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PERCHE' L'ITALIA NON SARA' MAI LA GRECIA

DI CARLO BERTANI

Nonostante la cappa di silenzio mediatico che ha circondato e circonda la Grecia, molti si sono resi conto che la rivolta greca non è stata un “furore” di pochi esaltati e nemmeno una manfrina abilmente orchestrata dal Palazzo. E neppure una rivoluzione tentata o fallita.
I fatti avvenuti in Grecia sono stati una rivolta spontanea – attizzata sì dall’assassinio di un ragazzo – ma proposta all’attenzione della Grecia e del Pianeta poiché la situazione economico/politica del Paese sta diventando insostenibile.
Le ragioni sono oramai le stesse ovunque: l’incedere, pressante, dello strapotere finanziario sui redditi da lavoro, la medesima mano della globalizzazione che colpisce dappertutto.
La Grecia è un paese di modesta grandezza, e la popolazione vive perlopiù accentrata in poche città, delle quali l’area di Atene/Pireo fa la parte del leone.
Qui sono scoppiate le contraddizioni più evidenti: 700 euro di stipendio contro 500 di affitto, e non crediamo di dover aggiungere altro. La rivolta greca è quindi un soprassalto di dignità, di chi non accetta più d’essere testimone cieco e silente della tragedia di un’intera generazione, sopraffatta dalla globalizzazione e dalle burocrazie finanziarie europee e mondiali.

Altri hanno equiparato la vicenda alla rivolta delle banlieues parigine: stesse coreografie, identica ribellione con auto date alle fiamme e scontri con la polizia. C’è senz’altro del vero nell’accostare i due fenomeni; entrambi sono stati una rivolta prevalentemente giovanile, e la ragione di fondo le accomunava: percepire d’esser destinati al girone infernali degli eterni esclusi, senza speranza né futuro.

In qualche modo, queste rivolte sono il risveglio dal cotonato baluginare delle “Isole dei Famosi”, la battaglia contro le falsità che i mestieranti della politica destri/sinistri ammansiscono a piene mani.
Viene allora da chiedersi perché l’Italia non sia stata contagiata dal “virus” greco, oppure perché “L’Onda” abbia assunto ben altri toni e differenti prassi nella protesta.
In qualche modo, ci viene in aiuto l’analisi sulle vicende francesi; il “cuore” della rivolta erano le banlieues: periferie anonime, sconclusionate e frammentate come “Guernica” di Picasso, abitate in prevalenza da giovani maghrebini di seconda e terza generazione. La rivolta era una vicenda d’esclusi, di persone che non percepivano più i fendenti del sistema finanziario come sopportabili escoriazioni della pelle, bensì come dolorosi affondi nella carne. I quali, possono essere generati da elementi puramente economici – avere poco o nulla, essere costretti al furto per ottenere soltanto i succedanei del gran circo del consumo – oppure una teorizzazione che può avere molteplici radici e valenze: dalla veloce rilettura di un Islam “traghettato” su sponde politiche alla più comprensibile (per noi), normale vicenda di scontro di classe. Forse, meglio, una combinazione d’entrambe.
Anche le connotazioni “sul campo” – non ce la sentiamo di definirle “tattiche”, perché il termine include, sottendendola, la presenza di un’avanguardia organizzata – sono state differenti: battaglia a tutto campo e quasi senza esclusione di colpi nelle notti francesi (ad indicare un sovrappiù di tensione non più elaborabile, gestibile) e testimonianza anche violenta ma ferma – a viso aperto, vera e propria sfida sul campo al potere, non mediabile con altre letture – nelle vie di Atene.

Infine – se riteniamo che sia accostabile – la rivolta degli studenti italiani, che ha cercato di “mostrare i muscoli”, rimanendo però ancorata a precise richieste da porre alla classe politica, dalle quali s’attendeva una risposta. Non a caso, “l’Onda” ha subito sofferto di contraddizioni al suo interno: i fantasmi della “destra” e della “sinistra” – pur negati a parole – non hanno tardato a manifestarsi, e questo senza prendere in considerazione le puerili provocazioni di Piazza Navona.
In altre parole, “l’Onda” attendeva una risposta che né i greci – e tanto meno gli esclusi delle banlieues – attendevano: i primi proponendo l’improponibile, ovvero la semplice caduta del governo, gli altri non manifestando nemmeno chiare richieste, se non l’evidenziare un livello di sofferenza oramai inesprimibile con altri mezzi.

