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PERCHE' PECHINO CORRE IN SOCCORSO DI ATENE ?

DI LUCIO CARACCIOLO
repubblica.it

Grecia: la sindrome cinese, l’Europa e il G2

La Grecia sta disperatamente cercando di evitare il collasso delle sue finanze pubbliche. È una partita esistenziale per Atene. Almeno ad ascoltare il grido d´allarme del primo ministro George Papandreou.

«Lo stallo della finanza pubblica minaccia la nostra sovranità». L´emergenza s´è aggravata dopo che martedì l´agenzia Fitch ha abbassato il rating del debito sovrano greco da «A-minus» a «BBB plus con outlook negativo», mentre Standard&Poor´s sta valutando una misura analoga. Mercati, agenzie e governi interessati non si fidano troppo delle promesse di risanamento del governo di Atene. Il deficit è pari al 12,7% del pil, mentre il debito l´anno prossimo potrebbe toccare quota 125% sul pil. Le cadute a ripetizione della Borsa e dei bond greci, in un contesto politico e sociale alquanto agitato, confermano che la crisi ellenica sarebbe già finita in tragedia se il paese non godesse della protezione dell´euro, peraltro non illimitata.

Questo non è solo un dramma greco. È anche un paradigma utile a rivelare le strategie delle principali potenze mondiali, specie della Cina, in una tempesta economica tutt´altro che placata. Non si tratta solo di capire se ed eventualmente fino a che punto gli europei, in particolare i tedeschi, siano disposti a muovere in soccorso di un´economia debole dell´Eurozona, a costo di sacrificare quel che resta del patto di stabilità. Ma attraverso il prisma greco ci si può anche fare un´idea sul grado di intesa della strana coppia Usa-Cina e testarne il modo di approcciarsi all´Europa e al Mediterraneo.

In tale prospettiva, occorre ricordare che, per esorcizzare lo spettro del default del suo Stato, Papandreou ha speso le ultime settimane in frenetici quanto riservati contatti con Pechino, in particolare con la Bank of China. Obiettivo: convincere i cinesi ad acquistare a partire dal mese prossimo almeno 25 miliardi di bond greci. Questa mossa sarebbe supportata, fra gli altri, da alcuni influenti amici americani del premier greco (Papandreou è di madre statunitense). Goldman Sachs e JP Morgan sarebbero della partita. Complessivamente, per non affogare Atene punta a piazzare 47 miliardi di bond in euro l´anno prossimo.

I cinesi sono disponibili ad acquistare titoli greci. Ma avendo da tempo appurato di poter prendere Atene per il collo, puntano in cambio ai “bocconi buoni” ellenici, ad alcuni asset industriali di valore strategico. Soprattutto vogliono stringere la presa sul porto del Pireo, principale scalo container nel Mediterraneo orientale, destinato in prospettiva non breve a crescere grazie al previsto rafforzamento dell´aggancio alla rete ferroviaria europea via Balcani. Sicché le navi portacontainer che trasportano merci dalla Cina e dall´Asia verso l´Europa centrale potrebbero sempre più guardare al Pireo come a un´ottima alternativa ai porti del Northern Range (Le Havre, Rotterdam, Amburgo), che richiedono otto giorni di navigazione in più ma offrono servizi e collegamenti straordinariamente convenienti rispetto ai concorrenti mediterranei. Fatto è che la cinese Cosco Pacific Ltd. ha concluso nel 2008 un accordo per operare i moli 2 e 3 del Pireo per 35 anni (prezzo: 4,3 miliardi di dollari), e sta mirando ad altri investimenti logistici.

