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PER UNA DISCUSSIONE CON GIULIETTO CHIESA

DI MARINO BADIALE E MASSIMO BONTEMPELLI
Arianna editrice

Giulietto Chiesa, in alcuni interventi recenti (rintracciabili in rete all’indirizzo www.megachip.info), ha proposto idee di grande interesse, che dovrebbero essere meditate e discusse da tutti coloro che percepiscono il degrado della situazione italiana contemporanea e cercano modi per combatterlo.

Alcune delle tesi di Giulietto Chiesa sono secondo noi da condividere, e rappresentano punti fermi sui quali costruire una prospettiva politica alternativa al panorama attuale.

Egli propone di dar vita ad una Fondazione in cui far confluire energie umane, mezzi finanziari, percorsi di ricerca, gruppi di impegno, allo scopo di costruire qualcosa di simile ad una maniglia cui possano aggrapparsi tutti coloro che vogliono resistere all’attuale disastro sociale ed etico.

L’indirizzo strategico della Fondazione dovrebbe essere costituito da una scelta di campo contro le guerre imperiali, contro l’illimitato e assurdo sviluppo della produzione di merci, in difesa della nostra Costituzione repubblicana, delle condizioni ambientali di una sana e sensata convivenza collettiva, dei diritti civili e della solidarietà sociale. L’impegno della Fondazione dovrebbe essere volto a promuovere un nuovo modo, eticamente responsabile, di intendere e di praticare la politica. Per porsi davvero su questi terreni è necessario comprendere non soltanto la vastità della crisi sociale, etica, ecologica, antropologica di fronte alla quale ci troviamo, ma anche l’importanza assolutamente cruciale, rispetto ad essa, della questione della comunicazione, dei suoi modi e mezzi. Il partito democratico in formazione si colloca completamente fuori di questo piano di problemi reali, è un altro da noi talmente altro che non hanno senso, verso di esso, accuse di tradimento. I dirigenti “democratici” non hanno nulla da tradire, perché sono sempre stati privi di ogni verità e moralità, esattamente come sono adesso.

Fino a questo punto concordiamo con quanto dice Chiesa. Nel seguito le nostre analisi divergono, e vorremmo discutere di queste divergenze, convinti come siamo, anche su questo d’accordo con Chiesa, che l’analisi è importante, e che se si sbaglia l’analisi non si fa molta strada.

Secondo Chiesa sarebbe proprio la formazione del partito democratico ad aprire, a sinistra, una “voragine”, cioè una frana dei preesistenti legami di rappresentanza politica del sociale, che disegna il campo possibile e necessario di intervento della Fondazione.

A nostro parere un simile punto di vista è erroneo, ed erroneo in maniera pericolosa riguardo alla attuabilità degli obiettivi che ci prefiggiamo. Una voragine, secondo noi, certamente si prospetta, ma in un senso assai diverso da quello che emerge dall’intervento di Giulietto Chiesa, e senza alcuna connessione con la nascita del partito democratico. Infatti, il ceto politico contemporaneo è profondamente diverso da quello della Prima Repubblica: se una volta c’erano partiti che esprimevano interessi sociali diversi, e che quindi lottavano o si accordavano avendo in ogni caso punti di riferimento esterni a loro stessi, oggi abbiamo un ceto politico professionale che occupa le istituzioni pubbliche e vi gioca i suoi incontri e scontri di potere senza rappresentare, se non per finzioni retorica, alcuna istanza sociale ad esso esterna. Questa autoreferenzialità della politica, questo distacco totale dalla società civile, nasconde il suo totale asservimento alla logica esclusivamente capitalistica dell’economia, ed è funzionale ad esso. I gruppi politici, cioè, hanno con i gruppi economici e sociali legami niente affatto organici (con l’unica eccezione di Forza Italia, partito di Mediaset), ma labili e mutevoli, sulla base di contingenti possibilità di scambi di favori. Ogni gruppo politico agevola o contrasta operazioni di potere in campo economico, mirando ovviamente a trarne vantaggi. Nella ricerca di vantaggi, esso serve non tanto interessi economici specifici di cui piuttosto si serve, quanto la logica del gioco economico, a cui permanentemente si adatta, e i cui principi assume come postulati

In una fase in cui il capitalismo, divenuto assoluto, ha riassorbito ogni alterità, tali postulati (aziendalizzazione di ogni realtà sociale, ricerca del profitto a discapito di qualsiasi altra considerazione, obbedienza indiscutibile agli ordini dell’imperialismo USA) diventano condizioni imprescindibili per accedere alla gestione del potere istituzionale dello Stato, e il ceto politico li accetta quindi in maniera compatta, a destra, al centro e a sinistra.

In questa situazione, la formazione del partito democratico non rappresenta in nessun modo un mutamento del quadro politico. Certo, se si scambia il quadro politico con il campo da gioco del ceto politico professionale, appare un gran movimento: i diessini si spostano a destra per unirsi alla Margherita, gli angiusiani si smarcano a sinistra per riposizionarsi a destra con i boselliani, i mussiani si spostano a sinistra attraendo verdi e comunisti, e questi ultimi lasciano così scoperto il loro fianco sinistro.

