NON PUO' CHE FINIRE COSI' (PARTE SECONDA)

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DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Il torto, o la disgrazia del partito dottrinario è stato di creare la gioventù vecchia. Prendevano degli atteggiamenti da sapienti, sognavano di innestare un potere temporale sul principio assoluto ed eccessivo, al liberalismo demolitore opponevano, talvolta con rara intelligenza, un liberalismo conservatore.”
Victor Hugo – I Miserabili – II vol. – Libro Terzo – Requiescant.

Ogni popolo, quando s’avvicina al limite di default, non cerca soluzioni e s’affida più alla speranza che al raziocinio.
Uno dei cardini di questa politica vigliacca, il frutto più perverso di anni di reality, è credere che la buona stella – lo “stellone” italiano – sia una risorsa inesauribile, duri eternamente e per tutti. Provarono la stessa sensazione gli abitanti di Sarajevo.

Alen Custovic – nel suo bellissimo Eloì, Eloì[1] – fa pronunciare al protagonista (professore di Storia in una scuola di Mostar) una frase sibillina che, in qualche modo, ci chiama in causa:

“Forse solo gli italiani sono più meticci di noi. Qui la storia è complessa, e in ogni caso gli italiani sono arrivati a uno stato unitario molto tempo prima di noi (jugoslavi N. d. A.)

Non è certo il caso di metterci a sfogliare la margherita per decidere chi sia più meticcio: di certo, la genesi risorgimentale assemblò popoli probabilmente non “meticci” in senso razziale o religioso, ma diversissimi per culture e, soprattutto, per abitudini consolidate, prassi quotidiane, sistemi di governo.

Giunse una flaccida stagione post risorgimentale, quindi il Fascismo che tentò anch’esso la difficile amalgama, fino ai governi della Prima Repubblica che fecero assai poco per cercarla: la perenne sudditanza del Sud fu sfruttata come serbatoio di voti da contrapporre alle classi lavoratrici del Nord, che cercavano riscatto votando (purtroppo, credendoci) le sinistre. Quelle sinistre.

La storia unitaria, che s’avvicina ai 150 anni, può essere considerata lunga ma ha prodotto assai poco: forse, l’unica spinta verso una cultura condivisa avvenne negli anni ’60 del secolo scorso, con la grande emigrazione verso il Nord. In qualche modo, ci avvicinò.

Dall’altra, per decenni i politici di maggioranza (soprattutto la DC) non fecero altro che presentare il “conto” della pace sociale al ceto imprenditoriale del Nord, che lo onorava conferendo loro l’assenso d’attingere denaro pubblico per pagare i famosi milioni di false pensioni d’invalidità. Uno scambio “equo e solidale” che riuscì a rimanere a galla fin quando non cambiò la situazione internazionale: dopo il 1989, il PCI divenne una tigre di carta “certificata”, mentre prima poteva almeno millantare velleità e crediti.

Dopo il 1989, tutti gli equilibri saltarono, e saltò anche la necessità – per il ceto imprenditoriale del Nord – di mantenere quella gabella. E si giunse al fatidico 1992.

Tutto parte da quel maledetto 1992, quando la mafia – fra Maggio e Luglio – uccide Falcone e Borsellino: “menti raffinatissime” sono alla guida di quegli eventi. Nella stessa estate, sul Britannia, i destini dell’economia italiana – quel pezzo di “socialismo reale” che la improntava – passano nelle mani degli Angli. Ma c’è dell’altro.
A settembre va in scena la seconda parte di quel piano, perché anche i crucchi – padroni del supermarco e gestori del futuro euro – chiedono banco, e la lira perde il 30%. Giuliano Amato deve varare una legge Finanziaria con “tagli” per 100.000 miliardi di lire: sarà la prima di una lunga serie.
Se qualcuno cerca il “default” dell’Italia non deve cercarlo avanti: esso è già avvenuto, nel 1992.
Come un motociclista che corre a tutto gas, nel 1992 avvenne la fatale scivolata ed il ricovero in ospedale: dopo, tutto ciò che è avvenuto è solo cronaca dal coma farmaceutico.