Perché Pechino corre in soccorso di Atene? I cinesi partono ovviamente dalla constatazione che sono i greci ad aver bisogno di loro, non viceversa. Pechino è impegnata a diversificare gradualmente e con molta prudenza il credito accumulato in questi anni nei confronti degli Usa, che minaccia di diventare un peso insostenibile, vista la profondità della crisi americana e i dubbi sulla tenuta del dollaro. In ogni caso a Pechino non si parla di ricadute geopolitiche, semmai si ricorda che gli investimenti cinesi in Europa sono ben inferiori a quelli europei in Cina e derivano da valutazioni puramente economico-finanziarie. Inoltre vengono evocate le radici americane di Papandreou, i suoi legami con ambienti bancari e finanziari di New York, a suggerire che dietro la Grecia c´è l´ombra degli Stati Uniti, che non vorrebbero lasciar fallire un paese comunque alleato e strategicamente collocato nel Mediterraneo – specie ora che della Turchia si fidano molto meno. Insomma, l´intesa salva-Grecia avverrebbe sotto l´egida del G2.
A queste considerazioni converrebbe aggiungere una postilla geoeconomica (A) e una geopolitica (B), più una considerazione finale su che cosa (non) è l´Europa per i cinesi (C).

A) Per la Cina il Mediterraneo è il principale corridoio di sbocco delle sue merci verso il grande mercato europeo. In questa prospettiva il Pireo è solo uno degli anelli della catena globale del valore – dalla fabbrica al consumatore, ossia dalla Cina all´Europa via Mediterraneo – che Pechino sta cercando di irrobustire. Con buon successo. Le imprese cinesi investono su tutta la portualità mediterranea, anche nordafricana (qui si va alla grande, anche se il crollo di Dubai World lascerà qualche traccia), e perfino a Napoli, dove la cinese Cosco ha stabilito una partnership paritetica al 46% con Msc. Si noti di passaggio che i porti italiani sarebbero davvero interessanti per gli investimenti cinesi, non fosse che per due fattori: la modestia dei retroporti e quindi dei collegamenti con i mercati di consumo, e l´attivismo neoprotezionistico delle mafie. Esempio: a Gioia Tauro si è mobilitata a suo tempo la ‘ndrangheta, inventando uno pseudosindacato con tanto di bandiere rosse, per ostacolarvi lo sbarco di investitori con gli occhi a mandorla.
Non c´è dubbio che gli investimenti cinesi abbiano una logica economica. Che siano determinati anche dal privilegio/vincolo di disporre di enormi quantità di denaro. Ma c´è ancora meno dubbio sul fatto che le operazioni economiche e finanziarie di Pechino abbiano ricadute geopolitiche, in termini di crescente influenza cinese nell´area mediterranea intesa nel suo complesso: europea, africana, mediorientale. Un´area dove negli ultimi anni gli americani stanno ammainando bandiera, mentre non solo cinesi, ma anche arabi, indiani e brasiliani stanno entrando alla grande. E lo chiamavamo mare nostrum.

B) I cinesi guardano al mondo con gli occhiali del G2, ma questo orizzonte non è ancora una realtà strutturata. La simbiosi economica non basta a produrre un´alleanza. Che i cinesi finora hanno perseguito, sottotraccia e talvolta apertamente. Ma i dubbi aumentano. Dopo averlo mitizzato, Pechino è sempre più delusa dal colosso americano, dalla pochezza della sua leadership politica e dalla inaffidabilità delle sue strutture finanziarie. Come gli amanti delusi, i leader cinesi oscillano fra il sentimento che li porterebbe a stringersi comunque all´America, e la sensazione di aver puntato troppo su un cavallo che sta percorrendo il viale del tramonto.

Questa delusione si esprime in codice. Come quando Wen Jiabao, subito dopo il crollo di Wall Street, faceva notare che in America si legge solo mezzo Adam Smith, quello della Ricchezza delle Nazioni, mentre si dimentica l´altro Smith, quello che teorizzava la necessità dell´intervento statale per redistribuire la ricchezza e garantire l´armonia sociale. O quando in novembre il numero due del regime, Xi Jinping, parlando alla Scuola centrale del Partito, ha raccomandato di «incoraggiare attivamente nel partito egemone la creazione di un modello di studio del marxismo». Che i cinesi riscoprano Marx è una notizia. Tradotto in italiano: forse ci siamo sbagliati a cercare di imitare troppo gli americani, a legarci troppo a loro, immaginando un percorso di riforme economiche e poi politiche in direzione liberaleggiante e parademocratica. Conviene invece puntare sul nostro capitalismo guidato e autoritario come modello utile per noi e spendibile nel resto del mondo.

