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NON PUO' CHE FINIRE COSI' (PARTE SECONDA)

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Il torto, o la disgrazia del partito dottrinario è stato di creare la gioventù vecchia. Prendevano degli atteggiamenti da sapienti, sognavano di innestare un potere temporale sul principio assoluto ed eccessivo, al liberalismo demolitore opponevano, talvolta con rara intelligenza, un liberalismo conservatore.”
Victor Hugo – I Miserabili – II vol. – Libro Terzo – Requiescant.

Ogni popolo, quando s’avvicina al limite di default, non cerca soluzioni e s’affida più alla speranza che al raziocinio.
Uno dei cardini di questa politica vigliacca, il frutto più perverso di anni di reality, è credere che la buona stella – lo “stellone” italiano – sia una risorsa inesauribile, duri eternamente e per tutti. Provarono la stessa sensazione gli abitanti di Sarajevo.

Alen Custovic – nel suo bellissimo Eloì, Eloì[1] – fa pronunciare al protagonista (professore di Storia in una scuola di Mostar) una frase sibillina che, in qualche modo, ci chiama in causa:

“Forse solo gli italiani sono più meticci di noi. Qui la storia è complessa, e in ogni caso gli italiani sono arrivati a uno stato unitario molto tempo prima di noi (jugoslavi N. d. A.)

Non è certo il caso di metterci a sfogliare la margherita per decidere chi sia più meticcio: di certo, la genesi risorgimentale assemblò popoli probabilmente non “meticci” in senso razziale o religioso, ma diversissimi per culture e, soprattutto, per abitudini consolidate, prassi quotidiane, sistemi di governo.

Giunse una flaccida stagione post risorgimentale, quindi il Fascismo che tentò anch’esso la difficile amalgama, fino ai governi della Prima Repubblica che fecero assai poco per cercarla: la perenne sudditanza del Sud fu sfruttata come serbatoio di voti da contrapporre alle classi lavoratrici del Nord, che cercavano riscatto votando (purtroppo, credendoci) le sinistre. Quelle sinistre.

La storia unitaria, che s’avvicina ai 150 anni, può essere considerata lunga ma ha prodotto assai poco: forse, l’unica spinta verso una cultura condivisa avvenne negli anni ’60 del secolo scorso, con la grande emigrazione verso il Nord. In qualche modo, ci avvicinò.

Dall’altra, per decenni i politici di maggioranza (soprattutto la DC) non fecero altro che presentare il “conto” della pace sociale al ceto imprenditoriale del Nord, che lo onorava conferendo loro l’assenso d’attingere denaro pubblico per pagare i famosi milioni di false pensioni d’invalidità. Uno scambio “equo e solidale” che riuscì a rimanere a galla fin quando non cambiò la situazione internazionale: dopo il 1989, il PCI divenne una tigre di carta “certificata”, mentre prima poteva almeno millantare velleità e crediti.

Dopo il 1989, tutti gli equilibri saltarono, e saltò anche la necessità – per il ceto imprenditoriale del Nord – di mantenere quella gabella. E si giunse al fatidico 1992.

Tutto parte da quel maledetto 1992, quando la mafia – fra Maggio e Luglio – uccide Falcone e Borsellino: “menti raffinatissime” sono alla guida di quegli eventi. Nella stessa estate, sul Britannia, i destini dell’economia italiana – quel pezzo di “socialismo reale” che la improntava – passano nelle mani degli Angli. Ma c’è dell’altro.
A settembre va in scena la seconda parte di quel piano, perché anche i crucchi – padroni del supermarco e gestori del futuro euro – chiedono banco, e la lira perde il 30%. Giuliano Amato deve varare una legge Finanziaria con “tagli” per 100.000 miliardi di lire: sarà la prima di una lunga serie.
Se qualcuno cerca il “default” dell’Italia non deve cercarlo avanti: esso è già avvenuto, nel 1992.
Come un motociclista che corre a tutto gas, nel 1992 avvenne la fatale scivolata ed il ricovero in ospedale: dopo, tutto ciò che è avvenuto è solo cronaca dal coma farmaceutico.

Nel 1998, Bettino Craxi – da Hammamet, dov’è oramai in esilio – chiede conto a Giuliano Amato (all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio) della sciagurata strategia che condusse la Banca d’Italia a gettare nella fornace di un’impossibile difesa della lira 70.000 miliardi. Amato, risponde “che stava intervenendo su Helmut (evidentemente Kohl) per rafforzare la linea di difesa della lira, e quindi che la partita era ancora aperta. Evidentemente il Governo italiano contava su di un massiccio intervento di sostegno da parte della Deutsche Bank (forse Bundesbank?, n.d.r.) [2].
Il costo finale di quel madornale errore – o tranello teso dai tedeschi? – furono 14.000 miliardi di perdita secca, dovuta alla successiva, inevitabile svalutazione.
Qualcuno, però, aveva avvertito.

Tre giorni prima della svalutazione, Gianfranco Miglio, senatore della neonata Lega Nord, recapita un “pizzino”, un avvertimento chiarissimo: vendete lire, acquistate marchi, fin quando siete in tempo.
Qualcuno, dalla Germania, aveva forse contatti più stretti ed obiettivi convergenti con l’allora regista della Lega Nord (Bossi era solo, all’epoca, un “giovane di studio”). Perché?
Vediamo cosa successe, parallelamente, molto vicino a noi.

Negli stessi anni, iniziò il processo che condusse alla disgregazione jugoslava e i due fenomeni non furono né casuali e né slegati. Le due repubbliche – italiana e jugoslava – erano entrambe “sotto sorveglianza”: la prima con il più forte Partito Comunista dell’Occidente (e, soprattutto, moltissimi contatti ed affari con l’URSS: si pensi alla lunga collaborazione con il gruppo FIAT, oppure le forniture di macchine di vario tipo per l’industria sovietica), la seconda che non fece mai parte del Patto di Varsavia e contrattò sempre finanziamenti sia con l’URSS, sia con l’Occidente capitalista.
La situazione, per gli aspetti geopolitici, fino a quel momento era d’equilibrio: la non appartenenza della Jugoslavia al Patto di Varsavia impediva all’URSS l’accesso ai porti adriatici, mentre l’equilibrio interno italiano consentiva affari a 360 gradi, anche nel “pianeta” del socialismo reale.
Qui, moltissimi fattori dovrebbero essere approfonditi, ma per quanto riguarda i nostri obiettivi basterà sottolineare che, fra il 1989 ed il 1992, quel mondo scomparve, trascinando con sé gli “accomodamenti” che ne consentivano l’equilibrio.
Per la Jugoslavia, è l’attivissimo ministro degli esteri tedesco Klaus Kinkel ad attivarsi, giungendo a “rispolverare” antichi contatti che risalivano alla Seconda Guerra Mondiale, soprattutto in Croazia. Quando il FMI intimò la suddivisione del debito jugoslavo fra le singole repubbliche, e Kinkel “girò” gli armamenti ricevuti dalla Germania Est in Croazia, la mattanza ebbe inizio.
Non fu possibile gestire la disgregazione jugoslava in modo chirurgico, limitandosi al lavoro “di fino” dagli uffici centrali delle banche, poiché la struttura economica della repubblica socialista era basata sull’impianto cooperativo: bisognava tagliare nella carne, la pelle non bastava. E si giunse a Sarajevo ed al Kosovo.

