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PANOTTICO

DI ROBERT DE HERTE

Le società occidentali attuali dispongono di mezzi di sorveglianza e di controllo di cui i vecchi regimi totalitari avrebbero soltanto potuto sognare. Ne fanno un uso maggiore ogni giorno. Questa sorveglianza viene ad aggiungersi al “politicamente corretto”, che cerca di regolare l’opinione con l’uso di parole imposte a tutti; al “pensiero unico”, che tende a sostituire al dibattito la litania; all’igienismo dilagante, che mira a regolamentare le abitudini in nome del Bene; alla regolamentazione delle preferenze e delle simpatie, che va direttamente contro la libertà d’espressione; alla propaganda, infine, che oggi si chiama pubblicità.La sicurezza è divenuta, negli ultimi anni, una preoccupazione politica essenziale. Soddisfare questa preoccupazione senza attentare alle libertà è un problema di vecchia data. In seno alla “società del rischio” l’insicurezza, reale o presunta, genera un clima di incertezza e di paura che è adatto a far nascere ogni tipo di fantasma.

L’apparato di sicurezza utilizza questo clima per mettere sotto controllo la società. Scomparsi i totalitarismi classici, ce ne sono altri, logici, più sottili, di schiavitù e dominazione, che appaiono. Prendono la forma di un ingranaggio complesso di divieti e regolamentazioni, che legittimano sè stesse attraverso minacce onnipresenti. I pretesti sono sempre eccellenti: si tratta di lottare contro la delinquenza, di vigilare sulla nostra salute, di aumentare la sicurezza, di controllare meglio l’immigrazione clandestina, di proteggere i giovani, di lottare contro la “cyber- criminalità”, ecc. L’esperienza mostra, nel frattempo, che le misure adottate all’inizio contro un piccolo numero di cittadini si sono, progressivamente, estese alla totalità di questi. Una volta ammesso il principio, non resta altro che generalizzarlo.

“Si cerca, da qualche anno – scrive il filosofo Giorgio Agamben – di convincerci ad accettare, quali dimensioni umane e normali della nostra esistenza, delle pratiche di controllo che sono sempre state considerate eccezionali e decisamente inumane”. Il problema è che, per rassicurarsi sulla loro sicurezza, gli uomini sono sempre stati pronti ad abbandonare le loro libertà. La “lotta al terrorismo” è, da questo punto di vista, esemplare. Permette di instaurare, su scala planetaria, uno stato di eccezione permanente. Negli Stati Uniti, gli attentati del Settembre 2001 hanno avuto, come conseguenza, enormi restrizioni delle libertà pubbliche. Questo modello si sta generalizzando. Per il fatto di essere virtualmente presente, il terrorismo provoca paure estremamente redditizie, e sfruttabili. Contro il nemico invisibile, la mobilitazione non può essere che totale, poichè, in una tale situazione, tutto il mondo è immancabilmente sospetto. La lotta contro il terrorismo permette ai poteri pubblici di imporsi alla loro stessa società civile almeno tanto quanto i suoi nemici giurati. Al di là della sua realtà immediata, il terrorismo può anche definirsi come un fenomeno generatore di un terrore convertibile in capitale politico che rende meno ai suoi autori che non a coloro che se ne servono come pietra di paragone per condizionare e mettere a tacere i loro stessi concittadini.

Ostili ad ogni opacità sociale, le democrazie liberali si sono date un ideale di “trasparenza” che non può realizzarsi se non attraverso l’inquadramento sociale. La società si trasforma, allora, in un bunker protetto da badges, codici d’accesso, telecamere di sorveglianza. La moltiplicazione degli spazi privati, sempre a fini di sicurezza, li sottrae al flusso sociale e finisce per far sparire la nozione stessa di spazio comune, che è quello della cittadinanza. Così, si costruisce un “panottico” ancora più temibile di quello di Jeremy Bentham, ma con la stessa funzione: vedere tutto, sentire tutto, controllare tutto. In seno ad una società di assistenza generalizzata, dove i problemi sociali rientrano ormai solo nel campo della “cellula di assistenza psicologica”, e dove l’ossessione sciocca del “dialogo” da a credere che, attraverso la discussione, tutto sia negoziabile e possa trovare soluzione, la messa a norma o in “monocromia” (Xavier Raufer) si fa come in informatica si opera la formattazione di un disco rigido, così da non accettare più che una sola categoria di software, o di programma. Si comprende meglio, allora, che l’ideologia dominante parla più volentieri di diritti che di libertà, poichè l’instaurazione di un nuovo diritto si armonizza inevitabilmente con un controllo illimitato della sua applicazione.