C) Il mese scorso il nostro ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, ha avuto il privilegio di parlare davanti alla succitata Scuola del Partito. Tremonti è stato brillante nel promuovere il ruolo del nostro paese e dell´Europa, ricordano i suoi uditori. La sua tesi: il G2 non basta, ci vuole il G3, ossia un treppiede Cina-Europa-Usa come garanzia della stabilità mondiale. «I tavoli si reggono su tre gambe, non su due», ha notato Tremonti.

Un tempo questa constatazione avrebbe acceso la fantasia degli eurofili cinesi. Oggi il clima a Pechino è più sobrio. Dopo essersi illusi, per wishful thinking, sulla crescita di un fattore di potenza europeo autonomo dagli Usa e dalla Russia, con il quale la Cina avrebbe stabilito una partnership privilegiata in funzione antirussa e di bilanciamento dell´egemonia americana, i cinesi hanno rinunciato a sperare nell´Europa in quanto soggetto geopolitico. Preferiscono coltivare relazioni con i singoli paesi, specie con la Germania. A noi guardano soprattutto per il nostro stile di vita e in quanto eredi di un millenario patrimonio culturale, sperando che si abbia qualcosa da insegnar loro nella gestione di tale eredità (i cinesi stanno scoprendo con molto ritardo l´importanza economica e di soft power del patrimonio artistico-culturale).

Per il resto, sono a caccia di asset. Con la consapevolezza che molti paesi europei – la Grecia è in cima alla lista – hanno bisogno di loro. Nel negoziato bilaterale sono i cinesi a tenere il coltello dalla parte del manico. Ciò che dovrebbe, ancora una volta, spingerci a fare l´Europa. E che invece, ancora una volta, ci trova chiusi nei tragicomici particolarismi nostrani.

Lucio Caracciolo
Fonte: www.repubblica.it
10.12.2009

Pubblicato da Davide

  • TizianoS

    Ottimo articolo. Colpisce la constatazione della nullità europea, sulla quale non c’è il minimo dubbio. Sono lontanissimi i tempi in cui l’Europa poteva esprimere un Carlo Magno o un Napoleone, e andando più indietro nel tempo un Alessandro Magno o un Augusto. Oggi ci dobbiamo accontentare dei mangiacarte di Bruxelles.

  • LonanHista

    fosse solo la grecia ad avere questo problema!!!!..nei prossimi mesi avremo un effetto domino….