Ma tutto questo movimento non ha alcun significato reale esterno al teatro della politica. Sono sempre gli stessi attori, che si scambiano i copioni in uno spettacolo che riproduce sempre la stessa logica sociale. Prendere per sostanza questa apparenza di mutamento significa scambiare le parole per le le cose, e dunque rimanere interni al teatro autoreferenziale del ceto politico, che occulta il suo distacco da qualsiasi problema ad esso esterno appunto attraverso l’incessante scambio di parole e cose. La destra rivendica a parole la difesa della famiglia, per cui non ha speso alcuna risorsa, o l’impegno per la sicurezza, che non ha mai affrontato. La sinistra dichiara intollerabili le morti sul lavoro, che continuano mentre essa governa, e difende tutti i giorni a parole l’ambiente, che lascia tutti i giorni impunemente devastare. In questo quadro i sommovimenti del ceto politico, a destra o a sinistra, non significano nulla. La coscienza di questi dati sta cominciando a penetrare nella coscienza popolare: quando Ferrero e Giordano, davanti ai cancelli di Mirafiori, vengono apostrofati dagli operai con frasi come “basta chiacchiere, vogliamo i fatti”, questo significa che siamo di fronte ad una nascente potenzialità di distacco di una parte dei ceti popolari dal ceto politico. E’ questa, secondo noi, la voragine su cui lavorare.

Lo “spostamento a destra” dei DS, invece, di per sé non apre nessuna voragine. Semplicemente lascia senza ruolo una fascia di quadri di quella che era la sinistra. Quadri che, in vari modi, controllano piccoli bacini elettorali. Ma questo non offre particolari opportunità per la politica che sta a cuore a tutti noi. Volendo essere brevi non possiamo argomentare compiutamente questa tesi. Ma si può far notare che la situazione, mutatis mutandis, è la stessa che si verificò quando il PCI si trasformò nel PDS. Anche allora, si aprì uno spazio vuoto che portò alla formazione di Rifondazione. Basta guardare alla realtà odierna per trarre le debite conclusioni: Rifondazione nasce per conservare la tradizione di sinistra radicale che era presente dentro e fuori il PCI, e finisce con l’appoggiare le guerre imperialistiche USA. Un partito o una Fondazione che nasca oggi per coprire lo spazio di sinistra lasciato scoperto dalla nascita del Partito democratico farebbe la stessa fine di Rifondazione. Perché? Perché esso sarebbe gestito dalla frazione del ceto politico della sinistra chiamatasi fuori, o spinta a rimanere fuori, dalla sinistra di governo in via di scomposizione e ricomposizione. Un tale personale riprodurrebbe inevitabilmente i riti e le gerarchie dell’attuale politica autoreferenziale: riunioni introdotte da una relazione politica generale, a cui gli interventi sovrappongono, spesso senza connessione, considerazioni particolaristiche; mancanza di sedi e di momenti in cui collegare, ma collegare sul serio, vere analisi teoriche ad effettive scelte politiche; posizioni direttive man mano occupate da chi ha l’intero proprio tempo da spendere nelle riunioni; riproduzione, su scala ridotta, del modo di far politica oggi imperante. Occorre impedire che la nuova Fondazione venga colonizzata da un ceto politico di serie B, magari guidato da buone intenzioni, che non sa fare politica se non nel modo in cui la si fa nella serie A del potere. Per questo, non è necessario imporre a nessuno “esami del DNA” o valutazioni autocritiche del proprio precedente percorso politico, basta mettere avanti fin dall’inizio un semplice punto dirimente: il nuovo soggetto politico è volto ad organizzare un’opposizione dura ed intransigente al governo Prodi ed una rottura radicale con le forze che in parlamento danno fiducia a tale governo. Il nuovo soggetto politico, di fronte alla sinistra-centro del partito democratico, e alla “sinistra della sinistra” mussiano-verde-comunista, non intende essere la sinistra della sinistra della sinistra, perché rifiuta questa non innocente topografia, ma intende essere la “maniglia” di coloro che vogliono resistere all’attuale rovina sociale, morale ed ambientale, e che non possono farlo senza combattere frontalmente il ceto politico che oggi occupa le istituzioni, e che è tutto quanto funzionale a tale rovina. Una tale nuova forza dovrà presentarsi alle elezioni mettendo in primo piano la contrapposizione a tutte le destre e tutte le sinistre, in un isolamento dal teatro della politica ufficiale: all’inizio questo porterà ovviamente a sconfitte, ma si tratta di un passaggio assolutamente necessario per dare visibilità alla “maniglia” e non farla identificare con le solite minestre riscaldate delle “novità politiche”. In un momento in cui perfino il ceto politico ufficiale si rende conto del sordo disprezzo che nei suoi confronti emana dalla società, è vitale non confondersi con esso.

