Per vincere bisogna capire in cosa consiste la vittoria

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di Andrea Cavalleri

 

Vorrei far seguito all’articolo di Matteo Brandi del 7 ottobre 2021 intitolato “Perché perdiamo? Autocritica sovranista”.

Trovo la riflessione di Brandi molto intelligente e penso che ponga una serie di domande giuste.

Il mio parere è che per cercare una risposta a tali domande si debbano fare degli ulteriori passi a monte, toccando da vicino la fonte delle tematiche in questione.

Innanzitutto partirei dalla duplice concezione di nemico proposta da Carl Schmitt, ovvero invasore da ricacciare nei suoi confini oppure, nella seconda versione, essere disumano che non può essere solo sconfitto, ma deve essere definitivamente distrutto.

In nota Schmitt sottolinea che questa pretesa distruttiva del “nemico disumano” in realtà reclama l’autoannientamento dell’avversario tramite l’autoaccusa pubblica ed aggiunge che è un atteggiamento latente nell’essenza stessa della civiltà avanzata.

Un esempio di espulsione del nemico dai propri confini potrebbe essere la cacciata di Napoleone dalla Russia, che non vide una prosecuzione delle attività russe contro la Francia una volta ripristinato lo status ante quem.

Invece gli esempi del trattamento riservato alla Germania, dopo la prima e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, esemplificano bene la volontà di distruggere il nemico, tipica del secondo modello.

La radice ultima di queste concezioni è da ricercarsi sul piano religioso, di cui qui non intendo parlare perché il discorso si farebbe troppo lungo.

Però, un gradino più in basso, sul piano ideologico politico, penso di cogliere nel segno affermando che il problema nasca da una differente concezione della tolleranza.

Esistono due scuole di pensiero opposte per cui o non può esistere tolleranza per le idee (vere o false) e si deve (sottolineo “deve”) esercitare tolleranza verso le persone, oppure è obbligatoria la tolleranza per le idee e di fatto si nega la tolleranza verso le persone.

Il meccanismo sotteso a queste due tipologie politiche è molto semplice: chi è intransigente nell’affermazione dei valori, sa che neppure lui stesso è esente da pecche ed errori al riguardo, per cui perseguitare chi sbaglia significherebbe perseguitare anche se stesso.

Chi invece proclama relativisticamente che ogni idea abbia la stessa liceità, non ha più un criterio esterno a sé per giudicare, modellerà opportunisticamente la narrativa ideologica sulle sue esigenze e, di conseguenza, avrà ridotto la scelta delle idee da affermare a una pura questione di forza: il potente di turno impone le sue idee fino alla dittatura del pensiero unico a cui stiamo assistendo.

Jonathan Haidt, professore di psicologia sociale alla New York University, ha pubblicato un saggio molto interessante (in italiano “Menti tribali”, Codice editore, 2021), in cui illustra il risultato di un sondaggio in cui ha chiesto a duemila cittadini americani di orientamento liberal cosa ne pensassero dei conservatori e poi viceversa.

È risultato che le persone di sinistra consideravano quelli di destra dei rozzi ignoranti, razzisti e omofobi, mentre le persone di destra erano molto più aperte e disponibili a capire le ragioni dei liberal, insomma i veri democratici erano i conservatori.

Questa citazione non serve ad attribuire un punteggio nella stucchevole dicotomia destra-sinistra, ma serve per confermare il meccanismo che illustravo sopra: chi ammette dei valori indipendenti da sé diventa tollerante e chi ricama le idee sulla propria convenienza diventa intollerante.

In un certo senso la “libertà” dei sistemi assiologici di pensiero è la premessa più sicura per la restrizione della libertà delle persone.

Tra parentesi questo meccanismo ha il suo perfetto corrispettivo in economia, dove con il termine “libero mercato” si designa l’oligopolio massificante e oppressivo di una ristretta casta di plutocrati ai danni di tutta la collettività.

