Home / ComeDonChisciotte / PENSIONE CRUDELE

PENSIONE CRUDELE

DI MASSIMO FINI
antefatto.ilcannocchiale.it

Noi moderni, intesi come massa, siamo molto meno liberi dal punto di vista economico degli uomini dell’epoca preindustriale. Questo è l’effetto-paradosso dell’aver scelto un modello di sviluppo basato sulla “libera intrapresa” e la concorrenza. Nel Medioevo e nel Rinascimento europei la stragrande maggioranza della popolazione, il 90%, era formata da contadini e artigiani (il restante 10% erano nobili, feneant a vario titolo come i preti, un ridotto manipolo di mercanti che rischiavano in proprio e un 1% di mendichi, ma era mendico solo chi voleva esserlo, un po’ come i clochard per scelta dei nostri giorni). Contadino o artigiano che fosse l’uomo preindustriale viveva del suo e sul suo. Il contadino quando dipendeva formalmente dal feudatario, non era cioè proprietario della terra ma la deteneva in un possesso secolare, pagava a costui una rendita ridicola come ammette anche Adam Smith che nota: “Coloro che coltivavano la terra…pagavano una rendita che non aveva alcun rapporto di equivalenza con la sussistenza che la terra forniva loro. Una corona, una mezza corona, una pecora, un agnello erano, pochi anni fa, nelle Highlands, una rendita ordinaria per delle terre che mantenevano una famiglia” (A. Smith, La ricchezza delle nazioni, III, IV).C’erano poi le corvées che a noi moderni abituati, almeno concettualmente, alle libertà individuali, fanno molta impressione perché consistevano in servigi personali che i contadini, un paio di giorni al mese, a rotazione, dovevano rendere al feudatario (aggiungersi ai domestici se dava una festa, dava una mano per qualche altra incombenza, e cose simili). Pagato questo scotto molto relativo (soprattutto se paragonato alle tasse che noi oggi versiamo allo Stato: fra rendita del feudatario, imposte reali, decima ecclesiastica, il prelievo non superò mai il 4-5%) la sussistenza del contadino dipendeva da lui e solo da lui e dalla sua famiglia. Ma, a parte la fatica (“la terra è bassa” dicono i contadini), da questo punto di vista non aveva problemi perché, come scrive lo storico Giuseppe Felloni in Profilo di storia economica dell’Europa dal Medioevo all’età contemporanea (Giappichelli, p. 107): “Le terre sono distribuite con criteri che antepongono l’equità distributiva all’efficienza economica, mentre quelle per loro natura inadatte alla coltivazione (boschi, pascoli, paludi eccetera) sono usate promiscuamente da tutti, ma entro limiti ben precisi…le terre…per consentire il libero accesso di quanti usufruiscono degli usi civici (vale a dire delle numerose servitù, di spigolatura, di pascolo, di acquatico, di legnatico e via dicendo, che gravano sulla proprietà e sul possesso privati senza peraltro metterli in discussione – era un regime “comunitario” non “comunista” della terra, ndr) devono essere lasciate aperte, senza barriere confinarie”.

La concezione di fondo era che ad ogni nucleo familiare doveva essere garantito il suo “spazio vitale”. Che valeva anche per il mondo artigiano. Se si prendono gli Statuti artigiani dell’epoca si leggono prescrizioni per noi, oggi, inconcepibili: “Non togliere agli altri alcuno dei suoi clienti”; “nessuno deve allontanare i clienti dal negozio del vicino né distoglierli dall’acquisto con cenni o gesti o altri segni”. Insomma era proibita la concorrenza, stella polare del nostro di mondo. Dirà il lettore moderno: ma allora l’artigiano poteva produrre oggetti scadenti sicuro di cavarsela lo stesso. Non era così. Non fosse bastato – e bastava – l’orgoglio dell’artigiano di far uscire dalle proprie mani dei capo-lavori, ci pensavano gli stessi Statuti a stabilire, con prescrizioni minutissime, degli standard estremamente severi per garantire la qualità del prodotto. Stiamo parlando dell’economia di sussistenza (sostanzialmente; autoproduzione e autoconsumo) che è stata in vigore in Europa e nei Paesi del Terzo mondo finché l’irruzione del modello di sviluppo industriale non ha cambiato tutti i termini della questione. Per la verità non proprio tutti. Esiste anche oggi una casta, quella dei politici, che come i nobili dell’ancien régime, non lavorano, non pagano le tasse su una porzione enorme dei loro emolumenti (100 mila euro), hanno un diritto proprio. Per il resto la mentalità del mercante, il più obbrobrioso degli esseri, considerato da tutte le culture preindustriali, d’oriente e d’occidente, all’ultimo gradino della scala sociale, sotto gli schiavi, perché si è sempre ritenuto indegno di un uomo scambiare per denaro, l’ha avuta vinta.