Non possiamo qui esibire le ragioni profonde che rendono oggi necessaria una radicale rottura di contiguità con tutti i politici compromessi con Prodi, compreso Turigliatto, almeno fino a quando non passerà dall’opposizione a certi interventi militari del governo ad una opposizione totale ed intransigente al governo medesimo. Ma ci sono solide ragioni, che esigerebbero ragionamenti non brevi e non semplici. Ci sarà nella nuova Fondazione una sede per parlarne e un motivo per parlarne?

Ma come ci regoliamo col popolo di sinistra che rimane in qualche modo legato al ceto politico di sinistra? Il popolo di sinistra non è la base adatta per la politica della quale abbiamo sopra delineato i tratti. Il popolo di sinistra in tutti questi anni ha accettato la separazione fra parole e fatti, dimostrando così che dei fatti, cioè della realtà, gli importa poco. E che cosa vuole allora? Lo dice la celebre battuta di “Aprile”, il film di Nanni Moretti: “dì qualcosa di sinistra”. Non è davvero un caso che questa battuta sia diventata caratteristica, diffusa, quasi un “tormentone”. Essa esprime alla perfezione la verità del popolo di sinistra. Il popolo di sinistra vuole sentirsi dire cose di sinistra, mentre non gli importa nulla che vengano fatte cose di sinistra. Del resto, ed è qui il punto cruciale, le “cose di sinistra” non possono più essere fatte. La sinistra, infatti, è sempre stata a favore dello sviluppo produttivo, e ha agito in favore dell’emancipazione dei ceti subalterni nell’orizzonte dello sviluppo e sulla base della credenza che lo sviluppo promuovesse l’emancipazione stessa. Ma oggi sostenere lo sviluppo produttivo significa ridurre i diritti dei ceti subalterni, distruggere l’ambiente, accodarsi alle guerre imperiali. La fuoriuscita da tutto questo può venire solo da una prospettiva di decrescita della produzione di merci, che è un’esigenza storicamente nuova, estranea alla cultura storica della sinistra così come della destra.

Il capitalismo attuale ha ormai invaso l’intero “mondo della vita”, l’intera realtà sociale, assorbendo ogni alterità, ogni istanza sociale che in fasi precedenti aveva potuto contrapporsi ad esso. L’intera realtà sociale è plasmata e riplasmata dall’incessante movimento dell’economia del plusvalore, ed è amministrata, in funzione dell’economia, dalla politica.

La realtà su cui agire, la voragine che si potrebbe aprire, è allora quella delle molte persone che si sentono deluse dalla politica, che si allontanano da essa con disgusto. Certo, si tratta di un mondo dove sono presenti le cose più diverse, e che si potrà ricondurre solo con molta fatica e solo in parte alla politica cui noi pensiamo. Ma è una realtà potenzialmente molto ampia, contro la quale è sbagliato lanciare accuse di qualunquismo. Quello che conta è la verità delle cose, non le parole. Se al tempo dell’”Uomo qualunque” era sbagliato dire che “tutti i partiti sono uguali”, oggi è invece vero, e questo significa che oggi il qualunquista capisce la realtà meglio del militante di sinistra.

Ma se il capitalismo è oggi così pervasivo, se ha davvero dissolto ogni alterità sociale, non si dovrebbe concludere che è impossibile opporsi ad esso? Questa è la conclusione necessaria per chi pensa che, per combattere il capitalismo, si debba individuare il “soggetto sociale rivoluzionario”, le cui lotte rappresentano la base su cui costruire l’alternativa. Se si esce da questa forma mentis del marxismo tradizionale, si può capire che la nostra posizione esprime pessimismo ma non disperazione. Infatti la plasmabilità totale della realtà sociale da parte del capitale, se impedisce la sedimentazione del “soggetto sociale rivoluzionario”, implica d’altra parte il sottoporre la realtà sociale ad un incessante, invasivo sommovimento, che non può non generare forme di opposizione. L’esempio più importante oggi in Italia è quello delle lotte in difesa del territorio. Ci riferiamo ai quei movimenti (NO TAV, NO ponte sullo stretto, NO rigassificatori, NO discariche ecc.) che nascono come difesa di un territorio da progetti economici invasivi e devastanti per gli equilibri del territorio stesso. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno del meccanismo di sviluppo dell’economia capitalistica, nella fase attuale. Infatti, tale sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrappopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche prodotte dallo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali.

E’ a questo tipo di opposizioni e di lotte che una nuova forza politica dovrebbe fare riferimento. La prospettiva che proponiamo non ha quindi come obiettivo quello di “recuperare” il popolo di sinistra, di “esprimere la sinistra”, naturalmente salvaguardandone l’unità: noi vorremmo al contrario spezzare l’unità del popolo di sinistra. Nel popolo di sinistra convivono fianco a fianco persone per le quali gli ideali storici della sinistra rappresentano ancora un impegno vero, e persone per le quali rappresentano solo strumenti di manipolazione elettorale o di gratificazione personale. Questo contiguità va spezzata per liberare le (poche) forze di opposizione anticapitalistica presenti all’interno della sinistra.