  • myone

    L’ europa esporta piu’ in cina che non la cina in europa. La cina si avvantaggia di crediti dollari dove gli usa non sanno investire per carenze e si intruffolano via europa, a meno che non ci sia da piazzare basi militari. C’e’ un detto che dice ” mezzo mondo e’ da vendere e mezzo da comperare” , ma l’ idiozia e’ che non ci si ferma per esportare ” progresso produttivo” dove non ce n’e’ bisogno ed e’ solamente un bismes “moneta”, incrementando picchi di vita inutile subdola e fuori bisogno, e sopratutto oltre i proprio paesi, dove, l’ europa si potrebbe fermare e rimanere a casa sua e ridursi, e la cina, dovrebbe espandersi all’ interno suo, almeno a coprire quell’ insufficenza di milioni di persone sotto-agricole.
    I piu’ crescono nella miseria, i pochi continuano ad incrementare bisogni dove non ne servono e distruggere sempre di piu’, mangiando riserve inutili per chi galleggia nell’ esubero del sopravvivere.
    E attaccato a tutto questo, c’e’ il sistema imbecille umano, quello dei soldi in tasca a chi non ha testa se non solo per incrementare sta sozzeria malata di imprendere per avere e realizzare moneta, poteri, e tanto altro, al solo scopo di vincere sempre una concorrenza o una competizione, che altrimenti, con le teste che si trovano, metterebbero la corda al collo a chiunque pur di primeggiare, comandare, e assicurarsi una copertura che non ci sara’ mai.
    Queste cose non le capiranno mai, perche’ non esiste un sistema pianificato e intelligente, ma solo un sistema che da’ le possibilita’ che sia cosi e basta.
    Poi, continuare a rincorrere storie a questo modo come un solitario che non finisce mai, stanca anche un elegante.
    Melgio aspettare la fine di questo sistema merdifero, logoro, schizzato e insensato. Sara’ piu’ soddisfazione il peggio che non il (melgio) cretino del tutto di oggi.
    Uno scienziato ha detto che in 40 anni abbiamo triplicato il consumo mondiale, e che in altri 40 anni, che sono solo qualche giorno dopo, si dodeduplichera’ (x 12) il tutto di ora, il che comporta piu’ consumo, piu’ inquinamento, piu’ produttivita’, piu’ incremento del tutto e piu’ mancanti delle materie prime per sopravvivere.
    Ve lo immaginate un mondo gia’ frenetico e incasimato come ora, quadruplicato? Un formicaio a questo modo gia’ ora da’ di vomito a come si vive e a quello che comporta, figuriamoci nell’ insieme aumentato di 4 volte di piu’, cosa vorra’ dire.
    L’ illusione e’ che, finche’ si puo’ si potra’ sempre, bene o male che sia, ma nessuno mette sul serio cosa vuole dire, perche’ la mente umana e’ e rimane demente, nonostante si vuole coprire e pregiare di conquiste e scoperte, possibilita’ e tanto altro, che non è altro che la caramella che si puo’ dare a un malato terminale.
    Lasciate crescere questo meccanismo, che piu’ grande si fa’ e piu’ grande sara’ la sua rottura e piu’ grande sara’ il guaio e il male che causera’.
    Ma non ci sara’ bisogno di arrivare a parametri enormi o esasperati, gia’ ai limiti ci siamo, nel nostro piccolo, che e’ gia’ enorme, per quanto non si sappia a come tenerlo e a come vada a finire.

  • Tao

    LA GRECIA E L’INFLUENZA FINANZIARIA CINESE

    DI URIEL
    wolfstep.cc

    Come prevedevo, ho nella email una decina di richieste di parlare circa il “default greco”, evento che trovo improbabile e peraltro piuttosto artificiale. Per capire cosa intendo, occorre fare qualche passo indietro.
    Negli anni scorsi, la finanza e’ stata la scorciatoia per lo sviluppo. Paesi incapaci di produrre una reale politica di riforme o di crescita infrastrutturale e/o industriale hanno scelto di seguire la via facile, cioe’ la finanza.

    Hanno aperto al pubblico l’accesso a canali finanziari prima destinati agli specialisti, e hanno tollerato l’indebitamento dei cittadini sostenendo che la loro maggiore spesa avrebbe risollevato l’economia reale.

    Il risultato e’ che una crisi come il credit crunch (che andrebbe ribattezzata debit crunch) colpisce pesantissimamente il reddito dei cittadini. Lo colpisce quando rende piu’ arduo per loro pagare i debiti oppure ottenere altro credito, e li colpisce laddove l’economia della rendita non riesce piu’ a prosperare sulla speculazione.