Si è nobilitato a “imprenditore”. Noialtri tutti siamo diventati degli “schiavi salariati”, come si esprime Nietzsche, la cui sussistenza dipende da chi ti fa lavorare (e lo dobbiamo anche ringraziare) e da congiunture economiche e finanziarie sofisticatissime e lontanissime sulle quali, in barba a tutte le balle sulla democrazia, non abbiamo nessun controllo né alcuna possibilità di incidere. Siamo completamente alla mercé altrui e di un meccanismo che è sfuggito di mano anche agli stessi apprendisti stregoni che pretendono di guidarlo e marcia ormai per conto suo.

Per impedire stragi umane eccessive e controproducenti (la forza-lavoro, cioè gli schiavi devono essere mantenuti in vita finché servono a qualcosa) gli Stati, dopo le dure lotte del XIX e del XX secolo, sono stati costretti a introdurre alcuni istituti: i sussidi di disoccupazione, la cassa integrazione, eccetera. Per quelli che invece non servono più a nulla, i vecchi, c’è la pensione. Solo le astrazioni della Modernità, in combinazione con la smania codificatoria della borghesia per cui la legge deve entrare anche nelle vicende più private e intime dei rapporti umani, potevano inventarsi una cosa così crudele come la pensione. Da un giorno all’altro tu perdi il posto, per quanto modesto, che avevi nella società e vieni sbattuto nel magazzino dei ferrivecchi.

E adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo. Per cui al pensionato, per riempire in qualche modo il vuoto che si è venuto a creare nella sua vita, per “ammazzare il tempo” (ma in realtà è il tempo che ammazza lui) monta una sorta di ossessione, alla Bouvard e Pécuchet, di conoscenza onnivora: vuol leggere tutto, vedere tutto, impadronirsi di tecniche e scienze di cui non gli è mai importato nulla e, di fatto, continua a non importargli nulla. “Quest’anno mi sono fatto il Nepal”. Non è amore di conoscenza, è una nevrosi catalogatoria da album di figurine di collezionisti bambini. È mettere una tacca sul coltello che ha perso il filo e non serve più.

Non è un piacere, ma un dovere, una faticaccia consumata sui pullman dei tour operator specializzati nella “terza età” o su traghetti carontici più infernali di quelli dei boat people alimentati almeno dalla speranza, dove ogni tanto qualcuno si accascia e muore mentre gli altri, come nella Vergogna di Bergman si voltano dall’altra parte e fingono di non vedere. In età premoderna, preindustriale, preilluminista, preborghese non c’era una crasi così netta, così feroce, fra vita attiva e un riposo che somiglia troppo all’eterno riposo. Il capofamiglia, man mano che invecchiava, lasciava i lavori più pesanti e impegnativi ai membri giovani del gruppo, ma continuava ad aver-ne la guida e quindi conservava un ruolo e la sua vita un senso. Adesso che un modello che ha puntato tutto sull’economia, marginalizzando tutte le altre esigenze umane, sta fallendo anche e proprio sull’economia, ci si dà, in Europa, a smantellare il welfare, compreso l’istituto della pensione che verrà portata, si dice, a settant’anni, cioè ai limiti della vita visto che la media, per gli uomini, è di 78 anni.

Alla luce di quello che abbiamo detto potrebbe essere un vantaggio. Se non fosse che, nella stragrande maggioranza dei casi, i vecchi (e la vecchiaia, a onta di altre balle che ci raccontano, comincia, oggi come sempre, a sessant’anni come sa, nel suo intimo, chiunque abbia compiuto questo fatidico compleanno) e anche coloro che ancora tali non sono, non reggono le vorticose accelerazioni che, per competere, la società moderna, con la sua sfavillante tecnologia, impone alla nostra esistenza. Per cui il nostro futuro è, più o meno, questo: o schiattare sul campo o languire, negli ultimissimi anni, in una noia e in una solitudine senza luce e senza speranza. En attendant Godot.