Siamo quindi di fronte a due fenomeni i quali – pur con differente “intensità” e con modalità espressive molto diverse – hanno posto loro stessi come testimonianza aperta e senza rischio di fraintendimenti: siamo qui per dire di “no” al vostra selvaggia “guerra indiana” contro le giovani generazioni, identificate con la maggior parte dell’insieme dei non-abbienti.
La condizione greca è forse quella che più si avvicina a quella italiana, e viene allora da chiedersi perché la “generazione del 700 euro” italiana non abbia usato gli stessi mezzi espressivi – non stiamo qui parlando di violenza – ossia perché le giovani generazioni italiane considerino ancora il potere politico un interlocutore attendibile. Ossia, da un “Noi non pagheremo la vostra crisi” ad un più esplicito “Pagate da voi la vostra crisi, e sparite”.
Perché – per molteplici motivi – i giovani italiani stanno ancora un pochino meglio, anche se stanno un po’ peggio dei loro coetanei di tanti paesi europei.

Per prima cosa, le differenze di reddito in Italia mostrano una marcate eterogeneità, soprattutto fra il Nord ed il Sud del Paese. Poi fra città e piccoli borghi, quindi per classe sociale.
L’eterogeneità geografica è quella più evidente e conosciuta: l’eterno dibattito italiano sul meridionalismo, il “ritardo” incolmabile.
Anche al Nord, però, la situazione è variegata: il ricco Nord Est è meno ricco di prima ed il Nord Ovest – precipitato per molti anni – pare oggi addormentato fra speranze d’assistenza statale ed improbabili rinascite.
Sarebbe sbagliato, però, identificare le tradizionali aree della vecchia industrializzazione come le uniche produttrici di beni e servizi: l’Emilia Romagna è diventata una delle più ricche aree del Paese e così è anche per estese zone del versante adriatico, fino alla Puglia.

Aprendo una breve parentesi, dobbiamo ricordare che, a monte del declino industriale italiano, ci sono vent’anni di stasi nell’innovazione tecnologica, abilmente catalizzata da gruppi di potere che possiamo indicare genericamente nel binomio ENEL/ENI. La campagna “estetica” di Vittorio Sgarbi contro gli aerogeneratori è un vero e proprio rottame della storia, qualcosa che si riesce difficilmente a comprendere, se non si spiega il passo successivo: le centrali nucleari promesse da Berlusconi. Altro “rottame” storico: il quale, però, riporta in poche mani la produzione energetica.
Si tratta di un fenomeno semplice ma ricco d’attributi, che meriterebbe spazio che qui non abbiamo, poiché capire il motivo del rifiuto italiano a giocare la sfida delle nuove tecnologie energetiche è argomento che sgomenta per la sua insulsaggine.

Roma e le grandi città traggono sostentamento in gran parte dal settore pubblico, ed i mille rivoli della corruzione alimentano altre sacche di ricchezza di dubbia provenienza.
Se analizziamo invece la distribuzione della ricchezza per generazioni, scopriamo che gli “over 40” godono ancora – si tratta, ovviamente, di una generalizzazione – di contratti più stabili e remunerativi. Una considerevole quota della ricchezza nazionale è infine quella degli assegni pensionistici i quali, col trascorrere del tempo, sono cresciuti rispetto ad un tempo. Oggi, si va in pensione con maggiori introiti rispetto ai decenni precedenti.
Questa disparità di ricchezza e precarietà di redditi fra le generazioni ha originato – nella struttura familiare – un trasferimento dalle generazioni più anziane a quelle più giovani: il ben noto fenomeno definito – con scarsa educazione e tanta protervia – dei “bamboccioni” da Tommaso Padoa Schioppa. Sarebbe come definire i ministri economici “saltimbanchi”.
Spesso, sono oramai i redditi dei genitori – che ancora lavorano o sono in pensione – a sostenere (in varie forme e modalità) la sopravvivenza dei figli e dei nipoti. Un fenomeno principalmente italiano per la sua diffusione, che “lega” le generazioni con un cappio bicipite: il risparmio delle famiglie decresce, e le semplici “iniezioni” per la sopravvivenza non cambiano di una virgola il destino dei giovani.

