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PANCE VUOTE E PUGNI STRETTI

ECCO COME I PALESTINESI STANNO COMBATTENDO l’IRRESPONSABILE SISTEMA CARCERARIO ISRAELIANO

DI ANNA LEKAS MILLER
alternet.org

La politica di Israele nei confronti dei prigionieri palestinesi sta affrontando una prova senza precedenti a causa dello sciopero di fame di massa mirato a porre una fine alla detenzione amministrativa ed altre dure pratiche politiche.

Thaer Halahleh, palestinese della città di Hebron, è un padre. Ma sua figlia Lamar, di due anni, lo conosce solo attraverso delle fotografie.

Nel cuore della notte del 26 giugno 2010, 50 soldati israeliani hanno fatto irruzione in casa di Halahleh, in Cisgiordania. Dopo aver buttato giù la porta con la forza ed aver ordinato che le donne ed i bambini della casa uscissero mentre loro devastavano la casa, le autorità israeliane hanno arresto Halahleh. L’esercito israeliano non ha fornito alla sua famiglia alcuna ragione per il suo arresto se non dichiarare che Halahleh era una “minaccia pubblica”. Quella notte è stato portato via dalla sua famiglia e trasferito nel Centro di Detenzione di Ezion, in Israele, dove è stato messo sotto “detenzione amministrativa”.

Quasi due anni dopo, Halahleh, 33 anni, è ancora in prigione. Alla sua famiglia è stato permesso di visitarlo una sola volta.

La politica israeliana contro i prigionieri palestinesi sta affrontando un esame senza precedenti, dato che Halahleh ed un sacco di altri prigionieri continuano uno sciopero della fame ad oltranza che mira a porre una fine alla pratica della detenzione amministrativa ed altre dure pratiche carcerarie.

Lo sciopero della fame ha galvanizzato la società palestinese, portando a proteste settimanali ai piedi dei muri delle prigioni di Israele. La speranza è che le autorità israeliane si vedranno costrette a negoziare con gli scioperanti per soddisfare le loro richieste.

Al momento, 322 prigionieri palestinesi si trovano sotto detenzione amministrativa, un processo militare che le autorità israeliane usano per arrestare e detenere i palestinesi senza giudizio né prove. Molti di loro sono in prigione da anni. Nessuno di loro ha avuto un processo in tribunale. La maggior parte, come Halahleh, sono stati arrestati in modo brutale e portati via nel bel mezzo della notte ed ancora oggi non sanno quali siano le reali imputazioni a loro rivolte, solo delle vaghe accuse.

Per le autorità israeliane, una “minaccia alla sicurezza” può essere un semi-attivista membro di un’organizzazione politica o qualcuno che frequenta dimostrazioni non-violente.

Sebbene un ordine di detenzione amministrativa tecnicamente può essere dato per un massimo di sei mesi, può essere rinnovato in maniera indefinita. Da quando Halahleh è stato arrestato, qusi due anni fa, il suo ordine di detenzione è stato rinnovato otto volte. Halahleh ora reagisce.

Il 28 febbraio, Thaer Halahleh e Bilal Diab, un altro detenuto amministrativo, hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza.

Oltre alla detenzione amministrativa, i due protestano contro le misure punitive che le autorità israeliane impongono ai prigionieri, come ad esempio l’isolamento e le restrizioni sulle visite dei familiari. In marzo, è stato necessario trasferire entrambi nella prigione-ospedale di Ramleh. Malgrado fossero in condizioni mediche critiche, a nessuno dei pazienti è stato permesso vedere un dottore se non quello della prigione.

Oltre due mesi dopo, Halhleh e Diab sono ancora in sciopero, nutrendosi solo di acqua salata. Il 7 maggio, la Corte Suprema israeliana ha respinto gli appelli di Halaleh e Diab contro i loro ordini di detenzione amministrativa. Tuttavia, più di 2.500 altri prigionieri – più della metà del totale dei prigionieri palestinesi – si sono uniti in solidarietà allo sciopero della fame.

“Sono un uomo che ama la vita e la voglio vivere in dignità”, ha testimoniato Thae Halahleh ad un ristretto gruppo di avvocati che hanno assistito all’udienza. “Nessun essere umano dovrebbe accettare di essere detenuto per una sola ora senza nessuna accusa o ragione”.

La situazione di Halahleh e Diab è lontana dall’essere unica. In Palestina, l’ingiustizia che circonda l’incarcerazione ha toccato personalmente quasi ogni membro della popolazione. Sin dall’inizio dell’occupazione Israeliana di Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza nel 1967, Israele ha messo in carcere 650.000 palestinesi – circa il 20% della popolazione ed il 40% del totale degli uomini. Malgrado la Quarta Convenzione di Ginevra dichiari esplicitamente che il trasferimento di detenuti nei territori della potenza occupante sia illegale, tutti i 4.500 prigionieri palestinesi vengono detenuti in prigioni israeliane.

