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OCCHIALI DA SOLE E GLOBALIZZAZIONE

L’ITALIA, UN POSTO DOVE L’ARTIGIANATO LOCALE, E LA FEDELTA’ ALL’IMPRESA SIGNIFICANO ANCORA QUALCOSA PER LE AZIENDE.

DI JOHN MACARTHUR

Di solito non sono molto attento ai miei occhiali da sole. Li metto nelle tasche dei pantaloni e poi quasi sempre, quando vado al mare, mi ci siedo sopra. Spesso mi cascano dentro la macchina, e così finisco col calpestarli. Per questo motivo sono anni che, quando vado in un super mercato, compro sempre gli occhiali che costano di meno anche se, sul lungo periodo, spendo di più. Così, siccome costano poco non ci faccio attenzione e alla fine, quasi senza accorgermene, rovino un paio d’occhiali dopo l’altro.

Durante un volo con l’Air France, mia moglie mi ha mostrato un bel paio di occhiali, del tutto particolari, sul catalogo del duty-free. Questa volta sono stato molto attento. Erano marcati Polo Ralph Laurent, ed erano diversi da tutti gli altri che avevo visto. Venivano venduti con ben sei tipi diversi di stanghette, ben confezionati all’interno di un robusto astuccio tascabile dall’aria indistruttibile.
Incuriosito ho tirato fuori 100 euro e due mesi dopo, con decine di viaggi in macchina e varie gite in spiaggia, i miei occhiali Polo 747 erano ancora sulla mia scrivania, intatti e pronti per una bella vacanza ai Caraibi.

Adesso, in questa era di confusione e di “outsourcing” (trasferimento delle lavorazioni all’estero, in paesi dove la mano d’opera costa poco), ero curioso di sapere dove venivano costruite le cose che compravo e chi le faceva, così ho scoperto che i miei occhiali da sole Polo erano prodotti da una ditta italiana del gruppo Safilo, con gli uffici a Padova e gli stabilimenti a Longarone, a circa 120 km di distanza.

Allora mi sono chiesto, come mai una ditta italiana continua a impiegare maestranze italiane per costruire qualcosa che potrebbe essere fatto, a costi molto minori, in Cina, dove gli operai sono pagati 30 centesimi all’ora, senza protezione sindacale, e con la paura di essere licenziati o messi in prigione?

Naturalmente non sono il solo a farmi queste domande. Quelli che credono che la terra sia piatta, come Thomas “Pangloss” Friedman , vanno predicando da anni i benefici della globalizzazione. Se fosse dipeso da lui i miei occhiali da sole sarebbero stati costruiti nello Sri Lanka prima ancora di pronunciare Victoria secret e Free Trade Zone. Ma Friedman ormai è diventato una barzelletta, e quindi considero con maggior attenzione i fulmini che provengono dai “libero scambisti” del Financial Times come John Gapper.

Gapper pensa che i “gruppi integrati” dell’industria italiana pur ammirevoli in passato, oggi siano un po’ fuori posto nel meraviglioso nuovo mondo della concorrenza affaristica internazionale. Egli riconosce che l’Italia “si trova di fronte a una crisi industriale” causata dalle merci a buon mercato provenienti dalla Cina, però afferma che “il problema va oltre il costo del lavoro e del denaro”.

Secondo Gapper “alcuni” gruppi integrati (orrore!) che “sono diventati conservatori e rivolti all’interno del paese” si preoccupano più di mantenere “posti di lavoro locali e l’abilità delle loro maestranze” che di sviluppare “una rete mondiale di rifornimenti” o di concentrarsi “sui servizi a valore aggiunto, come la progettazione e la commercializzazione.”

In breve, a Gapper dà fastidio che gli Italiani, fedeli alle loro tradizioni, non si comportino come gli Americani. Come esempio cita il caso della ditta americana di pelletteria Coach, che negli ultimi anni ha visto un vero e proprio boom. Dieci anni fa la Coach fabbricava il 75% della sua produzione negli USA ma, sia reso merito a David Ricardo, i dirigenti hanno chiuso nel 2002 la loro ultima fabbrica in USA. Questo ha permesso, secondo Gapper, che la Coach venisse “liberata” per concentrarsi sulla “innovazione”.

Lasciando da parte la perdita di qualità dei prodotti Coach, (mi risulta autorevolmente che il pellame usato non è più come quello di una volta) e i miei occhiali d’avanguardia Safilo, come mai il Financial Times non mostra il minimo interesse per la qualità della vita in Italia? Ritengo che troverebbe strano scoprire che la ditta privata Safilo annunci, nel suo rapporto annuale, che la gran parte dei suoi dipendenti sono iscritti ai sindacati, e che scriva “le nostre relazioni con il sindacato sono buone ed è nostro impegno che continuino a rimanere tali.”