Nel 1998, Bettino Craxi – da Hammamet, dov’è oramai in esilio – chiede conto a Giuliano Amato (all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio) della sciagurata strategia che condusse la Banca d’Italia a gettare nella fornace di un’impossibile difesa della lira 70.000 miliardi. Amato, risponde “che stava intervenendo su Helmut (evidentemente Kohl) per rafforzare la linea di difesa della lira, e quindi che la partita era ancora aperta. Evidentemente il Governo italiano contava su di un massiccio intervento di sostegno da parte della Deutsche Bank (forse Bundesbank?, n.d.r.) [2].
Il costo finale di quel madornale errore – o tranello teso dai tedeschi? – furono 14.000 miliardi di perdita secca, dovuta alla successiva, inevitabile svalutazione.
Qualcuno, però, aveva avvertito.

Tre giorni prima della svalutazione, Gianfranco Miglio, senatore della neonata Lega Nord, recapita un “pizzino”, un avvertimento chiarissimo: vendete lire, acquistate marchi, fin quando siete in tempo.
Qualcuno, dalla Germania, aveva forse contatti più stretti ed obiettivi convergenti con l’allora regista della Lega Nord (Bossi era solo, all’epoca, un “giovane di studio”). Perché?
Vediamo cosa successe, parallelamente, molto vicino a noi.

Negli stessi anni, iniziò il processo che condusse alla disgregazione jugoslava e i due fenomeni non furono né casuali e né slegati. Le due repubbliche – italiana e jugoslava – erano entrambe “sotto sorveglianza”: la prima con il più forte Partito Comunista dell’Occidente (e, soprattutto, moltissimi contatti ed affari con l’URSS: si pensi alla lunga collaborazione con il gruppo FIAT, oppure le forniture di macchine di vario tipo per l’industria sovietica), la seconda che non fece mai parte del Patto di Varsavia e contrattò sempre finanziamenti sia con l’URSS, sia con l’Occidente capitalista.
La situazione, per gli aspetti geopolitici, fino a quel momento era d’equilibrio: la non appartenenza della Jugoslavia al Patto di Varsavia impediva all’URSS l’accesso ai porti adriatici, mentre l’equilibrio interno italiano consentiva affari a 360 gradi, anche nel “pianeta” del socialismo reale.
Qui, moltissimi fattori dovrebbero essere approfonditi, ma per quanto riguarda i nostri obiettivi basterà sottolineare che, fra il 1989 ed il 1992, quel mondo scomparve, trascinando con sé gli “accomodamenti” che ne consentivano l’equilibrio.
Per la Jugoslavia, è l’attivissimo ministro degli esteri tedesco Klaus Kinkel ad attivarsi, giungendo a “rispolverare” antichi contatti che risalivano alla Seconda Guerra Mondiale, soprattutto in Croazia. Quando il FMI intimò la suddivisione del debito jugoslavo fra le singole repubbliche, e Kinkel “girò” gli armamenti ricevuti dalla Germania Est in Croazia, la mattanza ebbe inizio.
Non fu possibile gestire la disgregazione jugoslava in modo chirurgico, limitandosi al lavoro “di fino” dagli uffici centrali delle banche, poiché la struttura economica della repubblica socialista era basata sull’impianto cooperativo: bisognava tagliare nella carne, la pelle non bastava. E si giunse a Sarajevo ed al Kosovo.

L’obiettivo, che a quel tempo la Bundesbank perseguiva, era la cosiddetta “Europa a due velocità”: prima dentro “i buoni”, per gli altri si vedrà.
C’erano, però, dei “buoni” che erano legati a nazioni “cattive”: la Slovenia era senz’altro “buona”, come “buonissimo” era l’antico Lombardo-Veneto. Ma la Slovenia era legata alla “cattiva” Serbia ed al pozzo senza fondo della Bosnia, mentre il Lombardo-Veneto era legato al sempre inconcludente meridione italiano.
Siccome fondare un partito e condurlo ad una buona visibilità politica costa parecchi denari – tralasciamo, per ora, il “dopo” della Lega Nord – i lettori potranno avere un’idea di chi sorresse i primi passi di Bossi & Co, dalla “cannibalizzazione” della Liga Veneta di Rocchetta ai vari parlamenti “padani”.

La scomparsa di Miglio, la sconfitta della linea della Bundesbank (le due “velocità), l’ingresso nell’euro ed il quasi parallelo ingresso della Lega Nord nei governi Berlusconi, proiettarono nel baratro della Storia quegli eventi, ma le cause sottese rimasero, al punto che – oggi – la Lega Nord si trova nella difficile situazione d’essere il partito che vota gli “sforamenti” di bilancio di Scapagnini a Catania e di Alemanno a Roma, fino a dover incassare il declassamento di Malpensa.

