 M di dollari; se l’impresa è un istituto finanziario;

4.      il divieto di erogare servizi relativi ai buoni del tesoro U.S. e/o di fungere da deposito per fondi governativi statunitensi;

5.      il divieto di accordare appalti governativi statunitensi a dette ditte;

6.      restrizioni alle importazioni negli USA.

 

Da notare come quattro sanzioni su sei siano di tipo strettamente finanziario.

La legge prevedeva delle eccezioni, la prima ove fosse in ballo l’interesse nazionale statunitense e la seconda se il paese della multinazionale decideva esso stesso di applicare tali sanzioni.  Nell’estate del 2001 la legge fu prorogata a schiacciante maggioranza per cinque altri anni, e resa più severa riducendo il limite d’investimento accettabile in Libia da 40 a 20 M di dollari e ampliando la nozione d’investimento in modo da ricomprendere tutti gli accordi precedenti il momento della loro proroga.  Davanti alle proteste degli alleati europei che consideravano detta legge arbitrariamente extraterritoriale, come anche quella di Helms-Burton relativa a Cuba, Clinton ne aveva ammorbidito l’applicazione fino a tollerare alcune eccezioni di cui si parlerà nel testo: un contratto di 20 miliardi di dollari tra la Total e l’Iran e i suoi partner, nell’aprile del 1997, e lo sviluppo delle fasi due e tre da parte di Gazprom della Russia e di Petronas della Malesia in cambio dell’impegno formale di tali governi di non sostenere il “terrorismo internazionale” e di frenare lo sviluppo dell’energia nucleare iraniana.

Altri accordi “tollerati” sono: nel 1999 ENI ed Elf-Aquitaine per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Iran; nel 2000 il permesso per ENI di sviluppare le fasi 3 e 4 dei giacimenti di gas nel sud della Persia; nel 2001 un accordo con l’ENI di sviluppare il giacimento petrolifero di Darkhovin in Iran.

La domanda che sorge spontanea è: in cambio di quali lauti scambi siano state accettate tali deroghe all’Atto ILSA per gli investimenti di ENI in Iran (la base di Vicenza? una maggiore presenza in Afghanistan? minacce di sanzioni sulle nostre esportazioni di materiale bellico?)

Il Freedom Support Act, votato nel 1992, si prefigge di aiutare gli ex paesi dell’Unione sovietica nella “transizione alla democrazia”, in pratica legalizza i doni in denaro che favoriscano cambi di regime e rivoluzioni colorate varie nel senso indicato dagli USA, in particolare in modo che diventino ambienti “amichevoli” per i loro business….O come legalizzare e autorizzare la corruzione.

Per esulare dall’analisi “linguistica”, è interessante constatare che la Unocal aveva già intrapreso dei contatti con i Talebani, fingendo d’ignorare che ospitavano Bin Laden, perché è di lui che si parla in un paragrafo (siamo nel 1998) considerato all’epoca colpevole di almeno due attentati contro due ambasciate americane.

Gli Stati Uniti, si dichiara nel preambolo, vogliono sostituire gli interessi della colonialista britannica East India Trading Company con quelli dell’Unocal/Chevron/Texaco. Interessante osservare come, senza alcuna ombra di senso di colpa, essi tendano, al governo e al Congresso, ad approvare e concepire leggi che ostacolino le multinazionali basate in Europa o altrove. E per fare questo siano disposti a sanzionare dette multinazionali, e a influenzare la politica mondiale in modo da applicare embarghi e sanzioni ai paesi che non sono “cooperanti” o, come dicono con un eufemismo “non amichevoli”… Appunto perché, in un delirio di onnipotenza, pensano di rappresentare la comunità internazionale…

In quello che potrebbe sembrare un lapsus in un discorso che è tutto improntato alla megalomania, traspare tutta la volontà di potenza su tutti i paesi della terra ed è quando un membro democratico (!) ammette: “Penso che sia giusto affermare che le azioni americane per scoraggiare gli europei ed altri ad investire in Iran non siano mosse tanto dalla preoccupazione che possano rivelarsi imprese rischiose dal punto di vista commerciale e in paesi inaffidabili, quanto dall’intento di conseguire obiettivi politici economici e di sicurezza importanti, pensiamo, per gli Stati Uniti, che quei paesi dovrebbero condividere.” Insomma gli altri paesi, volenti o nolenti, devono condividere i loro stessi obiettivi commerciali. Non c’è libertà, non c’è scampo, soprattutto non c’è il loro tanto decantato liberalismo, o libero mercato. O se non altro, esso va imposto a suon di cannoni, di supposte missilistiche e di militarizzazione crescente….

Infine, in questo discorso non appare, ma la storia vuole che gli americani, vedendosi sfilare l’autorizzazione per ottenere il diritto di servitù per i loro oleodotti/gasdotti, avendo i Talebani declinato l’invito, decidono di sanzionarli e abbandonano definitivamente l’idea di corteggiarli, come volevano fare per farli diventare i nuovi sauditi dell’area… Insomma decidono di invaderli e di attaccarli, con l’aiuto stratosferico della Nuova Pearl Harbour, o 11 settembre…(cfr. Documento del Pnac, Nuovo ordine mondiale, nel 2000)

 

Il dibattito in aula alla commissione Affari internazionali, sottocommissione Asia-Pacifico,  del Congresso Americano, febbraio 1998

BEREUTER (presidente della seduta, membro del Congresso). Vorrei procedere sul tema dell’udienza di oggi, gli interessi statunitensi nelle Repubbliche dell’Asia centrale. (..). Un secolo fa, l’Asia centrale era teatro di un ampio gioco che vedeva come protagonisti la Russia zarista, la Gran Bretagna coloniale, la Francia napoleonica e gli Imperi Persiano e Ottomano. (…). Un secolo dopo, il crollo dell’Unione Sovietica ha messo in moto un’altra grossa partita dove gli interessi della East India Trading Company sono stati sostituiti da quelli dell’Unocal e della Total, e di altre organizzazioni e imprese.