Marino Badiale e Massimo Bontempelli
Fonte: www.ariannaeditrice.it
Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=11492
31.05.07

Pubblicato da Davide

  • bstrnt

    Non trovo sostanziale differenza tra quanto asserito da Marino Badiale e Massimo Bontempelli e le istanze programmatiche di Giulietto Chiesa con il suo movimento per il Bene Comune.
    L’unica divergenza ritengo sia quella di voler coalizzare le forze di sinistra (ma ha ancora qualche senso alla luce di questa sinistra?) oppure creare un movimento trasversale che coinvolga anche le persone che sono di sinistra e non lo sanno e magari rifiutano questa etichetta.
    I punti programmatici del Bene Comune sono pochi e chiari, ben differenti del papocchio di 280 pagine prodotto dalle menti perverse di Prodi & Company, puntualmente disattesi.
    Io sarei anche dell’idea di inserire tra i punti anche un briciolo di dignità nazionale. svenduta e asservita ad altrui voleri sia dai governi di destra che di sinistra.
    Dopo 60 anni abbiamo o no pagato il mutuo per la liberazione dal fascismo? Su questo dalla politica ci dovrebbe essere una chiara risposta.
    Le quisquiglie e i sofismi forse è meglio lasciarli ai moribondi partiti, così lontani dalla realtà e dal vivere dei cittadini.
    Giulietto Chiesa è una realtà, poco criticata e poco criticabile perché è coerente!
    Ritengo ce ne siano altre anche se meno massmediatiche: un Fernando Rossi mi sembra altrettanto coerente, un Mario Monforte è insostituibile come coordinamento.
    Gli obiettivi sono chiari e a mio avviso sono da perseguire con assiduità e caparbietà, appunto, per il bene comune; sulle sfumature e sui punti di vista si può anche discutere, solo non lo ritengo molto produttivo in questa fase.
    Punti di vista differenti si sono dibattuti via Internet anche per la manifestazione del 9 giugno in occasione della visita in Italia del noto criminale di guerra a stelle e strisce, tutti praticamente dicevano le stesse cose, ma c’era chi rampognava Zanotelli per aver, secondo loro, escluso i NO DAL MOLIN, o Giulietto Chiesa per aver aderito alla manifestazione, a mio avviso, perdendo di vista il punto fondamentale che si deve dimostrare al signor guerrafondaio che se anche governi “amici” (leggesi collusi, correi e servili) danno il loro appoggio, certamente gran parte della popolazione italiana non vuole essere correa di soprusi e crimini di guerra.
    Lo sforzo attuale deve essere quello di raggiungere la massa critica, senza ausilio di media, a parte Internet.
    Già questo movimento, forse, comincia a far paura e viene coscientemente oscurato anche dai giornali di sinistra (tanto per parlare di asservimento alle lobbies e alle logiche di partito).
    Il Bene Comune è un movimento che parte dal basso, Giulietto Chiesa ha solo coordinato e dato forma a sentimenti comuni di un grandissimo numero di persone, come ripeto non tutte di sinistra, ma tutte con sentimenti di avversione, quando non addirittura contrapposizione, all’attuale decadimento morale, intellettuale e razionale che investe non solo l’Italia, ma il mondo intero.
    Ritengo questo movimento un’avanguardia, spero e mi auguro che contribuisca a disinnescare, in parte, la miccia che autentici babbei (neocon, globalizzatori, capitalisti dalla mente corta, politici dal pensiero nano, cupola mafiosa mondiale, furbetti e leccaculo di tutte le risme e speci) hanno acceso con la superficialità del più imbecille degli apprendisti stregoni.
    Rafforziamo dunque questo movimento, della situazione attuale se n’è accorta anche Confindustria che sembra si stia attrezzando per presentare ai cittadini un movimento alternativo, probabilmente non con gli stessi parametri morali del Bene Comune ma con mezzi decisamente superiori.

  • marzian

    Riporto quel che scrivevo qualche settimana fa:

    Democrazia e rappresentatività sono una contraddizione in termini.

    Questo è il vero problema, e non abbiamo certo bisogno di “savi” che decidano loro cosa è meglio per il paese.

    Il signor Chiesa finge di non capirlo, dimostrando ancora una volta il suo unico interesse, lo stesso di Prodi & Co: il grande sport nazionale del Gnam-Gnam.
    https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=6082

    Chiesa si gode il suo stipendio da parlamentare europeo, vende libri e documentari di quart’ordine e gli avanza pure il tempo per una Fondazione che dovrà avere i necessari “mezzi finanziari”.

    Cosa ci sarà di diverso in questa Fondazione da quello che Rifondazione Comunista rappresentava qualche anno fa? Cosa?