Questo fenomeno presuppone, però, che la parte meno giovane della popolazione percepisca redditi consistenti, in grado di “coprire” il deficit dei redditi giovanili.
Ciò avviene perché i redditi da pensione – ad esempio – seppur falcidiati dal passaggio all’euro e dalla rincorsa dei prezzi, sono stati generati dagli accantonamenti pensionistici d’anni lontani, quando le fabbriche lavoravano e non c’era ancora stato il ben noto “sacco” del settore produttivo pubblico ad opera della finanza internazionale. Britannia docet.
Questo vale per gran parte del territorio italiano, Centro compreso, mentre assume minor incidenza – per redditi da lavoro o da pensione – nelle aree meridionali, che non hanno mai avuto un tessuto produttivo diffuso, al massimo godono dei redditi del settore pubblico.
Ci sarebbe quindi da attendersi una situazione esplosiva nelle regioni più povere, che sono sempre le stesse: Campania, Calabria, Basilicata e Sicilia, perché la differenza con le altre regioni è evidente, marcata da tutte le rilevazioni statistiche.
Perché, allora, non ci sono rivolte a Napoli od a Palermo?

Anche qui, dovremo affidarci ad argomentazioni che vanno per sommi capi, p
oiché le specificità d’alcune aree del meridione esistono, eccome. Basti pensare all’uso spregiudicato dei fondi pubblici che la regione Sicilia opera da anni: là esistono ancora le “pensioni baby” per i dipendenti degli Enti Locali, mentre nel resto del Paese sono scomparse da 15 anni, e l’apparato pubblico è gonfiato a dismisura. La Sicilia ha sempre saputo far valere la propria importanza elettorale, in tutte le stagioni politiche.
Altre aree, come la Puglia, hanno il loro punto di forza nell’agricoltura, che consente un certo margine di reddito in grado di “tappare” qualche buco. Altre zone, invece, hanno alte densità abitative e poche o nulle attività economiche. Qui, ci sarebbe da attendersi un tessuto sociale in perenne rivolta: invece, non avviene.
Il fattore calmierante di molte tensioni sociali è la criminalità organizzata, di seguito – per comodità – definita globalmente come “Mafie”.

La genesi delle Mafie è stata variegata, secondo i luoghi, ma possiamo (tralasciando le origini contadine) definire un percorso che parte dall’estorsione e dalle piccole attività criminali, quindi dal traffico di sigarette e poi di stupefacenti, passa per il traffico d’armi per terminare con il controllo degli appalti pubblici e la collusione (reciprocamente interessata) con la classe politica. Infine, la fase della globalizzazione, vissuta come partecipazione al gran banchetto della finanza internazionale.
In questo percorso, il controllo del territorio è stato essenziale: dapprima per le estorsioni, quindi per le strutture necessarie al traffico internazionale – sigarette, droga, armi, ecc – quindi per i mille addentellati (pensiamo all’edilizia, ai rifiuti, ecc) che permettono la gestione criminale degli appalti. La fase di massima espansione, ossia la finanza internazionale, potrebbe forse fare a meno del tradizionale controllo del territorio, ma le attività finanziarie delle Mafie rimangono legate ai flussi di denaro che essa trae dalle aree che controlla, oppure per le necessità contingenti che certi, lucrosi mercati clandestini richiedono. Pensiamo, ad esempio, alle raffinerie per la droga od alla custodia delle armi.

Un altro aspetto – è difficile, oramai, circoscrivere gli ambiti di “interesse” delle Mafie – è quella che riteniamo la comune gestione economica delle attività produttive, che vengono – ovviamente – “interpretate” dalle Mafie come “territori” nei quali le leggi dello Stato non esistono.
Avremo quindi una panoplia d’attività economiche assai variegate: dalla semplice gestione “in nero” di comuni attività (l’edilizia, ad esempio), fino ad imprese che hanno tutti i crismi della “normalità” – fiscale ad esempio – perché la loro utilità non è nell’azienda stessa, bensì in quello che cela, magari in un sotterraneo od in un retrobottega ben nascosto. Insomma, un tessuto d’Arlecchino per tipologie, diverso secondo le esigenze e le fasi del potere mafioso.