    Il risultato e’ che a fronte di cali del PIL tutto sommato simili, diverse nazioni hanno sperimentato crolli del gettito molto diversi.
    Il massimo in Europa e’ stato raggiunto dagli UK, il debito pubblico e’ schizzato dal 60% del PIL sino a rasentare il 90% in pochi mesi: per avere un paragone , Craxi impiego’ quasi cinque anni per ottenere lo stesso effetto.(nel 1983 il debito pubblico italiano era ail 66% del PIL. Nel 1987 era all’ 88%.(1) In Inghilterra ci sono riusciti in pochi mesi, il che significa una cosa: l’economia inglese risente terribilmente dell’indebitamento e dei flussi di cassa. Questo la rende fragile, e persino dopo le rassicurazioni di Brown il rating e’ stato abbassato.
    Per fare un confronto, con un debito piu’ alto l’ Italia ha avuto pochi giorni fa un rating migliore: questo perche’ a fronte di un calo del PIL analogo a quello inglese, si e’ visto che il calo del gettito fiscale e’ tutto sommato modesto, modesto nel senso che non pesa l 30% del PIL sotto forma di debito pubblico, ma a malappena qualche punto percentuale.

    I greci hanno mostrato di risentire molto della crisi a fronte di un calo modesto del PIL, ragione per cui la loro cedibilita’ come pagatori si e’ abbassata. Cosa deve fare allora la Grecia? Se vuole che qualcuno compri ancora i suoi titoli di stato deve offrire una resa maggiore. Problema: da dove tirano fuori i soldi?
    Faccio presente che alla Grecia non serve un prestito tale da pagare il debito pubblico per intero; servono i soldi per offrire di piu’ agli investitori, in modo da tenerli legati e farsi rinnovare i cedolini. E qui casca l’asino.
    Entrano cioe’ in gioco le ripercussioni geopolitiche della cosa. Sebbene la BCE sia dispostissima ad aiutare i greci, il problema e’ che in cambio chiederanno di esercitare un dominio ancora piu’ forte sulla Grecia, cosa che non piace al governo greco.

    Il guaio e’ che la BCE non e’ l’unica ad offrire soldi ai greci. Ci sono anche i fondi di investimento arabi, che sperano di avere una “sponda amica” dall’altra parte del mediterraneo, DENTRO l’area dell’euro.
    Ci sono i cinesi, cui piacerebbe molto una zona di influenza diretta dentro la UE. Un simile prestito e’ possibile persino con le riserve russe, e sa solo Dio quanto i russi abbiano sempre desiderato rafforzarsi nel mediterraneo, in un paese che peraltro e’ un membro NATO.

    Queste molteplici offerte permettono ai greci di tergiversare dicendo “state buoni a Francoforte, che ce la caviamo da soli”. Il problema e’ che a Francoforte , a Londra e a Washington temono come la peste quel “da soli”, perche’ implica l’ingresso di un grosso prestatore dentro l’area UE e dentro l’area NATO.
    Non credo quindi che i greci finiscano al default molto facilmente, se il governo non e’ fatto di completi imbecilli: di prestatori ce ne sono anche troppi.
    La situazione e’ semplicemente che il debito pubblico greco e’ stato declassato, il governo greco deve trovare il modo di garantire una resa piu’ alta per i suoi titoli di stato, e la guerra semmai e’ tra chi debba salvare la patria.

    La seconda domanda che mi viene posta e’ se la prossima nazione sara’ l’ Italia. La risposta e’ ancora “molto, moltissimo improbabile”. Pochi giorni fa il rating alto del debito italiano e’ stato confermato, e l’outlook e’ piuttosto buono.(2)
    In secondo luogo, quasi un migliaio di miliardi di euro del nostro debito pubblico sono all’estero. Ora, non si tratta di cartaccia tipo subprime, o roba che non corrisponde a soldi “veri”. Quelli sono tutti soldi autentici che il governo italiano ha incassato, dalla prima all’ultima lira.

    Se oggi si annunciasse un default del debito italiano, causando in pratica 100 Dubai, diverse borse chiuderebbero i battenti, subito. Wall Street sopravviverebbe con danni ingntissimi, diversi fondi pensione americani chiuderebbero con un disastro di proporzioni catastrofiche, e il bilancio inglese non sarebbe sufficiente a ripianare il buco che si aprirebbe alla City.

