Home / ComeDonChisciotte / PERCHE' CHAVEZ ?

PERCHE' CHAVEZ ?

DI JEAN-LUC MÉLENCHON E IGNACIO RAMONET
ilmanifesto.it

Domani il Venezuela torna alle urne per concedere o meno un nuovo mandato al presidente più calunniato del mondo. Ma il leader della rivoluzione bolivariana andrebbe giudicato per le azioni: aveva promesso che avrebbe lavorato a favore dei più poveri e così ha fatto

Hugo Chávez è senza dubbio il capo di Stato più calunniato del mondo. Mentre ci avviciniamo alle elezioni presidenziali del 7 ottobre, queste diffamazioni stanno diventando sempre più infami. Sia a Caracas che in Francia e in altri paesi. Testimoniano della disperazione degli avversari della rivoluzione bolivariana di fronte alla prospettiva (che i sondaggi sembrano confermare) di una nuova vittoria elettorale di Chávez. Un leader politico deve essere giudicato per le sue azioni, non per le voci messe in giro contro di lui. I candidati fanno promesse per essere eletti: pochi sono quelli che, una volta eletti, le mettono in pratica. Fin dall’inizio, la promessa elettorale di Chávez è stata molto chiara: lavorare a favore dei poveri, ossia – da quelle parti – la maggioranza dei venezuelani. E ha mantenuto la parola.

La riconquista della sovranità

Perciò questo è il momento di ricordare che cosa è veramente in gioco in queste elezioni, ora che il popolo venezuelano si prepara a votare. Il Venezuela è un paese molto ricco, grazie ai favolosi tesori del suo sottosuolo, in particolare gli idrocarburi. Ma quasi tutte queste ricchezze erano monopolizzate dalle élite politiche e dalle imprese transnazionali. Fino al 1999, il popolo otteneva solo le briciole. I governi che si alternavano, cristiano-democratici o socialdemocratici, corrotti e sottomessi ai mercati, privatizzavano indiscriminatamente. Più della metà dei venezuelani viveva al di sotto della soglia di povertà (70,8% nel 1996).

Chávez ha fatto sì che la volontà politica prevalesse. Ha addomesticato i mercati, ha fermato l’offensiva neoliberista e poi, attraverso il coinvolgimento popolare, ha fatto sì che lo Stato si riappropriasse dei settori strategici dell’economia. Ha riconquistato la sovranità nazionale. E, con essa, ha proceduto alla redistribuzione della ricchezza a favore dei servizi pubblici e dei dimenticati.

Politiche sociali, investimenti pubblici, nazionalizzazioni, riforma agraria, quasi piena occupazione, salario minimo, imperativi ecologici, accesso alla casa, diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione… Chávez ha anche lavorato alla costruzione di uno Stato moderno. Ha lanciato un’ambiziosa politica di riassetto del territorio: strade, ferrovie, porti, dighe, gasdotti, oleodotti.

In politica estera, ha optato per l’integrazione latino americana e ha privilegiato gli assi Sud-Sud, mentre allo stesso tempo imponeva agli Stati Uniti un rapporto basato sul rispetto reciproco…

La spinta del Venezuela ha scatenato una vera ondata di rivoluzioni progressiste in America latina, trasformando questo continente in una esemplare isola di resistenze di sinistra contro le devastazioni del neoliberismo.

Libertà di espressione limitata?

Un tale uragano di cambiamenti ha trasformato le tradizionali strutture del potere e ha portato alla rifondazione di una società che fino ad allora era stata a verticale, elitaria. Questo non poteva che scatenare l’odio delle classi dominanti, convinte di essere i legittimi padroni del paese. Sono queste classi borghesi che, con i loro amici e protettori di Washington, finanziano le grandi campagne diffamatorie contro Chávez. Sono arrivate anche a organizzare – in alleanza con i grandi media di cui sono proprietarie – un colpo di stato l’11 aprile del 2002.

Queste campagne continuano ancora oggi, e certi settori politici e dei media europei si occupano di diffonderle. Dato che – come purtroppo accade – ripetere significa dimostrare, gli spiriti semplici finiscono per credere che Hugo Chávez starebbe incarnando «un regime dittatoriale in cui non c’è libertà di espressione».

14 elezioni in 13 anni

Ma i fatti sono testardi. Qualcuno ha mai visto un «regime dittatoriale» allargare i limiti della democrazia invece di restringerli? E concedere il diritto di voto a milioni di persone finora escluse?

Le elezioni in Venezuela si tenevano solo una volta ogni quattro anni, Chávez ne organizza più di una ogni anno (14 in 13 anni), in condizioni di legalità democratica riconosciute dalle Nazioni Unite, dall’Unione europea, dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa), dal Centro Carter, ecc.