La figura che la società di mercato cerca di promuovere è quella dell’eterno adolescente, in preda ad una somma di consumo permanente: la merce come droga. Economia di pulsioni, ove l’energia è riconvertita in puro movimento, in semplice capacità di distrarsi. Questo divertimento, nel senso pascaliano del termine, è imparentato con il diversivo. Distoglie dall’essenziale, contribuendo così al privarsi di sè. Far paura da un lato, divertire dall’altro, ovvero portare a distogliersi dall’essenziale, impedisce che si possa riflettere o far prova di spirito critico. Fare di tutto affinché le persone producano e consumino, senza interrogarsi su qualcosa che sia al di là delle loro preoccupazioni e dei loro desideri immediati, senza mai impegnarsi in un progetto collettivo che possa renderle più autonome. La società, così ammansita, diviene questo “branco di animali timidi e laboriosi” di cui parla Tocqueville. E’ l’ideale dell’allevamento dei polli in batteria.

Il fatto più notevole è la correlazione che si osserva fra la perdita di autorità, e l’obsolescenza politica, dello Stato Nazionale ed il rafforzamento del suo apparato repressivo. Nello stesso momento in cui si disimpegna sempre più dal campo economico e sociale, lo Stato legifera e controlla sempre più i suoi cittadini. Il vantaggio, per lui, è che, in materia di sicurezza, non è tenuto ad obbligazioni di risultato. Meglio ancora: il suo interesse è di non ottenere troppo, perchè è così che può giustificare le sue eterne politiche di controllo e sorveglianza: “ Non si rinnova un governo che vanta il “tutto – sicuro” perchè sia riuscito a ridurre l’insicurezza. Lo si rinnova, perchè l’insicurezza persiste” (Percy Kemp). Il vero scopo non è dunque, tanto, quello di eliminare l’insicurezza, che è pane benedetto per coloro che ne traggono profitto, ma di conservarla in modo da rendere possibile una messa sotto sorveglianza via via più generalizzata.

Si tratta, infatti, di creare un caos latente che, senza oltrepassare una determinata soglia, sia sufficiente a inibire qualsiasi velleità di reazione collettiva. La stessa tattica si osservava, ieri, contro le “classi pericolose”, con lo scopo inconfessato di eliminare i devianti, i sostenitori di una parola discordante. Oggi, sono i popoli stessi che, agli occhi della “Forma – Capitale” e delle oligarchie regnanti, sono divenuti, globalmente, la “classe pericolosa”. Sono i popoli che bisogna addomesticare. Per impedire loro di elaborare progetti collettivi di emancipazione e di autonomia, è sufficiente incutere loro paura. E’ a quello che serve il Panottico: “ Quando non è il martirio fisico – diceva Péguy – sono le anime che non riescono più a respirare”.

Robert de Herte

Fonte: http://www.grece-fr.net/
Link: http://www.grece-fr.net/textes/_txtWeb.php?idArt=564
Autunno 2005

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIORGIA

Pubblicato da Davide

  • stari_ataman

    questo articolo da una visione perfetta della follia dei nostri comportamenti quotidiani. Se le persone (ma esistono ancora o ci sono solo i consumatori?) si convincessero che è meglio rischiare la morte per l’esplosione di una bomba terrorista nel metrò che essere multati perchè una telecameta di "Sicurezza" vi ha sorpresi in un atteggiamento irrilevante dal punto di vista del bene comune ma sanzionato dalla burocrazia delirante, forse cesserebbero anche le bombe. Questo perchè cesserebbero di incrementare il businnes.
    P.S. quali attentati sono mai stati impediti dalle misure di controllo diffuse?