La risposta della Lega Nord è tutta contenuta nella speranza del “federalismo fiscale”, ma è uno specchietto per allodole: come abbiamo già ricordato nella prima parte di questo articolo, non si possono conciliare le esigenze di un Sud clientelare con quelle di un Nord che cerca, disperatamente, livelli di reddito e di welfare europei! Difatti, Tremonti è bombardato da richieste di fondi proprio per questa legge – “tutti saranno garantiti” ha affermato Calderoli, e sono pronte nuove gabelle per salvare Comuni, Province, Regioni, ecc – ma, non si doveva trattare di una legge che avrebbe condotto a dei risparmi? Eppure, la Lega Nord avanza nei consensi.

In definitiva – paradossalmente, vista l’alleanza con la Lega Nord – oggi Berlusconi è il garante dell’unità nazionale e la esercita ricorrendo alle vecchie prassi della Prima Repubblica, con alcune differenze.

Ha inaugurato la “caccia” al pubblico dipendente – che s’avvia a diventare lo zimbello della nazione: a quando la stella gialla? – per nascondere altro: in fin dei conti, non basta la “tosa” dei lavoratori dipendenti (TFR del settore privato, domani di quello pubblico, “congelamenti” vari, pensioni il giorno del mai…) e il Nord dovrà comunque pagare per un Sud inconcludente.

Basti pensare che, nel quinquennio 2000-2005 (centro destra), le pensioni d’invalidità concesse, in massima parte nel meridione, aumentarono del 47%[3].

Una risposta, a questo anomalo incremento, giunse da Lorena Ciorra dell’ANMIC[4]:

“…la pensione di inabilità (di misere € 255,13 mensili, che moltissimi ignorano), per tanta parte dei nostri concittadini è un vero e proprio assegno alimentare. Ma è un assegno così misero che vi ricorrono solo coloro che si trovano in miserrime condizioni, che non hanno un occupazione e vivono della bontà di vicini e familiari, ecco perché l’incidenza è maggiore al centro sud piuttosto che al nord.”

Ciò che venne ignorato nel passaggio alla cosiddetta “Seconda Repubblica” – ossia che le condizioni del Sud sono un dato strutturale – tornò ad affacciarsi dalla finestra, poiché la dismissione delle Partecipazioni Statali aggravò ancora il quadro del Meridione. Le eterne pensioni d’invalidità – o forme equipollenti – non sono altro che il pietoso welfare per il Sud, in cambio dei soliti voti. Può contare, Berlusconi, di proseguire con questo andazzo?

I più recenti dati economici italiani sono sconfortanti: la produttività è in calo o stagnante da almeno un decennio, al quale vanno aggiunte la deindustrializzazione in atto, soprattutto al Nord, e la fuga dei giovani laureati verso l’estero, la mancanza di ricerca e d’innovazione e di seri piani politici nei settori produttivi. Il debito pubblico, però, è forse l’allarme più evidente.

Il debito pubblico italiano ha raggiunto, a Maggio 2009, un nuovo record a quota 1.741,275 miliardi di euro: rispetto alla rilevazione di Febbraio 2009 (1.707,410)[5], un incremento del 2% in un trimestre! Di questo passo – con le entrate fiscali in calo – ci stiamo avviando verso incrementi record: l’8% annuo? Sulla base di un PIL in calo del 4-5%? Mentre veniamo incantati dal tourbillon delle veline e del regal divorzio, non è che – per caso – qualcuno ha già lanciato il treno sul binario morto, ed aspetta soltanto l’istante per saltar via prima dello schianto?

Questi sono numeri da Argentina, anche se non sarà l’Argentina il nostro futuro: gli argentini sono un popolo dignitoso.

Questo quadro non potrà reggere ancora per molto, e lo sa anche l’attuale governo: ulteriori riforme sulla previdenza potranno “dare un po’ di fiato”, ma l’esito è segnato.

Le occasioni sprecate dalla classe politica, negli ultimi quindici anni, sono state tante ed importantissime: aver bloccato la produzione d’energie rinnovabili – sia con grandi impianti, sia con quella diffusa sul territorio – ha privato l’economia reale di ampie fonti di ricchezza. Basti pensare che 850 MW di produzione idroelettrica da piccoli impianti ancora aspettano che qualcuno vada a “raccoglierli”[6]. Lo stesso accade per l’eolico, per il termodinamico, per le biomasse: è sintomatico che, i pochi impianti per la produzione d’energia elettrica da biomasse, siano quasi tutti di proprietà del gruppo Marcegaglia (!).