Ovviamente, la popolazione è coinvolta nelle attività delle Mafie e si tratta di una battaglia persa in partenza dallo Stato, giacché l’imprenditoria delle Mafie non sopporta certo i carichi impositivi – fiscali, previdenziali, ecc – che le comuni imprese devo osservare.
Questo, però, fa apparire le Mafie come dispensatrici di benessere: se i dati sulla disoccupazione, in alcune regioni italiane, fossero quelli ufficiali, la popolazione sarebbe alla fame.
Invece, così non è: almeno, non nei termini e nei numeri della statistica ufficiale.
Città come Napoli o Palermo, senza il “contributo” economico delle Mafie, diventerebbero in brevissimo tempo delle lande ingovernabili per lo Stato, che dal fattore calmierante delle Mafie – quindi – trae vantaggio.
Quale interesse avrebbe lo Stato a sconfiggere le Mafie – anche non considerando il reciproco arricchimento dei boss e dei loro referenti politici – se dopo si dovesse accollare l’onere di provvedere alle popolazioni?
Non sarebbe nemmeno possibile sopperire alla bisogna con nuove attività produttive, giacché il tessuto imprenditoriale italiano è fragile, più portato alla rendita finanziaria (di posizione, istituzionale o internazionale) che all’impresa di rischio, che scommette su nuovi prodotti e servizi.

Un’articolata disanima sulle Mafie richiederebbe altro spazio che un semplice articolo, e ci sono scrittori che lo fanno senz’altro meglio del sottoscritto: ciò che ci premeva sottolineare, è che solo le Mafie spiegano la “pace terrificante” di certe regioni italiane, così come in altre il reddito dei giovani viene sostenuto dalle generazioni più vecchie, le quali godono ancora dei frutti maturati in oramai lontani anni di benessere economico. Due fattori che inibiscono e depotenziano qualsiasi rivolta.

Come spezzare questo cerchio inossidabile?
Nessuno, oggi, è in grado di farlo: chi lo sostiene, racconta solo frottole. Le Mafie non temono certo coraggiosi magistrati ed onesti giornalisti: semplicemente, li uccidono.
Ci rendiamo conto che questa sentenza può apparire ingenerosa nei confronti di coloro che s’oppongono (soggettivamente) al potere delle Mafie – e rispettiamo ed ammiriamo il loro coraggio – ma devono convenire che il potere delle Mafie è così vasto, potente ed omnipervasivo che nulla sfugge loro. Sfugge solo ciò che è ritenuto insignificante, oppure ciò che viene tollerato perché non limita il loro potere e riesce, addirittura, a far credere che esista realmente qualcosa che può contrastare il potere dei boss.
Se qualcuno ha ancora dei dubbi, rifletta sull’ultima stagione di lotta alle Mafie, terminata con gli assassini di Falcone e Borsellino. La fase successiva – inaugurata con l’attentato di Firenze in via dei Georgofili – avrebbe posto lo Stato di fronte ad un ben amaro dilemma: accettare la sfida e rischiare che i principali beni culturali, artistici (e turistici) del Paese sparissero in una nuvola d’esplosivo.

Anche il sostegno, offerto dai padri ai figli, durerà ancora per molti anni, poiché interviene un altro fattore a favorirlo: la scarsa natalità, che finisce per accentrare in poche mani patrimoni (soprattutto immobiliari) che un tempo erano suddivisi fra più attori. Non è raro, oggi, scoprire che gli eredi di otto bisnonni sono soltanto due pronipoti, e questo è un aspetto di concentrazione della ricchezza che tende a calmierare la situazione.

Due roboanti retoriche, sempre sostenute dai media di regime, sono quindi un reale “puntello” per lo Stato corrotto ed imbelle: la “solidarietà” delle famiglie italiane – che conduce, inevitabilmente, ad un generale impoverimento ed al mantenimento della precarietà sociale – e la lotta alle Mafie le quali, per il sostegno che “offrono” invece alla stabilità sociale, se non esistessero dovrebbero essere inventate.
Nulla d’eclatante: solo una meditazione per iniziare meglio, con maggior consapevolezza, il 2009.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/12/perch-litalia-non-sar-mai-la-grecia.html
29.12.08

Pubblicato da Davide

  • rosacroce

    l’italia non sarà mai la grecia?

    per il momento,aspettiamo qualche mese e
    dopo ne parliamo
    secondo me,la grecia sta anticipando il malcontento europeo,
    non solo italiano.
    è da sciocchi tentare di nascondere la semplice verità,
    le condizioni di vita in EUROPA stanno diventando insostenibili.
    tutti lo capiscono,è sotto gli ochhi di tutti.