Oggi la sottocommissione esamina gli interessi di un nuovo contendente in questo gioco, gli Stati Uniti. I cinque paesi che costituiscono l ‘Asia centrale, Karzakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan sono diventati indipendenti nel 1991 e hanno richiamato l’attenzione del mondo per le loro fenomenali riserve di petrolio e di gas. Nel loro anelito a raggiungere una stabilità politica, l’indipendenza economica e la prosperità, queste nazioni sono ansiose di allacciare rapporti con gli Stati Uniti che hanno prontamente risposto inviando il Segretario di Stato per l’Energia Frederico Pena, a novembre scorso, in una missione presidenziale nell’area per condurre delle discussioni. (…)

Gli obiettivi dichiarati degli S.U. riguardanti le risorse energetiche comprendono la formazione di Stati indipendenti e di legami con l’Occidente onde spezzare il monopolio russo sulle rotte di trasporto petrolifero e di gas, la ricerca della sicurezza energetica dell’occidente attraverso la diversificazione dei fornitori, la promozione della costruzione di oleodotti est-ovest che non passino dall’Iran, e la negazione all’Iran di qualsiasi possibilità di esercitare pressioni pericolose sulle economie dei paesi dell’Asia centrale

Inoltre, come è stato osservato dal vice Segretario di Stato Strobe Talbott, gli Stati Uniti tendono a scoraggiare qualsiasi altro paese a guadagnare il controllo dell’area, ma sollecita tutti gli Stati responsabili a cooperare per lo sfruttamento delle risorse locali, petrolifere e di gas. (…) D’altra parte alcuni dubitano dell’importanza dell’area per gli interessi statunitensi e altri ne contestano la pertinenza delle sue risorse per gli interessi di sicurezza nazionale statunitensi. Altri avanzano che ci vorrà molto tempo e molti fondi per trasportare le risorse sui mercati mondiali. Mentre altri ancora sottolineano i conflitti etnici e civili in Tagikistan e Afghanistan come ragione sufficiente per evitare qualsiasi coinvolgimento che superi la mera presenza diplomatica nell’area

BERMAN (membro democratico della Commissione):

So che alcuni osservatori credono che il recente tentativo di assassinio del presidente georgiano Edward Shevardnadze e le dimissioni forzate del presidente armeno Ter-Petrossian siano connessi [NdT, da approfondire effettivamente…]. Alcuni credono che movimenti dai programmi diversi pensino che la distrazione dell’attenzione del mondo sull’Irak offra l’opportunità per destabilizzare l’Asia Centrale, con i consueti giochi di spionaggio, tradimento e inganni nel tentativo di dominare l’area. Gli interessi americani nell’area sono semplicemente di garantire lo sviluppo politico ed economico e di evitare che cada sotto il giogo di qualsiasi potere esterno, che sia l’Iran o la Russia [ma come siamo buoni…NdT].

Questa udienza costituisce l’opportunità per richiamare questo obiettivo e per ribadire a tutti che ci atteniamo ad esso, sebbene si sviluppino crisi altrove. La collocazione geografica dell’area, le sue enormi risorse energetiche ci stanno particolarmente a cuore. Faremo il nostro possibile per portare il nostro aiuto allo sfruttamento delle risorse in modo che ne possano beneficiare i popoli dell’area….(…)

GEE (vice Segretario per la politica dell’energia)

(…)  Abbiamo anche interesse a massimizzare le opportunità commerciali per le ditte statunitensi e per gli USA e altri investimenti esteri nello sviluppo energetico dell’area.(…)   Quattro fattori inquadrano la nostra politica: primo, la promozione di molteplici rotte per l’esportazione. (…) Conseguentemente il nostro governo ha promosso lo sviluppo di numerosi oleodotti e reti d’infrastrutture diversificate per aprire e integrare questi paesi nel mercato globale e creare cooperazione regionale. (…) Un corridoio di trasporto energetico eurasiatico che inglobi il segmento trans-Caspio con una rotta da Baku, in Azerbaigian, attraverso il Caucaso e la Turchia verso il Mediterraneo, al porto di Ceyhan, è compreso nel progetto (…). Secondo, l’enfasi sulla convenienza commerciale. Anche se riconosciamo l’influsso a livello regionale della politica sullo sviluppo delle rotte di esportazione, abbiamo soprattutto bene in mente che saranno mere considerazioni commerciali a determinare i risultati concreti. Questi progetti devono essere commercialmente concorrenziali per il settore privato e la comunità finanziaria internazionale. Il nostro sostegno agli oleodotti come quello Baku-Ceyhan o le rotte trans-Caspio di petrolio e di gas non è mosso da alcuna volontà di intervenire nelle decisioni commerciali private. Piuttosto deriva dalla nostra conclusione che non è interessante per le compagnie operanti in quegli Stati né per le strategia degli Stati ospitanti dipendere da un unico maggiore operatore per i diritti di transito [royalties]. In genere sosteniamo quelle soluzioni di trasporto commercialmente praticabili e affrontiamo le preoccupazioni ambientali e gli obiettivi politici. (…) Abbiamo sollecitato i Turchi ad adottare azioni precise per rendere la rotta Baku-Ceyhan un’alternativa attraente dal punto di vista commerciale.

 (…) Quarto, isolare l’Iran. La nostra politica sull’Iran non cambia. Il governo si oppone agli oleodotti attraverso l’Iran. Lo sviluppo dell’industria petrolifera e di gas e di oleodotti dal bacino del Mar Caspio a sud verso l’Iran minerebbero seriamente lo sviluppo dell’infrastruttura est-ovest e offrirebbero all’Iran un controllo inopportuno sulle economie del Caucaso e dell’Asia centrale. Per di più, dal punto di vista della sicurezza energetica, non ha senso stanziare più risorse energetiche attraverso il Golfo Persico, potenziale punto caldo o “strozzatura”. Dal punto di vista economico, l’Iran compete con il Turkmenistan per il lucrativo mercato del gas turco. Il Turkmenistan potrebbe fornire il gas per costruire l’oleodotto solo per vedersi spiazzato poi dalle esportazioni di gas dello stesso Iran.(…).