Il “diverso corso” italiano sarebbe dovuto iniziare con la produzione diffusa e l’incentivazione della cooperazione, in tutti i settori economici, dall’agricoltura all’energia, dai trasporti alla cooperazione nella ricerca legata all’industria: invece, come è stato evidenziato nella prima parte di questo articolo, motivazioni di “cassetta” elettorale condussero a scenari esattamente opposti, a concentrare la ricchezza, ed oggi è troppo tardi per porvi rimedio.

Per il futuro, non possiamo che aspettarci Berlusconi fin quando vorrà o potrà, giacché l’opposizione è inesistente, velleitaria ed incapace di un progetto politico alternativo, quando non collusa[7].

Fin quando Berlusconi “potrà”?
Dai dati economici che giungono, non ha più molta “aria”: forse un paio d’anni, poco di più. E dopo?

L’ipotesi avanzata da Paolo Guzzanti: prospettiva “alla Putin”, ossia Presidenza della Repubblica all’uomo di Arcore e nomina di un Presidente del Consiglio totalmente inconsistente – Guzzanti fece il nome della Gelmini – per continuare a governare dal Quirinale, è praticabile per l’aspetto istituzionale (ci sembra, però, che Gianfranco Fini stia “studiando” con profitto da Presidente), ma non regge nello scenario economico-sociale, che è il vero problema.

L’uomo, che scese in campo con toni di salvatore, potrebbe lasciarlo con egual stile, ossia con un’uscita di scena “alla Cincinnato”: non sarebbe difficile, per i media che controlla, partorire e pianificare l’evento per farlo apparire come il nobile atto di chi tanto ha fatto per il Paese. Non sono questi, però, i veri problemi, come per le veline.

Chi raccoglierebbe l’eredità di Berlusconi?

Nessuno, è presto detto, ma Berlusconi non è mica eterno.

Il PdL, con l’uscita di scena di Berlusconi, si sfalderà come neve al sole: già nella precedente legislatura, Scajola si vantava di “controllare almeno 80 parlamentari di Forza Italia”.

Si giungerebbe ad una nuova stagione di grande instabilità, poiché la frantumazione del PdL non consegnerebbe all’Italia una forza politica conservatrice di destra – un partito gollista, per intenderci – bensì degli spezzoni di “fu” democristiani, socialisti, radicali, missini…ai quali s’aggiungerebbero ex “forzisti” di tutti i tipi. Grande confusione sotto il cielo.

Ovviamente, tutti cercheranno d’approfittarne e Casini sta giocando già oggi “a babbo morto”, ossia aspetta sulla riva del fiume per raccogliere il maggior numero di profughi ed esuli. Ma non sarebbe lui a godere del maggior vantaggio politico.

L’unico partito che uscirebbe fortemente rafforzato da questo scenario sarebbe la Lega Nord, ma – attenzione – in un quadro di forte squilibrio territoriale. Forse, vale la pena di dare una rapida occhiata ai più recenti sondaggi elettorali[8]:

Popolo della Libertà: 37.4%
Partito Democratico: 26.9%
Lega Nord: 9.8%
Italia dei Valori: 7,7%
UDC: 5,6%
MPA-La Destra-Pensionati: 3,5%
Sinistra e Libertà: 3,1%
Rifondazione/Comunisti Italiani: 2,7%
Altri: 3,4%

Ciò che colpisce (ma non stupisce) è l’avanzare costante della Lega Nord, che è il primo partito dell’area lombardo-veneta:

La Lega e’ la prima forza politica in Veneto con il 28,7 per cento rispetto al 27,1 delle Politiche. In Lombardia 22,2 per cento dal precedente 21,6. Balzo anche in Piemonte: dal 12,6 per cento al 14,9. In Liguria passa dal 6,8 al 7,3 per cento e in Friuli Venezia Giulia dal 13 al 14,6. Notevole l’incremento anche in Emilia Romagna, dove il partito del Senatur passa dal 7,8 per cento delle Politiche 2006 all’8,9%[9]



Quando avverrà il default del PdL – causa abbandono di Berlusconi (in qualsiasi modo) – quel terzo circa d’italiani che votano il PdL, a chi si rivolgeranno?

Con la Lega Nord che sfiorerà (o raggiungerà?) la maggioranza assoluta nel Lombardo-Veneto, come sarà possibile arrestare il processo di frammentazione?