    Badiale/Bontempelli – pur con la logorrea tipica del vetero-comunismo – capiscono che L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali.

    Il potenziale rivoluzionario si trova in questi movimenti spontanei e, lo ripeto, non ci servono altre volgari organizzazioni verticistiche.

  • marzian

    E’ IL MOMENTO DEGLI ANARCHICI?

    DI ANDREA PAPI
    A (Rivista Anarchica)

    La crisi del sistema politico, che coinvolge anche l’estrema sinistra, apre nuovi spazi alle “vecchie” proposte degli anarchici.

    Si sono conclusi da poco i due congressi di DS e Margherita che, ognuno per parte propria, han sancito la fine di entrambi per confluire nel futuro partito democratico, il Pd, tra circa un anno. Personalmente non riesco a vivere questo avvenimento come un evento, come forse a loro piacerebbe dato che han tentato di spettacolarizzarlo alla grande. Più che altro lo vedo come una specie di atto finale conseguente all’evento vero, la caduta del muro di Berlino nel 1989, che in verità si colloca ben diciotto anni fa.

    Da allora, costretti ad una presa d’atto storica che mai in cuor loro probabilmente avrebbero voluto, gli ex-aderenti-al-PCI si sono anche trovati costretti a diverse “mute” (il riferimento alle mutazioni biologiche degli insetti non è casuale), senza finora essere riusciti, a differenza della spontaneità entomologa, a trasformarsi da baco in farfalla. Riuscite per caso ad immaginarvi i vari D’Alema, Fassino, Veltroni e quant’altro con leggiadre ali da farfalla? Per quello che mi riguarda l’unica autodesignazione simbolica che questi signori si sono attribuiti è quella dell’asinello, con tutto il rispetto per questo “santo animale”, purtroppo finora solo costretto a portare sul groppone pesi di cui non è e sicuramente non vorrebbe essere responsabile.

    Caduta di fatto l’illusione (per noi amanti della libertà è sempre stata soltanto una balla) che l’ex impero sovietico in qualche modo rappresentasse l’alternativa al capitalismo, i suoi ex-per-forza sostenitori hanno cominciato ad aggirarsi angosciati in un “ade” del pensiero e della pratica politica in cui non sono mai riusciti a ritrovarsi. Da una parte premeva forte il bisogno emozionale di dover in qualche modo, anche se molto raffazzonato e troppo vago, rimanere agganciati alla sfera dell’emancipazione (costola da cui sono ottocentescamente nati), dall’altra pragmaticamente si sentivano costretti a cercare di dare una forma “aggiornata” al dogma marx-leninista della presa del potere, irrimediabilmente incrostato nel loro subconscio, che non potendo più essere la obsoleta presa del potere rivoluzionaria non poteva che diventare un rifacimento, molto pieno di lifting da alta chirurgia, dell’ormai consunta andata al potere di stampo socialdemocratico, a suo tempo vissuta come un tradimento dall’ortodossia originaria.

    Ci hanno pensato i leader, confermando il loro ruolo accreditato di guida e luce del cammino, che sanno come stare coi piedi per terra. Capito da tempo che in questa società, dato il loro mestiere, l’emancipazione non paga, hanno finalmente deciso di giocare a carte scoperte e di dichiarare definitivamente chiusa la stagione delle lotte emancipatrici. Basta con le ambiguità! Il vero obbiettivo non è più la costruzione del nuovo mondo, ma la guida di questo, per loro unico possibile che val la pena di cavalcare. Gettata finalmente la maschera, da ex soldati dell’alternativa si sono autovestiti con la divisa trasformista di militi di ciò che c’è, che ha tanto bisogno di essere riformato e rimesso in sesto. Si sono così autodefiniti con l’ossimoro “il futuro del presente”. Azzeramento totale degli ideali e della tradizione da cui provengono, ormai ingombranti e inservibili per trarre gli auspicati profitti politici e di consenso, e apertura al “nuovo” che ancora non c’è, ma che, dicono, è lì in attesa d’esser colto, basta aguzzare lo sguardo opportunista.

    Trovata a portata di mano la complicità degli ex democristiani di sinistra, popolari rimasti orfani dell’antico transatlantico DC affondato dagli scandali di tangentopoli e confluiti nella margherita rutelliana, a loro volta desiderosi di riscatto e di una nuova identità di facciata, hanno deciso di mettere insieme le reciproche esperienze di mestiere per improntare una macchina del consenso efficiente, in grado di candidarsi con forza alla guida del sistema paese. Significativo e ad effetto lo slogan con cui presentano questa operazione di matrimonio per un investimento politico di lunga gittata: non un nuovo partito, ma un partito nuovo. In realtà né nuovo né partito. Molto più realisticamente si tratta della formazione di un nuovo apparato per la gestione del potere che c’è, senza più tradizione perché si è autodissolta per totale fallimento storico sul campo, mentre se ci fosse darebbe l’apparente dignità di poter essere partito.