Come applicare la politica statunitense? Primo, abbiamo iniziato a impegnarci con i governi regionali a livello ministeriale e con visite di alto rango, e abbiamo stabilito dialoghi formali da governo a governo.(…) Secondo, stiamo perseguendo una strategia aggressiva presso i governi locali. (…)

     

Si continua con uno squarcio di che cosa gli USA intendano per “libero mercato”: libertà di imporre il loro monopolio ovunque e libertà di rovesciare i regimi che resistono; nonché il motivo reale delle sanzioni all’Iran (e tante altre), e come in Iran desse fastidio la rivale Total (Fina Elf):

 BERMAN. L’ultimo governo turco [prima del colpo di Stato militare di qualche mese prima, NdT] credo che avesse annunciato un accordo con l’Iran per costruire un oleodotto, non sono sicuro se fosse da questa zona ma so che era un oleodotto trans-iraniano.

GEE. Si

BERMAN. Attraverso la Turchia per finire penso nel Mediterraneo. Non ne ho più sentito parlare. A che punto è l’accordo?

GEE. Lei si riferisce all’accordo di comprare gas turkmeno (…) da parte della Turchia e trasportarlo poi attraverso l’Iran. Da quel che capisco questo accordo è ancora in vigore. E’ uno di quei progetti ai quali ci opponiamo.

La transazione è già in vigore e dipenderà dalla creazione delle infrastrutture necessarie per trasportare il gas dal Turkmenistan all’Iran.
    BERMAN. Mi faccia immaginare uno scenario. Vorrei capire le implicazioni cui Lei si riferisce. Immaginiamo, ad esempio, che i francesi e i russi decidano di effettuare un grosso investimento energetico in Iran e che prosegua senza nessuna sanzione da parte degli Stati Uniti. Prevede che in tal caso ci sarebbero altre compagnie petrolifere o energetiche che cercherebbero di impegnarsi nel progetto di un oleodotto iraniano per trasportare il petrolio e il gas dell’Asia centrale attraverso l’Iran?
  GEE. Lei mi sta chiedendo se ciò succederebbe nell’evenienza che non ci fossero sanzioni imposte dagli Stati Uniti?

BERMAN. Si.

GEE. Si, in assenza di sanzioni ILSA o di una decisione, pendente, degli USA di non imporre sanzioni.

BERMAN. Immaginiamo che ci sia una deroga alle sanzioni. Lei pensa che tale deroga incoraggerebbe le compagnie petrolifere a perseguire più seriamente il trasporto attraverso l’Iran del petrolio dell’Asia centrale?

GEE. E’ una domanda difficile.

BERMAN. Perché? Sembra facile.

GEE. Perché, tra le altre cose, abbiamo parlato a numerose compagnie private che ci hanno indicato che anche nell’ipotesi in cui gli Stati Uniti avessero normalizzato le relazioni con l’Iran, anche in assenza di sanzioni ILSA, persisterebbe un qualche rischio nell’investire in Iran a causa dell’inaffidabilità del processo decisionale iraniano.
    Credo che in fin dei conti una decisione commerciale nel settore privato sarà da prendersi, preventivando tutti questi fattori. Io non sono nel settore privato.
   BERMAN. Beh, quella della Total non è stata un’operazione opaca. Capisco che è stato un lucrosissimo investimento.

GEE. Le posso dire solo basandomi sulle discussioni con gli esponenti del settore privato che ci hanno segnalato che non sarebbe per nulla sicuro che investirebbero in Iran, anche in assenza di sanzioni.

BERMAN.  Proviamo a dirlo in altre parole: Lei crede che una deroga alle sanzioni o l’insuccesso ad imporle, aumenterebbe la probabilità che queste compagnie considerino più seriamente l’idea di investire in un oleodotto trans-iraniano?
     GEE. So che sarebbe un fattore. Non so se sarebbe preponderante, in ultima analisi, per prediligere una decisione in tal senso.

 BERMAN. Viste le sanzioni che imponiamo alle nostre compagnie americane, la conseguenza che altre compagnie europee e non solo, investano in detto oleodotto, sarebbe di creare uno svantaggio competitivo per le compagnie americane?

GEE. Mi lasci dire che dipende. Dipende sia da quante altre opportunità ci siano esattamente per quel che riguarda altri grossi investimenti da effettuare nel Caspio. Sia da come ogni singola compagnia valuta il rischio-paese in Iran. Se una compagnia ha determinato che il regime iraniano esistente, o il regime iraniano nel futuro prossimo è intrinsecamente inaffidabile per quel che riguarda i grossi investimenti, potrebbe benissimo concludere lo stesso che esiste un mercato competitivo che desidera esplorare, anche se altri nel settore privato hanno raggiunto le conclusioni opposte.

 BERMAN.  Mi fermo con le mie domande. Capisco la sua posizione.
GEE. Grazie.

BERMAN. Ma penso che sia giusto affermare che le azioni americane volte a scoraggiare gli europei ed altri ad’investire in Iran non siano mosse tanto dalla preoccupazione che possano risultare imprese avventate dal punto di vista commerciale, in un paese inaffidabile, quanto dall’intento di conseguire obiettivi politici economici e di sicurezza importanti, pensiamo, per gli Stati Uniti che quei paesi dovrebbero condividere. Non è un’iniziativa per convincere le compagnie europee dell’esistenza di rischi commerciali (…).