L’UE non parteciperà – almeno, ufficialmente – alla eventuale querelle che si scatenerà, considerando anche un ulteriore aspetto: i poteri economici e finanziari del Nord potrebbero puntare proprio sulla secessione per salvare il salvabile dell’economia del Nord Italia.

Neppure la consistenza del Sud come “mercato”, in tempi di globalizzazione, avrà più peso.

L’ipotesi della secessione non è più valutata soltanto dai politici della Lega Nord o da quelli vicini ad essa: anche alcuni “insospettabili” – Riccardo Illy, ex Presidente del Friuli Venezia Giulia da un lato, e Sergio Chiamparino, sindaco di Torino dall’altro – ammettono una “questione del Nord” usando un eufemismo, non potendo dichiarare che esiste oramai una secessione “strisciante”.

A raccogliere il testimone di una eventuale secessione, potrebbe anche non essere questa Lega Nord, ma una coalizione di forze politiche oggi ancora inesistenti, che potrebbero nascere dalla disintegrazione del PdL.

Una secessione, a quel punto anche formale, del Veneto o del Lombardo-Veneto scatenerebbe probabilmente un “effetto domino” non solo sul Nord Ovest, ma anche in alcune aree del centro.

La futura suddivisione dell’Italia potrebbe non essere più quella immaginata dal sen. Miglio – tre aree: Nord “padano”, “Etruria” (aree centrali) e Sud (tutto il resto) – poiché, nel frattempo, regioni come le Marche si sono avvicinate più al Nord, come sistema economico, che all’originaria appartenenza allo Stato della Chiesa. Lo stesso si può dire per la Romagna, e forse anche per l’Umbria, più, ovviamente, la Toscana.
La situazione economica delle due sole repubbliche (Nord e Sud) sarebbe molto diversa, pur considerando una suddivisione del debito interno pro capite: alcune analisi, molto approssimative, sostenevano che il PIL italiano sia prodotto per il 70% al Centro-Nord e per il 30% al Centro-Sud, mentre i consumi sono ripartiti all’incirca per il 60% al centro Nord e per il 40% al Centro-Sud. Un trasferimento di ricchezza del 10% non è poco.
Vorrei pregare i lettori di prendere “con le molle” questi dati, poiché bisognerebbe approfondire ulteriormente la natura di quella “produzione”: anche il settore pubblico partecipa alla produzione di ricchezza, e ben sappiamo che gli apparati pubblici, nel Sud, sono spesso “gonfiati”.

In definitiva, il Nord potrebbe “aggiudicarsi” subito un 10% di reddito e, potendo far fronte meglio al problema del debito, in pochi anni potrebbe avere redditi nell’ordine di quelli francesi, il 15% in più circa rispetto all’Italia. Duemila euro diventerebbero 2.300, che già modificano lo stile di vita, e non c’è quindi da stupirsi per l’incremento della Lega: gli italiani sanno far di conto meglio di quel che si crede.

Il Sud diventerebbe, inevitabilmente, la nazione più povera d’Europa, forse al pari d’alcune aree portoghesi e greche.

E’ veramente difficile ipotizzare quale potrebbe essere il futuro del Sud, tante sono le variabili, soprattutto la presenza, soffocante, del connubio politico/criminale.

Volendo osservare il bicchiere mezzo pieno, la secessione potrebbe finalmente far emergere le molte energie positive che al Sud esistono, giungendo ad un vero e proprio redde rationem nei confronti del potere criminale. Sarebbe il miglior augurio.

Se, invece, dovesse prevalere il bicchiere mezzo vuoto, il Sud s’incamminerebbe sulla via delle piccole repubbliche “criminali” – Kosovo, Colombia, ecc – con esiti difficilmente prevedibili nei confronti dell’Unione Europea.

Siamo giunti a questa conclusione non solo osservando le dinamiche sociali, le impostazioni dei governi negli ultimi 15 anni, la situazione economica e quant’altro, bensì “incrociando” le situazioni ed osservandole alla luce delle leggi che regolano i sistemi complessi.

Qualunque sistema complesso – in Fisica, in Chimica, in Biologia – è sempre alla ricerca dell’equilibrio più stabile, anche quando gode di un equilibrio giudicato “accettabile”. Non sfuggono a questa legge le dinamiche sociali.

Marx immaginò la rivoluzione socialista in due Paesi – Germania e Gran Bretagna – poiché erano le due nazioni più evolute industrialmente, con un vasto proletariato.