Chávez dimostra che si può costruire il socialismo nella libertà e nella democrazia. E trasforma anche quel carattere democratico in una premessa del processo di trasformazione sociale. Chávez ha dimostrato il suo rispetto verso il verdetto del popolo, rinunciando a una riforma costituzionale respinta dagli elettori in un referendum nel 2007. Non a caso, la Foundation for Democratic Advancement (Fda), del Canada, in uno studio pubblicato nel 2011, collocava quell’anno il Venezuela al primo posto tra i paesi che rispettano la giustizia elettorale (85 punti), prima degli Stati Uniti (30) e del Canada (26).

Il governo di Chávez dedica il 43,2% del bilancio alle politiche sociali. Risultato: il tasso di mortalità infantile è stato diviso per due. L’analfabetismo, sradicato. Il numero di insegnanti è aumentato di cinque volte (da 65 mila a 350 mila). Il paese ha il miglior coefficiente di Gini (che misura la disuguaglianza) in America latina. Nella sua relazione del gennaio 2012, la Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (Cepalc, un’agenzia dell’Onu), afferma che il Venezuela è il paese sudamericano che – insieme con l’Ecuador – tra il 1996 e il 2010 ha ottenuto la maggiore riduzione del tasso di povertà. Infine, l’istituto statunitense di sondaggi Gallup, in uno studio pubblicato il 29 aprile 2011 (http://www.gallup.com/poll/147167/High-Wellbeing-Eludes-Masses-Countries-Worldwide.aspx # 2) colloca il paese di Hugo Chávez come la sesta nazione «più felice del mondo».

Il fatto più scandaloso, nella campagna denigratoria in corso, è pretendere che la libertà di espressione sia limitata in Venezuela. La verità è che il settore privato, ostile a Chávez, controlla ampiamente i mezzi di comunicazione. Tutti possono verificare. Di 111 canali televisivi, 61 sono privati, 37 comunitari e 13 pubblici. Con la particolarità che l’audience dei canali pubblici non passa il 5,4 %, mentre quella dei privati supera il 61% (Mark Weisbrot e Tara Ruttenberg, Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (pdf), Center for Economic and Policy Research, Washington, DC, dicembre 2010)… Stesso scenario per le stazioni radio. E l’80% della stampa è nelle mani dell’opposizione, essendo i due giornali più influenti – El Universal e El Nacional contrari al governo.

Altro che «fine della storia»

Nulla è perfetto, naturalmente, nel Venezuela bolivariano – dove esiste un sistema perfetto? -. Ma nulla giustifica queste campagne di menzogne e di odio. Il Venezuela è la punta di diamante dell’onda democratica che, in America Latina, ha travolto i regimi oligarchici di nove paesi, appena caduto il Muro di Berlino, quando c’era chi vaticinava «la fine della storia» e «lo scontro di civiltà», come unici orizzonti per l’umanità. Il Venezuela bolivariano è una fonte di ispirazione di cui ci nutriamo, senza cecità, senza ingenuità. Con l’orgoglio, tuttavia, di stare dal lato buono della barricata e di riservare i nostri colpi al malevolo imperio degli Stati Uniti, alle sue vetrine a tanto caro prezzo protette in Medio Oriente e dovunque regnino il denaro e privilegi.

Perché Chávez suscita tanto risentimento nei suoi avversari? Senza dubbio perché, come fece Bolívar, ha saputo emancipare il suo popolo dalla rassegnazione. E a risvegliargli la voglia dell’impossibile.

Jean-Luc Melenchon(*) e Ignacio Ramonet(**)
* Già candidato alle presidenziali francesi per il Front de Gauche, deputato al Parlamento europeo
** Presidente della Associazione Mémoire des luttes, presidente onorario di Attac.

Fonte: www.ilmanifesto.it
5.10.2012

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    Bello, finalmente un mondo meno storto.

  • bstrnt

    Credo che tutti gli italiani con un minimo di dignità e informazione vorrebbero politici del calibro di Chavez, Correa o Fernandez, invece di questa mefitica massa di quisling, ladri e supponenti.
    In democrazia le leggi dovrebbero essere emanate a vantaggio dei popoli, non come qui, nel 4° Reich europeo, ad uso e consumo delle banche e con esse le élite finanziarie internazionali.
    Personalmente mi vergogno di essere europeo in generale e italiano in particolare; le angherie verso il popolo greco e itentativi di destabilizzazione dei PIIGS oggi e di ogni nazione europea domani (Germania inclusa, visto che il collasso dell’unione non può essere che prodromo al collasso tedesco), mi fanno rifiutare in toto questa specie di aborto controllato dalle élite finanziarie.
    L’Europa è oramai diventata pedina e carne da cannone dell’impero nel suo crepuscolo, viene controllata e comandata a bacchetta tramite un’economia di rapina, insostenibile per le persone e per l’ambiente; a quando un sussulto di dignità come alcune nazioni del Sud America?
    Spero che la primavera sudamericana cominci a contagiare anche il “democratico” e “libero” occidente Così da evitare nuove esportazioni di democrazia (vedi Yugoslavia, Afganistan, Iraq, Libia ….) grondanti di sangue.