GEE. Capisco. Mi faccia aggiungere che credo che qualsiasi compagnia che presuma che una deroga da parte degli Stati Uniti sulle compagnie straniere coinvolte in questa transazione segnali la mancanza di volontà degli USA. di applicare le sanzioni conformemente a ILSA, procederà a suo rischio e pericolo. Non credo infatti che sia ragionevole concludere che qualsiasi compagnia statunitense salterebbe a pie’ sospinto sull’occasione. Dovrebbe prima di tutto assodare se il governo statunitense considererebbe positiva la sua attività nell’area. 

BERMAN. No, certo capisco. Proprio come pensavo, le compagnie USA non si trovano in uno svantaggio concorrenziale considerevole (…)”.

 

Quando interviene Starr, esperto del John Hopkins University, trova giusto aggiungere un dettaglio dimenticato, ossia di mettere le mani anche sull’acqua dell’area. Parlando della legge HR 2867 o cosiddetta Legge della Strategia della Via della Seta dice:

STARR. (…)  Appare che la cosiddetta Legge della Strategia della Via della Seta va ben al di là di qualsiasi altra Legge precedente del governo statunitense nel tradurre in azioni i nostri principi relativi a quest’area del mondo.(…)
   Per il sostegno alle infrastrutture, la Legge H.R. 2867 elenca vari settori in cui possiamo fornire impianti. (…) Secondo, vorrei suggerire che andrebbe aggiunta l’acqua. Sapete che l’Asia centrale è molto arida. Per secoli i conflitti sull’acqua sono stati tra i più cruenti dell’area. Vi sono molte conoscenze che possiamo portare sulla risoluzione dei problemi idrici (…) Saremo entusiasti di farlo. (…). Terzo, per quel che riguarda sempre i progetti d’infrastrutture: la legislazione si riferisce semplicemente al termine  “energia” e al sostegno a progetti di trasporto di petrolio e di gas, ma non parla di elettricità. Vorrei suggerire di aggiungere l’elettricità. I due paesi più poveri dell’Asia Centrale in termini di risorse sono il Tagikistan e il Kirghzistan, ambedue ricchi di acqua e di potenziale idroelettrico. Tutto quel che possiamo fare per aiutarli a sviluppare queste risorse, li farà andare a passi giganteschi verso economie solvibili” (In pratica si stanno ponendo le basi per il maggiore monopolio mondiale energetico e di trasporto di acqua, gas, elettricità e petrolio). La ventilata guerra all’Iran non può essere capita senza comprendere il senso di quello che dice l’accademico, che mette in guardia la politica USA nei confronti dell’Iran, in flagrante contraddizione secondo lui con la politica statunitense e i suoi obiettivi in Asia Centrale:: “Vorrei semplicemente sottolineare come il massimo tributo per le misure che abbiamo adottato contro l’Iran, lo paghino in modo sproporzionato Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, perché impediscono loro di esportare gas e petrolio attraverso una delle strade più naturali, l’Iran. La posizione statunitense è stata di contestare che quella strada sia interessante per le repubbliche d’Asia Centrale, ma nessuno dei nostri amici nell’area è d’accordo con tale posizione. Nel frattempo  società francesi, malesi, russe stanno già investendo nella costruzione di infrastrutture in Iran. Ad esempio, un oleodotto è in costruzione nell’Iran settentrionale proveniente dal Turkmenistan. Gli Stati Uniti non hanno obiettato niente a ciò. Turkmenistan e Kazakistan stanno lavorando per ottenere degli accordi con Teherani in modo da potere esportare attraverso l’Iran senza veramente farlo. In breve la quarantena americana del 1995-1996 non regge.

Gli avvenimenti recenti in Iran stanno esasperando la situazione. Non voglio passarli in rassegna in questa sede perché sono noti a tutti: l’elezione del presidente Khatami, le sue dichiarazioni di Capodanno ecc. Il loro impatto è di mutare l’ambiente degli investimenti nell’oleodotto est-ovest del Caspio. Tutti aspettano. Non ci sono ancora fondi a disposizione per costruire l’oleodotto, progetto favorito, e tutti stanno giustamente aspettando di vedere quel che succederà in Iran, perché qualsiasi cosa potrà cambiare i coefficienti economici rispetto al progetto sul quale gli USA hanno puntato così tanto.

Si presentano secondo me tre opzioni. Primo, gli USA tentano di imporre le loro sanzioni contro chiunque investa in Iran con cosi tanta severità da bloccare il flusso di fondi e progetti ma il problema è che i recenti avvenimenti in Iran rendono difficilmente difendibile questo approccio e lo renderanno forse ancora meno sostenibile nel futuro.

Secondo, gli USA ammettono che le loro politiche verso l’Armenia e l’Iran non fanno che aumentare i rischi e i costi del pipeline e cercano di neutralizzare detti costi politici con forme aggiuntive di finanziamenti, livellando in un certo qual modo, il campo per le forze del mercato, ma m’immagino come sarebbero mal visti da chi li considererebbe favoritismi nei confronti di un comparto piuttosto che di un altro.

Terzo, gli USA adottano una posizione di attendismo nei confronti dell’Iran al posto dell’attuale posizione assolutistica del tipo “o tutto o niente”.  L’obiettivo sarebbe di trovare posizioni calibrate tra il tutto e il niente. Le ho scritte in una dichiarazione. Basti pensare che con alcune posizioni intermedie saremmo in grado di reagire non solo più efficacemente ma anche più attivamente all’evoluzione della situazione in tutta l’area e in Iran.(…) Per dire che non è più possibile trattare le politiche statunitensi in Asia centrale e Iran come due politiche separate tra loro. La nostra politica in Iran, per quanto giusti gli obiettivi, ha secondo me un impatto potentemente negativo sulla capacità di conseguire i nostri obiettivi in Asia centrale e nel Caspio. Ammetterlo significherebbe aprire la porta a politiche più praticabili in ambo le aree. Grazie Signor Presidente.”

