PENSIONE CRUDELE

DI MASSIMO FINI
antefatto.ilcannocchiale.it

Noi moderni, intesi come massa, siamo molto meno liberi dal punto di vista economico degli uomini dell’epoca preindustriale. Questo è l’effetto-paradosso dell’aver scelto un modello di sviluppo basato sulla “libera intrapresa” e la concorrenza. Nel Medioevo e nel Rinascimento europei la stragrande maggioranza della popolazione, il 90%, era formata da contadini e artigiani (il restante 10% erano nobili, feneant a vario titolo come i preti, un ridotto manipolo di mercanti che rischiavano in proprio e un 1% di mendichi, ma era mendico solo chi voleva esserlo, un po’ come i clochard per scelta dei nostri giorni). Contadino o artigiano che fosse l’uomo preindustriale viveva del suo e sul suo. Il contadino quando dipendeva formalmente dal feudatario, non era cioè proprietario della terra ma la deteneva in un possesso secolare, pagava a costui una rendita ridicola come ammette anche Adam Smith che nota: “Coloro che coltivavano la terra…pagavano una rendita che non aveva alcun rapporto di equivalenza con la sussistenza che la terra forniva loro. Una corona, una mezza corona, una pecora, un agnello erano, pochi anni fa, nelle Highlands, una rendita ordinaria per delle terre che mantenevano una famiglia” (A. Smith, La ricchezza delle nazioni, III, IV).C’erano poi le corvées che a noi moderni abituati, almeno concettualmente, alle libertà individuali, fanno molta impressione perché consistevano in servigi personali che i contadini, un paio di giorni al mese, a rotazione, dovevano rendere al feudatario (aggiungersi ai domestici se dava una festa, dava una mano per qualche altra incombenza, e cose simili). Pagato questo scotto molto relativo (soprattutto se paragonato alle tasse che noi oggi versiamo allo Stato: fra rendita del feudatario, imposte reali, decima ecclesiastica, il prelievo non superò mai il 4-5%) la sussistenza del contadino dipendeva da lui e solo da lui e dalla sua famiglia. Ma, a parte la fatica (“la terra è bassa” dicono i contadini), da questo punto di vista non aveva problemi perché, come scrive lo storico Giuseppe Felloni in Profilo di storia economica dell’Europa dal Medioevo all’età contemporanea (Giappichelli, p. 107): “Le terre sono distribuite con criteri che antepongono l’equità distributiva all’efficienza economica, mentre quelle per loro natura inadatte alla coltivazione (boschi, pascoli, paludi eccetera) sono usate promiscuamente da tutti, ma entro limiti ben precisi…le terre…per consentire il libero accesso di quanti usufruiscono degli usi civici (vale a dire delle numerose servitù, di spigolatura, di pascolo, di acquatico, di legnatico e via dicendo, che gravano sulla proprietà e sul possesso privati senza peraltro metterli in discussione – era un regime “comunitario” non “comunista” della terra, ndr) devono essere lasciate aperte, senza barriere confinarie”.

La concezione di fondo era che ad ogni nucleo familiare doveva essere garantito il suo “spazio vitale”. Che valeva anche per il mondo artigiano. Se si prendono gli Statuti artigiani dell’epoca si leggono prescrizioni per noi, oggi, inconcepibili: “Non togliere agli altri alcuno dei suoi clienti”; “nessuno deve allontanare i clienti dal negozio del vicino né distoglierli dall’acquisto con cenni o gesti o altri segni”. Insomma era proibita la concorrenza, stella polare del nostro di mondo. Dirà il lettore moderno: ma allora l’artigiano poteva produrre oggetti scadenti sicuro di cavarsela lo stesso. Non era così. Non fosse bastato – e bastava – l’orgoglio dell’artigiano di far uscire dalle proprie mani dei capo-lavori, ci pensavano gli stessi Statuti a stabilire, con prescrizioni minutissime, degli standard estremamente severi per garantire la qualità del prodotto. Stiamo parlando dell’economia di sussistenza (sostanzialmente; autoproduzione e autoconsumo) che è stata in vigore in Europa e nei Paesi del Terzo mondo finché l’irruzione del modello di sviluppo industriale non ha cambiato tutti i termini della questione. Per la verità non proprio tutti. Esiste anche oggi una casta, quella dei politici, che come i nobili dell’ancien régime, non lavorano, non pagano le tasse su una porzione enorme dei loro emolumenti (100 mila euro), hanno un diritto proprio. Per il resto la mentalità del mercante, il più obbrobrioso degli esseri, considerato da tutte le culture preindustriali, d’oriente e d’occidente, all’ultimo gradino della scala sociale, sotto gli schiavi, perché si è sempre ritenuto indegno di un uomo scambiare per denaro, l’ha avuta vinta.