  • orckrist

    E’ un pazzo ma in questo mondo di yes-men non resta che dire:

    “QUE VIVA CHAVEZ”

  • ligius

    Ho degli amici venezolani, mi dicono tutti la stessa cosa e cioè che tutte le info che ci arrivano sono storpiate, che lì vivono male, non c’è lavoro, fanno la fame, la polizia è corrotta all’inverosimile, che la delinquenza (voluta e sostenuta da chavez)è insostenibile, che alle scorse elezioni tutti quelli che non hanno votato per lui (voto elettronico) hanno ricevuto la lettera di licenziamento dal lavoro il lunedi’ successivo, tanto per dare un segnale chiaro e forte. Io teoricamente, come la maggior parte delle persone senzienti, sarei d’accordo con la politica di Chavez, purtroppo però la realtà non è tanto bella. Mi piacerebbe fosse tutto vero quello che si dice. Ma non lo è.

  • decimalegione

    Viaggio nel cuore di una città fuori controllo————-
    Caracas: capitale criminale——-
    di Alessandro Armato————–
    È la città più violenta dell’’America Latina. Sparatorie e omicidi tra bande sono all’’ordine del giorno E intanto cresce l’’impopolarità di Ugo Chávez——————-

    «La malvagità si moltiplica, l’insicurezza è terribile». È sconvolta la madre di Joel Manuel Rodríguez. Il corpo di suo figlio, 23 anni, è stato trovato senza vita in una strada di San José de Petare, uno dei tanti ranchos (quartieri popolari) che circondano Caracas come gli spalti di uno stadio gremito all’inverosimile. Assieme a Joel Manuel, in un fine settimana come tanti, sono rimaste uccise altre cinquanta persone. Tutte vittime della violenza di strada e degli scontri tra bande, che in Venezuela sono fuori controllo.———————————-
    L’insicurezza ha raggiunto livelli sconcertanti. Secondo dati del¬l’Observatorio Venezolano de Vio¬lencia, nei dieci anni di governo del presidente Ugo Chávez il numero degli omicidi è triplicato. Dai 4.550 omicidi del 1998 – l’anno in cui Chávez vinse le prime elezioni presidenziali – siamo arrivati ai 13.156 del 2007. Caracas oggi è la capitale più insicura dell’America Latina, mentre il Venezuela è il secondo Paese più violento del continente, dopo il Salvador e prima della Colombia. Nella capitale la situazione è particolarmente drammatica. L’anno scorso si sono registrate 130 morti violente ogni 100 mila abitanti, contro le «solo» 27 di Bogotá, capitale di un Paese problematico come la Colombia. La stragrande maggioranza delle morti (tra l’80 e il 90 per cento) avvengono in ranchos come Petare o Carapita. Ma non c’è angolo della capitale dove si possa stare tranquilli.———————————-
    A Caracas non c’è nessuno, a parte il governo, che non riconosca l’esistenza e la gravità di questo problema. Anche in un quartiere di classe media come El Paraíso, dove un tempo la vita trascorreva in modo relativamente pacifico, adesso regna la paura. Porte e finestre degli edifici sono sbarrate fino ai piani più alti da grate d’acciaio. Le villette, oltre ad avere protezioni su ogni fessura, sono cintate da mura sormontate da filo spinato e corrente elettrica. Nella gente che cammina per strada regna il sospetto. Nei bus, soprattutto nei giorni di paga, c’è sempre il timore che salga qualche delinquente, pistola alla mano, a rapinare i passeggeri. Raramente un automobilista apre il cancello di casa propria per parcheggiare se dietro ha un’altra macchina. Poi c’è la paura di vedersi puntare una pistola a un semaforo; molti decidono di annerire i vetri dell’auto per scoraggiare eventuali rapinatori. «Los malandras (delinquenti) – dice Ester, una venezuelana che non si rassegna a chiudersi in casa dopo il tramonto – ci pensano due volte prima di assaltare una macchina coi vetri neri perché invece di una preda facile come una signora sola, potrebbero trovare quattro uomini armati». Solo nel quartiere di Chacao, il più esclusivo della città, l’unico a non essere sovrastato direttamente da un rancho e ad avere un sindaco locale dell’opposizione, si respira una relativa tranquillità.——————————