    Differenze
    irrisolte

    Cerchiamo di capirne il senso. Il nuovo PD non nasce come spinta ideale per la realizzazione di un nuovo tipo di società, né per reciproco affiatamento su questioni di fondo. DS e Margherita si portano dietro differenze di fondo irrisolte sull’idea di famiglia, su questioni bioetiche, sulla collocazione europea (gli uni tenderebbero ad aderire ai socialisti gli altri ai popolari europei). Non sono accomunati né da ideali né da visioni del mondo. Si trovano però equiparati da interessi comuni, insieme fortemente interessati nella difesa di posizioni di potere e di privilegi. Per una simile comunanza e per simili scopi è senz’altro utile un apparato ben definito e forte in grado di assestarsi e rafforzare i consensi. Ecco come e perché nasce il Pd.

    Il nuovo di cui blaterano è la messa in opera di una casa che, a loro dire, sia in grado di ospitare tutti i riformisti. Il loro slancio nasce dal bisogno di riformare le istituzioni e la politica per… (aggiungiamo noi) rafforzare il potere d’influenza e di dominio dei leader e degli apparati che gestiscono la politica di casa nostra. Significativo il manifesto redatto da dodici presunti saggi che ha fatto da sfondo a tutta la campagna di fondazione. Partendo con accenti da nuovo nazionalismo dichiara un irrefrenabile astratto amore per l’Italia, per poi slanciarsi in una continuamente vaga dichiarazione di buoni intenti, in cui spicca la volontà di fare del nostro un paese all’avanguardia nei mercati, nel rilancio delle imprese e degli investimenti e nella collocazione internazionale, in modo da riuscire a stare al passo con gli attuali tempi di globalizzazione. Qualsiasi programma di destra o di sinistra negli stati occidentali ha simili aspirazioni fintoinnovative di conservazione dell’esistente. Dov’è il nuovo?

    Ma la chiusura dei DS non è stata indolore. Il 15% legato a Mussi se n’è andato direttamente durante il congresso di scioglimento, mentre a distanza di qualche giorno, con una lettera a Fassino, si è defilato il senatore Angius, capogruppo DS al senato. Non si rassegnano a sganciarsi anche nominalmente dal socialismo e, se pur sempre più annacquata, dalla sinistra in generale. In realtà è l’intero magma sinistrorso istituzionale ad essere in fermento, alla ricerca disperata di che cos’è e di che cosa vorrebbe proporsi di fare. Chi in un modo chi in un altro sono tutti alla ricerca di nuove radici, perché quelle vere da cui provengono non sembrano più in grado di alimentare le loro piante sempre più avvizzite. Come se le radici non spuntassero dal seme che le genera. Ed è questo il loro problema: il loro seme ha generato una miriade di piantine sterili che non riescono a crescere. Hanno paura di una totale perdita di senso. Così provano a ridefinirsi, ora che non c’è più, come ai tempi dei bolscevichi, un’ecclesiastica ortodossia ufficiale che può condannarli in continuazione.

    Una “nuova” decrepita star sta sorgendo all’orizzonte. Il defunto Andrea Costa, fondatore del socialismo italiano nel 1892, si sta prendendo la sua rivincita storica. Ora che i padri fondatori delle varie parrocchie dei resti della sinistra nostrana, ormai inservibili, vengono messi definitivamente nelle cripte, sembra che tutti abbiano delle gran fregole di voler tornare alle origini costiane, come se non fosse stato proprio il percorso messo in movimento dall’ex anarchico Costa ad aver fallito su tutti i fronti la meta prefissata. Di primo acchito, tutto ciò sembrerebbe un’ottima base per dare forma alla coalizione di sinistra, non più centrosinistra, che tutti i sinistrorsi sembrano chiedere a gran voce da ogni parte.

    Invece no! Le incrostazioni che si trascinano da decenni e le liti inveterate di quartiere non permettono di coabitare con tranquillità nello stesso condominio. I neofiti fuggiaschi dal futuro Pd vogliono ridare forza al “socialismo vero”, ma non riescono, per ora, a trovare convergenza coi socialisti, quelli che hanno sempre continuato a chiamarsi così, perché non si fidano di Boselli, che all’ultimo congresso ha dichiarato di voler rimettere in piedi il PSI. Ha voglia Boselli di spiegar loro che si riferisce a Costa e non a Craxi, rimasto odiato nemico degli ex PCI. Loro non si fidano.

    Anche Giordano non si fida del bosellismo. Come afferma in un’intervista a “Il Messaggero” del 19 marzo scorso, non può trattarsi di un semplice ritorno al passato, bensì di un’idea tutta nuova di socialismo, senza riuscire a dire quale possa essere. Eppure è abbastanza evidente che sotto sotto, con la benedizione di Bertinotti, sta preparando una nuova Rifondazione, non più comunista è ovvio, questa volta socialista. Poi ci sono i verdi, più preoccupati per gli aspetti ambientalisti, per cui giustamente diffidano di questa nuova revanche socialisteggiante che ha un linguaggio tutto interno alle proprie categorie politichesi.