Si è nobilitato a “imprenditore”. Noialtri tutti siamo diventati degli “schiavi salariati”, come si esprime Nietzsche, la cui sussistenza dipende da chi ti fa lavorare (e lo dobbiamo anche ringraziare) e da congiunture economiche e finanziarie sofisticatissime e lontanissime sulle quali, in barba a tutte le balle sulla democrazia, non abbiamo nessun controllo né alcuna possibilità di incidere. Siamo completamente alla mercé altrui e di un meccanismo che è sfuggito di mano anche agli stessi apprendisti stregoni che pretendono di guidarlo e marcia ormai per conto suo.

Per impedire stragi umane eccessive e controproducenti (la forza-lavoro, cioè gli schiavi devono essere mantenuti in vita finché servono a qualcosa) gli Stati, dopo le dure lotte del XIX e del XX secolo, sono stati costretti a introdurre alcuni istituti: i sussidi di disoccupazione, la cassa integrazione, eccetera. Per quelli che invece non servono più a nulla, i vecchi, c’è la pensione. Solo le astrazioni della Modernità, in combinazione con la smania codificatoria della borghesia per cui la legge deve entrare anche nelle vicende più private e intime dei rapporti umani, potevano inventarsi una cosa così crudele come la pensione. Da un giorno all’altro tu perdi il posto, per quanto modesto, che avevi nella società e vieni sbattuto nel magazzino dei ferrivecchi.

E adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo. Per cui al pensionato, per riempire in qualche modo il vuoto che si è venuto a creare nella sua vita, per “ammazzare il tempo” (ma in realtà è il tempo che ammazza lui) monta una sorta di ossessione, alla Bouvard e Pécuchet, di conoscenza onnivora: vuol leggere tutto, vedere tutto, impadronirsi di tecniche e scienze di cui non gli è mai importato nulla e, di fatto, continua a non importargli nulla. “Quest’anno mi sono fatto il Nepal”. Non è amore di conoscenza, è una nevrosi catalogatoria da album di figurine di collezionisti bambini. È mettere una tacca sul coltello che ha perso il filo e non serve più.

Non è un piacere, ma un dovere, una faticaccia consumata sui pullman dei tour operator specializzati nella “terza età” o su traghetti carontici più infernali di quelli dei boat people alimentati almeno dalla speranza, dove ogni tanto qualcuno si accascia e muore mentre gli altri, come nella Vergogna di Bergman si voltano dall’altra parte e fingono di non vedere. In età premoderna, preindustriale, preilluminista, preborghese non c’era una crasi così netta, così feroce, fra vita attiva e un riposo che somiglia troppo all’eterno riposo. Il capofamiglia, man mano che invecchiava, lasciava i lavori più pesanti e impegnativi ai membri giovani del gruppo, ma continuava ad aver-ne la guida e quindi conservava un ruolo e la sua vita un senso. Adesso che un modello che ha puntato tutto sull’economia, marginalizzando tutte le altre esigenze umane, sta fallendo anche e proprio sull’economia, ci si dà, in Europa, a smantellare il welfare, compreso l’istituto della pensione che verrà portata, si dice, a settant’anni, cioè ai limiti della vita visto che la media, per gli uomini, è di 78 anni.

Alla luce di quello che abbiamo detto potrebbe essere un vantaggio. Se non fosse che, nella stragrande maggioranza dei casi, i vecchi (e la vecchiaia, a onta di altre balle che ci raccontano, comincia, oggi come sempre, a sessant’anni come sa, nel suo intimo, chiunque abbia compiuto questo fatidico compleanno) e anche coloro che ancora tali non sono, non reggono le vorticose accelerazioni che, per competere, la società moderna, con la sua sfavillante tecnologia, impone alla nostra esistenza. Per cui il nostro futuro è, più o meno, questo: o schiattare sul campo o languire, negli ultimissimi anni, in una noia e in una solitudine senza luce e senza speranza. En attendant Godot.