 

Poi è il turno di Maresca, vice presidente delle relazioni internazionali dell’Unocal Corporation, una delle maggiori compagnie di sviluppo di progetti e di risorse energetiche al mondo.

MARESCA. (…) Apprezzo il Suo invito a farmi parlare oggi in questa sede. Ritengo che queste sedute siano tempestive e pertinenti. Mi congratulo con Lei per avere richiamato l’attenzione sulle riserve di gas e di petrolio dell’Asia centrale e il ruolo che esse svolgono nel dar forma alla politica statunitense. Vorrei concentrami oggi su tre argomenti: primo, la necessità di diversificare le rotte degli oleodotti e dei gasdotti per i giacimenti dell’Asia centrale. Due, la necessità per gli USA di sostenere le azioni internazionali e locali volte a ottenere risoluzioni durature ed equilibrate per i conflitti nell’area, ivi compreso in Afghanistan. Tre, la necessità di assistenza strutturata per incoraggiare le riforme economiche e lo sviluppo di ambienti idonei all’investimento nell’area.”

Poi  esponendo al Congresso le opzioni di rotta degli oleodotti in quella parte del mondo, dichiara che una seconda possibilità sarebbe di costruire una rotta dall’Asia Centrale all’Oceano Indiano. Passando normalmente dall’Iran “ma questa possibilità essendo preclusa alle società americane a causa della sanzioni USA (ILSA, vedi sopra), l’unica altra alternativa è l’Afghanistan, che presenta sfide peculiari. Il paese è stato coinvolto in guerre sanguinose per almeno due decenni. Il territorio che l’oleodotto attraverserebbe è controllato dai Talebani, un movimento islamico non riconosciuto come governo dalla maggior parte delle nazioni. Dall’inizio abbiamo chiarito che la costruzione del nostro proposto oleodotto non poteva iniziare in assenza di un governo riconosciuto che godesse della fiducia degli altri governi, degli istituti di credito e delle nostre società. (…) “Nonostante tutto, la rotta afgana appare la soluzione migliore con il minor numero di ostacoli tecnici. E’ la rotta più breve verso il mare e ha un terreno relativamente favorevole per la costruzione dell’oleodotto. La rotta verso l’Afghanistan è quella che porterebbe il petrolio dall’Asia centrale più vicino ai mercati asiatici e nel modo più economico in termini di trasporto. Unocal prevede la creazione di un Consorzio “Central Asian Oil Pipeline”, e l’oleodotto diventerebbe parte integrante di un sistema regionale di oleodotti che raccoglierà il petrolio dalle infrastrutture di oleodotti esistenti in Turkmenistan,  Uzbekistan, Kazakistan e Russia.” (…)

Nel discorso, il Vice Presidente di Unocal evidenzia come il mercato asiatico aumenterà il consumo di petrolio nei prossimi due decenni, comportando la possibilità di guadagni enormi :

“In netto contrasto con gli altri tre mercati, quello Asiatico/Pacifico ha una richiesta crescente di petrolio e presenta previsioni di aumenti demografici significativi. Prima della recente turbolenza nelle economie di vari paesi asiatici, avevamo previsto che la domanda di petrolio di questi paesi sarebbe raddoppiata entro il 2010. Sebbene l’aumento a breve termine della domanda non soddisferà queste previsioni, Unocal si attiene alle sue stime di lungo termine. La crescita di domanda di energia rimarrà forte per una ragione cruciale: le previsioni sono che la popolazione dell’area crescerà di 700 milioni entro il 2010 (dal 1998, NdT). Ne va dell’interesse di tutti che ci siano risposte adeguate alle richieste crescenti di energia dell’Asia. Se la sua domanda di energia non è soddisfatta, questi paesi eserciteranno pressioni su tutti i mercati mondiali, facendo aumentare i prezzi ovunque. “ 

E continua:

MARESCA. L’oleodotto non potrà essere costruito fino a quando non vi sarà un governo afgano unico. E’ la risposta più semplice. Non vorremmo trovarci nella situazione in cui potremmo diventare i bersagli dell’altra fazione. Ad ogni modo, a causa della situazione finanziaria, i crediti non saranno stanziati fino a quando non vi sarà un governo riconosciuto afgano.[leggi: le banche non vogliono prendere rischi, oggi men che meno] Stiamo seguendo molto da vicino i negoziati e speriamo che porteranno qualche frutto. Tutte le guerre finiscono prima o poi. Penso che sia una regola universale. Uno di questi giorni questa guerra finirà e penso che l’oleodotto sarà sicuro. 

Per la Sua altra domanda vorrei rispondere dicendo che l’industria dell’energia è un’attività molto a lungo termine. Dobbiamo considerare periodi di tempo di 10-20 anni nel futuro perché i progetti sono molto ampli. Ci vuole tempo. Dobbiamo anticipare i volumi tra vent’anni. E’ quel che abbiamo fatto per tutto questo comparto industriale, e non solo per Unocal. Tra quanto tempo, i volumi di petrolio supereranno la capacità di qualche oleodotto? Difficile a dirsi. Certamente i primi due oleodotti saranno velocemente saturi. Dopo di che, penso che anche il terzo e il quarto e il quinto costruiti in quell’area diventeranno  saturi. In fin dei conti diventa una questione di quale oleodotto funzionerà per primo e quale fornirà il trasporto meno caro. Ed è per questo che la questione delle entrate nette è così importante. Il “netback” è essenzialmente una misura dell’incentivo del produttore ad utilizzare un determinata rotta perché misura il suo beneficio netto. Ed è la ragione per cui, fino a un certo punto, questi oleodotti entreranno in concorrenza tra loro, su una base commerciale. [in pratica in questo regime di monopolio privato, qualche parvenza controllata di  concorrenza].