  • icemark

    Infatti, attualmente, stiamo anche peggio. A Roma le contraddizioni sono ancora più evidenti: 1000 euro di stipendio, 1000 euro di affitto. Infatti l’unico modo per comprarsi casa e “sopravvivere” è non solo lavorare in due (come facevano i nostri genitori) ma avere anche un aiuto consistente da parte delle famiglie. Non sono più i tempi delle 80 mila lire di stipendio con 20mila di affitto, la pasta a 500 lire/Kg e il latte ancora meno…
    Da noi ci sono delle reti di protezione che funzionano: i servizi pubblici (sempre meno); la famiglia (sempre più); le mafie (come dice giustamente l’autore); le comunità religiose (sempre più presenti).
    Per non parlare delle “valvole di sfogo”: lo stadio; la cocaina (che costa sempre meno); lo “sballo” del sabato; ecc.
    I problemi verranno fuori quando non ci saranno più le possibilità (economiche) di uscire la sera, fare la vacanza, vedere la partita, mica per cose serie come mangiare, a quello ci pensa mammina…

    Buon anno (speriamo)

  • Zret

    Le ultime parole famose e… fumose.

  • rosacroce

    perchè i prezzi degli immobili stanno crollando?
    l’indice dei prezzi immobiliari diffuso in america
    riguardante l’ultimo mese di rilevazione ha dato un calo del 10%
    il maggior calo da quando c’è l’indice.in america
    una casa,media da 200.000 dollari è scesa a180.000 dollari,in un MESE.
    succederà anche quà.
    ma perchè stanno scendendo? per i mutui subprime? per la bolla?

    no,stanno scendendo perchè il prezzo delle abitazioni è proporzionale alla rendita(leggasi AFFITTO,o rata del mutuo)
    c’è un legame indissolubile tra ,affitto o rata del mutuo,e stipendio medio.
    un affitto di 500 euro con stipendio medio di700 euro
    o peggio ancora un affitto di1000 euro con stipendio medio di 1000 euro,
    è semplicemente INSOSTENIBILE per il MERCATO,nel medio periodo.
    diciamo che sarebbe sostenibile un affitto di100 euro con sipendi di 1000
    euro.
    come era una VOLTA.
    allora appurato questo i casi sono 2 (due).

    1 o cresce lo stipendio medio diciamo di almeno 5 volte (5000 euro).

    2 o scende l’affitto o rata del mutuo diciamo di 5 volte(a 120 euro),

    con affitti di 1/5 degli attuali il valore degli immobili si porterà nel tempo a 1/5 del valore attuale,con buona pace dei propietari immobiliari
    e delle banche,nonchè assicurazioni.
    non c’è soluzione al di fuori di queste.
    infatti le proiezioni egli studi di settore prevedono gli immobili a circa 1/5
    se non meno degli attuali valori.

    non si può pretendere di pagare la gente 100 e di affittare a 100 chiunque capisce che è UNA PAZZIA NON sostenibile nel tempo.
    dato che la gente non potrebbe vivere con questi valori.
    lo capisce chiunque ,tranne chi ci governa e i proppietari immobiliari.
    CI PENSERà il MERCATO a mettere le cose a POSTO,
    lo vogliare o no.
    le case crolleranno di prezzo.

  • rosacroce

    ci sarà un crollo degli immobili,degli affitti e dei mutui.
    diverse società immobiliari (maggiori propietari di immobili)
    quotate nelle borse di tutto il mondo sono FALLITE,
    altre quotano oggi la metà o un terzo,ma le proiezioni grafiche
    danno obiettivi di prezzo nel lungo periodo a 1/8, 1/10 dai massimi di un anno fà.
    il mercato ha fatto i conti,
    sono già nei grafici azionari.

  • rosacroce

    la mossa tentata dal capitale ,per aumentare le rendite immobiliari:
    e cioè vendere mutui insostenibili(dato gli stipendi medi)
    portando i debiti del popolo a livelli proibitivi,e
    COPRENDO un rischio cosi elevato,per le banche e
    assicurazioni
    ,con derivati
    (dato che sapevano il rischio di fallimento).
    questa mossa è FALLITA.
    le rendite immobiliari crolleranno e insieme a
    loro le banche ,le assicurazioni,i fondi pensione privati(stanno fallendo)e i propietari di immobili.