In qualche modo, il regime dell’occupazione in Palestina è stato usato per negare ulteriormente ai prigionieri i loro diritti. I palestinesi che vivono sotto occupazione non hanno il diritto di muoversi liberamente tra una città e l’altra e non possono visitare Israele senza un permesso dell’esercito israeliano. Questo processo di approvazione può impiegare settimane – e la maggior parte delle richieste vengono respinte. In quanto ai prigionieri, alle famiglie è spesso negato il permesso di visitarli. Inoltre, gli avvocati palestinesi non possono vedere i loro clienti, lasciando la maggior parte dei prigionieri senza nessuna rappresentazione legale.

I palestinesi che riescono ad avere un processo in tribunale vengono giudicati in corti marziali, non civili. Le udienza vengono presiedute da tre giudici scelti dall’esercito israeliano. Alcuni non hanno una formazione legale o esperienza.

Il tasso di sentenze di condanna in questi tribunali militari è del 99.7%. in altre parole, sebbene vengano garantite tutte le fasi di un processo, il verdetto è già stato deciso.

In passato, c’erano state proteste contro queste politiche come parte delle grandi manifestazioni popolari contro l’occupazione israeliana della Palestina. I diritti dei prigionieri facevano parte di una serie di lamentele che andavano dai posti di controllo alle restrizioni sugli spostamenti fino alle demolizioni delle case e l’insediamento immobiliare illegale. Malgrado la presenza continua di proteste e resistenza sia parte integrante della cultura palestinese, questa scoraggiante sfilza di problematiche ha iniziato a produrre malessere verso l’obiettivo di porre fine a quella che sembra essere un’occupazione perenne.

Ora, ispirato dallo sciopero della fame di 66 giorni iniziato da Khader Anan in dicembre, e poi quello di Hana al-Shalabi di 43 giorni nel mese di febbraio, la resistenza ha raggiunto nuovi picchi di coraggio e disperazione. Piuttosto che protestare contro la massa di problemi che i palestinesi affrontano sotto occupazione, l’obiettivo degli attivisti è stato ri-orientato verso i prigionieri. In quello che viene ora chiamata come “La Guerra delle Pance Vuote”, i prigionieri stanno usando gli ultimi mezzi di resistenza ancora a loro disposizione per combattere per la loro dignità umana – e quella della Palestina.

Israele deve fare una scelta. Come nel caso di Khader Adnan e Hana al-Shalabi, Israele può rilasciare i prigionieri se le loro condizioni di salute si deteriorano. Tuttavia, rilasciare due prigionieri e rilasciarne 2.500 sono due cose completamente diverse – e rappresenterebbe un’enorme sconfitta per Israele.

L’altra opzione è quelle di lasciare che gli scioperanti muoiano in prigione e quindi affrontare l’inevitabile conseguenza delle massicce proteste popolari di indignazione in tutti i territori occupati. In ogni caso, gli scioperanti otterranno una vittoria: verranno rilasciati più prigionieri oppure Israele andrà incontro ad un disastro nelle relazioni pubbliche in quanto la morte degli scioperanti concentrerebbe ancora di più i riflettori internazionali sulla detenzione amministrativa e le altre politiche.

La maggior parte dei palestinesi in sciopero della fame – specialmente quelli che sono sotto detenzione amministrativa – non hanno mai costituito una vera minaccia per lo stato di Israele nel corso delle loro vite come civili. Tuttavia, ora che sono dietro le sbarre, hanno organizzato una vera e propria minaccia per Israele. Finalmente, la resistenza di massa sta attirando l’attenzione e l’indignazione internazionale sul duro ed irresponsabile sistema carcerario israeliano.

Anna Lekas Miller
Fonte: www.alternet.org
Link: http://www.alternet.org/world/155336/empty_stomachs,_clenched_fists:_how_palestinians_are_fighting_israel’s_unaccountable_prison_system/
12.05.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Pubblicato da Davide

  • cardisem

    «ed ancora oggi non sanno quali siano le reali imputazioni a loro rivolte, solo delle vaghe accuse».

    L’accusa c’è ed è chiara ed è ben nota. Non si tratta di un “fare” o “aver fatto”, ma nel mero “essere” palestinesi. Se mai occorre una prova ulteriore della volontà ebraico-sionista di “pulizia etnica della Palestina”, sempre esistita, ne abbiamo qui una conferma.

    Per noi si tratta non di menare scandalo ed auspicare condizione carcerarie più umane e “giustificate” per i palestinesi, ma di contestare seriamente e radicalmente la legittimità di una stato che abbia avuto simili fondamenti, ossia la pulizia etnica di un intero paese.

    È già successo per gli indiani di America, ma era il XIX secolo. Ora siamo nel XXI, nel quale Israele pretende di essere uno stato europeo. Ciò accade davanti ai nostri occhi e con la complicità servile dei nostri governi, che dovrebbero rappresentare noi, ma non ci rappresentano in alcun modo: sono messi dove si trovano proprio dagli stessi che detengono in via amministrativa i palestinesi. Con noi non sono arrivati ancora a tanto, ma siamo vicini, ed esistono comunque delle misure alternative alla “detenzione amministrativa” che sortiscono lo stesso effetto. Sono centinaiai di migliaia le persone in Europa penalmente incriminate solo perché sgradite ad Israele…