    Siamo, cioe’, entrati nella fortunata situazione del “too big to fail”. E lo dico perche’ oggi, con la fragilita’ attuale delle borse, persino il Dubai lo e’. Il Dubai ha annunciato durante una seduta di chiusura della borsa di Wall street (in modo da non fare danni agli amici che hanno qualche decina di migliaia di marines a due passi) che non poteva far fronte ai debiti, e ha chiesto una dilazione. Che e’ stata concessa, perche’ e’ tale la paura che hanno i manager di dover contabilizzare perdite che sono stati disposti a dire “pochi, maledetti ma sicuri da subito” , peggiorare le condizioni dei loro prestiti, e mettere solo le perdite a bilancio, anziche’ la catastrofe intera.
    Se questo ha funzionato col Dubai, immaginate cosa succederebbe nel caso dell’ Italia. E non succederebbe neanche: il rischio reale e’ il rischio sudamericano, ovvero che dopo un viaggetto dell’ambasciatore cinese spuntino prestiti ed investimenti come funghi, e si entri nell’area di influenza cinese.

    L’incubo dei prestiti cinesi non e’ una cosa da sottovalutare: i cinesi sono intervenuti pesantemente in sudamerica ed in africa, sostenendo i debiti locali (3), e se potranno lo faranno anche in Europa. Specialmente in Europa, dal momento che il PIl USA e’ di 14 triliardi di dollari mentre quello dell’ area UE ammonta a 18 triliardi. Cioe’ di piu’.
    Cosi’, e’ assai improbabile che uno stato del mediterraneo vada in default: troverebbe comunque compratori del proprio debito.
    E’ piu’ rischioso il debito irlandese, per fare un esempio, o quello portoghese.(4) Non solo nessuno ha interesse ad una base sull’atlantico del nord, ma non si vede il vantaggio geopolitico di una simile espansione.

    Ci sono possibili conseguenze sul piano finanziario? La risposta e’ si’, ed e’ questo che affossa le borse.Mi riferisco al famoso concetto di CAPM, una formula senza senso alcuno che e’ riuscita, per via di sponsor importanti, a vincere lo pseudonobel per l’economia.
    Come vedete sulla pagina apposita, il CAPM si basa sul concetto astruso di “rischio senza rischio”, che di solito viene attribuito ai titoli di stato di nazioni “solide” o considerate capaci di far fronte ai debiti. Come le nazioni dell’area dell’ Euro.
    Ora, e’ abbastanza chiara una cosa: un fallimento a Dubai, passi. Dopotutto, era speculazione pura, per molti versi era venture capital persino l’acquisto di immobili. Un conto e’ se iniziano a fallire economie “reali”: se anche continuassimo a credere a quell’obbobrio, o passassimo al modello APT, non cambia nulla. Non appena si agisce su un singolo fattore, che e’ la frontiera del rischio, tutte queste “valutazioni” dei portafogli vanno a puttane.

    Ho nominato due dei modelli piu’ usati, ma il concetto rimane quello: poiche’ tutti si basano sul concetto di frontiera di rischio e frontiera di mercato, non appena i “minimi rischi” cessano di essere tali, tutta l’economia della valutazione degli asset se ne va a quel paese. Tutta.
    Capite bene quindi che la posta in gioco sia altissima: se dovesse venire mano il “serbatoio” finanziario di titoli a basso rischio che compongono la frontiera di valutazione degli assets a portafogli, l’unico ripiego sarebbe il risparmio correntizio, e i relativi titoli. Non ci sono altri titoli il cui rischio potrebbe essere considerato utile a questo tipo di valutazione degli asset.