Dato che la Safilo impiega più di 4.500 persone (con una paga media, compresi gli extra: di oltre 32.000 dollari USA) sembra che la pace sindacale dia i suoi frutti. Nel 2004 su 939,8 milioni di dollari di fatturato c’è stato un “operating incombe” di 117,8 milioni di euro.

Claudio Gottardi, presidente della Safilo North American, è un realista e mi conferma che la ditta non può fare a meno di ricorrere anche al lavoro all’estero. Circa il 35% del fatturato viene da imprese localizzate in Cina, in gran parte per soddisfare il mercato firmato a basso costo. Ma per quanto riguarda il settore di maggiore qualità dice che Gapper “trascura il valore aggiunto che il gruppo integrato fornisce agli altri, poi il fatto che, essendo piccoli, sono in grado di reinventarsi ogni giorno.”

La Safilo, che è un’azienda relativamente grande, trae beneficio dalle conoscenze che si trovano nelle sue vicinanze, facendo ricorso di frequente a progettisti e dirigenti di altre ditte più piccole. Alla Safilo non verrebbe mai in mente di allontanare i progettisti dalle officine perché tutto funziona meglio quando “gli stilisti/progettisti possono stare a contatto diretto con gli addetti alla produzione, in un ambiente omogeneo dove tutti hanno lo stesso bagaglio culturale e possono lavorare assieme.”

Venti anni fa la ditta aveva iniziato a fare ricorso ai lavori all’estero, però poi ha smesso di acquistare dalla Svizzera tutte le sue piccole parti che le servivano. Dal momento che erano gli emigranti italiani in Svizzera a fabbricare le parti richieste perché non farli venire in Italia, a Udine, e farli lavorare lì? Adesso la Safilo dà lavoro a 500 maestranze. Purtroppo questo non impedisce ai cinesi di fare concorrenza ai prodotti della Safilo, però al momento gli italiani sono in grado di battere i contraffattori sul tempo, dal momento che la Safilo controlla la propria produzione e può mettere rapidamente sul mercato sempre nuovi modelli.

Comunque Gapper insiste che il “Made in Italy” oggi è “una debolezza e allo tesso tempo una forza.” Anche se “all’avanguardia” nei tessuti di alta qualità, “le ditte con le fabbriche in Italia possono rimanere prigioniere della loro tradizione. Si devono spostare su cose meno concrete come: le ricerche di mercato, gli stili d’avanguardia, gli esperti di marketing, e sulle capacità di trasferire all’estero le proprie produzioni.”

Signor Gottardi! Basta con l’ossessione di fare delle cose belle, si concentri piuttosto su ciò che è importante: la vendita e la pubblicità, cioè su quelle stupidaggini che stanno rovinando l’economia americana.

Essendo passato dalle alte tariffe dell’Europa alla basse tariffe di quel nirvana chiamato America, Gapper non riesce a capire perché i sindacati e altre parti interessate non vogliono che Wal-Mart sbarchi a New York. Secondo lui la gente non dovrebbe avere paura del sistema Wal-Mart con i suoi bassi salari, l’inesistente sindacalizzazione, e la esteticamente non molto attraente spietata concorrenza , perché i “piccoli negozi al dettaglio” possono “essere concorrenziali con la qualità anziché con il prezzo.”

Credo che l’ignoranza di Gapper sia di tipo ideologico. Migliaia di piccoli negozi di “qualità” in tutto il paese sono stati espulsi dal mercato a causa della politica Wal-Mart dal momento che i suoi rifornitori Cinesi sono avvantaggiati da un mercato del lavoro controllato dal partito comunista (i dipendenti cinesi corrispondenti a quelli della Safilo prendono 150 dollari al mese!) che impedisce sia l’aumento dei salari che l’esistenza di sindacati genuini.

“Gli abitanti di New York dovrebbero far conoscere il loro voto anzitutto con i loro piedi, andando o no a fare acquisti presso Wal-Mart” ha scritto Gapper la settimana scorsa sul The Financial Times. Bè, dopo tutto, secondo lui, i newyorchesi devono essere per prima cosa consumatori e solo dopo cittadini.

I cittadini di New York stanno cercando di rispondere a questa sfida di Gapper. Come cittadino non posso convincere il governo a prendere qualche iniziativa per cercare di salvare la classe media americana, come quella di alzare le tariffe sulle merci importate, di far osservare le leggi contro il “dumping” delle merci e, per esempio, di aumentare il salario minimo. Non posso nemmeno obbligare i miei cittadini a boicottare Wal-Mart, dal momento che i loro salari sono fermi o in arretramento e quindi non possono fare acquisti nei negozi più cari e di qualità, dove si vendono prodotti fabbricati da gente che riceve un salario superiore a quello delle formichine cinesi.

Però. come consumatore, posso fare bella mostra dei miei occhiali da sole Safilo.

Di recente poi, dopo che per anni ho comprato delle belle pelletterie di marca Coach, sono passato a un modello di Salvatore Ferragamo con su scritto “Made in Italy”.