    CHI È IL RESPONSABILE di questa situazione? Una tesi che va per la maggiore addossa tutte le colpe al presidente Chávez, accusandolo di avere rotto il patto sociale, fomentando lo scontro tra classi. Ma la realtà è più complessa. Padre Pedro Trigo, gesuita, sociologo con diversi volumi all’attivo, membro della direzione del Centro Gumilla, attivissimo centro gesuitico di studi sociali di Caracas, è convinto che l’alto grado di insicurezza che vive attualmente il Venezuela dipenda sì dalla mancanza di compattezza sociale, ma ne individua l’origine prima della comparsa del presidente sulla scena politica. «Quando negli anni Ottanta – spiega – con l’avvento del neoliberalismo e la destrutturazione del settore pubblico, si comincia a predicare la filosofia dell’ homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’uomo, ognuno comincia ad affinare le proprie armi. Rientra nella logica. Viene a mancare quel patto sociale che induce al rispetto degli altri e comincia un rapido aumento della violenza. All’inizio pensavo che Chávez, da buon militare, avrebbe per prima cosa garantito la sicurezza. Ma non solo non ha fatto nulla, non ha neppure mai parlato di questo argomento. Lo ha fatto solo una volta, proponendo di mettere spie a ogni isolato, come a Cuba. Peggio il rimedio della malattia!».—————————————
    Ma non è una politica miope, visto che il tema della sicurezza è uno dei più sentiti dalla gente? «Mi stupisce l’insensibilità di Chávez verso un simile problema. E mi stupisce soprattutto che non si renda conto che a morire sono soprattutto chavisti. Perché le vittime dell’insicurezza del Venezuela sono in maggioranza maschi giovani di barrio, persone che alle elezioni votano o voteranno Chávez. Un’intera generazione sta venendo decimata. Non è vero che non si può fare nulla. Uno studio molto dettagliato, realizzato a Caracas, ha stabilito che fermando 11.000 persone si potrebbe ridurre la violenza dell’85 per cento. Nei barrios che conosco potrebbe funzionare. In linea di massima i morti si devono a scontri tra bande. Ho potuto constatare che quando i capi delle bande non ci sono di solito non succede niente. È solo in presenza dei capi che cominciano le uccisioni».——————————————
    Nei barrios di Caracas si concentra una buona fetta dei quattro milioni di abitanti della capitale. La gente abita in tuguri di mattoni, legno e lamiera ammassati uno sopra l’altro sulle pendici delle montagne. Molti sono immigrati provenienti da altre regioni del Venezuela o da Paesi vicini. È il regno delle bande, composte in prevalenza da adolescenti coinvolti nel piccolo traffico di droga e armi. La maggior parte di loro ha il revolver infilato nei pantaloni, sotto la maglietta. Lo usano per rapinare o, se nasce qualche lite, per ammazzare i rivali. Lo usano soprattutto nei fine settimana, sotto gli effetti dell’alcol e della droga. Il rancho più grande e pericoloso è Petare, un milione di abitanti. Qui l’anno scorso sono state ammazzate 700 persone. In un solo fine settimana ne possono morire anche una trentina. Ma in fondo un rancho vale l’altro. Padre Peter Makau, missionario della Consolata di origine keniana, alla guida della parrocchia San Joaquín e Santa Ana, situata nel rancho di Carpita, lo conferma. «A Carpita – racconta mentre si versa un tè – nei fine settimana mi devo chiudere in casa perché fuori sparano in continuazione. Le bande di quartiere si fanno la guerra. E la settimana seguente si contano i morti. È una realtà molto difficile, una vera sfida per un sacerdote». —————————————–
    «Ma non c’è nessuna relazione tra la povertà e gli omicidi – ci tiene a puntualizzare padre Trigo -. La ragione è la disgregazione totale della persona, su cui influisce anche la pubblicità. Talvolta si uccide solo per rubare un paio di scarpe di marca. Nei quartieri popolari ci sono persone che vestono come le persone meglio vestite del Venezuela». In tema di sicurezza, le forze dell’ordine non rassicurano per nulla i caraqueños. —————————————–
    Quattro su dieci abitanti di Caracas non si fidano delle forze dell’ordine e possiedono o desiderano possedere un’arma da fuoco, rivelava già anni addietro una ricerca del sociologo Roberto Briceño León. E oggi le cose sono notevolmente peggiorate.
    La polizia e l’esercito hanno precise responsabilità nel favorire la proliferazione di armi da fuoco e la violenza nei barrios. Una fonte bene informata sostiene che «la polizia e i militari non solo non fanno nulla per fermare la violenza, ma talvolta si lasciano corrompere o addirittura sono loro stessi a organizzare le bande. Le armi che circolano nei quartieri popolari arrivano attraverso diversi canali. In parte vengono vendute dalla stessa polizia o dall’esercito in cambio di droga. Ho conosciuto personalmente soldati che hanno scambiato munizioni per droga. Inoltre, c’è un vasto mercato nero. Il problema di fondo è però l’impunità assoluta che c’è oggi in Venezuela».——————————————–
    Informalmente, molti sostengono che il grande afflusso di revolver nei barrios risponda a una precisa strategia del governo di armare i poveri per mobilitarli, in caso di emergenza, per difendere la «rivoluzione bolivariana». Fantasie o no, Chávez sta già armando la Milicia popular bolivariana, che nella recente proposta di riforma costituzionale doveva diventare il quinto componente delle Forze armate, accanto all’Ejército bolivariano, l’Armada bolivariana, l’Aviación bolivariana, la Guardia Territorial bolivariana. Il presidente sostiene che arma la milizia per difendere il Paese e la rivoluzione da eventuali aggressioni esterne. Ma è diffuso il timore che, nel caso succeda qualcosa, questa milizia possa essere utilizzata per mettere in atto una repressione interna.———————————————————