    Per i mercati finanziari, quindi, la posta in gioco e’ enorme. Una catena di default statali da parte di nazioni prima considerate “stabili” sarebbe la fine di quasi tutti i metodi di valutazione della resa dei portafogli, sulla quale si basa di fatto l’intera piramide delle cartolarizzazioni.
    Morale della storia: e’ assai improbabile che si permetta ad un fenomeno simile di accadere, o anche solo di iniziare. Se dovessero iniziare ad andare in default le economie di nazioni TBTF, (too big to fail), i debitori si siederebbero al tavolo della trattativa e si accontenterebbero, probabilmente, di piccole percentuali della cifra complessiva.(5)

    Cosi’, gli unici pericoli che seguono da una serie di default sono per i paesi molto finanziarizzati, tra i paesi le cui finanziarie ospitano molto debito straniero, e tra i paesi che fanno del giro di cassa finanziario una fonte di gettito fiscale forte.
    Non l’ Italia, dunque. Da questo punto di vista possiamo stare abbastanza tranquilli.
    A meno che qualcuno non perda la testa e non faccia qualche grossa fesseria, tipo declassare altri debiti pubblici per salvare la faccia ad alcuni particolari debiti cresciuti a dismisura nel giro degli ultimi 10 mesi. E non mi riferisco a quello italiano, che in confronto ad altri e’ quasi stabile.

    Uriel
    Fonte: http://www.wolfstep.cc
    Link
    http://www.wolfstep.cc/2421/i-greci-non-portano-piu-doni/
    10.11.2009

    (1)Nel 1983 (in quell’anno vi furono due governi: il primo «elettorale» di Amintore Fanfani, il secondo di Bettino Craxi), il debito raggiunse il 69,93%. Nel 1984 (governo Craxi): 74,40%. Nel 1985 (governo Craxi): 80,50%. Nel 1986 (governo Craxi): 84,50%. Nel 1987 (governi Craxi, Fanfani e Goria): 88,60%. Nel 1988 (governi Goria e De Mita): 90,50%. Nel 1989 (governi De Mita e Andreotti): 93,10%. Nel 1990 (governo Andreotti): 94,70%. Nel 1991 (governo Andreotti): 98%. Nel 1992 (governi Andreotti e Amato): 105,20%. Nel 1993 (Amato e Ciampi): 115,60%

    (2) Aspettiamoci un fuoco di fila denigratorio dalla stampa di tutti gli altri paesi, per questa ragione.

    (3) Le campagne per annullare i debiti ai paesi emergenti sono arrivate a compimento grazie alla paura che i cinesi arrivassero a comprare mezza africa. Cosa che hanno fatto comunque, ma tant’e’.

    (4) Ricordate che l’ Argentina e’ fallita con un debito al 30% del PIL, non e’ la percentuale sul PIL che e’ dannosa, ma la fiducia in una possibile economia futura. La capacita’ che conta e’ quella di dire agli investitori quale sia il destino di una nazione. La politica di Berlusconi, cioe’ una politica postcraxiana, fatta di legami con il mondo arabo, coi russi, coi bielorussi e coi paesi del caucaso, per quanto opinabile e’ una politica. Portera’ soldi “poco moderni”, portera’ soldi “politicamente discutibili”, “poco occidentali”, ma portera’ soldi. Il Portogallo e l’ Irlanda non hanno saputo indicare una via di crescita del genere. Hanno il debito, ma non spiegano come vi faranno fronte.(nemmeno Brown, ma adesso non voglio infierire).

    (5) Chi ha comprato debito pubblico italiano negli ultimi 20 anni ha recuperato ampiamente il capitale sotto forma di resa. Parlo di finanzieri ed intermediari. Il povero cristo e’ una cosa diversa. Ma sarebbero i grandi intermediari a sedersi al tavolo, come successe con l’ Argentina, che alla fine spunto’ il 30% del valore nominale