L’obiettivo, che a quel tempo la Bundesbank perseguiva, era la cosiddetta “Europa a due velocità”: prima dentro “i buoni”, per gli altri si vedrà.
C’erano, però, dei “buoni” che erano legati a nazioni “cattive”: la Slovenia era senz’altro “buona”, come “buonissimo” era l’antico Lombardo-Veneto. Ma la Slovenia era legata alla “cattiva” Serbia ed al pozzo senza fondo della Bosnia, mentre il Lombardo-Veneto era legato al sempre inconcludente meridione italiano.
Siccome fondare un partito e condurlo ad una buona visibilità politica costa parecchi denari – tralasciamo, per ora, il “dopo” della Lega Nord – i lettori potranno avere un’idea di chi sorresse i primi passi di Bossi & Co, dalla “cannibalizzazione” della Liga Veneta di Rocchetta ai vari parlamenti “padani”.

La scomparsa di Miglio, la sconfitta della linea della Bundesbank (le due “velocità), l’ingresso nell’euro ed il quasi parallelo ingresso della Lega Nord nei governi Berlusconi, proiettarono nel baratro della Storia quegli eventi, ma le cause sottese rimasero, al punto che – oggi – la Lega Nord si trova nella difficile situazione d’essere il partito che vota gli “sforamenti” di bilancio di Scapagnini a Catania e di Alemanno a Roma, fino a dover incassare il declassamento di Malpensa.

La risposta della Lega Nord è tutta contenuta nella speranza del “federalismo fiscale”, ma è uno specchietto per allodole: come abbiamo già ricordato nella prima parte di questo articolo, non si possono conciliare le esigenze di un Sud clientelare con quelle di un Nord che cerca, disperatamente, livelli di reddito e di welfare europei! Difatti, Tremonti è bombardato da richieste di fondi proprio per questa legge – “tutti saranno garantiti” ha affermato Calderoli, e sono pronte nuove gabelle per salvare Comuni, Province, Regioni, ecc – ma, non si doveva trattare di una legge che avrebbe condotto a dei risparmi? Eppure, la Lega Nord avanza nei consensi.

In definitiva – paradossalmente, vista l’alleanza con la Lega Nord – oggi Berlusconi è il garante dell’unità nazionale e la esercita ricorrendo alle vecchie prassi della Prima Repubblica, con alcune differenze.

Ha inaugurato la “caccia” al pubblico dipendente – che s’avvia a diventare lo zimbello della nazione: a quando la stella gialla? – per nascondere altro: in fin dei conti, non basta la “tosa” dei lavoratori dipendenti (TFR del settore privato, domani di quello pubblico, “congelamenti” vari, pensioni il giorno del mai…) e il Nord dovrà comunque pagare per un Sud inconcludente.

Basti pensare che, nel quinquennio 2000-2005 (centro destra), le pensioni d’invalidità concesse, in massima parte nel meridione, aumentarono del 47%[3].

Una risposta, a questo anomalo incremento, giunse da Lorena Ciorra dell’ANMIC[4]:

“…la pensione di inabilità (di misere € 255,13 mensili, che moltissimi ignorano), per tanta parte dei nostri concittadini è un vero e proprio assegno alimentare. Ma è un assegno così misero che vi ricorrono solo coloro che si trovano in miserrime condizioni, che non hanno un occupazione e vivono della bontà di vicini e familiari, ecco perché l’incidenza è maggiore al centro sud piuttosto che al nord.”

Ciò che venne ignorato nel passaggio alla cosiddetta “Seconda Repubblica” – ossia che le condizioni del Sud sono un dato strutturale – tornò ad affacciarsi dalla finestra, poiché la dismissione delle Partecipazioni Statali aggravò ancora il quadro del Meridione. Le eterne pensioni d’invalidità – o forme equipollenti – non sono altro che il pietoso welfare per il Sud, in cambio dei soliti voti. Può contare, Berlusconi, di proseguire con questo andazzo?

I più recenti dati economici italiani sono sconfortanti: la produttività è in calo o stagnante da almeno un decennio, al quale vanno aggiunte la deindustrializzazione in atto, soprattutto al Nord, e la fuga dei giovani laureati verso l’estero, la mancanza di ricerca e d’innovazione e di seri piani politici nei settori produttivi. Il debito pubblico, però, è forse l’allarme più evidente.

Il debito pubblico italiano ha raggiunto, a Maggio 2009, un nuovo record a quota 1.741,275 miliardi di euro: rispetto alla rilevazione di Febbraio 2009 (1.707,410)[5], un incremento del 2% in un trimestre! Di questo passo – con le entrate fiscali in calo – ci stiamo avviando verso incrementi record: l’8% annuo? Sulla base di un PIL in calo del 4-5%? Mentre veniamo incantati dal tourbillon delle veline e del regal divorzio, non è che – per caso – qualcuno ha già lanciato il treno sul binario morto, ed aspetta soltanto l’istante per saltar via prima dello schianto?

Questi sono numeri da Argentina, anche se non sarà l’Argentina il nostro futuro: gli argentini sono un popolo dignitoso.

Questo quadro non potrà reggere ancora per molto, e lo sa anche l’attuale governo: ulteriori riforme sulla previdenza potranno “dare un po’ di fiato”, ma l’esito è segnato.

Le occasioni sprecate dalla classe politica, negli ultimi quindici anni, sono state tante ed importantissime: aver bloccato la produzione d’energie rinnovabili – sia con grandi impianti, sia con quella diffusa sul territorio – ha privato l’economia reale di ampie fonti di ricchezza. Basti pensare che 850 MW di produzione idroelettrica da piccoli impianti ancora aspettano che qualcuno vada a “raccoglierli”[6]. Lo stesso accade per l’eolico, per il termodinamico, per le biomasse: è sintomatico che, i pochi impianti per la produzione d’energia elettrica da biomasse, siano quasi tutti di proprietà del gruppo Marcegaglia (!).