    IL DILAGARE dell’impunità e della violenza si lega a un altro grande male del Venezuela attuale: la corruzione. Un recente studio dell’organizzazione Transparency International ha rivelato che il Venezuela, assieme ad Haiti e all’Ecuador, è il Paese più corrotto dell’America Latina. Qui il potere giudiziario gode di scarsissima considerazione. La corruzione è una politica di Stato. Un esempio eclatante – tanti altri se ne potrebbero fare – è la valigetta sequestrata al manager venezuelano Guido Antonini Wilson nell’aeroporto di Buenos Aires, in Argentina. Conteneva 850 mila dollari di fondi neri, di provenienza venezuelana, destinati a finanziare la campagna elettorale dell’attuale presidente Cristina Fernández de Kirchner. Chávez dispone di un’enorme quantità di fondi neri, che vengono utilizzati per corrompere. «Chávez stima molto per difetto le risorse a disposizione del governo – dice Pedro Trigo -, e amministra direttamente e a sua discrezione tutto ciò che rimane. Si tratta di un somma enorme, di cui non rende conto a nessuno. Questo è un segno evidente che non stiamo vivendo in una democrazia. Chávez fa quello che gli pare, non rappresenta i cittadini di questo Paese».——————————————————–

    ASSIEME ALL’IMPUNITÀ e alla corruzione, un’altra piaga del Venezuela è l’incompetenza con cui viene gestita la cosa pubblica. Tempo fa il ministro di Miniere e idrocarburi, che è anche presidente della compagnia petrolifera statale (Pdvsa), ha dichiarato pubblicamente che la cosa più importante per essere assunto dalla Pdvsa non è avere delle competenze, ma essere rojo rojito (rosso rosso). «Queste dichiarazioni hanno sollevato un polverone tremendo – ricorda un ex impiegato della compagnia -, ma il presidente le ha avallate. Solo dalla Pdvsa sono state cacciate 18.000 persone per motivi politici e questo ha fatto sì che la produzione di petrolio calasse di circa di 1 milione di barili al giorno rispetto alla seconda presidenza di Caldera (1994-1999). Questo esempio dimostra fino a che punto può arrivare l’ideologia. E il risultato finale è la paralisi del Paese. Il Venezuela vive oggi un tremendo processo di de-istituzionalizzazione».————————————-
    La pace sociale, la legalità e la meritocrazia vengono sacrificati dal governo sull’altare dell’ideologia e del potere. «Nei dieci anni di governo – spiega Trigo – Chávez è cambiato molto. Prima si rendeva conto di quali erano i suoi limiti e si lasciava consigliare. Aveva un acutissimo senso della realtà. Oggi invece domina l’ideologia, che lui chiama socialismo del XXI secolo, ma che ha una sostanza totalmente personalista e statalista. La cosa ancor più grave è che Chávez non ha dato allo Stato una solida base politico-amministrativa. Così non può funzionare».——————–
    Inoltre c’è il problema della produttività. «Chávez – dice padre Pedro – si è mosso sempre all’interno delle istituzioni e non ha il senso dell’imprenditorialità. Si è reso conto che la produttività deve aumentare, ma niente di quello che ha provato a fare finora ha funzionato. Con tutto il denaro che il petrolio porta nelle casse del Paese, questo non è giustificabile. La colpa è dei suoi pregiudizi ideologici e del suo modo piatto e antiquato di vedere il capitalismo e il socialismo. Fidel Castro, che lui idolatra, non gli è d’aiuto. Oggi sappiamo che un certo tipo di socialismo è fallito, non funziona, non ha senso. Bisogna tenere conto della storia, ma il governo non lo fa».
    Il petrolio è senza dubbio una delle ragioni che ha determinato la perdita di senso della realtà di Chávez. Esattamente come è successo alla classe politica e a certa società venezuelana ai tempi del boom petrolifero degli anni Settanta. Da allora il Paese è vissuto sulla rendita petrolifera, tralasciando la produttività. L’unica differenza è che Chávez, rispetto ai governi precedenti, ridistribuisce una percentuale molto più alta di questa rendita. Ma lo fa in modo assistenziale, attraverso le numerose misiones a carattere sociale varate dal governo, e i risultati non si vedono. Chávez vuole aggiustare tutto a suon di dollari. Ma è una politica miope. ——————————
    Ormai si è perso anche il senso stesso della democrazia. Utilizzando i poteri straordinari concessigli dalla ley habilitante, a fine luglio Chávez ha emanato 26 leggi con cui ha introdotto d’autorità molte delle proposte che erano state bocciate dal popolo nel referendum del dicembre 2007 per riformare la Costituzione in senso socialista. «Questo – afferma Pedro Trigo – rivela che Chávez non è democratico. Chávez arriva fino a dove arriva il suo potere, non fino a dove arriva la volontà della maggioranza. È accecato dall’ideologia e da un decennio di potere». ?

