PARLIAMO DI HAMAS

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DI MIGUEL MARTINEZ
Kelebek

Ai missili contro Gaza si accompagna, in Italia, una raffica di vituperi contro Hamas.

Come spesso succede, questi vituperi uniscono destra e sinistra, e questo fatto è già molto significativo.

Abbiamo parlato qui delle invettive da sinistra, contro i “trogloditi” di Hamas; tra i commenti a questo blog, invece, il gestore del blog di estrema destra, L’Icaro delle idee, scrive, nel modo diretto e chiaro cui ci hanno abituati Bossi, Bush e Calderoli:

“”E dire che avremmo potuto vivere in pace”

si, se Hamas non esistesse, l’Iran avesse un governo laico e democratico e AlQaida fosse eliminata

E’ vero che gli anti-hamasiani arrivano a conclusioni opposte: la sinistra condanna, la destra esalta l’attacco israeliano.

Però condividono le stesse premesse, e quando si condividono le stesse premesse, prima o poi si scivola verso le stesse conclusioni. Anche perché tra uno che dice, “Tizio fa schifo, ma non bisogna fargli niente“, e un altro che dice, “Tizio fa schifo, quindi facciamolo fuori”, in termini di coerenza vince decisamente il secondo.

Per entrambi, Hamas è qualcosa di antipatico. Scelgo questo aggettivo, perché descrive abbastanza bene la confusione tra affetti personali e politica.[1] 

Le cose antipatiche non hanno motivo particolare di esistere, sono brutti capricci del caso, prodotti dalla colpevole cattiveria di qualcuno. E infatti – come spera Icaro – potrebbero anche non esistere.

Personalmente, non provo né simpatia né antipatia per Hamas, per il semplice motivo che Hamas è nato per rispondere a domande sociali che non sono le mie.

Però, al contrario dei diffamatori, ritengo che Hamas sia un figlio della storia.

Non sto dicendo che Hamas sia figlio della disperazione, della follia, della protesta: i palestinesi che seguono Hamas, poveretti,  sono Vittime e Vittimi, dicono i critici di Israele che però accettano in sostanza le premesse con cui Israele sta compiendo il massacro.

Sto dicendo che Hamas è un figlio della storia, che è una cosa ben più seria.

Per capire perché, basterebbe un corso accelerato di storia mediorientale, materia sconosciuta alla maggior parte dei tifosi della politica. Leggere Gilles Kepel, ad esempio, che non è certo un simpatizzante per i movimenti islamisti.[2]

Keppel ha scritto diversi grossi volumi; questo invece è un piccolo post su un blog.

Ci sarebbero mille cose da precisare e definire meglio, ma cercate di cogliere il senso generale.

Il Medio Oriente  è enormemente vario, indubbiamente. Eppure ci sono elementi in comune tra i tanti paesi che lo compongono.[3]

Si tratta di paesi economicamente periferici rispetto al cuore capitalista del pianeta [4], trasformati artificialmente in “stati” con frontiere spesso assurde, appena qualche decennio fa.

Da noi, lo Stato è una funzione piuttosto impersonale, al servizio delle imprese private. E’ quindi intercambiabile, e infatti il personale politico può tipicamente essere eletto e rimandato a casa.

Lo Stato mediorientale è invece un’immensa impresa di potere, a servizio di chi la gestisce.

Chi ha in mano lo Stato, possiede il denaro del paese, l’esercito, i servizi segreti, i media, le scuole, le tasse, le importazioni e le esportazioni. Non si rinuncia al governo di un paese mediorientale, più di quanto una persona normali non rinunci al proprio conto in banca. Non è certo l’Islam di per sé a fare del Medio Oriente un coacervo di oligarchie.

L’Oligarchia crea attorno a sé una rozza ideologia, che deve esaltare ciò che lo Stato possiede e denigrare i potenziali rivali: ecco che l’ideologia è in genere nazionalista, con qualche sfumatura laica e molta patria e bandiera.[5]

Tutte cose che si dicono bene in occidentalese. La lingua dell’Oligarchia è spesso mutilata e dimenticata, sostituita dall’inglese o dal francese: l’orgoglio degli inni patriottici si accompagna alla sottile vergogna di non essere bianchi.

L’Oligarchia crea attorno a sé un’economia basata – secondo il paese – su tangenti, traffici di armi, droga, aiuti internazionali, petrolio. Questa economia genera molto denaro per poche famiglie.

Fuori dall’Oligarchia, esistono due categorie fondamentali di persone (lasciamo perdere la categoria ridotta dei “liberali” occidentalizzati.[6] ).

Innanzitutto, c’è chi lavora più o meno in proprio. Gente che è migrata all’estero, in particolare nei paesi della penisola araba; medici; tassisti; il vasto popolo dei sûq, ad esempio. Tutte persone offese e vessate ogni giorno dallo Stato, ferite dalla corruzione e frustrate.

Poi c’è l’immensa massa delle discariche urbane, che si arrangia come può e che non ha davanti a sé alcun futuro. Nulla a che vedere con il mitico “proletariato” occidentale, la massa delle discariche urbane organizza la propria vita fuori dallo Stato, spesso con notevole ingegnosità. Ma non stiamo parlando nemmeno dei pittoreschi lazzaroni della Napoli che fu: stiamo parlando della forma prevalente di vita umana, in crescita incessante in tutte le periferie del mondo.