(…)

BEREUTER. Grazie, Sig. Maresca. Volevo far notare che il Segretario di Stato Gee rimane, fatto che apprezzo molto perché non succede spesso. (..)
    ROHRABACHER (un esperto). Mi ricordo una barzelletta dove viene chiesto a Dio quando ci sarà la pace in Medio Oriente e risponde: “Non finché sarò vivo”. Temo che sarà lo stesso anche per l’Afghanistan. Anzi nutro più speranze adesso, di ritorno da un viaggio in Medio Oriente e Asia Centrale, per le probabilità di pace tra Israele e i suoi vicini che non in Afghanistan. E conosco l’Afganistan probabilmente meglio di qualsiasi persona in questo Congresso, mi rincresce dirlo.   Ma vorrei porre qualche domanda. Non ci saranno oleodotti fino a quando un governo internazionalmente riconosciuto e accettato dal suo popolo (…) non deve solamente essere riconosciuto internazionalmente ma anche accettato dal suo popolo, giusto?
MARESCA. Dipende da chi considera popolo. Immagino che qualsiasi sarà il governo, ci saranno sempre degli oppositori.

ROHRABACHER. Interessante. (…) Allora il governo non deve necessariamente essere accettato dal popolo afgano fintanto che sia riconosciuto internazionalmente?

MARESCA. Certo che deve essere accettato dal suo popolo. Volevo dire che ci saranno sempre delle fazioni in Afghanistan. Ci saranno sicuramente anche quando si sarà formato un governo. Ma un governo riconosciuto dalla comunità internazionale dovrà essere sicuramente riconosciuto dal suo popolo, no?

ROHRABACHER. Il governo attuale afgano o il gruppo di persone che controlla Kabul, penso si debba dire così, oltre a circa il 60 per cento del paese sono i Talebani. Che tipo di relazioni ha la sua compagnia con i Talebani? 

 MARESCA. Le stesse che abbiamo con le altre fazioni, ossia abbiamo parlato con loro, li abbiamo informati, li abbiamo invitati nella nostra sede generale per mostrargli i progetti.

ROHRABACHER. Giusto.

MARESCA. Esattamente le stesse cose che abbiamo fatto con le altre fazioni
  ROHRABACHER. Tuttavia i Talebani adesso controllano il 60 per cento dell’Afganistan, mi saprebbe dire dove si produce l’oppio in Afganistan? Nelle zone Talebane o nelle regioni settentrionali dell’Afganistan?

MARESCA. Non lo so con esattezza ma penso che sia prodotto in tutto l’Afganistan.
   ROHRABACHER. Si. Per l’esattezza si produce nelle regioni Talebane. Lei sta parlando con qualcuno che ha studiato il fenomeno. E’ invece discutibile il fatto che ci sia una piccola quantità di eroina e di oppio prodotta nelle altre regioni. Certo un po’ si trova altrove ma le maggiori coltivazioni di oppio si trovano nelle aree sotto controllo Talebano.   E che ne è del rifugio di terroristi internazionali? Ve ne è uno saudita che è noto per finanziare il terrorismo nel mondo (Bin Laden, NdT). Si trova nella regione Talebana o assieme alle popolazioni settentrionali?[Bin Laden]   MARESCA. Se è la persona a cui penso, si trova nell’area Talebana.
   ROHRABACHER. Giusto. E nella zona settentrionale rispetto alla regione sotto controllo Talebano, Lei pensa che vi siano migliori risultati nel rispetto dei diritti delle donne rispetto alle altre? 

 MARESCA. Per le donne, si. Ma non penso che in nessuna fazione vi sia un rispetto chiaro e netto dei diritti umani per dirLe la verità.

[.1]     ROHRABACHER. Beh, una cosa è dire che nessuno vanta sviluppi positivi di rispetto dei diritti civili o umani e poi ignorare il fatto che metà delle persone di cui Lei parla nega tutti i diritti all’altra metà della popolazione. Voglio dire nelle regioni non Talebane, vi sono violazioni dei diritti umani, diffuse, mentre nelle aree Talebane, metà delle popolazione, ossia le donne, non gode di alcun diritto.
  E’ come dire che Hitler è uguale a questi altri dittatori e ignorare il fatto che voleva anche uccidere il popolo ebraico. Deve entrare in considerazione, no? Il fatto che metà della popolazione afgana sia trattata come se non avesse alcun diritto e oppressa brutalmente? Non c’entra nell’equazione? Lei non può semplicemente dire che sono concetti etici equivalenti perché sono entrambi cattivi.

MARESCA. Onorevoli deputati, non sono qua per difendere i Talebani. Non è il mio ruolo. Siamo una compagnia che cerca di costruire un oleodotto nel paese.
    ROHRABACHER. Condivido il suo parere. E per inciso, Lei ha ragione. Tutte le fazioni concordano che l’oleodotto sarà qualcosa di positivo. Ma vorrei metterLa in guardia che se l’oleodotto sarà costruito prima che si sia insediato un governo accettato dal popolo generalmente parlando, e non solo a livello internazionale, il Suo oleodotto verrà fatto esplodere. E’ sicuro. Sono stato varie volte in Afganistan negli ultimi quindici anni. E’ un popolo molto coraggioso. Se pensano che saranno calpestati, come hanno imparato a loro spese i sovietici, ti scacceranno. Non si piegheranno e non si lasceranno mettere i piedi in faccia. Se il governo che riceverà i fondi di cui Lei sta parlando sarà un governo non accettato dal popolo afgano, i problemi persisteranno. Lei dice di avere avuto contatti positivi con tutte le fazioni. E’ quello che ci presenta oggi. Vi è stato un grosso terremoto in Afganistan. L’Unocal si è proposto per inviare aiuti nelle zone disastrate?

MARESCA. Sissignore.

ROHRABACHER. OK. Alcune persone hanno esitato a recarsi sulla zona disastrata affermando che era troppo caotica. Ma la sua compagnia ha deciso di andare avanti con quel tipo di assistenza umanitaria, vero?