Massimo Fini
Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it

Da il Fatto Quotidiano del 10 giugno

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nautilus55
nautilus55
11 Giugno 2010 9:36

Fini non lo dice espressamente ma, la soppressione o la forte riduzione delle terre comuni, fu una delle principali ragioni che condussero alle Rivoluzioni Inglese e Francese.

duca
duca
11 Giugno 2010 9:48

Mi permetto di aggiungere al bel pezzo di Massimo Fini ciò che scriveva un signore francese che … “Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere… Leggi tutto »

duca
duca
11 Giugno 2010 9:58

Anzi, sapete che vi dico? Vale la pena leggerselo proprio tutto! “LETTURE SUL LAVORO I CHARLES PÉGUY Il denaro (1913)* Rimasto pressoché ignorato quando fu pubblicato nel 1913 all’interno dei Cahiers de la Quinzaine, Il denaro di Charles Péguy è ormai divenuto un classico della letteratura francese. Muovendo da un’aperta critica nei confronti della cultura del proprio tempo, Péguy analizza le condizioni spirituali che hanno condotto all’affermazione del sistema industriale in Europa nel XX secolo. Il predominio della dimensione economica all’interno della società occidentale ha così finito per imporre il denaro come valore fondamentale, riducendo in questo modo il lavoro ad una prestazione che non ha nulla a che vedere con l’onore che ad esso era associato nel Medioevo e nell’Antichità. La rivoluzione del mondo Se vivessi abbastanza per arrivare all’età delle confessioni, […], cercherei di rendere in qualche modo cos’era, intorno al 1880, quell’ammirevole mondo dell’insegnamento elementare. Più in generale, cercherei di rappresentare cos’era allora tutto quello straordinario mondo operaio e contadino; cos’era, diciamolo pure in una parola, quel popolo meraviglioso. Era assolutamente la vecchia Francia, il popolo della vecchia Francia. Era un mondo nel quale questo bel nome, questa bella parola che è popolo, trovava la sua piena,… Leggi tutto »

paolodegregorio
paolodegregorio
11 Giugno 2010 10:08

l’immagine che accompagna l’articolo si riferisce al corteggiamento che le banche fanno ai pensionati per farli indebitare. Ho visto inviare con tanta sollecitudine (dalla BNL)la carta di credito ad un pensionato sociale (400 euro al mese), spingendolo a fare acquisti a credito con pagamento differito di 30 gg,.
E’ probbile che tali banche facciano conto su eventuali eredi per saldare i debiti in caso di dipartita del pensionato oppure hanno già verificato che l’interessato è intestatario di un immobile. In ogni caso sognano un incremento dei debiti dei pensionati e questo va nella solita direzione di creare crisi a loro vantaggio.

wld
wld
11 Giugno 2010 11:33

“Per cui il nostro futuro è, più o meno, questo: o schiattare sul campo o languire, negli ultimissimi anni, in una noia e in una solitudine senza luce e senza speranza. En attendant Godot.” Che dire…non mi sento di languire, (anche se non faccio più niente tutto il giorno), ho sempre saputo che il lavoro mi ha reso schiavo come tutti, mai un giorno mi è passato per la mente che andare al lavoro era meglio che stare con i propri cari, per quello che ho potuto dopo 45 anni di lavoro ho sempre cercato di non privare mai la mia famiglia della mia presenza, e sono contento di non essere schiattato prima come purtroppo è successo alla mia amatissima moglie che se n’è andata tre anni fa, a anni dopo 34 anni di lavoro. Cominciai a lavorare (per mantenermi) a 14 anni, facendo le scuole serali e raggiungere la maturità, che mi ha permesso di salire la scala sociale del lavoro, sempre con incarichi stimolanti accompagnati da una buona retribuzione, ricoprendo cariche che mi ero meritato con la dedizione; ho perso il lavoro anche a 50 anni e mi sono ricollocato ad un piano inferiore, solo per raggiungere quella… Leggi tutto »

modo16
modo16
11 Giugno 2010 13:18

Per cui il nostro futuro è, più o meno, questo: o schiattare sul campo o languire, negli ultimissimi anni, in una noia e in una solitudine senza luce e senza speranza. En attendant Godot. Ho 33 anni, mi sono diplomato geometra e nel mentre facevo lavoretti per pagarmi gli sfizi. Dopo essermi diplomato mi sono iscritto a giurisprudenza perchè sempre mi affascinava oltre la prospettiva di un buon lavoro futuro. Nel mentre ho sempre lavorato come barista cameriere da un mio amico, e questo lavoro mi ha sempre permesso di mantenermi. Finito la facoltà all’età di 28 anni ho lavorato per una ditta come responsabile commerciale per una ditta per 3 anni che poi è fallita. Ora faccio il portantino in ospedale per 800 euro al mese. Suono, leggo e pago i miei miseri contributi lavorando per questa cooperativa. Si può dire che io lavori. Come me tanti altri..Il mio lavoro lo faccio bene, ora faccio anche un pò di amministrativo per la cooperativa sempre per 800 euro al mese. Come me tanti altri..La mia vicina di casa mi chiede come mai non progetto di avere una famiglia con la mia ragazza pur sapendo la situazione. Lei prende 1300 di… Leggi tutto »