Invece, la Rivoluzione d’Ottobre avvenne in Russia, poiché la situazione sociale in quel Paese – per una serie di cause ben note – era diventata insostenibile, al punto che una manciata di rivoluzionari riuscì nell’impresa, per poi incontrare mille impedimenti e difficoltà, soprattutto legate alla constatazione che la gran parte dei russi erano contadini, e non operai.

In altre nazioni (Italia 1922, Germania del dopo Versailles) situazioni di grande instabilità condussero a sistemi di governo autoritari, poiché la strada del confronto democratico era divenuta insostenibile per molte cause, soprattutto economiche.

In tutte le vicende del Novecento, però, la stabilità dei confini non fu quasi mai messa in discussione, salvo modesti “aggiustamenti” che non rappresentarono mai le soluzioni ai problemi (l’occupazione francese del Saarland, il confine polacco, ecc): Danzica, ricordiamo, fu un pretesto e non la causa.

Per tutto il Novecento, la soluzione dei problemi sociali fu ricercata all’interno delle dinamiche sociali: dall’URSS al Fascismo, da Keynes a Friedman.

Oggi, lo stato nazionale non è più un tabù: la globalizzazione dei mercati rende poco importanti confini, culture e popolazioni. Dunque, nuove ripartizioni territoriali sono completamente all’interno della logica globalizzatrice: non esiste nessuna rivoluzione “padana” (o ceca, o slovacca, ecc) ma soltanto la logica che consente, al più forte economicamente, d’imporre al più debole la propria legge. Quella del denaro: nient’altro.

Chi scrive non partecipa con i propri sentimenti a queste scelte, giacché le considera soltanto dei mezzucci e non vere soluzioni. Riconosce, però, che – inevitabilmente – se un sistema non trova più all’interno delle dinamiche sociali soluzioni a problemi soffocanti, le trova riaggiustando i confini.

Una divisione dell’Italia non sarebbe certo l’ecatombe della civiltà: oltretutto, rimanendo in Europa entrambe le repubbliche, non ci sarebbe nessun “muro” né confini paragonabili a quelli di un tempo.

Non si può, però, nascondere che una simile (a nostro avviso, molto probabile) “soluzione” cela il seme mai germinato di una sconfitta: per questo abbiamo desiderato compiere un parallelismo con la Jugoslavia, anche se ci sarà risparmiato il sangue che inondò i Balcani.

La Spagna ha saputo uscire dal Franchismo con grande dignità, e non solo: ha ritrovato rispetto per l’avversario politico ed un plafond di valori condivisi anche nell’aspro dibattito politico, come può essere in una nazione che è permeata dai valori cattolici forse più dell’Italia. Pur con diverse impostazioni, i PACS furono accettati sia da Aznar, sia da Zapatero.

Si dirà: la Spagna è nazione antica, al pari della Francia e della Gran Bretagna. E la Germania? E’ nazione “recente” al pari dell’Italia, ma nacque da un accordo doganale condiviso e meditato, mentre l’Italia fu solo conquistata da uno dei tanti reucci.

Tutto ciò, non basta come giustificazione: abbiamo avuto a disposizione un secolo e mezzo per trovare il nostro equilibrio, e non siamo stati in grado di farlo, con equivalenti responsabilità al Sud ed al Nord.

Qualcuno, quando gli avvenimenti precipiteranno, potrà gridare alla conquistata indipendenza, altri al tradimento dei valori risorgimentali, altri ancora affermeranno che non è la soluzione ai nostri problemi.

Il che, è vero: sarà solo la triste nemesi del nostro fallimento.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/05/non-puo-che-finire-cosi-parte-seconda.html
15.04.2009

[1] Alen Custovic – Eloì, Eloì – Oscar Mondatori – Milano – 2008.

[2] Fonte: Corriere della Sera. Craxi_svalutazione_Amato_avviso_prima_co_0_9701307812.shtml

[3] Fonte: Il Giornale, 11-08-2005.

[4] Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili.

[5] Fonte, ANSA, 13/5/2009. http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_961022165.html

[6] Fonte: Tondi, ENEA.

[7] Vedi le dichiarazioni di Violante alla Camera nel 2003. http://www.youtube.com/watch?v=swntE1iWB5Y

[8] Fonte: Termometro Politico, pubblicato l’8 Maggio 2009.

[9] Gennaio 2009. Fonte: http://www.diariodelweb.it/Articolo/Italia/?d=20090107&id=65089

VEDI ANCHE: NON PUO’ CHE FINIRE COSI’ (PARTE PRIMA)

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