    Infine i comunisti di Diliberto e Cossutta, rimasti unici a trascinarsi nostalgie togliattiane, che conseguentemente diffidano di questi remake da socialismo della prima ora, che a suo tempo fu fortemente condannato dal bolscevismo togliattiano. Aspirano nell’immediato ad una specie di “confederazione di sinistra”, per la quale Diliberto e Bertinotti si sono riabbracciati al congresso dei comunisti italiani, e ci devono pensare bene su prima di fondersi in una specie di sinistra plurale senza aggettivi che arrivi fino ai socialisti e ai transfughi dal Pd. Insomma, i residuati della sinistra istituzionale sono in gran movimento, spinti da una frenetica necessità di ricompattarsi. Però vivono nell’afflizione, non sapendo come e, soprattutto, sapendo sempre meno il perché.

    La vecchia sinistra
    non ha più nulla da dire

    Dal nostro osservatorio esterno a questi giochi diciamo che i “sinistri” del palazzo non riescono più ad esprimere idee politiche, nel senso originario di un pensiero che elabora e si innova. Esprimono invece, con malcelati accenti d’ansia, giustificazioni politiche alle manovre di riassetto del potere politico. Spinti come siamo a cercare spiragli che conducano verso l’emancipazione e autentici valori di libertà, diciamo anche che ciò che sta succedendo al confuso universo della sinistra istituzionale è in fondo un bene, perché, al di là delle intenzioni dei suoi protagonisti, mette a nudo con sempre maggiore evidenza la loro ambiguità e la loro endemica incoerenza. Si stanno smascherando da soli. Sono sempre meno in grado di affermare che agiscono per realizzare i fini per cui dovrebbero esistere, cioè l’uguaglianza e l’abbattimento dello sfruttamento economico e dell’oppressione politica, oltre che la partecipazione concreta dal basso.

    Gli ultimi avvenimenti del panorama politico italiano, la manifestazione a Vicenza contro la base militare americana, la caduta del governo Prodi sulla politica estera di D’Alema, il conseguente dietrofront della cosiddetta sinistra radicale sulle rivendicazioni “pacifiste”, la formazione del Pd e i tentennamenti del magma istituzionale sinistrese, in tutta evidenza aprono un varco nelle coscienze. Il fronte istituzionale che da decenni usurpa le tradizioni di lotta e di resistenza emancipatrici non è più credibile, non ha più ideali di riferimento e non è più in grado di dirci che società vuole. È sempre più evidente che non possono, ma nemmeno vogliono, muoversi per una società liberata dallo strapotere del mercato liberistico e delle oligarchie lobbistiche rappresentativo-democratiche. Nei fatti non vogliono il “nuovo mondo” che a voce propagandano di credere “possibile” ed agiscono in continuazione per sabotarne le possibilità d’attuazione.

    Anarchici e libertari, facciamoci forza! Teoricamente dovrebbe esser venuto il nostro momento. La vecchia sinistra, ormai a pezzi e sfaccettata in mille rivoli incoerenti, non ha più nulla da dire se non che, al pari di ogni altro aspirante al potere, ha bisogno, senza fra l’altro averne la forza e le possibilità, di governare questo mondo, mentre era sorta per abbatterlo. D’altro canto il sistema vigente non funziona, o funziona sempre meno. Per questo ci vuole un’idea di società che tenga conto del senso della società, in grado di ruotare attorno a se stessa e ai suoi bisogni e di sganciarsi da ogni forma di accaparramento, sia finanziario sia di capitali, e di gestione di poteri oligarchici.

    Noi quest’idea ce l’abbiamo da quando esistiamo. Ora è il momento! Dobbiamo solo trovare la forza, la convinzione e la determinazione per affermarla, propagarla e cominciare seriamente a sperimentarla.


    Andrea Papi

    Fonte: http://www.arivista.org/
    Link: http://anarca-bolo.ch/a-rivista/327/7.htm
    anno 37 n. 327
    giugno 2007

  • nettuno

    Io sono d’accordo. Consapevole del grave pericolo che stiamo attraversando, non solo in italia, (penso anche alle nuove basi militari volute dagli Americani che modificheranno gli eguilibri di difesa tra Russia ed Europa) , non possiamo stare a guardare o a disinteressarci, come cose che non ci riguardano. Tutte le persone consapevoli devono poter trovare un riferimento per essere costruttivi e difenderci democraticamente da questo mondo “canaglia”, controllato dai media e da Politici Corrotti. Per cui , Uomini di Buona Volontà Unitevi, ma a sinistra, quella Vera sinistra , quella che ha a cuore il bene comune e la pace.
    Nettuno è con Voi.

  • bstrnt

    Risposta a marzian.