Il “diverso corso” italiano sarebbe dovuto iniziare con la produzione diffusa e l’incentivazione della cooperazione, in tutti i settori economici, dall’agricoltura all’energia, dai trasporti alla cooperazione nella ricerca legata all’industria: invece, come è stato evidenziato nella prima parte di questo articolo, motivazioni di “cassetta” elettorale condussero a scenari esattamente opposti, a concentrare la ricchezza, ed oggi è troppo tardi per porvi rimedio.

Per il futuro, non possiamo che aspettarci Berlusconi fin quando vorrà o potrà, giacché l’opposizione è inesistente, velleitaria ed incapace di un progetto politico alternativo, quando non collusa[7].

Fin quando Berlusconi “potrà”?
Dai dati economici che giungono, non ha più molta “aria”: forse un paio d’anni, poco di più. E dopo?

L’ipotesi avanzata da Paolo Guzzanti: prospettiva “alla Putin”, ossia Presidenza della Repubblica all’uomo di Arcore e nomina di un Presidente del Consiglio totalmente inconsistente – Guzzanti fece il nome della Gelmini – per continuare a governare dal Quirinale, è praticabile per l’aspetto istituzionale (ci sembra, però, che Gianfranco Fini stia “studiando” con profitto da Presidente), ma non regge nello scenario economico-sociale, che è il vero problema.

L’uomo, che scese in campo con toni di salvatore, potrebbe lasciarlo con egual stile, ossia con un’uscita di scena “alla Cincinnato”: non sarebbe difficile, per i media che controlla, partorire e pianificare l’evento per farlo apparire come il nobile atto di chi tanto ha fatto per il Paese. Non sono questi, però, i veri problemi, come per le veline.

Chi raccoglierebbe l’eredità di Berlusconi?

Nessuno, è presto detto, ma Berlusconi non è mica eterno.

Il PdL, con l’uscita di scena di Berlusconi, si sfalderà come neve al sole: già nella precedente legislatura, Scajola si vantava di “controllare almeno 80 parlamentari di Forza Italia”.

Si giungerebbe ad una nuova stagione di grande instabilità, poiché la frantumazione del PdL non consegnerebbe all’Italia una forza politica conservatrice di destra – un partito gollista, per intenderci – bensì degli spezzoni di “fu” democristiani, socialisti, radicali, missini…ai quali s’aggiungerebbero ex “forzisti” di tutti i tipi. Grande confusione sotto il cielo.

Ovviamente, tutti cercheranno d’approfittarne e Casini sta giocando già oggi “a babbo morto”, ossia aspetta sulla riva del fiume per raccogliere il maggior numero di profughi ed esuli. Ma non sarebbe lui a godere del maggior vantaggio politico.

L’unico partito che uscirebbe fortemente rafforzato da questo scenario sarebbe la Lega Nord, ma – attenzione – in un quadro di forte squilibrio territoriale. Forse, vale la pena di dare una rapida occhiata ai più recenti sondaggi elettorali[8]:

Popolo della Libertà: 37.4%
Partito Democratico: 26.9%
Lega Nord: 9.8%
Italia dei Valori: 7,7%
UDC: 5,6%
MPA-La Destra-Pensionati: 3,5%
Sinistra e Libertà: 3,1%
Rifondazione/Comunisti Italiani: 2,7%
Altri: 3,4%

Ciò che colpisce (ma non stupisce) è l’avanzare costante della Lega Nord, che è il primo partito dell’area lombardo-veneta:

La Lega e’ la prima forza politica in Veneto con il 28,7 per cento rispetto al 27,1 delle Politiche. In Lombardia 22,2 per cento dal precedente 21,6. Balzo anche in Piemonte: dal 12,6 per cento al 14,9. In Liguria passa dal 6,8 al 7,3 per cento e in Friuli Venezia Giulia dal 13 al 14,6. Notevole l’incremento anche in Emilia Romagna, dove il partito del Senatur passa dal 7,8 per cento delle Politiche 2006 all’8,9%[9]



Quando avverrà il default del PdL – causa abbandono di Berlusconi (in qualsiasi modo) – quel terzo circa d’italiani che votano il PdL, a chi si rivolgeranno?

Con la Lega Nord che sfiorerà (o raggiungerà?) la maggioranza assoluta nel Lombardo-Veneto, come sarà possibile arrestare il processo di frammentazione?

L’UE non parteciperà – almeno, ufficialmente – alla eventuale querelle che si scatenerà, considerando anche un ulteriore aspetto: i poteri economici e finanziari del Nord potrebbero puntare proprio sulla secessione per salvare il salvabile dell’economia del Nord Italia.

Neppure la consistenza del Sud come “mercato”, in tempi di globalizzazione, avrà più peso.

L’ipotesi della secessione non è più valutata soltanto dai politici della Lega Nord o da quelli vicini ad essa: anche alcuni “insospettabili” – Riccardo Illy, ex Presidente del Friuli Venezia Giulia da un lato, e Sergio Chiamparino, sindaco di Torino dall’altro – ammettono una “questione del Nord” usando un eufemismo, non potendo dichiarare che esiste oramai una secessione “strisciante”.

A raccogliere il testimone di una eventuale secessione, potrebbe anche non essere questa Lega Nord, ma una coalizione di forze politiche oggi ancora inesistenti, che potrebbero nascere dalla disintegrazione del PdL.

Una secessione, a quel punto anche formale, del Veneto o del Lombardo-Veneto scatenerebbe probabilmente un “effetto domino” non solo sul Nord Ovest, ma anche in alcune aree del centro.

La futura suddivisione dell’Italia potrebbe non essere più quella immaginata dal sen. Miglio – tre aree: Nord “padano”, “Etruria” (aree centrali) e Sud (tutto il resto) – poiché, nel frattempo, regioni come le Marche si sono avvicinate più al Nord, come sistema economico, che all’originaria appartenenza allo Stato della Chiesa. Lo stesso si può dire per la Romagna, e forse anche per l’Umbria, più, ovviamente, la Toscana.
La situazione economica delle due sole repubbliche (Nord e Sud) sarebbe molto diversa, pur considerando una suddivisione del debito interno pro capite: alcune analisi, molto approssimative, sostenevano che il PIL italiano sia prodotto per il 70% al Centro-Nord e per il 30% al Centro-Sud, mentre i consumi sono ripartiti all’incirca per il 60% al centro Nord e per il 40% al Centro-Sud. Un trasferimento di ricchezza del 10% non è poco.
Vorrei pregare i lettori di prendere “con le molle” questi dati, poiché bisognerebbe approfondire ulteriormente la natura di quella “produzione”: anche il settore pubblico partecipa alla produzione di ricchezza, e ben sappiamo che gli apparati pubblici, nel Sud, sono spesso “gonfiati”.