Come molti dei suoi concittadini Claudio Gottardi, della Safilo, è cresciuto “circondato dal bello”. Quando era ragazzo giocava nella piazza principale dove c’è una fontana in bronzo del 16esimo secolo, abbellita dalla statua di Nettuno, “un capolavoro. Potevo sentire con le dita la sua bellezza, ogni giorno. Ho imparato molto di più sul bello in questo modo che andando a scuola. Si tratta di qualcosa che non si può spostare all’estero.”

E così mentre l’America può andarsene in rovina con il carrello della spesa di Wal-Mart, penso che mi farò un’altra bella vacanza in Italia.

John R. MacArthur, è un collaboratore mensile, ed è anche l’editore di Harper’s Magazine.

Fonte:www.commondreams.org
Link:http://www.commondreams.org/views05/0913-35.htm

13.09.05

Scelto e tradotto per comedonchisciotte.org da VICHI

Pubblicato da Vichi genio

  • indo

    è vero, siamo tutti alla ricerca del prezzo più basso
    Ma siamo sicuri che questa sia la strada giusta per assicurare un futuro a noi ed ai nostri figli?
    Se un’azienda produce magliette in Italia (dove il costo del lavoro è 100 volte piu’ alto che in Cina) le sue magliette le deve vendere ad un prezzo di 100 volte più alto che quelle prodotte in Cina. A meno che non vogliamo ipotizzare di pagare i lavoratori italiani con gli stessi stipendi dei lavoratori cinesi!
    Ma l’italiano (furbo!) pensa: perche’ devo pagare 100 euro per una maglietta quando la posso pagare solo 1 euro?
    Ma se nessuno intende pagare il “giusto” prezzo per la maglietta prodotta in Italia, l’azienda italiana non ha altra soluzione che chiudere (e trasferirsi anch’essa in Cina), cosi’ fara’ lavorare i lavoratori cinesi pagando lo stipendio cinese e potra’ vendere ai consumatori italiani i prodotti cinesi al prezzo cinese.
    Chi ci rimette da questa situazione? Il lavoratore italiano (dipendente di “quella” azienda) che rimane disoccupato … e cosi’ non puo’ piu’ comprarsi nemmeno la maglietta cinese!
    In questa corsa al ribasso, e’ ormai logico pensare che TUTTE le aziende manifatturiere italiane siano destinate a chiudere. Per colpa di chi?
    Fate voi!
    Secondo me la colpa e’ di chi si e’ ostinatamente indirizzato alla ricerca del prezzo piu’ basso (se TUTTI, ma dico TUTTI gli italiani comprassero SOLO prodotti MADE IN ITALY … ecco che la concorrenza cinese sarebbe gia’ finita! E nessuna azienda italiana avrebbe interesse a trasferire le sue fabbriche in Cina, perche’ poi non venderebbe piu’ i suoi prodotti in Italia. L’economia sarebbe florida, la disoccupazione un ricordo, e non saremmo qui a discutere)
    L’esempio della maglietta vale per tutto il tessile in genere, vale per le scarpe e per una miriade di altre merci la cui produzione in Italia cessa per spostarsi altrove.
    Ho pensato: e’ vero, le magliette possono anche farle in Cina, le scarpe le posso fabbricare in India .. ma il Colosseo e’ e rimane solo a Roma!
    Cioe’: abbiamo una fonte inesauribile di guadagno che e’ legata all’industria del turismo.
    Secondo me questo e’ il settore sul quale dovremmo puntare.
    Ma la ricerca del prezzo piu’ basso, anche in questo campo, ci sta spiazzando: sono sempre meno i turisti che vengono in Italia e sono sempre piu’ gli italiani che vanno in vacanza all’estero!
    Dicono “ma io in Croazia spendo meno” e anche “con quello che costa una settimana in Sardegna ce ne faccio tre a Hurgada” etc etc.
    E allora facciamo a non capirsi: lo “stipendio” di un bagnino italiano e’ ben diverso da quello del bagnino croato o di quello egiziano.
    Poiche’ non e’ ipotizzabile di dimezzare gli stipendi ai bagnini italiani, continueremo a far lavorare i bagnini croati e quelli egiziani, mentre quelli italiani andranno ad ingrossare le file dei disoccupati.
    Pero’ noi ci saremmo fatti una vacanza risparmiando, alla faccia dei nostri connazionali che, domani, saranno senza lavoro.
    E’ vero (un colpo al cerchio ed uno alla botte) e’ anche colpa nostra: abbiamo sempre considerato i turisti come galli da spennare e adesso ne paghiamo le conseguenze.
    Ma se le aziende italiane chiudono ed il turismo e’ in calo, cosa ci aspetta nel futuro?
    Domani, quando torneremo dalle vacanze a Hurgada e la nostra azienda ci fara’ trovare la lettera di licenziamento perche’ chiude e si trasferisce in Romania, a chi daremo la colpa?
    Ahi pentirommi, e spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro.
    Paolo Federici
    http://www.fortuneitaly.it/News/news_76.htm