Massimo Fini
Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it

Da il Fatto Quotidiano del 10 giugno

Pubblicato da Davide

  • nautilus55

    Fini non lo dice espressamente ma, la soppressione o la forte riduzione delle terre comuni, fu una delle principali ragioni che condussero alle Rivoluzioni Inglese e Francese.

  • duca

    Mi permetto di aggiungere al bel pezzo di Massimo Fini ciò che scriveva un signore francese che …

    “Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
    E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
    Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.
    Un sentimento incredibilmente profondo che oggi definiamo l’onore dello sport, ma a quei tempi diffuso ovunque. Non soltanto l’idea di raggiungere il risultato migliore possibile, ma l’idea, nel meglio, nel bene, di ottenere di più. Si trattava di uno sport, di una emulazione disinteressata e continua, non solo a chi faceva meglio, ma a chi faceva di più; si trattava di un bello sport, praticato a tutte le ore, da cui la vita stessa era penetrata. Intessuta. Un disgusto senza fine per il lavoro mal fatto. Un disprezzo più che da gran signore per chi avesse lavorato male. Ma una tale intenzione nemmeno li sfiorava.
    Tutti gli onori convergevano in quest’unico onore. Una decenza, e una finezza di linguaggio. Un rispetto del focolare. Un senso di rispetto, di ogni rispetto, dell’essenza stessa del rispetto. Una cerimonia per così dire costante. D’altra parte, il focolare si confondeva ancora molto spesso col laboratorio e l’onore del focolare e l’onore del laboratorio erano il medesimo onore. Era l’onore del medesimo luogo. Era l’onore del medesimo fuoco. Cosa mai è divenuto tutto questo. Ogni cosa, dal risveglio, era un ritmo e un rito e una cerimonia. Ogni fatto era un avvenimento; consacrato. Ogni cosa era una tradizione, un insegnamento; tutte le cose avevano un loro rapporto interiore, costituivano la più santa abitudine. Tutto era un elevarsi, interiore, e un pregare, tutto il giorno: il sonno e la veglia, il lavoro e il misurato riposo, il letto e la tavola, la minestra e il manzo, la casa e il giardino, la porta e la strada, il cortile e la scala, e le scodelle sul desco.
    Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene.

    Charles Péguy, da L’argent”

  • duca

    Anzi, sapete che vi dico? Vale la pena leggerselo proprio tutto!

    “LETTURE SUL LAVORO I

    CHARLES PÉGUY

    Il denaro (1913)*

    Rimasto pressoché ignorato quando fu pubblicato nel 1913 all’interno dei Cahiers de la Quinzaine, Il denaro di Charles Péguy è ormai divenuto un classico della letteratura francese. Muovendo da un’aperta critica nei confronti della cultura del proprio tempo, Péguy analizza le condizioni spirituali che hanno condotto all’affermazione del sistema industriale in Europa nel XX secolo. Il predominio della dimensione economica all’interno della società occidentale ha così finito per imporre il denaro come valore fondamentale, riducendo in questo modo il lavoro ad una prestazione che non ha nulla a che vedere con l’onore che ad esso era associato nel Medioevo e nell’Antichità.