sentinella
sentinella
11 Giugno 2010 13:53

pensione crudele certo perchè la spostano sempre più avanti nel tempo generando un ansia diffusa perchè alla fine è l’unica sicurezza che vediamo quando siamo quasi alla fine del tunnel. Un tunnel fatto in questi ultimi anni di perdite di vari posti di lavoro, di lavori precari e di porte sbattute: sa ormai lei ha un età, sa la nostra azienda investe in formazione e lei quanti anni ha prima di andare in pensione??? Ci dispiace ma preferiamo assumere persone più giovani ….. Ora se rifacessi quel colloquio potrei rispondere che di questo passo ho un intera vita. Fino alla morte direi. Ah quella prugna secca con parrucca ossigenata dell’Emma Bonino sta gongolando finalmente hanno parificato l’età pensionabile anche per le donne. Solo che gli uomini hanno avuto una continuità lavorativa e spesso e volentieri vanno in pensione prima dei 65 canonici in quest’Italia di …. (non si può dire neanche questa parolaccia) le donne loro malgrado una continuità contributiva non ce l’hanno quindi in pensione ci vanno parecchi anni dopo i loro mariti. Se ci vanno…. perchè lo stress le ha fiaccate e dopo la menopausa le donne hanno gli stessi rischi cardio-vascolari degli uomini quindi anche se la… Leggi tutto »

wld
wld
11 Giugno 2010 14:52

Per quello che vale la mia opinione, ha tutta la ragione del mondo, mia moglie se n’è andata molto prima, e quella prugna secca sta rompendo le palle da molto, spero tanto che sia lei (prugna secca) e tanti altri filibustieri ipocriti e mendaci, politicanti del crepuscolo degli dei, schiattino loro al più presto. Sentinella tutta la mia stima, wlady

speranza
speranza
11 Giugno 2010 15:10

salve wlady, leggendo il suo commento ho pensato a mio padre e a ciò che avrebbe potuto scrivere se fosse ancora qui. era geometra classe 1933, (diploma preso alle scuole serali mentre lavorava come operaio in una nota acciaieria della periferia milanese)ha gestito il suo lavoro decidendo lui sempre dove come quando e a quanto, dovendo mantenere moglie e 2 figli.ha lasciato un posto sicuro (allora) in comune a milano per migliorare, ha lavorato degli anni all’estero facendo enormi sacrifici per concederci una vita dignitosa, non eccessivamente ma sa si doveva pagare il mutuo della casa. ha passato la vita a spedire c.v e a cambiare ditte a suo favore e nei suoi interessi, erano altri tempi si era pur sempre schiavi ma con possibilità di scelta, ora non solo non si può scegliere ma non si riesce ad avere un minimo di sicurezza economica e di stabilità. il mio papà ha potuto godere solo 2 anni la sua pensione e così non ha avuto la possibilità di recuperare il tempo tolto ai suoi cari e nemmeno di concedrsi il lusso di non lavorare più e pensare alla vita a 360°.tutto ciò all’età di 62 anni. crudele destino, come ora… Leggi tutto »

stendec555
stendec555
11 Giugno 2010 15:44

la situazione attuale per i 30/40enni magari pure con laurea (senza con questo voler sminuire chi una laurea non ce l’ha) e buona volontà è spesso questo che descrivi…senza voler creare un conflitto generazionale, se un tempo la vita era difficile almeno c’era quasi la certezza di vedere risultati decenti dandosi da fare e lavorando duro, oltre a sentirsi protagonisti del proprio lavoro. un lavoro, anche se eri un semianalfabeta, lo trovavi ed era in rapporto più pagato della maggiorparte dei lavori precari attuali…..oggi non è pù così, continuiamo a seminare ma i risultati arrivano col contagocce, quando arrivano…che dire, 30,40 anni fa un laureato (magari pure con ottima conoscenza di lingua straniera) diventava dirigente, adesso deve sperare nel precariato, magari pure un qualche alienante lavoro a 800 al mese e ringraziare chi gli offre questa possibilità!….e gli anni passano, altro che bamboccioni, altro che costruirsi una vita e una famiglia…..queste tragedie le possono capire solo quelli che le stanno vivendo, i più anziani magari pensano che per le giovani generazioni tutto sommato la vita sia discoteca e cazzeggi…..per il futuro è meglio neanche pensarci, si vive solo di speranze a breve termine.