  • pantos

    anch’io ne ero convintissimo prima che conoscessi alcuni piccoli e laboriosi (?) imprenditori che raccontano di vessazioni, ostracismi, furti continui e microcriminalità diffusissima, ti ammazzano per un orologio, ti boicottano i matrimoni (non so se di che sfarzo però) suonando le pentole (non nascondo che la cosa mi ha incuriosito però), non puoi più lavorare, ma il reddito minimo è talmente garantito che la gente lavora poco, ma lavorano tutti, dal martedi al giovedi. dal venerdi al lunedi è festa continua. gli uomini spariscono di casa il giovedi sera e tornano lunedi in preda ai fumi di 4 giorni di alcol.

    insomma questi “non poveri” son stati costretti ad emigrare in italia.
    se è vero, non so in cosa e quanto possano lavorare i venezuelani poveri.

    attendo lumi in altre testimonianze.

  • Tanita

    La situazione é simile con ogni governo che in qualche modo esca dal discorso unico dell’establishment.
    Si parla di “democrazie mature” nel caso di Stati in cui il Potere é in mano a tecnocrati che fanno gli interessi dell’oligarchia dominante.
    Si parla di “libertá” laddove i diritti dei cittadini sono stati severamente ristretti (“Patriot Act” ed altri negli USA, forze di polizia che reprimono manifestazioni pacifiche – in tutta Europa -; forti restrizioni al diritto di manifestare e petizionare alle autoritá – GB, ecc).
    Si parla di “libero mercato” dove un pugno di corporation controllano l’Economia e le finanze.
    Si parla di “libertá di stampa” dove di nuovo i mainstream sono controllati da poche corporation (le stesse che controllano Economia e Finanze) e cosí via.
    Questi che in Italia sono chiamati “Poteri Forti” hanno ormai raggiunto una concentrazione del Potere ed un ammount di ricchezza tali che possono: comprare tutto ció che vogliono compresa la volontá politica degli uomini di partito (la maggior parte di loro quantomeno); sostituire i politici con i loro uomini se non ottengono ció che vogliono (i casi di Honduras, Grecia, Italia, Paraguay sono paradigmatici e mettono in evidenza la nuova modalitá dei “golpes”); possono organizzare e portare avanti “rivolte popolari”, “primavere”, ecc. Se comunque non riescono a controllare gli Stati in questo modo, allora mettono mano a false flag operation, psi ops, ecc per giustificare interventi armati.
    Questo potere é quello che denuncia come “dittatori” i Chavez, Correa, Kirchner, Morales e qualsiasi altro che non si avvenga alle loro ordini. Sono quelli che USANO le minoranze che costituiscono le opposizioni per articolare le campagne di destituzione e usano ogni mezzo a disposizione comprese azioni di disinformazione, denuncia e denostazioni attraverso blogs, reti sociali e qualsiasi altra risorsa a loro disposizione. Siccome controllano i principale media praticamente a scala globale il loro discorso é il piú diffuso.
    Cosí non importeranno per la “Comunità Internazionale” quanto di buono facciano i presidenti “ribelli” in favore del loro popolo né quanto consenso – maggioritario – questi abbiano tra i cittadini dei propri Stati. I Poteri Forti non molleranno. Neppure nel caso di Chavez, il presidente piú ratificato della Storia attraverso le elezioni piú pulite del Sistema elettorale moderno. Se capita, continueranno a cercare di ammazzarlo come hanno fatto con innumerevoli mandatari dal dopoguerra ad oggi compreso il Pres. Kennedy. Difficile compito quello di cercare di provvedere informazione libera, pulita, non prefabbriccata; difficile far crescere la coscienza critica… La gente é usata contro i propri interessi: il caso dell’Eurozona rimarrá di certo nei libri di Storia. I “Poteri Forti” – chiamiamoli cosí per sintetizzare – per ora stanno vincendo. Controllano le finanze internazionali, gli Stati del “Primo Mondo” e parecchi altri, hanno le forze militari piú micidiali di cui si ha memoria.
    Per ora, i barbari sono al comando ma la loro nave fa acqua da tutte le parti.

  • mincuo

    Bisogna guardare con equilibrio. A turare fuori l’ esempio pro o contro si può ricavare sempre quel che si vuole. E’ il metodo TV, che non si dovrebbe usare, neanche se viene a favore, anzi soprattutto se viene a favore. Perchè impedisce qualunque obiettività e consente qualunque abuso, quando uno si adatta fare il cieco a oltranza. Un’altra cosa da smettere prima o poi è la favola della democrazia.
    Anche Chavez è rapprentante di un oligarchia, e non è possibile che sia diversamente.
    Perchè forse Monti no? Od Obama?
    Ma detto questo, un oligarca non deve essere mica cattivo per forza. Alla fine invece che gli slogan con cui hanno sempre imbottito ognuno, conta cosa uno dà e fa per la gente.
    E lui certamente è molto migliore dei precedenti oligarchi.
    Poi il Venezuela, è una realtà complessa. Fare sempre i Paradisi e gli Inferni, gli Angeli e i Demoni sono cose da bambini.