In definitiva, il Nord potrebbe “aggiudicarsi” subito un 10% di reddito e, potendo far fronte meglio al problema del debito, in pochi anni potrebbe avere redditi nell’ordine di quelli francesi, il 15% in più circa rispetto all’Italia. Duemila euro diventerebbero 2.300, che già modificano lo stile di vita, e non c’è quindi da stupirsi per l’incremento della Lega: gli italiani sanno far di conto meglio di quel che si crede.

Il Sud diventerebbe, inevitabilmente, la nazione più povera d’Europa, forse al pari d’alcune aree portoghesi e greche.

E’ veramente difficile ipotizzare quale potrebbe essere il futuro del Sud, tante sono le variabili, soprattutto la presenza, soffocante, del connubio politico/criminale.

Volendo osservare il bicchiere mezzo pieno, la secessione potrebbe finalmente far emergere le molte energie positive che al Sud esistono, giungendo ad un vero e proprio redde rationem nei confronti del potere criminale. Sarebbe il miglior augurio.

Se, invece, dovesse prevalere il bicchiere mezzo vuoto, il Sud s’incamminerebbe sulla via delle piccole repubbliche “criminali” – Kosovo, Colombia, ecc – con esiti difficilmente prevedibili nei confronti dell’Unione Europea.

Siamo giunti a questa conclusione non solo osservando le dinamiche sociali, le impostazioni dei governi negli ultimi 15 anni, la situazione economica e quant’altro, bensì “incrociando” le situazioni ed osservandole alla luce delle leggi che regolano i sistemi complessi.

Qualunque sistema complesso – in Fisica, in Chimica, in Biologia – è sempre alla ricerca dell’equilibrio più stabile, anche quando gode di un equilibrio giudicato “accettabile”. Non sfuggono a questa legge le dinamiche sociali.

Marx immaginò la rivoluzione socialista in due Paesi – Germania e Gran Bretagna – poiché erano le due nazioni più evolute industrialmente, con un vasto proletariato.

Invece, la Rivoluzione d’Ottobre avvenne in Russia, poiché la situazione sociale in quel Paese – per una serie di cause ben note – era diventata insostenibile, al punto che una manciata di rivoluzionari riuscì nell’impresa, per poi incontrare mille impedimenti e difficoltà, soprattutto legate alla constatazione che la gran parte dei russi erano contadini, e non operai.

In altre nazioni (Italia 1922, Germania del dopo Versailles) situazioni di grande instabilità condussero a sistemi di governo autoritari, poiché la strada del confronto democratico era divenuta insostenibile per molte cause, soprattutto economiche.

In tutte le vicende del Novecento, però, la stabilità dei confini non fu quasi mai messa in discussione, salvo modesti “aggiustamenti” che non rappresentarono mai le soluzioni ai problemi (l’occupazione francese del Saarland, il confine polacco, ecc): Danzica, ricordiamo, fu un pretesto e non la causa.

Per tutto il Novecento, la soluzione dei problemi sociali fu ricercata all’interno delle dinamiche sociali: dall’URSS al Fascismo, da Keynes a Friedman.

Oggi, lo stato nazionale non è più un tabù: la globalizzazione dei mercati rende poco importanti confini, culture e popolazioni. Dunque, nuove ripartizioni territoriali sono completamente all’interno della logica globalizzatrice: non esiste nessuna rivoluzione “padana” (o ceca, o slovacca, ecc) ma soltanto la logica che consente, al più forte economicamente, d’imporre al più debole la propria legge. Quella del denaro: nient’altro.

Chi scrive non partecipa con i propri sentimenti a queste scelte, giacché le considera soltanto dei mezzucci e non vere soluzioni. Riconosce, però, che – inevitabilmente – se un sistema non trova più all’interno delle dinamiche sociali soluzioni a problemi soffocanti, le trova riaggiustando i confini.

Una divisione dell’Italia non sarebbe certo l’ecatombe della civiltà: oltretutto, rimanendo in Europa entrambe le repubbliche, non ci sarebbe nessun “muro” né confini paragonabili a quelli di un tempo.

Non si può, però, nascondere che una simile (a nostro avviso, molto probabile) “soluzione” cela il seme mai germinato di una sconfitta: per questo abbiamo desiderato compiere un parallelismo con la Jugoslavia, anche se ci sarà risparmiato il sangue che inondò i Balcani.

La Spagna ha saputo uscire dal Franchismo con grande dignità, e non solo: ha ritrovato rispetto per l’avversario politico ed un plafond di valori condivisi anche nell’aspro dibattito politico, come può essere in una nazione che è permeata dai valori cattolici forse più dell’Italia. Pur con diverse impostazioni, i PACS furono accettati sia da Aznar, sia da Zapatero.

Si dirà: la Spagna è nazione antica, al pari della Francia e della Gran Bretagna. E la Germania? E’ nazione “recente” al pari dell’Italia, ma nacque da un accordo doganale condiviso e meditato, mentre l’Italia fu solo conquistata da uno dei tanti reucci.

Tutto ciò, non basta come giustificazione: abbiamo avuto a disposizione un secolo e mezzo per trovare il nostro equilibrio, e non siamo stati in grado di farlo, con equivalenti responsabilità al Sud ed al Nord.

Qualcuno, quando gli avvenimenti precipiteranno, potrà gridare alla conquistata indipendenza, altri al tradimento dei valori risorgimentali, altri ancora affermeranno che non è la soluzione ai nostri problemi.

Il che, è vero: sarà solo la triste nemesi del nostro fallimento.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/05/non-puo-che-finire-cosi-parte-seconda.html
15.04.2009

[1] Alen Custovic – Eloì, Eloì – Oscar Mondatori – Milano – 2008.

[2] Fonte: Corriere della Sera. Craxi_svalutazione_Amato_avviso_prima_co_0_9701307812.shtml

[3] Fonte: Il Giornale, 11-08-2005.

[4] Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili.

[5] Fonte, ANSA, 13/5/2009. http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_961022165.html

[6] Fonte: Tondi, ENEA.

[7] Vedi le dichiarazioni di Violante alla Camera nel 2003. http://www.youtube.com/watch?v=swntE1iWB5Y

[8] Fonte: Termometro Politico, pubblicato l’8 Maggio 2009.