    La rivoluzione del mondo

    Se vivessi abbastanza per arrivare all’età delle confessioni, […], cercherei di rendere in qualche modo cos’era, intorno al 1880, quell’ammirevole mondo dell’insegnamento elementare. Più in generale, cercherei di rappresentare cos’era allora tutto quello straordinario mondo operaio e contadino; cos’era, diciamolo pure in una parola, quel popolo meraviglioso.
    Era assolutamente la vecchia Francia, il popolo della vecchia Francia. Era un mondo nel quale questo bel nome, questa bella parola che è popolo, trovava la sua piena, classica incarnazione. Oggi, a dir popolo, si cade nella letteratura, in una letteratura di bassa lega, un genere elettoralistico, politico, parlamentare di letteratura. Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. Perché tutti leggono il loro giornale. Quel poco che sopravvive dell’antica aristocrazia, o meglio delle antiche aristocrazie, è divenuto una borghesia meschina. L’antica aristocrazia è diventata anch’essa una borghesia del denaro. L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea soltanto: farsi borghesi. Ed è proprio ciò che accade, anche se magari dicono di diventare socialisti. Restano sì e no i contadini a essere rimasti davvero contadini. […].
    Proveremo, se ne saremo capaci, a raffigurare tutto questo. Una donna molto intelligente, e che con allegria si incammina per oltrepassare i suoi sessant’anni, ci diceva: il mondo è mutato meno durante i miei primi sessant’anni che non negli ultimi dieci. Diciamo di più. Diciamo con lei, diciamo più di lei: il mondo è cambiato più nell’ultimo trentennio di quanto non sia mutato dopo Gesù Cristo. C’è stata l’età antica (e biblica). C’è stata l’età cristiana. C’è stata l’età moderna. Ebbene, ancora in questo dopoguerra, una fattoria era – per i suoi costumi, il suo ordinamento, la sua serietà, la sua austerità, per la sua stessa struttura e costituzione – infinitamente più vicina a una fattoria gallo-romana (e persino, in fondo, a una fattoria dell’epoca di Senofonte) di quanto oggi non assomigli a se stessa. Questo vorremmo dire. Abbiamo conosciuto un tempo in cui quando una brava donna diceva una parola, a parlare erano proprio la sua razza, la sua natura; era il suo popolo che si manifestava. E quando un operaio accendeva una sigaretta, ciò che stava per dirti non erano le parole stampate da un giornalista sul quotidiano di quel mattino. I liberi pensatori di quei tempi erano più cristiani dei fedeli di oggi. Una qualsiasi parrocchia di allora era infinitamente più vicina a una parrocchia del quindicesimo secolo, o del quarto, mettiamo del quinto o dell’ottavo, che a una parrocchia di oggi.
    […].
    Questo dovrei far risaltare nelle Confessioni. E cercare di farlo vedere. E cercare di farlo sentire. Tanto più esattamente, tanto più preziosamente e, se ne saremo capaci, tanto più unicamente in quanto quei giorni non torneranno mai più. C’è un’innocenza che non si recupera. C’è una semplicità che va perduta una volta per tutte. Nella vita dei popoli, come in quella degli uomini, alcuni fatti sono irreversibili. […]. È vero, tutto è irreversibile. Ma per alcune età questo accade in un modo del tutto peculiare.
    Lo si creda o no, noi siamo stati allevati nel seno di un popolo allegro. Un cantiere era allora un luogo della terra dove gli uomini erano felici. Oggi un cantiere è un luogo della terra dove gli uomini recriminano, si odiano, si battono; si uccidono.
    Ai miei tempi tutti cantavano (me escluso, ma io ero già indegno di appartenere a quel tempo). Nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava; oggi vi si sbuffa. Direi quasi che allora non si guadagnava praticamente nulla. Non si ha l’idea di quanto i salari fossero bassi. Nondimeno tutti mangiavano. Anche nelle case più umili c’era una sorta di agiatezza di cui si è perduto il ricordo. Conti, non se ne facevano. Perché c’era poco da contare. Ma i figli potevano essere allevati. E se ne tiravano su. Era sconosciuta questa odiosa forma di strangolamento che oggi ci torce ogni anno di più. Non si guadagnava; non si spendeva; e tutti vivevano.
    Era sconosciuta questa stretta economica di oggi, questo strangolamento scientifico, freddo, rettangolare, regolare, costumato, netto, senza una sbavatura, implacabile, accorto, costante, a modo come una virtù: una stretta in cui si è presi senza che si abbia nulla da ridire e dove chi è strangolato ha l’aria di avere così palesemente torto.
    Nessuno saprà mai fin dove arrivavano il pudore e la spirituale integrità di quel popolo; non ritroveremo mai più un simile tatto, una così profonda civiltà. Né altrettanta finezza e discrezione nel parlare. Quella gente avrebbe arrossito del nostro più squisito tono di oggi, che è poi il tono borghese. E oggi tutti sono borghesi, tutto il mondo è oggi borghese.