  • Truman

    Con la fine del 2009, anno di sconfitte strategiche per gli USA, si sta assistendo a una probabile ondata colorata nelle capitali europee: Roma, Parigi, Atene sono le prime piazze.[…]
    Notare come in Grecia, oggi, dopo tre giorni di scontri e manifestazioni, tra i mille fermi e i 150 arresti causati delle dimostrazioni, e che il sistema mediatico atlantista definisce, certo disinteressatamente, la ‘prima rivolta locale a livello mondiale’, vi siano centinaia di giovani di 26 paesi di quattro continenti, i cui più attivi e presenti sono albanesi, seguiti da georgiani e ucraini,… poi italiani, tedeschi, finlandesi, inglesi, e… bulgari, lettoni e polacchi. Il virus rivoluzionario, anarcoide e anticapitalista ha già infettato le ex-repubbliche del Blocco Orientale? E tutti costoro, casualmente, si sono scoperti ferventi nemici del capitalismo non a casa propria, ma ad Atene.

    Già, Atene, altra coincidenza, la Grecia negli ultimi anni ha acquistato notevoli quantità di materiale bellico. Materiale proveniente dalla Federazione Russa: hovercraft d’assalto anfibio, blindati, cingolati e i famigerati missili S-300, venduti a Cipro, via Atene. È questo il vero motivo della presenza di albanesi, bulgari, ucraini e georgiani, cioè di tizi provenienti, casualmente, da nazioni che hanno subito le rivoluzioni colorate finanziate dalle fondazioni di Mr. Soros?

    La calata dei coloured-bloc, succedanei ai black-bloc nordeuropei, è stata determinata solo dalla crisi economica che colpisce Atene, crisi determinata grazie alle politiche neoliberiste e monetariste imposte anche dal succitato miliardario genocida George Soros? Oppure c’entra abbondantemente, anzi decisamente, il fatto che la ‘Seconda Roma’, stringendo la mano alla ‘Terza Roma’, abbia irritato i soliti notissimi circoli dominanti presenti allo SHAPE, a Bruxelles, o schierati lungo il ‘braccio di mare’ che si estende tra Londra e New York (il cosiddetto Atlantismo)? […]
    Una differenza salta subito agli occhi: ad Atene si testa la versione hard del tele-sovversivismo colorato, quello armato di mazze e violento. A Roma, e prossimamente a Parigi, si utilizza la versione soft, da ‘indiani-colorati-metropolitani’, da ‘società civile’, per portare avanti l’agenda dei notissimi burattinai.

    Coloured-Bloc [www.comedonchisciotte.org] (nei forum)

  • LonanHista

    (2) Aspettiamoci un fuoco di fila denigratorio dalla stampa di tutti gli altri paesi, per questa ragione……………………………………egregio uriel è proprio questo il problema, SENZA CONTARE CHE CI SONO ASSET ITALIANI(eni su tutti)che fanno molto gola agli speculatori, ossia i 2 terzi dei fondi globali che fanno riferimento più o meno agli stessi enti……c’è uno strano fondo privato Usa che sta crescendo in eni e non passa giorno che insiste per mettere i bastoni tra le ruote….intanto berlusconi puntella le falle aprendo ai libici o ai russi……….CIOè CARO URIEL PIù CHE LA DESTABILIZZAZIONE ECONOMICA TEMO LA DESTABILIZZAZIONE POLITICA, che alla fine porterebbe a terremotare la nostra economia(non dimenticare gli anni 90 e quello che successe in ogni fronte….e anche se appare strano, però fu proprio berlusconi a salvare il paese..)..NON CANTIAMO VITTORIA….NON ABBIAMO LA FORZA POLITICA E SOCIALE(cioè coesione)per fare fronte agli attacchi di chi mira alla nostra economia….non solo pubblica(eni enel poste finmeccanica ect) ma privata…..2 anni fa i rispaemi degli Italiani e i loro cespiti immobili VALEVANO 8 MILA MILIARDI DI EURO…che fanno gola ai pescicani supportati dai lacché della sx, dai debenedetti repubblica travajo etc e soprattutto dai milioni di coglioni che ancora votano e credono nella cosiddetta sx e sindacati……quindi caro uriel NON CANTIAMO VITTORIA….