[9] Gennaio 2009. Fonte: http://www.diariodelweb.it/Articolo/Italia/?d=20090107&id=65089

VEDI ANCHE: NON PUO’ CHE FINIRE COSI’ (PARTE PRIMA)

Pubblicato da Davide

  • virgo_sine_macula

    Analisi molto acuta

  • mendi

    Sì, l’analisi è corretta, anche se viene trascurata la politica di sfruttamento e oppressione del popolo veneto da parte dei piemontesi. Da 150 anni non ci sono in Veneto, che so, un prefetto, un questore, un giudice veneti. L’ansia di indipendenza è ormai diffusa.

  • sultano96

    Bertani, volevo parteciparla della proposta di nascita, non di un partito, di un nuovo stato nel nord-est al sito http://www.venetie.it che si presenta alle prossime amministrative. Spero d’averle fatto cosa gradita.
    Qualsiasi nativo del nord-est dotato di un minimo di ragionevolezza e buonsenso dovrebbe, volentieri, aderirvi. Ho evidenziato “nativo” perchè nello statuto dell’ incipiente “stato” sta scritto che si accetteranno solamente i voti degli autoctoni, intesi genealogicamente, per evitare come ha già indicato mendi, che nei posti di comando ci siano dei “forestieri”.

  • dotaste

    Che dire, l’articolo del Bertani e i primi due commenti ad esso lasciano veramente interdetti. Leggere certe affermazioni sulla ineluttabilità della separazione del Veneto e simili dal resto dell’Italia evidenzia tutta l’arroganza di questi omuncoli del Nord, che pensano solo ai Danè e alle vacanze in Sardegna o alle Maldive. Vi ha fatto comodo finora un Sud abbandonato alla criminalità mafiosa e camorristica, cosicchè le vostre fabbrichette potessero prosperare, anche grazie alle frodi fiscali di cui siete esperti. Ora lo vorreste mollare come si butterebbe l’acqua sporca dalla finestra. Ma Voi non siete l’Italia, siete solo una piccola parte e dovreste sempre ricordarvi gli affari che le vostre aziende hanno fatto con la Camorra, che hanno portato all’avvelenamento del Meridione.

  • mazzi

    Quoto:
    “Giunse una flaccida stagione post risorgimentale, quindi il Fascismo che tentò anch’esso la difficile amalgama, fino ai governi della Prima Repubblica che fecero assai poco per cercarla: la perenne sudditanza del Sud fu sfruttata come serbatoio di voti da contrapporre alle classi lavoratrici del Nord, che cercavano riscatto votando (purtroppo, credendoci) le sinistre. Quelle sinistre.”

    Ma, Bertani, so che il “distiguiamo” non esiste piu’ e tutto tende a diventare un’amalgama di mezze verita’, luoghi comuni non provati, opinioni tendenziose ecc. ma ti faccio presente che, anche se va di moda criticare le sinistre (mamma li turchi!), le sinistre di un tempo (comunisti, CGL ecc.) hanno fatto parecchio per la classe lavoratrice. Anzi sono gli unici che abbiano fatto qualcosa. Il popolo impecorito potra’ anche essersene dimenticato, ma tu non dovresti e se te ne vieni fuori con ‘ste cazzate sei tendenzioso e farlocco.

  • gelsomino

    Articolo “strano” visto che è scritto da una persona intelligente come Bertani, non so come interpretarlo. Certo è che qualunque forte cambiamento dal mio punto di vista è meglio che l’attuale status quo, e lo dice un abitante del centro-italia.

  • nautilus55

    “Chi scrive non partecipa con i propri sentimenti a queste scelte, giacché le considera soltanto dei mezzucci e non vere soluzioni.”
    Ecco, forse la chiave per capire questo strano articolo. E’ un’analisi, nulla di più, che Bertani propone per capire quale potrebbe essere il futuro dell’Italia. Senza campanilismi inutili, senza acrimonia.

  • adriano_53

    amen!

    trovo infantile pensare che sulla base di quattro coordinate storiche, tra l’altro esili come aringhe affumicate, uno si senta in grado di tratteggiare cosa accadrà nel futuro, in particolare cosa accadrà nel futuro dell’Italia.

    Questo è uno scherzo tipico dell’invecchiamento: il tuo futuro ti è sempre pù certo e ti pare che questa caratteristica abbia una validità anche fuori della tua esistenza. E allora ti metti a vaticinare, pronosticare, presagire e non ti accorgi che stai solo vaneggiando.

    Per la simpatia che provo per bertani, gli auguro, comunque, di fermarsi alla vecchiaia e di non finire nella senilità, il cui primo segno è una qualche fobia generata dai media:esemplare quella di Ceronetti che ha scoperto a 97 anniil pericolo islamico.

  • guru2012

    Egregio sultano96, sono andato a vedere questo sito da lei segnalato, ma non ne ho trovato traccia.

    Vorrei ricordarle, comunque, che alla parola nativo il De Mauro dice:
    “na|tì|vo agg., s.m.
    che è luogo di nascita; relativo al luogo di nascita”
    e questo di sicuro non offre garanzie di purezza razziale.

    Infatti, più avanti lei riporta che “nello statuto dell’ incipiente “stato” sta scritto che si accetteranno solamente i voti degli autoctoni, intesi genealogicamente”. Ah bè.

    E così, per curiosità, in questo Stato, si terranno elezioni per eleggere un doge, o si adotterà la formula del granducato per discendenza… genealogica?

  • marcello1950

    Condivido l’amarezza di Bertani per Questo Stato Comatoso in cui si trova l’Italia, non so se ci sarà la secessione o la disintegrazione o la lenta decrescita con impoverimento generale.

