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NOI INVIDIAMO I MORTI

DI HAMIRA HASS
haaretz.com/

La famiglia che ha perso 29 membri nella guerra di Gaza

A fine giugno, Richard Goldstone ha visitato il quartiere di Zaytoun nella città di Gaza, per fare un giro nel complesso dove viveva la famiglia allargata Samouni, oggetto di servizi su queste pagine nelle settimane passate (“L’ho nutrito come un uccellino”, del 17 settembre; “Morte nel complesso Samouni”, del 25 settembre). 29 membri della famiglia, tutti civili, furono uccisi nell’assalto invernale delle Forze Armate Israeliane (IDF) – 21 dei quali a seguito del bombardamento di una casa in cui nel giorno precedente i soldati avevano radunato circa 100 membri della famiglia.

Salah Samouni e il padrone della casa bombardata – Wael Samouni – hanno portato Goldstone in giro per le fattorie della zona, mostrandogli le case devastate e i frutteti sradicati. Nel corso di una conversazione telefonica questa settimana, Salah ha raccontato di aver mostrato a Goldstone una foto di suo padre, Talal, una delle 21 vittime della casa. Ha riferito al giudice – un ebreo sudafricano a capo del team di indagine delle Nazioni Unite sull’Operazione Piombo Fuso – che suo padre “era stato impiegato da ebrei” per quasi 40 anni e che ogni volta che stava male, “il datore di lavoro chiamava, si informava sulla sua salute, e gli vietava di tornare a lavoro finché non si fosse rimesso”.

Nella foto: I corpi di Issa, a sinistra, Ahmed, al centro, e Mohamed Samouni, a destra, durante il loro funerale a Gaza, lunedi 5 gennaio 2009, (AP)I Samouni erano sempre stati sicuri che, in caso di un’invasione militare a Gaza, sarebbero riusciti a convivere con l’esercito israeliano. Fino al 2005, prima del disimpegno di Israele dalla Striscia, l’insediamento ebreo di Netzarim si trovava proprio lì a fianco, e diversi famigliari vi lavoravano di tanto in tanto. Quando le pattuglie congiunte israelo-palestinesi erano in attività, i soldati israeliani e gli ufficiali di sicurezza palestinesi ogni tanto domandavano ai Samouni di “prestargli” un trattore per spianare un pezzo di terra o rimettere a posto la Salah al-Din Road (ad esempio quando doveva passarci un convoglio diplomatico). Mentre i Samouni lavoravano sui loro trattori, e raccoglievano sabbia, i soldati li sorvegliavano.

“Quando i soldati volevano che ce ne andassimo, sparavano sopra le nostre teste. Questo è quanto mi ha insegnato l’esperienza”, ricorda Salah Samouni, che ha perso una figlia di 2 anni nell’attacco delle IDF, insieme ad alcuni zii ed entrambi i genitori. Gli uomini più anziani della famiglia, tra cui suo padre e due zii che furono uccisi il 4 e 5 gennaio da soldati delle IDF, lavoravano in Israele fino agli anni 90 in varie località, incluse Bat Yam, Moshav Asseret (nei pressi di Gedera) e la “Glicksman Plant”. Loro tutti credevano che l’ebraico appreso li avrebbe aiutati ed eventualmente salvati negli incontri con i soldati.

Come è stato riferito su queste pagine il mese scorso, 4 gennaio, su ordine dell’esercito, Salah Samouni e il resto della sua famiglia lasciarono la loro casa, ormai trasformata in una postazione militare, e si trasferirono nella casa di Wael, posizionata sul lato sud della strada. Il fatto che a trasferirli erano stati i soldati, dopo aver visto i volti di bambini e donne anziane, e che questi circondavano la casa soltanto a poche decine di metri di distanza, aveva dato alla famiglia un po’ di fiducia – nonostante il fuoco delle IDF che proveniva da cielo, mare e terra, e nonostante la fame e la sete.

La mattina di lunedì 5 gennaio, Salah Samouni uscì di casa e urlò in direzione di un’altra palazzina, dove credeva si trovassero ancora altri famigliari. Voleva che si unissero a lui, per stare in un posto più sicuro, vicino ai soldati. Nulla gli preannunciò le tre granate e i razzi che le IDF spararono subito dopo.

“Mia figlia Azza, la mia unica figlia, di 2 anni e mezzo, è stata ferita dal primo colpo che ha raggiunto la casa”, ha raccontato Salah ad Haaretz. “È riuscita a dirmi ‘Papà, fa male’. Poi, nel secondo attacco, è morta. E io pregavo. Tutto era ridotto in polvere e non riuscivo a vedere nulla. Pensavo di essere morto. Mi sono ritrovato in piedi, completamente insanguinato, e ho trovato mia madre seduta nell’ingresso con la testa piegata in giù. Ho mosso un po’ il suo viso, e mi sono reso conto che per metà non c’era più. Ho guardato mio padre, che aveva perso un occhio. Respirava ancora un po’, poi ha smesso”.

Quando uscirono di lì – feriti, confusi, frastornati, temendo che stessero per arrivare la quarta granata o un razzo – decisi a raggiungere Gaza nonostante i soldati lì vicino gli gridassero di tornare indietro, credevano che nella casa ci fossero soltanto cadaveri. Non sapevano che in una grossa stanza sotto la polvere e le macerie, nove famigliari erano ancora vivi: l’anziana matriarca e cinque dei suoi nipoti e pronipoti – il più giovane dei quali aveva 3 anni, il più grande 16 – insieme ad un altro parente e suo figlio. Erano svenuti, alcuni sepolti sotto i cadaveri.