    Lavorare è pregare

    Lo si creda o no, fa lo stesso, abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare. Abbiamo conosciuto operai che, al risveglio, pensavano solo al lavoro. Si alzavano la mattina – e a quale ora – cantando all’idea di andare al lavoro. E cantavano alle undici, quando si preparavano a mangiare la loro minestra. Insomma è sempre a Hugo, è sempre a lui che bisogna tornare: Andavano, cantavano. Nel lavoro stava la loro gioia, e la radice profonda del loro essere. E la ragione stessa della loro vita. Vi era un onore incredibile del lavoro, il più bello di tutti gli onori, il più cristiano, il solo forse che possa rimanere in piedi. […].
    Abbiamo conosciuto un onore del lavoro identico a quello che nel Medio Evo governava le braccia e i cuori. Proprio lo stesso, conservato intatto nell’intimo. Abbiamo conosciuto l’accuratezza spinta sino alla perfezione, compatta nell’insieme, compatta nel più minuto dettaglio. Abbiamo conosciuto questo culto del lavoro ben fatto perseguito e coltivato sino allo scrupolo estremo. Ho veduto, durante la mia infanzia, impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali.
    […].
    Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
    E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
    Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.
    Un sentimento incredibilmente profondo che oggi definiamo l’onore dello sport, ma a quei tempi diffuso ovunque. Non soltanto l’idea di raggiungere il risultato migliore possibile, ma l’idea, nel meglio, nel bene, di ottenere di più. Si trattava di uno sport, di una emulazione disinteressata e continua, non solo a chi faceva meglio, ma a chi faceva di più; si trattava di un bello sport, praticato a tutte le ore, da cui la vita stessa era penetrata. Intessuta. Un disgusto senza fine per il lavoro mal fatto. Un disprezzo più che da gran signore per chi avesse lavorato male. Ma una tale intenzione nemmeno li sfiorava.
    Tutti gli onori convergevano in quest’unico onore. Una decenza, e una finezza di linguaggio. Un rispetto del focolare. Un senso di rispetto, di ogni rispetto, dell’essenza stessa del rispetto. Una cerimonia per così dire costante. D’altra parte, il focolare si confondeva ancora molto spesso col laboratorio e l’onore del focolare e l’onore del laboratorio erano il medesimo onore. Era l’onore del medesimo luogo. Era l’onore del medesimo fuoco. Cosa mai è divenuto tutto questo. Ogni cosa, dal risveglio, era un ritmo e un rito e una cerimonia. Ogni fatto era un avvenimento; consacrato. Ogni cosa era una tradizione, un insegnamento; tutte le cose avevano un loro rapporto interiore, costituivano la più santa abitudine. Tutto era un elevarsi, interiore, e un pregare, tutto il giorno: il sonno e la veglia, il lavoro e il misurato riposo, il letto e la tavola, la minestra e il manzo, la casa e il giardino, la porta e la strada, il cortile e la scala, e le scodelle sul desco.
    Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene.

    Nota biografica

    Charles Péguy (1873-1914) è uno scrittore, poeta e saggista francese. Di modestissime origini, si distinse fin dai primi anni di scuola e, grazie a borse di studio, poté frequentare l’École Normale Supérieure di Parigi, in cui fu allievo di Henri Bergson. Acceso dreyfusardo e socialista dal 1895, fu presto deluso dallo spirito positivista e dalle tendenze del socialismo scientifico e politicante. Dopo varie iniziative editoriali, nel 1900 fondò i Cahiers de la Quinzaine, che divenne il centro di uno dei più vivi movimenti spirituali del tempo (vi collaborarono, tra gli altri, Romain Rolland e André Suarès). La visita a Tangeri del 1905 dell’imperatore tedesco Guglielmo II e la minaccia di un conflitto franco-tedesco ridestarono in lui il sentimento patriottico. Ma soprattutto fu influenzato dal pensiero di Bergson e dalla sua critica dell’intellettualismo. La lunga crisi sfociò nel 1908 nel ritorno al cattolicesimo, vissuto in una forma mistica e rivoluzionaria. Nel 1914 rimase ucciso nel corso della battaglia della Marna. Tra le sue opere in prosa ricordiamo, in particolare, La nostra giovinezza (1910) e Il denaro (1913); tra quelle in poesia, composte tutte tra il 1909 e il 1913, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco (1910) e Eva (1913).

    Fonte:http://www.fondfranceschi.it/progetti/diritto-al-lavoro-2009-2011/letture-sul-lavoro/lettura-sul-lavoro-i-peguy-il-denaro-1913

  • paolodegregorio

    l’immagine che accompagna l’articolo si riferisce al corteggiamento che le banche fanno ai pensionati per farli indebitare. Ho visto inviare con tanta sollecitudine (dalla BNL)la carta di credito ad un pensionato sociale (400 euro al mese), spingendolo a fare acquisti a credito con pagamento differito di 30 gg,.
    E’ probbile che tali banche facciano conto su eventuali eredi per saldare i debiti in caso di dipartita del pensionato oppure hanno già verificato che l’interessato è intestatario di un immobile. In ogni caso sognano un incremento dei debiti dei pensionati e questo va nella solita direzione di creare crisi a loro vantaggio.