    CI POTREBBE essere UN ALTRO destino per l’italia, un nuovo progetto di sviluppo MA gli italiani dovrebbero essere un popolo con un’etica pubblica ed una dignità capaci di inviare propri rappresentanti in confindustria, ai vertici sindacali e ai vertici della politica in modo da avere classe Dirigente industriale, sindacale e politica responsabile, autonoma ed indipendente (cosa che non hanno) in grado di difendere gli interessi degli associati e dell’Italia.
    invece sono un popolo di schiavi che nominamo quelli che mostrano arroganza qai posti di comando confermando quelli che hanno potere indipendentemente dal fatto che facciano o non facciano i loro interessi,
    C’E’ UN BULLISMO ISTITUZIONALE che vede un popolo di codardi inginocchiarsi e prendero in quel posto ringraziando anche per essere stati violentati, un sistema paramafioso che ha fatto schifo anche all’ambasciatore americano all’atto di passare le consegne.
    un sistemna paramafioso che fa si che la confindustria più che fare gli interessi delle piccole e medie imprese fa gli interessi delle mafia confindustriale dove pochi privilegiati ottengono prestiti a costo zero dalle banche, banche che poi si rivalgono con tassi da strozzinaggio sui piccoli abbandonati alla loro mercè
    dove l’attuale classe politica è sindacale è o comprata o sotto ricatto e non può decidere niente che non piaccia a quei poteri interni ed esterni già ampiamente descritti sia da Bertani che da altri.
    che poi i due terzi degli italiani non se ne siano accorti lo dimostrano anche i commenti a questo articolo (oppure che sono oltre che coglioni anche codardi e non vogliono accorgersi).
  • portoBF

    D’accordo con te, Bertani fa una disamina di quello che potrebbe accadere in Italia tra non molti anni.
    Ti saluto.

  • portoBF

    Non è strano, è solo il punto di vista dell’autore che analizza la situazione politicoeticoeconomica dell’italia. Cerca, secondo me, di spiegare quello che potrebbe succedere tra non molto, speriamo bene…
    Saluti.

  • giorgiofracchiolla

    La secessione del centro nord viene presentata da sempre come una iattura per il meridione d’italia. Questo accade perchè vengono utilizzati degli strumenti di misura che hanno un valore molto relativo. Siete certi che un PIL più alto indichi una migliore qualità della vita?
    Il meridione d’Italia, oltre ad indiscutibili e ben noti difetti, contiene in se anche una certa quantità di pregi che, nel prossimo futuro, potrebbero rivelarsi molto preziosi. La mancata diffusa industrializzazione, ad esempio, impedirà il crearsi di cimiteri industriali e di sconquassi ambientali che sono il destino di molte zone superindustrializzate. La produzione agricola di qualità, la tutela ambientale, una minore mobilità, la rete di protezione familiare, il minore indebitamento delle famiglie, potrebbero essere le carte vincenti del prossimo futuro.
    Vorrei comunque che facciate una riflessione: siete certi che una famiglia di Milano con un reddito di 3000 euro mensili viva meglio di una di un piccolo centro del sud con un reddito di sole 1000 euro mensili.
    Qualche tempo fa una mia zia di Milano mi chiese perchè non andassi mai in ferie. Le risposi che ciò era dovuto al fatto che, in realtà, io sono sempre in ferie. Lavoro con calma e flessibilità, ho il mare a 20 chilometri e la montagna a 40. Per andare al lavoro non debbo sorbirmi ore di pendolarismo. La spesa alimentare costa molto meno che al nord, così come un affitto o la prestazione di un artigiano. Molti giovani che sono emigrati al nord per lavoro sono rientrati perchè qui al sud, con la metà del reddito, si vive meglio. Che quelli del centro-nord vogliano seccedere, quindi, che lo facciano pure. Forse, e dico forse, chi ci guadagnerà maggiormente, saranno i meridionali.

  • nautilus55

    Condivido molto di quanto affermi, ma sono un po’ scettico sulla gestione “di qualità” del territotio nel Sud. Inoltre, c’è da dire che oggi il Sud sopravvive perché assistito. Domani, se dovesse verificarsi la secessione prospettata da Bertani, sei sicuro che gli attuali equilibri ad “andamento lento” potrebbero sopravvivere?

  • nonrexnoniusnonmos

    …altri al tradimento dei valori risorgimentali…
    IO SONO TRA QUELLI…
    POPOLO DI TRADITORI…

  • nonrexnoniusnonmos

    BERTANI DIAMOCI DA FARE…RITORNIAMO ALL’ITALIA PRERISORGIMENTALE…MONARCHIE ASSOLUTE PER TUTTI… CON GHIGLIOTTINE A SEGUITO…
    I DON RODRIGO NON SCARSEGGIANO DI CERTO …E IN QUANTO AI CESARE BORGIA C’E’ SOLO L’IMBARAZZO DELLA SCELTA!!!

  • giorgiofracchiolla

    Se non arrivassero più i soldi per l'”assistenza” probabilmente all’inizio ci sarebbero dei problemi, ma questo costringerebbe gli amministratori a rivedere un certo modo di fare politica. Personalmente sono per un federalismo molto marcato, addirittura a livello comunale. La gente ha perso la percezione del dare e dell’avere nella gestione della cosa pubblica. I famosi soldi che il nord trasferisce al sud non hanno assolutamente fatto bene al meridione d’Italia. Hanno, probabilmente, avvantaggiato i soliti furbacchioni ed instillato nella mentalità della gente l’idea che lo sperpero dei denari pubblici non la riguardasse in quanto tali denari non provenivano dalle proprie tasche. Comunque sono dell’avviso che ognuno deve mantenersi con le proprie gambe e costruirsi lo stile di vita che può permettersi.

  • portoBF

    Nel 1849, dopo la rivoluzione Veneta capitanata da Daniele Manin, vi era stata una “austriacizzazione” nella denominazione ufficiale e l’ espressione “Veneta” venne tolta; inoltre fra gli ufficiali vi era stato un certo ricambio ed il tedesco era sì diventato la lingua primaria, ma non fra gli equipaggi. Infatti questo cambiamento non poteva essere fatto in così breve tempo.

    I nuovi marinai continuavano ad essere reclutati nelle terre Venete dell’ impero asburgico, e non certamente nelle regioni Alpine o Austriache.

    Possiamo dire che gli ufficiali erano “costretti” a parlare il Veneto.Quale contraltare a questo, la allora marina Italiana era in netto contrasto nel suo interno e la rivalità fra le sue tre componenti (la Siciliana o Garibaldina, la Napoletana e la Sardo-Ligure) era assai grande e notevole.

    Inoltre fra i comandanti delle tre squadre vi era non solo divisione, ma anche rancore: infatti tra l’ ammiraglio Persano, l’ ammiraglio Albini e l’ ammiraglio Vacca vi era addirittura odio!Gli ordini, poi, venivano dati nelle rispettive lingue, o dialetti, ed in tale modo era del tutto evidente che fra gli equipaggi Italiani regnasse il caos più grande! Leggiamo anche nell’ allora quotidiano Francese “La Presse” , quale dimostrazione dell’ andazzo di quell’ epoca, una cosa che pare attuale dei giorni nostri: “pare che all’ amministrazione della Marina Italiana stia per aprirsi un baratro di miserie: furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc. Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro!” e così il quadro è completo!