MARESCA. Stiamo sostenendo sia la Croce Rossa sia l’agenzia ONU di coordinamento
   ROHRABACHER. E stanno ricevendo già le forniture nella zona disastrata?
MARESCA. Queste due organizzazioni sono già attive e stiamo sostenendole (…)

ROHRABACHER. OK. Si parlava prima di un processo di pace onusiano. Lei sa che ho seguito le cose da vicino. Sono andato alla frontiera uzbeko-afgana e ho incontrato dei dirigenti. Di quale processo di pace parlava? Perché non vedo alcun segno di un processo di pace onusiano.

   MARESCA. Parlavo dei colloqui a New York sotto la presidenza dell’ex ministro degli Esteri algerino Brahimi, che nonostante le difficoltà pensiamo ce la farà. Per lo meno è l’iniziativa più importante che sia mai compiuta fino a oggi.

   ROHRABACHER. Mi faccia semplicemente osservare, benché sembrerò un po’ polemico, che l’oleodotto sarà un bene grandissimo per il popolo afgano e per l’area. Come dicevo la maggiore parte delle persone lo ammette. Ma l’oleodotto non è indipendente da tutto il resto che succede in Afganistan, ovviamente. 
   MARESCA. Sono d’accordo al cento per cento

ROHRABACHER. (…)  in Afganistan i Talebani sono la peggiore forma di oppressione. Esiste un qualunque impegno a condurre elezioni democratiche o un processo democratico che legittimi un governo in Afganistan? 
    MARESCA. Da parte di Unocal?

    ROHRABACHER. Quando Lei dice che vuole un governo internazionalmente riconosciuto, accettato dal popolo, e che non tutti nel popolo lo accetteranno, esiste un impegno per dire che parte del processo deve comprendere in un certo qual modo delle elezioni accettate o controllate dalla comunità internazionale?

MARESCA. Dall’inizio dei nostri contatti con le fazioni in Afganistan li abbiamo incoraggiati ad andare in questa direzione. Non siamo un governo. Non siamo un’organizzazione internazionale [che ci fanno allora al Congresso a determinare le sorti non solo di un popolo ma del mondo intero]. Siamo una compagnia, ma fino a quando potremo avere questo tipo d’influenza è quel che cercheremo di fare.

    ROHRABACHER. OK. Vorrei semplicemente osservare che molte persone hanno parlato con i paesi attorno all’Afganistan ma pochissime hanno tentato  l’opzione democratica perchè significava sempre dovere discutere con le persone che controllano Kabul. Questo deputato non capisce perchè il popolo afgano o altri paesi siano incapaci di un qualsiasi tipo di elezioni per determinare il loro destino. Il semplice fatto che vi siano tante persone che girano armate li non dovrebbe significare che non vogliano posare le armi, nel caso si garantisse loro un qualche tipo di processo democratico…. Si sappia che i Talebani dovrebbero semplicemente comunicare agli afgani che terranno delle elezioni tra diciotto mesi e il conflitto finirebbe…Ma non lo hanno mai fatto. Controllano Kabul e ne sono capaci mentre le altre fazioni no. Allora se non vogliono impegnarsi, sarei molto esitante a stanziare un investimento di $2,5 miliardi perché senza detto impegno, non penso che ci sarà mai la pace in quella terra.
    MARESCA. Esitiamo anche noi, onorevoli deputati. Apprezzo il fatto che Lei abbia letto molto sull’argomento. Credo possa concordare con noi che la comunità internazionale debba concentrarsi di più su questo problema. Ci piacerebbe vedere la comunità internazionale concentrarsi sul problema e sollecitare questa risoluzione pacifica che ha descritto.

    ROHRABACHER. Se la comunità internazionale non pensa solamente per sé stessa ma anche per i diritti del popolo afgano, concordo con Lei. A questo punto, Lei ha i pachistani e i sauditi da una parte, e gli iraniani dall’altra. Ogni piccola fazione ha qualcuno che la sostiene da fuori. Mi lasci aggiungere di nuovo  che credo che Unocal sia una bella società. Penso che stiano cercando di tirare fuori il meglio da una situazione difficile. Se riescono nel loro intento e se sorge la democrazia, o per lo meno la pace in Afganistan, l’oleodotto porterà con sé un grande boom economico per il popolo di quel paese. Le auguro buona fortuna nel progetto. Farò del mio meglio per aiutare alla realizzazione del progetto. Ma nel contempo penso che dobbiamo dirigere i nostri sforzi a liberare e pacificare l’Afganistan. (…) (traduzione NF)

La testimonianza della deputata afgana Malalai Joya:

Il resto lo conoscete. Sono la follia di guerra di oggi. Tutte le menzogne sulle verità taciute dell’11 settembre. L’estensione illimitata del significato di “terrorista” a chi resiste, chi mette in dubbio le verità ufficiali, chi ha regimi non aperti al “libero mercato” o alle “multinazionali US”. I centri di detenzioni noti o nascosti di persone imprigionate, torturate, uccise senza diritto alla difesa. Le extraordinary renditions. La creazione di campi (di concentramento?). L’instaurazione del regime marziale negli USA, larvato da noi.

La nostra presenza in Afghanistan, con la cd “democratizzazione” non fa altro che appoggiare chi sostiene i signori della guerra e dell’Alleanza del Nord che ricevendo milioni di dollari dagli S.U. e altri, spadroneggiano, stuprano, ammazzano con la complicità, dei soldati statunitensi (e alleati), in Afghanistan. I quali sono deputati all’addestramento degli uomini dell’ISI in Pakistan, e nelle scuole di terrorismo accusati da Benazir Buttho prima di morire assassinata, probabilmente per opera degli stessi. E infatti il Pakistan è altro paese importante per il transito e lo sbocco a mare.