  • Mattanza

    Io vivo in Peru’ da anni,qui fino al cambio di governo la propaganda antichavista era forte anche sui media di stato.
    Il fatto vero e’ che di venezuelani in Peru’ a lavorare non se ne vedono,ma molti peruviani sono andati e vivono e lavorano la’,quindi le chiacchere son chiacchere ragazzi.
    Delinquenza a gogo e vita che non vale nada,in America del Sud e’ normale amministrazone,Venezuela,Peru’,Colombia Brasile ecc…Io dal di qua’ sento,senza vivere in Venezuela pero’, che Chavez ha scatenato un movimento continentale vincente e virtuoso,ora anche il Peru’ ha un governo differente sembra,e le cose cominciano a cambiare e migliorare,velocemente.

  • Mattanza

    Ora anche Santos in Colombia ha un tumore….

  • RicBo

    Alle volte mi chiedo se intellettuali sinistri come Melenchon o Ramonet siano mai andati in Venezuela, e se ci sono andati, se hanno camminato per le strade e parlato con persone comuni, operai o studenti. Non credo perchè a Caracas uno come loro parla solo a funzionari governativi e militari e non può muoversi se non in taxi. Il mondo irreale che presentano in articoli come questo non esiste.
    Meglio Chavez che Capriles, ma mi chiedo cos’ha mai di socialista il primo, un energumeno che non ha la decima parte della statura politica di un Correa o di un Morales. (per non parlare dei Kirchner) uno che è stato ringraziato pubblicamente dal ministro della difesa spagnolo per essere il primo importatore di armi del regno borbonico, uno che ha benedetto gli accordi con Repsol nel periodo della crisi tra l’Argentina e la multinazionale iberica, uno che mandava l’esercito in casa dei più recalcitranti a votare per lui, uno che usa gran parte dei proventi del petrolio per mantenere la rete di clientelismo che lo sostiene, che nega molte delle conseguenze nefaste delle nazionalizzazioni, aziende date in mano a boiardi di stato incapaci e corrotti.

  • Tanita

    Si e guarda caso, Santos sebbene é di destra difende l’unitá latinoamericana. Cioé politiche opposte a quelle di Chavez ma si all’unitá latinoamericana.

  • lstrino

    Chavez ilò perfetto fascista che imcuministi adorano, grand politica sociale grande politica nazionale, l’una non può esistere senza l’altra. sono fascista e vorrei un Chavez in italia.

  • Tanita

    “Delinqueza a gogo e vita che non vale nada, in America del Sud é normale”.
    Sembra sia cosí dappertutto. Mettiamo gli USA, ad esempio. In Sudamerica non é normale che le persone si scatenino in massacri nei supermercati, nelle scuole, nei cinema come invece é usuale da quelle parti. Com’é pure accaduto in Olanda due anni fa + o -. In un’articolo riportato qui su CDC poco fa si raccontava dei quartieri di Parigi dove ormai non entra neppure la Polizia. Sembra che tutto ció, piú che essere proprio del Sudamerica, é il risultato di una globalizzazione dello sfruttamento e della miseria alla quale ci hanno ricondotto con esito i bankster oligarchici globali e i loro complici. Se poi pensiamo alla NATO (con tutti i paesi che ne sono parte), in questo caso sí che la vita vale meno di zero e la morte é una “casualty”, un collaterale non raccontato o giustificato in nome della “libertá” e della “democrazia”. Se andiamo un pochino piú indietro non parliamone poi.

  • Tanita

    Qualle sarebbe l’oligarchia alla quale Chavez rappresenta?
    Monti senz’altro (frutto pure di un colpo di Stato “soft”). Chávez dal suo canto é un presidente eletto democraticamente, il piú democraticamente possibile nel mondo contemporaneo. Il sisiema elettorale di Venezuela é testato, controllato, ha il monitoraggio di mezzo mondo. Non si tratta di Paradisi e Inferni ma di questioni molto umane. Il Venezuela é una realtá complessa ma la determinazione del suo governo non dipende dalla Goldman, da JP Morgan e altri componenti dell’oligarchia finanziaria e corporativa globale (almeno con Chavez).
    Se poi pensiamo negli USA, il cui ultimo presidente che cercó di portare avanti politiche indipendenti e di sganciare lo Stato dalla dittatura della FED fece la fine che conosciamo bene, dove i risolutati vengono, se occorre, manipolati (Vedere Bush Jr.) ecc ecc, senz’altro la democrazia del Venezuela é piú rappresentativa del volere popolare che quella USA: lí le opzioni sono tra il male e il peggio, i lobbisti sono legalizzati e le campagne vengono finanziate dalle corporation che consegnano soldi a Democrati e Repubblicani in simile misura.
    http://francogatti.blogspot.com.ar/2012/08/chi-finanzia-la-campagna-elettorale-usa.html
    http://coriintempesta.altervista.org/blog/il-vero-potere-chi-e-con-tutti-i-nomi/
    Le rinunce “volontarie” di Papandreous in Grecia e Berlusconi in Italia e l’imposizione di uomini della Goldman, il Bilderberg e compagnia bella sono tutt’altro che procedure democratiche, non vi pare?
    Come si dice da noi: “la veritá non si puó rimediare”. La veritá E’. E’ vera.