    Sì, democrazia e rappresentabilità sono in antitesi, in effetti oggi c’è l’evidente crisi di questo modello.
    Giulietto Chiesa, almeno per il momento, dice cose veritiere e condivisibili, lo seguo da diverso tempo ed ho sempre ammirato la sua coerenza.
    Sul fatto che scriva libri e faccia documentari di quart’ordine sarei leggermente in disaccordo con te, forse il tuo scritto è piuttosto fazioso e superficiale, non sarai mica uno di quei se dicenti giornalisti che praticano quei sottoprodotti di scarto del giornalismo chiamati minzolinismo, feltrismo o belpietrismo?
    Dal tuo scritto si evince che conosci poco o quasi nulla di quello che sta emergendo, Giulietto Chiesa ne è il portavoce e credo colui che riesce meglio degli altri sintetizzare il pensiero di una molteplicità di persone che stanno alla base di questo progetto, il quale , ripeto, proprio parte da una base ben individuabile che non risiede né a Roma né a Milano.
    Inoltre, da quello che ho potuto capire, buona parte della base non desidera etichette tipo sinistra, destra, centro o che diavolo altro, soldi non ce ne sono, quindi puoi metterti il cuore in pace che non sarà una di quelle buffonate tipo rivoluzione arancione in Ukraina o analoghe in Serbia, Georgia, ecc.., fomentate da quei fetidi esportatori di democrazia a stelle e strisce.
    Per il momento tutto funziona con il passa parola e discussioni e punti di vista che corrono in Internet senza alcuna censura.
    I punti che questo movimento si prefigge sono pochi e stanno nelle dita di una mano, ma sono inderogabili, non perché lo dico io, ma perchè la tempesta che si sta parando innanzi a noi grazie ai perfetti imbecilli che governano non solo l’Italia, ma il mondo in genere, ha già cominciato a flagellare le nostre carni.
    Solo riuscire a far ritornare in senno un certo numero di politici nostrani, sarebbe già un buon risultato.
    Non guasterebbe affatto, a mio avviso, che tra i punti fondamentali fosse inserito quello di un minimo di dignità nazionale, svenduta e asservita ad altrui voleri da governi meschini e incapaci (qui destra e sinistra sembrano la stessa cosa).
    Continuiamo a non far nulla, come sembra consigliare questo tuo scritto?
    O se dobbiamo fare qualche cosa, e qualcosa va fatta, stando così le cose, come dovremo farla?
    Lancia una proposta … cosa dobbiamo fare oltre ai NO TAV, NO DAL MOLIN, VIA LE BOMBE eccetera, senza un minimo di coordinazione e di persone che si prendano la briga di mantenere i contatti tra le varie persone e movimenti spontanei che ogni giorno nascono sempre più numerosi per opporsi a questa classe politica miope?
    In questo quadro, ben vengano i Giulietto Chiesa, i Fernando Rossi, i Diego Novelli in grado di sintetizzare il pensiero della base e di fornire quel minimo di coerenza senza la quale non si va da nessuna parte!

  • marzian

    Non penso si possa definire “scritto” un commento di 5 righe, nemmeno se viene da un fedele abbonato di Libero (grande Feltri!) come me 🙂

    Personalmente non mi piace Giulietto Chiesa, non nutro particolari simpatie verso il concetto di “Sinistra”, ma soprattutto trovo disgustoso che Chiesa scriva:

    Una Fondazione, con la Effe maiuscola, da affidare a un gruppo di saggi di alto profilo scientifico, culturale, morale cui chiedere non di esercitare la direzione politica (che non può essere il loro compito), ma di gestire un’agenda di dibattito e di ricerca per arrivare a un programma comune.
    http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=News&file=article&sid=256

    Perché dovrebbero esserci dei “saggi” e perché dovrebbero scegliere loro come “gestire un’agenda”?

    Ora: ammetti anche tu che oggi democrazia e rappresentabilità sono in antitesi, in effetti oggi c’è l’evidente crisi di questo modello. Io parto da qui, per me è questo il problema, quindi non potrò mai aderire ad una qualche forma di organizzazione che abbia un portavoce o dei saggi, in quanto starebbe semplicemente perpetuando il modello (rappresentativo) che a mio parere è la rovina dell’umanità.

    Prima delle scorse elezioni politiche ci sono stati mesi e mesi di dibattito a livello di “base” nei partiti della cosiddetta “sinistra radicale”, ma abbiamo visto com’è finita. Dalle parole che usa Chiesa, non mi sembra che qui ci siano le condizioni per ottenere qualcosa di diverso.

    Negli ultimi mesi i movimenti che sono nati spontaneamente si sono anche organizzati spontaneamente. Quando sono stato alla manifestazione di Vicenza di gennaio era pieno di bandiere No Mose e No TAV, tanto per fare un esempio. Non si tratta di starsene con le mani in mano, ma di continuare su questa strada.

    Poi tu sei libero di scegliere un portavoce ed io di non averne.