  • wld

    “Per cui il nostro futuro è, più o meno, questo: o schiattare sul campo o languire, negli ultimissimi anni, in una noia e in una solitudine senza luce e senza speranza. En attendant Godot.” Che dire…non mi sento di languire, (anche se non faccio più niente tutto il giorno), ho sempre saputo che il lavoro mi ha reso schiavo come tutti, mai un giorno mi è passato per la mente che andare al lavoro era meglio che stare con i propri cari, per quello che ho potuto dopo 45 anni di lavoro ho sempre cercato di non privare mai la mia famiglia della mia presenza, e sono contento di non essere schiattato prima come purtroppo è successo alla mia amatissima moglie che se n’è andata tre anni fa, a anni dopo 34 anni di lavoro. Cominciai a lavorare (per mantenermi) a 14 anni, facendo le scuole serali e raggiungere la maturità, che mi ha permesso di salire la scala sociale del lavoro, sempre con incarichi stimolanti accompagnati da una buona retribuzione, ricoprendo cariche che mi ero meritato con la dedizione; ho perso il lavoro anche a 50 anni e mi sono ricollocato ad un piano inferiore, solo per raggiungere quella meta che tanti fa paura “la pensione”. Avrei potuto arrivare ad andare in pensione a 52 anni, ma per colpa di qualche disonesto che non ha pagato i contributi, ho dovuto lavorare ancora mio malgrado, e sempre a rincorrere scale e scalini e finestre, finalmente a 59 anni avevo raggiunto il mio obiettivo e non ci ho pensato molto ad andarmene, anche con una transazione con la ditta dove ho prestato la mia opera di lavoratore, e così me ne sono andato 6 mesi prima della mia finestra, è stata una liberazione dalla schiavitù, una dipendenza disumana. Oggi faccio il nonno, ma non come tutti i nonni che si alienano sui figli e nipoti (anche se economicamente faccio da welfare per mio figlio e la sua famiglia). Non mi sento un frustrato come i tanti che non sanno cosa fare dopo l’essere stati schiavi, ora penso un pochino a me e faccio tutto quello che mi sento di fare che prima non ho fatto mai, pago ancora l’erario con il 33% della mia pensione (scusate se è poco dopo aver pagato le tasse tutta la vita sia quelle dirette che indirette). Spero di schiattare il più tardi possibile e di vivere in buona salute, aspettando di riprendermi quello che mi è stato preso in 45 anni: Non sono un ipocrita, non faccio volontariato, come tanti che devono trovare un senso alla vita, non faccio gite per amorfi, e nemmeno crociere last-minut, ed il lavoro non mi è mai mancato un giorno da un anno a questa parte, l’unico rammarico … la mancanza della mia adorabile moglie, e avrei goduto con lei questo momento di LIBERTA, dopo 40 anni vissuti insieme, si questa la trovo l’unica ingiustizia che mi fa dolore. wlady

  • modo16

    Per cui il nostro futuro è, più o meno, questo: o schiattare sul campo o languire, negli ultimissimi anni, in una noia e in una solitudine senza luce e senza speranza. En attendant Godot.
    Ho 33 anni, mi sono diplomato geometra e nel mentre facevo lavoretti per pagarmi gli sfizi. Dopo essermi diplomato mi sono iscritto a giurisprudenza perchè sempre mi affascinava oltre la prospettiva di un buon lavoro futuro. Nel mentre ho sempre lavorato come barista cameriere da un mio amico, e questo lavoro mi ha sempre permesso di mantenermi. Finito la facoltà all’età di 28 anni ho lavorato per una ditta come responsabile commerciale per una ditta per 3 anni che poi è fallita. Ora faccio il portantino in ospedale per 800 euro al mese. Suono, leggo e pago i miei miseri contributi lavorando per questa cooperativa. Si può dire che io lavori. Come me tanti altri..Il mio lavoro lo faccio bene, ora faccio anche un pò di amministrativo per la cooperativa sempre per 800 euro al mese. Come me tanti altri..La mia vicina di casa mi chiede come mai non progetto di avere una famiglia con la mia ragazza pur sapendo la situazione. Lei prende 1300 di pensione. Noi prendiamo 1500 in 2. Il futuro per me è tra 6 mesi, speriamo che la cooperativa vinca l’appalto..Saluti