Ciò che conta veramente è la libertà delle persone, che non si realizza mai in mercati totalmente liberi (Amartya Sen ha ricevuto il Nobel per l’Economia dimostrando proprio questo fatto) né in sistemi politici guidati dal “libero pensiero”, ovvero nel tentativo di realizzare un’utopia che parte dai vagheggiamenti di qualche pensatore arrogante e non dalla realtà (realtà che comprende la natura dell’essere umano stesso).

C’è una frase di Lenin che costituisce l’esempio più illuminante che si possa trovare per descrivere la ferocia autocratica dell’utopista: “Costringeremo l’umanità a essere felice, costi quel che costi…”

Il primo risultato che diventa evidente da queste premesse è che la vittoria dell’utopista consiste nell’annientamento del nemico, quella del non utopista consiste nello scacciare il nemico fuori dai propri confini.

 

Il sovranismo è anti-utopico?

Negli ultimi anni il termine sovranista ha conosciuto un’ampia diffusione, spesso accompagnato dall’aggettivo “identitario” (e spesso, a sproposito, accompagnato anche dai termini populista e “di destra”).

Ma se sovrano è chi decide lo stato di eccezione (ancora Carl Schmitt) ovvero sia chi ha l’ultima parola sulle decisioni da prendere, allora non può esistere una politica senza sovranità, salvo il caso di una impraticabile anarchia assoluta.

L’orientamento moderno prevalente è quello di attribuire la sovranità al popolo, che la esercita attraverso i suoi rappresentanti (come da Costituzione italiana e molte altre simili) o anche direttamente per via referendaria, come in Svizzera.

Il termine populista è dunque solo un modo per evocare con disprezzo quello che è invece un principio generalmente accettato.

Il problema si sposta dunque su chi sia il soggetto popolare.

Il principio di autodeterminazione dei popoli, a parole accettato da tutti, è nei fatti irto di spinose questioni: lo dimostrano l’uso e il disuso strumentale che ne sono stati fatti in tempi anche recenti (basta confrontare i casi di Bosnia e Catalogna) per capire che l’applicazione concreta di tale principio non è semplice né lineare.

Del resto il termine “popolo” designa una realtà fluida e in continua evoluzione e, per quanto sia ancorato ai pilastri di lingua, cultura, costumi e religione, difficilmente può giustificare un fondamentalismo etnico.

Se dunque il sovranismo non è una proposta di qualcosa di nuovo e non è l’espressione di un irredentismo diffuso, che cosa designa?

Certamente questo movimento sorge come reazione ad altre tendenze che in qualche modo stanno agendo per sovvertire principi generalmente accettati e creano dei problemi che vengono percepiti come oppressione personale e collettiva.

Il punto è che gli enti e istituzioni che esercitano la sovranità, nell’ultimo mezzo secolo e in gran parte del mondo, si sono costantemente allontanati dal vincolo di rappresentatività.

In altre parole, sempre più spesso e sempre in maggior misura il cittadino constata che le decisioni che lo riguardano vengono prese da gente irresponsabile, cioè che non risponde del proprio operato.

Il cittadino non ha modo di influire su colui che prende le decisioni, che faccia bene o che faccia male, spesso nascosto dal paravento di una competenza tecnica (da qui il termine tecnocrazia).

Inoltre, le cessioni di sovranità ad enti sovrannazionali hanno viepiù allontanato i governanti dai cittadini, che spesso eleggono qualcuno che non decide quasi niente e che poi, alle loro rimostranze, risponde che “ce lo chiede l’EU”, o qualche altra sigla i cui dirigenti non sono elettivi.

Se a questo aggiungiamo i circoli di influenza, come il forum di Davos o il club Bilderberg, che non si fanno scrupolo di programmare il futuro dei popoli senza chiedere il loro parere, inneggiando a un governo mondiale che ridurrebbe l’autonomia decisionale dei singoli alla pari di quella di una formica in un formicaio, si capisce che le persone dotate di un senso di libertà si siano sentite provocate.

In risposta alla nascita di questa particolare forma di autocrazia totalitaria si sono formati spontaneamente movimenti che reclamano una maggior vicinanza e controllabilità (responsabilità in senso letterale) dei governanti ai governati.