I laboriosi e l’umanità delle discariche sono in conflitto inevitabile con l’Oligarchia; ma da soli, né i primi né i secondi ce la possono fare a rovesciare regimi potentissimi. Devono unirsi, pur avendo interessi assai diversi.

Già secoli fa, Ibn Khaldûn notò come nel mondo arabo i legami statali fossero deboli e sostituiti da altre lealtà [7]. Un tunisino del Trecento ci aiuta così a capire il crollo dell’Iraq nel ventunesimo secolo.

Chi si oppone all’Oligarchia (e sopravvive) deve quindi trovare parole che uniscano. Contro la retorica nazionalista, esterofila e laica, ma anche contro la cultura dei clan, c’è già un linguaggio pronto: l’Islam.

Termine vaghissimo, ambiguo, eppure profondamente sentito, che non ha bisogno di alcuna spiegazione.

Qui tratto l’Islam esclusivamente dal punto di vista psicologico e sociale: l’Islam è orgoglio, e gli umiliati ne hanno un tremendo bisogno; l’Islam è unità e la sensazione di appartenere a qualcosa che vada oltre i propri stretti interessi personali; l’Islam offre direttive morali di giustizia, che non sono certamente un programma politico: ma l’alleanza tra i laboriosi e l’umanità delle discariche non potrebbe reggere a un programma concreto. [8]

Chi sa parlare islamico? Sono gli imprenditori religiosi, che possiedono l’unica chiave per rovesciare l’Oligarchia.

L’Oligarchia quindi o li compra o li uccide.

Solo in alcune rare situazioni, questi imprenditori riescono a rovesciare i rapporti di forza, come successe in Iran; come succede per certi versi oggi in Turchia, dove lo Stato ha una discreta utonomia rispetto all’Oligarchia; in Somalia per la scomparsa dello Stato; in Palestina per via della sua storia particolare.

La resistenza islamica assume mille forme, secondo l’equilibrio molto complesso tra laboriosi, umanità della discarica e predicatori, e il livello generale di benessere della società. La domanda è simile, ma la risposta è incredibilmente diversa, comprendendo cose terribili e cose meravigliose, nonché una serie di banali delusioni.

Dove esiste qualche spazio di libertà, la resistenza islamica è essa stessa l’autorganizzazione insieme dei laboriosi e delle discariche. Le strutture sociali che accompagnano la resistenza islamica dal Marocco alla Turchia, dalla Palestina alla Somalia, non sono qualcosa di estraneo o di artificiale; non sono strutture “caritatevoli-clientelari”, come ipotizza qualcuno.[8]

Lo dimostra il fatto che servizi costruiti sotto costante minaccia di sequestro, quando non di carcere, tortura o morte, funzionano molto meglio di quelli offerti con tutta la forza dello Stato.

Nonostante la storia anomala della Palestina, ritroviamo tutti questi elementi in quel paese. Ne riparleremo, In shâ’Allâh.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com
Link: http://kelebek.splinder.com/post/19464984/Parliamo+di+Hamas
1.12.08

Note:

[1] Si può essere d’accordo con Marx o meno; ma la sua grandezza sta nell’aver messo insieme una visione di liberazione, certamente “affettiva” e utopica, e un grande rigore scientifico. La sinistra oggi ha quasi completamente rinnegato questo aspetto di Marx, sostituendovi il sentimentalismo, la paranoia complottista e il moralismo. Ora, quel moralismo si radica sui “valori condivisi” anche con la destra: ecco la fusione tra destra reale e sinistra reale. A vivere con meno problemi quella fusione sono spesso proprio i più isterici commissari telematici che strillano ogni volta che, a loro avviso, si “confonde destra e sinistra”.

[2] Oppure leggetevi almeno quello straordinario romanzo che è Palazzo Yacoubian di ‘Ala al-Aswani, Feltrinelli 2006.

[3] Qui intendo i paesi arabi, la Turchia, la Somalia, l’Iran e l’Afghanistan.

[4] Sì, anche le monoculture petrolifere.

[5] Per usare categorie che eccitano gli animi italici, ma qui hanno poco senso, un’oligarchia può avere origini di “destra” – come la monarchia marocchina – o di “sinistra” – come i regimi dell’Algeria e della Palestina; ma i soldi e le armi uniformano presto gli animi.

[6] Le anime belle d’Occidente, che sognano un mondo che ne rispecchi all’infinito le meravigliose fattezze, confondono spesso diverse categorie di persone sotto questa etichetta.

[7] Questa considerazione vale ancora di più per la Somalia e l’Afghanistan, poco per la Turchia.

[8] Questo è evidente in Turchia, dove il fortissimo ceto degli imprenditori autonomi ha fatto ben poco per le masse che lo hanno portato al potere contro l’Oligarchia.

[9] Siamo fuori dal Medio Oriente, ma consiglio di leggere Shantaram di Gregory Roberts. Al di là delle notevole storia personale che racconta, descrive in maniera eccezionale l’autorganizzazione delle discariche umane, totalmente al di fuori dai deliri liberali occidentali.

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