  • sentinella

    pensione crudele certo perchè la spostano sempre più avanti nel tempo generando un ansia diffusa perchè alla fine è l’unica sicurezza che vediamo quando siamo quasi alla fine del tunnel. Un tunnel fatto in questi ultimi anni di perdite di vari posti di lavoro, di lavori precari e di porte sbattute: sa ormai lei ha un età, sa la nostra azienda investe in formazione e lei quanti anni ha prima di andare in pensione??? Ci dispiace ma preferiamo assumere persone più giovani …..
    Ora se rifacessi quel colloquio potrei rispondere che di questo passo ho un intera vita. Fino alla morte direi.
    Ah quella prugna secca con parrucca ossigenata dell’Emma Bonino sta gongolando finalmente hanno parificato l’età pensionabile anche per le donne.
    Solo che gli uomini hanno avuto una continuità lavorativa e spesso e volentieri vanno in pensione prima dei 65 canonici in quest’Italia di …. (non si può dire neanche questa parolaccia) le donne loro malgrado una continuità contributiva non ce l’hanno quindi in pensione ci vanno parecchi anni dopo i loro mariti. Se ci vanno…. perchè lo stress le ha fiaccate e dopo la menopausa le donne hanno gli stessi rischi cardio-vascolari degli uomini quindi anche se la presente generazione di ottantenni ha un aspettativa (che termine volgare) di vita più lunga degli uomini non ce l’ha sicuramente una donna della mia generazione con il ritmo stressante a cui è stata sottoposta per tutta la vita.
    Questi sono dei vampiri assetati di sangue, devono mantenere il loro tenore d vita che cacchio! E presto questa bella legge si estenderà anche anche al settore privato e così si andra al lavoro con il catetere e la flebo perbacco.
    Un mondo fantastico!!!!!

  • wld

    Per quello che vale la mia opinione, ha tutta la ragione del mondo, mia moglie se n’è andata molto prima, e quella prugna secca sta rompendo le palle da molto, spero tanto che sia lei (prugna secca) e tanti altri filibustieri ipocriti e mendaci, politicanti del crepuscolo degli dei, schiattino loro al più presto. Sentinella tutta la mia stima, wlady

  • speranza

    salve wlady, leggendo il suo commento ho pensato a mio padre e a ciò che avrebbe potuto scrivere se fosse ancora qui.

    era geometra classe 1933, (diploma preso alle scuole serali mentre lavorava come operaio in una nota acciaieria della periferia milanese)ha gestito il suo lavoro decidendo lui sempre dove come quando e a quanto, dovendo mantenere moglie e 2 figli.ha lasciato un posto sicuro (allora) in comune a milano per migliorare, ha lavorato degli anni all’estero facendo enormi sacrifici per concederci una vita dignitosa, non eccessivamente ma sa si doveva pagare il mutuo della casa.
    ha passato la vita a spedire c.v e a cambiare ditte a suo favore e nei suoi interessi, erano altri tempi si era pur sempre schiavi ma con possibilità di scelta, ora non solo non si può scegliere ma non si riesce ad avere un minimo di sicurezza economica e di stabilità.
    il mio papà ha potuto godere solo 2 anni la sua pensione e così non ha avuto la possibilità di recuperare il tempo tolto ai suoi cari e nemmeno di concedrsi il lusso di non lavorare più e pensare alla vita a 360°.tutto ciò all’età di 62 anni.
    crudele destino, come
    ora è crudele che io, donna, debba andare in pensione a 65 anni nella vita di oggi e con le difficoltà di oggi, tutto ciò che viviamo è crudele e insensato e il peggio credo debba ancora venire…con stima.annalisa

  • stendec555

    la situazione attuale per i 30/40enni magari pure con laurea (senza con questo voler sminuire chi una laurea non ce l’ha) e buona volontà è spesso questo che descrivi…senza voler creare un conflitto generazionale, se un tempo la vita era difficile almeno c’era quasi la certezza di vedere risultati decenti dandosi da fare e lavorando duro, oltre a sentirsi protagonisti del proprio lavoro. un lavoro, anche se eri un semianalfabeta, lo trovavi ed era in rapporto più pagato della maggiorparte dei lavori precari attuali…..oggi non è pù così, continuiamo a seminare ma i risultati arrivano col contagocce, quando arrivano…che dire, 30,40 anni fa un laureato (magari pure con ottima conoscenza di lingua straniera) diventava dirigente, adesso deve sperare nel precariato, magari pure un qualche alienante lavoro a 800 al mese e ringraziare chi gli offre questa possibilità!….e gli anni passano, altro che bamboccioni, altro che costruirsi una vita e una famiglia…..queste tragedie le possono capire solo quelli che le stanno vivendo, i più anziani magari pensano che per le giovani generazioni tutto sommato la vita sia discoteca e cazzeggi…..per il futuro è meglio neanche pensarci, si vive solo di speranze a breve termine.