In definitiva il sovranismo (territoriale e federalista, più che identitario o “di destra”) non vuole altro che riavvicinare il governante al popolo e responsabilizzarlo.

Pretende che vi sia un processo di decisionalità graduale, che parta dal basso e lasci il giusto spazio ai corpi intermedi, come recita il principio di sussidiarietà.

È semplicemente l’anticorpo sociale all’agente patogeno costituito dalla pretesa di governo totalitario ad opera di una auto dichiarata élite illuminata affetta da delirio di onnipotenza.

In questo senso è certamente un movimento anti-utopico.

 

L’azione politica dei sovranisti

La pretesa piuttosto elementare dei sovranisti (“comando a casa mia”) si scontra con una serie di difficoltà, pratiche e teoriche.

Dal punto di vista pratico abbiamo la penuria di mezzi e la frammentazione dei movimenti, dove la prima dipende non poco dalla seconda.

Io però non attribuirei questa condizione tanto alla smania di protagonismo dei vari soggetti o associazioni, ma piuttosto al fatto che sorgono da ambiti territoriali e culturali diversi per cui è logico che non si conoscano e che ci voglia tempo per riconoscersi affini e successivamente riunirsi.

Resta comunque il fatto che il problema c’è.

Un secondo problema sta nel fatto che le quattro prerogative fondamentali del governo (sistema legislativo, giudiziario, difesa e moneta) non possono essere decentrate in quanto non funzionerebbero bene e proprio su questi temi si gioca la differenza tra autonomia e indipendenza.

Quindi i sovranisti possono legittimamente reclamare dei cambiamenti in questi ambiti, ma secondo le regole del gioco nazionale e non secondo pretese particolaristiche.

Esiste tuttavia anche un problema teorico che ruota attorno alla forma partitica dell’azione politica: il partito propone un programma coerente con la visone del mondo degli aderenti (molto in teoria, tuttavia; anche se la pratica riscontrata negli ultimi anni è diametralmente opposta, la percezione degli elettori è ancorata a questo modello).

La competizione basata sul “io sono migliore di te e le mie idee sono migliori delle tue” è una sorta di guerra per imporre la propria utopia.

Un movimento anti-utopico quindi dovrebbe promuovere un programma non conflittuale, per uscire dalla logica dello scontro perenne tra le opposte utopie.

Appare subito chiaro il problema che tanto più sono dettagliate e multiformi le proposte, tanto meno è facile aggregare le persone e i movimenti che si attivano proprio per tutelare la propria identità: chi sogna il vago concetto di “giustizia” (sinistra) o “libertà” (destra) può adattare facilmente gli aspetti contingenti del proprio vivere a questi ideali; ma chi sogna di difendere la propria specifica autonomia sarà poco propenso a farlo attraverso compromessi e rinunce ai propri obiettivi e nessun movimento spontaneo nasce uguale a un altro.

Si capisce dunque che la forma più naturale e più efficace per l’azione sovranista non sia quella della proposta partitica, ma quella della campagna, per un solo obiettivo alla volta.

Per quei temi citati sopra, la cui gestione è centralizzata a livello statale, i sovranisti dovranno necessariamente candidarsi al governo della nazione, ma possono sperare di farlo solo con una federazione o cartello elettorale riunito attorno a pochissimi punti qualificanti sui temi della giustizia, della difesa e dell’ordine pubblico, della moneta.

La condizione strutturale di svantaggio in cui partono i movimenti sovranisti è tuttavia compensata dalla minor difficoltà di conseguimento del risultato, poiché il loro obiettivo non è di imporre qualcosa a tutti e distruggere il dissenso (come per i movimenti utopici), ma solo scacciare il nemico dai confini, cioè preservare i giusti spazi di autonomia rafforzando la rappresentatività.

Il sovranista può vincere portando a casa alcuni risultati, l’utopista ha perso se non ha ottenuto tutto.

 

Andrea Cavalleri per ComeDonChisciotte

 

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