  • rosacroce

    è la vendetta dello sfruttato.
    fallisco io,ma fallisci anche tu
    (caro propietario, sfruttatore, usuraio))

  • radisol

    Paradossalmente, oltre ad alcune giuste considerazioni di Bertani ( nonni e genitori che ancora riescono a finanziare i nipoti), è proprio il fatto che in Italia si è vissuto più che in ogni altro paese europeo un decennio di durissimo conflitto sociale anche nelle piazze nel periodo 68/78 del secolo scorso e poi perchè c’è stato il fenomeno lottarmatista che una Grecia tarda a scoppiare.

    Certo, anche il controllo sociale mafioso, in almeno tre o quattro regioni del meridione, ha la sua parte nella vicenda ma su questo non esagerei, la mafia c’è sempre stata e questo non ha impedito, nei decenni scorsi, forti esplosioni sociali in quelle zone … il luglio 1960 ebbe una forte connotazione violenta in Sicilia ( 4 morti con una vera e propria insurrezione a Palermo) e se vogliamo, anche il 1977 nacque con le occupazioni a Palermo e Bari, anche se si tende a datare una settimana dopo, con i gravi fatti di Piazza Indipendenza, e quindi a spostare a Roma l’inizio di quell’anno caldissimo …..

    Tornando a bomba credo che proprio perchè l’Italia ha vissuto una ancora abbastanza recente stagione di violenza politica – anche la Grecia ma lì c’era ancora il regime dei colonnelli e quindi era un’altra storia ed anche il lottarmatismo della “17 Novembre” era più somigliante alla nostra Volante Rossa del dopoguerra, con vendette ancora legate al periodo dittatoriale, che non alle Brigate Rosse o a Prima Linea – che oggi ( per paura delle criminalizzazioni mediatiche ) i vari movimenti che si sono succeduti, da Genova 2001 fino all’Onda, hanno cercato di evitare una deriva più “dura” …..

    Ed è pure vero che, in fondo, qualche margine di mediazione ancora c’è …… ad esempio sul decreto Gelmini la marcia indietro del Governo innegabilmente c’è stata e quindi l’Onda una sua parziale vittoria l’ha ottenuta …..

    Ma i tempi della crisi economica – che ancora in Italia non si è dispiegata nella sua massima potenza – ed anche l’oggettiva incapacità di questo governo ( anche se credo che con quello precedente le cose non sarebbero state troppo diverse) di mettere in piedi forme di ammortizzazione della situazione …. credo porteranno a breve se non a brevissimo alla oggettiva impossibilità di ogni mediazione … e quindi ad uno scontro sociale aspro e fatalmente anche di tipo violento …..

  • rosacroce

    la crisi non è ancora cominciata,siamo all’antipasto.
    inizierà in italia
    a MARZO il primo piatto.

  • alekxandros

    Perché proprio a Marzo?

  • indyp

    io la vedo così:
    rubano tutti e rubiamo anche noi…qui c’arrangiamo…mostriamo il culo a qualcuno in cambio di un favore…l’andiamo a dare al personaggio famoso per una piccola comparsa in tv.Siamo lobotomizzati dal paese dei balocchi visto nelle tv di p2ligiogelliberlusconi..non abbiamo un cazzo di soldi ma chiediamo ancora prestiti per andare al mare a scarelmsceik ascoltando biagio anton’azzi.
    Mia madre intanto ha ancora una megapensione di 300 euro…hai sentito bene bertani???cucu?? 300 euro..300 euro..che cazzo mai mi da mia madre per consentirmi di sopravvivere se non c’ha un cazzo neanche lei?

  • rosacroce

    PERCHè,IL CROLLO DELLE BORSE è AVVENUTO
    A SETTEMBRE- OTTOBRE,SICCOME LE BORSE PREVEDONO
    DI CIRCA 6 MESI L’ECONOMIA REALE,SI OTTIENE
    UNA PREVISIONE DI CROLLO PER MARZO CIRCA.

  • rosacroce

    E PEGGIORERà PURE