  • wld

    Cordialissima Annalisa, non sono un piagnucolone, cerco sempre di essere dignitoso, ma quello che ha scritto mi ha toccato moltissimo, sembra la fotocopia al femminile riguardo mia moglie, concordo che è una grande vergogna il punto in cui siamo arrivati, purtroppo come ho scritto in un altro post qui giorni fa, il peggio non è ancora arrivato, questa classe dirigente irresponsabile, sta divorando anni e anni di lotte e di traguardi raggiunti dai nostri genitori, con sofferenze immani, per far crescere la società di oggi che sembra aver dimenticato il suo passato. L’articolo qui riportato parla del medio evo, beh io non sono vissuto in quell’epoca e nemmeno nel rinascimento, sono nato a cavallo del 1900 negli anni 50, conosco quello che questa classe dirigente in questi anni ha fatto e sta ancora facendo, inutile fare nomenclature, e sotto i nostri occhi tutti i giorni. Vivo anch’io a Milano da quando sono nato, e so quanto sia dura competere, con lo sfruttamento dei giovani, contrappongono, i giovani con i meno giovani per metterli gli uni contro gli altri, insomma la guerra dei poveri, come ho letto in questi giorni tra queste pagine, lavoratori Statali contro lavoratori del privato, e lavoratori del privato contro Statali, senza nemmeno rendersi conto che stiamo tutti nella stessa barca che sta affondando. Carissima Annalisa ha tutta la mia stima e solidarietà, wlady

  • Simulacres

    “Chi parla dell’avvenire è un cialtrone, è l’adesso che conta. Invocare i posteri, è parlare ai vermi.

    La vera sconfitta in tutto è dimenticare e specialmente ciò che ci ha fatto crepare, e crepare senza capire sino a qual punto gli uomini siano cani.
    Quando usciremo da questo crogiuolo non occorrerà fare i furbi, ma nemmeno dimenticare; occorrerà raccontare tutto senza cambiare una parola, tutto quello che c’è di più schifoso negli uomini; e poi morire e scendere nella tomba. Come lavoro, basta per una vita.”

    L-F Céline – Viaggio al termine della notte

  • oldhunter

    Grazie per avermi fatto consoscere queste brevi pagine!

  • Simulacres

    Mi ha quasi (?) commosso per la naturalezza e la bellezza che ha saputo trasmettermi in questa, quasi involontaria, amara ma ammirevole, poetica dichiarazione d’amore per la sua adorabile moglie. E’ sarebbe bello se, in quel posto che ancora non conosciamo, potesse ascoltarla.

    Tutta la mia stima e il mio affetto.

  • Simulacres

    Parafrasando il mio amato Cèline: è una “Morte a Credito”, ma è il nascere in questo mondaccio che ci frega.

  • Simulacres

    Parafrasando il mio amato Cèline: è una “Morte a Credito”, ma è il nascere in questo mondaccio che ci frega.

  • Simulacres

    quanto sopra “parafrasando ecc. ecc.” – è in risposta a “sentinella” che l’ho postato, non capisco come possa essere quì. sarà il sistema? boh… scusatemi.

  • modo16

    Già, manca proprio la scelta e senza scelta mi rimangono solo i vizi. Vizi adolescenziali rapportati a una paga adolescenziale. Come quando prendo coscienza nella scelta della marca della birra; infatti nel fine settimana mi concedo la corona, durante la settimana la forst in lattina. I preservativi li prendo su ebay mentre ormai i libri li prendo solo dell’urania..Metto via 50 euro al mese per prendermi una vespa di seconda mano, anche di terza, forse a fine anno ce la fò..Insomma la vita di quando avevo 16 anni. Che bello essere giovani.

  • marcello1991

    CONSIGLI DI LETTURA:

    Fuga dalla libertà – Fromm

    La solitudine del cittadino globale – Bauman

    Dentro la globalizzazione – Bauman