wld
wld
11 Giugno 2010 16:07

Cordialissima Annalisa, non sono un piagnucolone, cerco sempre di essere dignitoso, ma quello che ha scritto mi ha toccato moltissimo, sembra la fotocopia al femminile riguardo mia moglie, concordo che è una grande vergogna il punto in cui siamo arrivati, purtroppo come ho scritto in un altro post qui giorni fa, il peggio non è ancora arrivato, questa classe dirigente irresponsabile, sta divorando anni e anni di lotte e di traguardi raggiunti dai nostri genitori, con sofferenze immani, per far crescere la società di oggi che sembra aver dimenticato il suo passato. L’articolo qui riportato parla del medio evo, beh io non sono vissuto in quell’epoca e nemmeno nel rinascimento, sono nato a cavallo del 1900 negli anni 50, conosco quello che questa classe dirigente in questi anni ha fatto e sta ancora facendo, inutile fare nomenclature, e sotto i nostri occhi tutti i giorni. Vivo anch’io a Milano da quando sono nato, e so quanto sia dura competere, con lo sfruttamento dei giovani, contrappongono, i giovani con i meno giovani per metterli gli uni contro gli altri, insomma la guerra dei poveri, come ho letto in questi giorni tra queste pagine, lavoratori Statali contro lavoratori del privato, e lavoratori… Leggi tutto »

Simulacres
Simulacres
11 Giugno 2010 16:35

“Chi parla dell’avvenire è un cialtrone, è l’adesso che conta. Invocare i posteri, è parlare ai vermi.

La vera sconfitta in tutto è dimenticare e specialmente ciò che ci ha fatto crepare, e crepare senza capire sino a qual punto gli uomini siano cani.
Quando usciremo da questo crogiuolo non occorrerà fare i furbi, ma nemmeno dimenticare; occorrerà raccontare tutto senza cambiare una parola, tutto quello che c’è di più schifoso negli uomini; e poi morire e scendere nella tomba. Come lavoro, basta per una vita.”

L-F Céline – Viaggio al termine della notte

oldhunter
oldhunter
11 Giugno 2010 17:04

Grazie per avermi fatto consoscere queste brevi pagine!

Simulacres
Simulacres
11 Giugno 2010 17:12

Mi ha quasi (?) commosso per la naturalezza e la bellezza che ha saputo trasmettermi in questa, quasi involontaria, amara ma ammirevole, poetica dichiarazione d’amore per la sua adorabile moglie. E’ sarebbe bello se, in quel posto che ancora non conosciamo, potesse ascoltarla.

Tutta la mia stima e il mio affetto.

Simulacres
Simulacres
11 Giugno 2010 17:30

Parafrasando il mio amato Cèline: è una “Morte a Credito”, ma è il nascere in questo mondaccio che ci frega.

Simulacres
Simulacres
11 Giugno 2010 17:33

Parafrasando il mio amato Cèline: è una “Morte a Credito”, ma è il nascere in questo mondaccio che ci frega.

Simulacres
Simulacres
11 Giugno 2010 17:43

quanto sopra “parafrasando ecc. ecc.” – è in risposta a “sentinella” che l’ho postato, non capisco come possa essere quì. sarà il sistema? boh… scusatemi.

modo16
modo16
11 Giugno 2010 18:40

Già, manca proprio la scelta e senza scelta mi rimangono solo i vizi. Vizi adolescenziali rapportati a una paga adolescenziale. Come quando prendo coscienza nella scelta della marca della birra; infatti nel fine settimana mi concedo la corona, durante la settimana la forst in lattina. I preservativi li prendo su ebay mentre ormai i libri li prendo solo dell’urania..Metto via 50 euro al mese per prendermi una vespa di seconda mano, anche di terza, forse a fine anno ce la fò..Insomma la vita di quando avevo 16 anni. Che bello essere giovani.

marcello1991
marcello1991
12 Giugno 2010 4:34

CONSIGLI DI LETTURA:

Fuga dalla libertà – Fromm

La solitudine del cittadino globale – Bauman

Dentro la globalizzazione – Bauman