    Dunque, giunge il fatidico 20 luglio, e quanto segue lo leggiamo dalle “Memorie” del Regio Commissario Italo – Piemontese, conte Genova Thaon di Revel, incaricato dell’ annessione forzata del Veneto all’ Italia.“L’ ammiraglio Persano non andava d’ accordo con il suo capo di stato maggiore. Nulla sapevano i comandanti delle squadre del piano d’ azione che aveva combinato Persano.

    Ammiraglio Persano

    Uscita la flotta dal porto di Ancona, varie squadre furono mandate a sparare inconsideratamente contro le batterie di terra altolocate di Lissa ed altri diversi punti della costa Dalmata, senza ottenere alcun risultato. E quando la flotta nemica giunse improvvisamente, le nostre navi divise, in bordeggiare incerto, ebbero pena a riunirsi.

    All’ appressarsi del nemico, egli lasciò inopinatamente la nave ammiraglia, dalla cui alta alberatura attendevasi segnali, per andare a rinchiudersi nella torre dell’ Affondatore.Il Re d’ Italia colò a picco oppresso dale navi nemiche, mentre la Palestro salò in aria. Tegetthoff, le cui navi erano seriamente scosse, si rivolse verso Pola ed allora solamente si vide un segnale di Persano: “libertà di manovra”.

    Sull’ ordine del giorno osò scrivere essere rimasto “padrone delle acque”.

    Al rovescio dei generali battuti a Custoza, egli si proclamò vincitore, essendosi tenuto fuori del pericolo. Salvò la vita, ma non il suo onore militare”. Ripeto: questo dal diario del Thaon di Revel!

    Per la cronaca: il Nocchiero che era al timone della ammiraglia Austriaca, la “Ferdinand Maximilian”, e che speronò affondandola l’ ammiraglia italiana, la “Re d’ Italia”, si chiamava Vincenzo Vianello, da Pellestrina, detto “el Graton” e fu decorato con la medaglia d’ oro al valor militare da Francesco Giuseppe: fu una delle tre medaglie d’ oro e delle cento quaranta d’ argento elargite in quel giorno ai marinai Veneti! ( su un totale di 14 d’ oro e di 240 d’ argento: le altre furono concesse agli ufficiali austriaci!)

    Al momento dello speronamento, Tegetthoff disse in Veneto al Vianello “daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!” Al momento dell’ affondamento della nave Italiana, da quelle Austriache si levò un solo grido” VIVA S. MARCO”!

    Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale Veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ ultima grande vittoria della Marina Veneziana”.

    In poco più di una sola ora l’ abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti ha consentito alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti. La corazzata “Re d’ Italia”, speronata da quella austriaca, fu affondata in pochi minuti con la tragica perdita di 400 uomini, la corvetta “Palestro” fu colpita da un proiettile incendiario ed esplose trascinandosi dietro oltre 200 uomini. La superiorità numerica Italiana su quella Austro-Veneta era di circa il 60 per cento di marinai e di circa il 30 per cento di ufficiali. L’ antagonismo che vi era fra le due flotte era dato, principalmente, dal rancore che i Veneti avevano nei confronti dei Sardo Piemontesi, e degli altri Stati, per essere stati lasciati soli a patire la fame ed il colera durante la memorabile resistenza di Venezia nel 1849.

    E ciò fu notato anche dal Garibaldi, il quale “s’ infuriò perché i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!”
    Va infatti ricordato che quell’ infausto agosto del 1849, Venezia fu lasciata assolutamente sola a difendersi più che dalle soverchianti forze austriache ed ai loro cannoni che bersagliavano la città, dalla fame e dal colera che decimarono la popolazione. E quando il Governo Veneto chiese una sottoscrizione all’ Italia per essere aiutata, ponendo quale garanzia il Palazzo Ducale, vennero raccolte poche lire, al che il Tommaseo – alquanto demoralizzato – esclamò: “gli Italiani hanno dato a Venezia di che sfamarsi per una sola giornata!”
    Ed i Veneti, di questo, se lo sono ricordato proprio a Lissa!

    Alla fine, nonostante le sconfitte di Custoza e di Lissa, il Veneto venne annesso con la forza all’ Italia.
    E Giuseppe Mazzini, l’ Apostolo dell’Unità d’ Italia, scriverà sul “Il Dovere” del 24 agosto del 1866:

    “E’ possibile che l’ Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola nazione che non possa ricevere il suo se non per beneficio d’ armi straniere e concessioni umilianti dell’ usurpatore nemico?”.

    Il 19 ottobre successivo nel Veneto si teneva uno degli ultimi plebisciti – burletta, come li definì Indro Montanelli nella sua “Storia d’ Italia”, per la sua forzosa annessione: forzosa, perché le votazioni avvennero sotto l’ occupazione del territorio da parte delle truppe Piemontesi, i votanti dovevano passare attraverso due ali di militari per depositare nelle due urne (una per il sì e l’ altra per il no) una delle due schede colorate, anche queste: una per il sì a l’ altra per il no! Democraticamente!

    L’ unità d’ Italia era fatta.

    Senza dare la possibilità al Popolo Veneto di esprimersi liberamente e in modo democratico, esattamente come accadde nel conquistato regno delle Due Sicilie sei anni prima!

  • portoBF

    Il sito http://www.venetie.it, è inesistente in quanto non si può accedere perchè: “RISERVATO”.

  • guru2012

    Grazie per l’informazione portoBF.

    Cosa pensi, il fatto che io possa vantare un mio lontano zio gondoliere sul “canalazzo” potrebbe garantirmi qualche chanche d’accesso?

  • guru2012

    Concordo con le considerazioni di giorgiofracchiolla, anche se la piena autonomia del sud non sarà una passeggiata.

  • sultano96

    Le indico l’indirizzo e-mail a cui può chiedere lumi: [email protected]. Loris Palmerini non mi conosce come sultano96, cmq lei faccia riferimento all’alfiere dell’antropocrazia. L’informazione avanzatale da portoBF è esatta, perciò prima di correre ad affrettate conclusioni, come è d’uso in rete, è consigliabile un minimo di ponderazione. Non faccia il solito italiano, partendo con il piede sbagliato, cercando la raccomandaione avita. Non derida la storia perchè l’uome senza di essa non e’ nulla!!!! Non dimentichi che quando fornisco un’indicazione è apodittica. Ognuno potrà accedere nel nascituro stato, a giusta ragione, altra cosa e’ risiederne, non si possono offrire le perle ai porci, ma essere “astuti come serpenti”.