  • Mattanza

    brevemente penso che voglia dire:Essendo Chavez un nazionalista convinto,forse cerca di sviluppare una classe di industrali venezuelani che divengano la ricca borghesia del paese con le redini del potere in mano,dato che non mi sembra sia ne comunista ne anarchista,non questiona il sistema capitalsta,la propieta’ privata dei mezzi di produzione ecc.

  • Ercole

    CHAVEZ e un fottuto borghese al pari di tutti i governanti del pianeta ,non ha nulla da spartire con il socialismo ,si fa forte del nazionalismo perche esporta il petrolio,non gli interessa nulla del proletariato,e se ne guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo ,un perfetto conservatore arrogante.DI fronte a un mondo di terrore e di miseria, il futuro appartiene alla lotta di classe.

  • Tanita

    Piú vi leggo piú mi rendo conto che in Europa si capisce ben poco dell’America Latina. E si sa’ ancora di meno. D’altronde la maggior parte degli europei non sa’ neppure cosa sta capitando a loro, in Europa…

  • Tanita

    Strano. Ogni volta che si dice qualcosa di positivo sui presidenti off establishment qualcuno ha un’amico o un parente che racconta quanto sia schifosa la nostra realtá e quanto siano corrotti e dittatori i nostri governi democratici (ma davvero, eletti dai popoli in elezioni libere con sufragio obbligatorio e proibizioni di contributi privati alle campagne elettorali).

  • martin17

    “unità Latinoamericana”…forse come la unità ( comunità europea) bene per i tedeschi male per gli altri,in Sudamerica,bene per Chavez male per gli altri,le “unioni”sono un sotto prodotto della globalizzazione,le piccole realtà sono quelle che possono fare il cambio,mica le pseudo unioni che hanno solo lo scopo di rinforzare al più forte.

  • Fedeledellacroce

    Proletariato, fottuto borghese, lotta di classe, ma che c’hai cent’anni?
    Quest’arcaica terminologia compagna ha fatto il suo tempo, chi la usa ancora si vuole identificare come un comunista duro e puro!
    Nulla contro i comunisti, anzi complimenti, peró vedi, “proletariato” (operai), “media borghesia” (piccoli imprenditori e commercianti), studenti, insomma il popolo, noi, siamo tutti sulla stessa barca. E se si rema insieme si arriva a destinazione, garantito.
    Ma se cominciamo a “lottare tra classi” che compartono lo stesso trattamento, la stessa pressione fiscale, la stessa repressione del dissenso, la stessa situazione di stallo e incertezza sul futuro, beh, allora siamo alla frutta.
    Penso che solamente unendo sforzi e visioni si possa arrivare a qualche risultato concreto.

  • Mattanza

    Vivo in Peru’ da 7 anni.
    Cosa ci sarebbe da capire scusa?
    Sto dicendo che il chavismo non e’ rivoluzionario,perche’ non discute il modello capitlista’,ne il modello politico della democrazia parlamentare.
    Ritengo tuttavia che possa migliorare di molto le condizioni generali.

  • Ercole

    IL solito riformista interclassista a corto di argomenti ,mi sembra di sentire i discorsi dei preti e di confindustria ,siamo tutti sulla stessa barca,uniti si vince, bisogna fare i sacrifici,e via discorrendo ,tutti si dimenticano che esiste la lotta di classe,che il capitalismo e il migliore dei mondi possibili, e baggianate simili,cosi il capitalismo vivra in eterno, povero illuso a ciascuno il suo cammino, io sto con la mia classe, tu invece continua a stare al passo coi tempi quando, ti accorgerai che sei un povero schiavo salariato,sara troppo tardi,rincorri pure le chimere della sedicente democrazia borghese.

  • Tanita

    Scusami, il commento non era in risposta al tuo.

  • Tanita

    Oh, no, Latinoamerica non segue il modello europeo.
    Niente moneta unica, niente banche centrali private, niente voti a quota percentuale… No.
    “Esta iniciativa se enmarca en la Unión de Naciones del Sur (UNASUR) y fue una de las últimas … Pero no sólo esto, cada país concurrirá a su seno con un voto.”

    Ogni paese, un voto.

    Banco del Sur:
    http://www.hcdn.gov.ar/diputados/jgonzalez/discursos/insercionD.jsp?file=/secparl/dtaqui/inserciones/129/reunion8/24gonzalez.html
    Ogni paese, un voto.