Secondo la recente testimonianza della deputata afgana Malalai Joya, gli “americani hanno rimosso il medievale regime dei Talebani e i loro capi di Al Qaeda ma hanno riportato al loro posto i capi dell’Alleanza del Nord che hanno le stesse basi ideologiche e che sono altrettanto antidemocratici, se non di più. (…) Durante il regime dei Talebani, il ministero dei vizi e della virtù divenne un simbolo famoso di abusi arbitrari soprattutto a discapito delle donne e delle ragazze. Attualmente il Consiglio dell’Afghanistan ha deciso di ripristinare questo orribile ministero. Invece di processare i Signori della guerra, il presidente Karzai – ex consulente dell’Unocal, vissuto negli USA, NdT – affida a questi criminali cariche sempre più elevate. Quest’anno, ad esempio, – 2006 – ha collocato tredici ex comandanti legati a spaccio di droga e criminalità organizzata in posizioni di comando nelle forze di polizia. Il popolo afgano lo odia e lo considera responsabile della situazione. Persino la Cia ha ammesso che ha perso il controllo della situazione. Cari amici, il governo degli USA continua a ripetere di non volere ripetere l’errore del passato di sostenere i fondamentalisti ma la verità è che sta commettendo lo stesso errore e sta generosamente sostenendo i fondamentalisti, ora più che mai, gli Usa sostengono l’Alleanza del Nord che dal 1992 al 1996 ha trasformato il paese in un inferno (…). Il paese è guidato da individui che hanno ucciso migliaia di persone e che proteggono i traffici di droga. Tutta la popolazione afgana, che spera nella giustizia, e molte organizzazioni per i diritti umani, chiedono che i Signori della guerra e gli ex componenti del regime fantoccio sovietico vengano processati. Tuttavia essi non vengono portati in tribunale ma al contrario vengono loro spudoratamente offerte cariche sempre più elevate e hanno così l’opportunità di inserirsi nel Parlamento con il sostegno degli USA e dei loro alleati (…). Ci sono 34 membri del partito al parlamento del partito di un terrorista dichiarato tale dagli USA. Gli USA sostengono i fondamentalisti proamericani e combattono solo i fondamentalisti antiamericani, per questo la popolazione afgana ride della guerra al terrorismo. Le elezioni parlamentari sono state una vergogna per la democrazia. Più del 70% è composto da elementi accusati di crimini di guerra, inclusi membri del precedente regime fantoccio sovietico, da trafficanti di droga, da Talebani e da assassini dell’Alleanza del Nord. Gli USA non si preoccupano della causa principale che sta alla base del terrorismo in Afghanistan. Perciò la nostra gente non considera gli USA una nazione liberatrice. Loro stessi hanno ucciso migliaia di civili innocenti durante quella che viene definita “guerra al terrorismo” e tuttora continuano a prendere di mira la popolazione civile.” 

Questa è la guerra in Afghanistan, e quelle le ragioni della nostra partecipazione: un’operazione di sostegno all’arricchimento illimitato della Chevron Corp. per le sue attività in Asia Centrale, bacino del Mar Caspio, Turchia e Pakistan, per la cartellizzazione e monetarizzazione di posizioni di rendita. Un’operazione che per il suo cinico e crudele pragmatismo porta con sé finanziamenti ai Talebani proamericani, ai criminali dell’ex regime fantoccio sovietico, e ai signori della guerra. Ritirarsi  vorrebbe dire togliere un sostegno a questi brutali trafficanti di droga dell’Alleanza del Nord, che come dice la deputata afgana, siedono in un Parlamento dove sono la maggioranza.  Ritirarsi vorrebbe dire screditare Karzai, ex consulente Unocal messo dagli americani alla presidenza dell’Afganistan, che il popolo odia, e che è corrotto fino al collo. E il cui fratello è a capo della più potente organizzazione di traffico di droga. Con il supporto della CIA.

Il nostro governo si è compromesso in una guerra sporca per proteggere gli interessi dell’ENI e delle altre sorelle. E mentre il governo afferma di non avere i fondi per aiutare i pensionati, creare lavoro, finanziare l’arte e la ricerca, creare un fondo assistenziale per i precari, spende milioni di dollari per comprare i jet da guerra americani –democraticamente rifiutati dal parlamento olandese quando si è accorto che non erano un affare –  e finanziare le guerre, sperando in un qualche vantaggio di una o massimo due multinazionali ex italiane, le quali riceveranno come sempre nella storia delle briciole, mentre la nazione italiana ne uscirà più impoverita, ed eco-militarmente occupata, non più libera, ammettendo che lo sia mai stata completamente….

Nicoletta Forcheri
Fonte:www.ariannaeditrice.it

30.01.08

(Testo e traduzioni di Nicoletta Forcheri)

Bibliografia:

*Conferenza della deputata Malali Joya, L’Afganistan è tuttora prigioniero di terroristi e sanguinari fondamentalisti, video presentato da arcoiris.tv http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload4&lb=20http://www.malalaijoya.com/index1024.htm

*CRS Report for Congress, The Iran-Lybia Sanction Act. http://fpc.state.gov/documents/organization/23591.pdf .

*US interests in the Central Asian Republics, dibattito al Congresso Americano il 12 febbraio 1998. http://commdocs.house.gov/committees/intlrel/hfa48119.000/hfa48119_0f.htm .

*Pipelines to 9/11, articolo di Rudo de Ruijter http://www.courtfool.info/fr_Pipelines%20vers%20le%2011%20septembre.htm

*Rebuilding America’s Defenses, september 2000, del PNAC, Project for the New American Century . http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf

 

 [.1]ragionamento contorto per dire che i talebani sono certamente peggiori dei signori della guerra, fatto contraddetto dalla deputata afghana che parla dopo, e che personalmente credo di più, in pratica sono ambedue gruppi pericolosi e nefasti per la popolazione e le donne.  Interessante comunque perché tra le righe critica Maresca per avere tentato (o volere ancora tentare?) di negoziare con i talebani…

Pubblicato da Davide