  • sultano96

    I VENETI pensano solo al DANE’ perchè a tutto il resto ci pensa lei con i suoi sodali. Io vivo nel Lazio ma volentieri, alla luce dei dati “spirituali” pubblicati dall’ISTAT, andrei a vivere in quelle terre, se mi ospitassero.

  • sultano96

    giorgio, condivido il suo pensiero e non mi ci sono soffermato perchè è un argomento, che in quest’ospite, cioè la realtà meridionale, più volte dibattuto. Ho cercato di proporre qualcosa di aggiuntivo all’articolo di Bertani, perchè recandomi spesso in Veneto, come in altre regioni d’Italia, e conoscendo molti veneti sono venuto a conoscenza di questo progetto, che sposo in toto. Intendo la nascita dello stato delle Venetie, chissa’ che non sia la volta buona che quando l’acqua bagna il sedere, il resto degli italiani non imparino a nuotare! D’altronde esistendo la globalizzazione oltre a questa non possono andare, quindi anche i veneti come gli italiani dovranno, giocoforza, nuotare in quest’oceano.

  • guru2012

    Sultano, la ringrazio per le delucidazioni che ha avuto la pazienza di elargirmi, ma per quel poco che ne so, la realizzazione dell’antropocrazia nulla ha a che vedere con l’appartenenza a non meglio identificate categorie di appartenenza “etnica”. Il mio tono scherzoso non le faccia intendere che voglia farmi beffe della storia.
    “Essere astuti come serpenti” è una frase che non riesco a comprendere.

  • nautilus55

    Scusa, Sultano96, ma Loris Palmerini non è quello che va raccontando che Tito voleva prendersi tutto il Veneto? Senza sapere che tutto nacque con la III Guerra d’Indipendenza? Con l’incorporazione di popolazioni slovene nel Regno d’Italia? Non vorrei che il futuro “Veneto” fosse imperialista tale e quale a Franz Josef, Re Vittorio, i Titini, gli apologeti dell’Istria…e via discorrendo. Quando si vanno a toccare questioni così complesse, bisognerebbe almeno informarsi un po’. Non si gioca a tresette con la storia.

  • Truman

    E’ raro che un analista del nord inquadri correttamente le problematiche relative allo squilibrio nord-sud e mi pare che Bertani non faccia eccezione.

    Più corretta mi pare l’analisi su come la Lega Nord sia stata finanziata allo scopo di creare divisioni nella popolazione e possibilmente anche nel territorio. La strategia imperiale del divide et impera è sempre stata visibile per chi non ha le fette di prosciutto sugli occhi, come pure è chiaro di quale impero siamo sudditi (e non cittadini).

    Bertani sembra credere alla favola secondo la quale la questione meridionale sia la constazione dello squilibrio nord-sud, seguita dai tentativi di mitigare tale squilibrio. In realtà la colonizzazione del sud aveva proprio lo scopo di creare un’economia secondaria che fornisse manodopera a basso costo dove serviva e non intralciasse la produzione industriale del nord. Dal 1860 per circa un secolo tutto andò bene. I meridionali schiattavano, emigravano, venivano deportati nel Fiat-nam, si organizzavano con una certa autonomia grazie alla mafia, insomma tutto ok.
    Intorno agli anni ’60 del secolo scorso però emerse un problema: i meridionali non consumavano abbastanza i prodotti delle industrie del nord, che quindi soffrivano. Questo era un problema, i meridionali erano dei consumatori troppo poveri per gli appetiti commerciali delle industrie.
    A questo problema di scarsi consumi fu dato il nome di Questione meridionale. Vabbuò, si trovò modo di stimolare i consumi senza far crescere il sud, lo chiamarono clientelismo e fu attribuito come una colpa del sud.

    In questa prospettiva l’eventuale separazione dell’Italia appare diversa: c’è un nord specializzato nel produrre auto di bassa qualità che quasi nessuno vuole ed un sud abituato al sangue, al sudore ed alla disperazione, un sud capace cavarsela nei modi più disparati per antica tradizione. Potrebbe allora succedere che una crisi economica ancora più forte provochi un ritorno all’agricoltura, e nel sud di campagne ancora ce ne sono, mentre nessuno vorrà, né potrà comprare quelle pessime auto fatte a Torino. Insomma se la crisi peggiora a sud toccherà spezzarsi la schiena e ritornare a zappare la terra, ma un pasto al giorno si rimedia. Ma cosa succederà al nord ed ai leghisti? Mangeranno i bulloni invenduti?

    Nota: chiaramente è una schematizzazione alternativa, non una profezia, ma dovrebbe far capire che ci sono strade da valutare prima di capire cosa riserva il futuro.

  • xl_alfo_lx

    Ottima analisi, che è la pura e semplice verità. Basterebbe leggere la storia della cosiddetta unità d’italia, la vera storia, non quella che continuano a propinarci, per capire l’oggi (e forse per questo), per capire cosa è la Maffia (raddoppiamento come Affrica). Basterebbe leggere un buon libro di Zitara!

  • sultano96

    Appunto per quel poco che ne sa!
    E’ doveroso conoscere la Genesi bibblica, in modo scientifico, per comporsi un’idea sull’origine delle genti, altra cosa è l’antropocrazia che si sostanzia in una organizzazione socio-politico-economica tra le stesse. Astuti può significare non comportarsi come i “Serenissimi” che con la loro azione plateal-carnevalesca hanno ottenuto il risultato della sostituzione del comandante in capo dei Lagunari.

  • sultano96

    E’ scusato, la storia, come ho già detto, serve a non ripetere gli errori, semmai porvi rimedio. Con la violenza non si ottiene mai rispetto e comprensione, infatti, la storia, sta lì a testimoniare che una volta sgombrato il campo dalla violenza e coercizione le situazioni tendono a tornare ante. E’ solamente la paura, mista ad interessi squisitamente economici, che suggerisce alle persone di non accettare i cambiamenti, non realizzando che siamo nella globalità, quindi facendo nostro un assioma di Eintein che recitava: ” Se una farfalla batte le ali in Giappone, in occidente si forma una tempesta”, dimostriamo l’inutilità di un simile atteggiamento, cioè la paura ed il timore.

  • sultano96

    Per sgombrare il campo da incomprensioni tengo a parteciparla che io sono il propugnatore dell’antropocrazia e qualora questa fosse accettata da ogni individuo, renderebbe codina ogni altra proposta, compresa quella di Loris Palmerini che infatti NON l’ha ancora metabolizzata, l’antropocrazia.
    Senz’altro mi sbaglierò ma leggendo i suoi commenti ho evinto il suo timore e tentennamento nell’affrontare le novità che la vita le offre.
    Cordialità.