Quando ripresero conoscenza, il 16enne Ahmad Ibrahim e il suo fratellino Yakub di 10 anni videro i corpi della loro madre, di quattro dei loro fratelli e del nipote. Mahmoud Tallal, 16 anni, aveva perso le dita; ancora sanguinante, scoprì che i suoi genitori – Tallal e Rahma – erano morti. Omar, il figlio di Salah di soli 3 anni, era sepolto privo di conoscenza sotto il corpo della 24enne Saffa, giustificando il perché non l’avessero trovato nei terribili momenti di panico in cui lasciavano la casa. Ahmad Nafez, 15 anni, ricordava come, quando il piccolo Omar si risvegliò tirandosi fuori da sotto il cadavere, individuò suo nonno Tallal e iniziò a scuoterlo, piangendo: “Nonno, Nonno, svegliati”.

Il giorno precedente Amal, una bambina di 9 anni, aveva assistito all’irruzione dei soldati nella sua casa e all’uccisione di suo padre, Atiyeh. Aveva quindi trovato rifugio a casa di suo zio Tallal, e assieme ad altri famigliari era poi stata trasferita a casa di Wael. Non sapeva che suo fratello Ahmad stava morendo dissanguato tra le braccia di sua madre, in un’altra casa del quartiere.

I bambini avevano trovato degli avanzi di cibo in cucina e li avevano mangiati. Più tardi, Ahmad Nafez raccontava ai suoi parenti come Ahmad Ibrahim passava di cadavere in cadavere – sua madre, i suoi quattro fratelli e suo nipote, tra gli altri – scuotendoli, colpendoli, dicendo loro di alzarsi. Forse per i colpi, Amal riprese conoscenza, con la testa sanguinante e gli occhi che roteavano nelle orbite. Continuava a gridare “acqua, acqua”, ripeteva di volere sua madre e suo padre, e batteva la testa sul pavimento, mentre gli occhi che ruotavano senza sosta.

È troppo pericoloso rimuovere le schegge di granata conficcate nel suo cranio – lo dicono perfino i dottori di un ospedale di Tel Aviv. Adesso tutto le fa male e continuerà a farlo: quando fa freddo, quando fa caldo, quando è al sole. Non sarà mai in grado di concentrarsi nello studio.

Nessuno è in grado di ricostruire il passare delle ore nella casa bombardata di Wael; alcuni sono rimasti in uno stato di esaurimento e apatia. La prima a riprendersi è stata Shiffa, la nonna 71enne. La mattina di martedì 6 gennaio, capì che nessuno li avrebbe salvati di lì a poco. Non i soldati che si trovavano a pochi metri di distanza, non la Croce Rossa né la Mezzaluna Rossa, e nemmeno gli altri parenti. Alla fine pensò che forse neanche sapessero che c’erano dei sopravvissuti.

Il suo girello era tutto piegato e sepolto da qualche parte in casa, ma lei riuscì a fuggire con due dei suoi nipoti – Mahmoud (le cui gambe sanguinavano) e il piccolo Omar. Si trascinarono fuori e presero a camminare – lungo la strada silenziosa, tra le case abbandonate, capendo che alcune erano occupate da soldati.

“Gli ebrei ci videro dall’alto e urlarono di tornare dentro casa”, ha ricostruito Shiffa. Questo accadde mentre stavano camminando lungo la strada e passarono accanto alla casa di sua sorella. Entrarono, ma non vi trovarono anima viva. I soldati – sparando in aria – entrarono dopo di loro. “Li implorammo di lasciarci andare a casa. ‘Dov’è casa vostra?’” chiesero. Lei disse “laggiù” e indicò ad est, verso la casa di uno dei suoi figli, Arafat, situata vicino alla Salah al-Din Road. I soldati li lasciarono proseguire. “Vedemmo gente uscire dalla casa di Arafat e da quella di Hijjeh. Tutti erano un po’ feriti e i soldati sparavano in aria”.

A casa di Hijjeh trovò tutti in lacrime, ognuno con la sua storia di morti e feriti. “Gli raccontai cosa ci era successo, come tutti erano caduti addosso agli altri, a mucchi, i morti e i feriti”. Rimase lì col resto dei feriti per un’altra notte. Omar ricorda questa casa con affetto: lì gli fu dato del cioccolato.

Soltanto mercoledì 7 gennaio le IDF permisero agli staff di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa di entrare nel quartiere. Questi raccontano che avevano chiesto di poterlo fare sin dal 4 gennaio, ma le IDF non lo consentirono – o sparando in direzione delle ambulanze che provavano ad avvicinarsi oppure rifiutandosi di approvare la collaborazione. Le squadre di medici, che avevano il permesso di entrare a piedi e dovevano lasciare le ambulanze a un chilometro o un chilometro e mezzo di distanza, pensavano di andare a soccorrere i feriti in casa di Hijjeh. Ma poi la nonna gli disse dei bambini feriti che erano rimasti indietro, in mezzo ai morti, nella casa di Wael. La squadra medica cominciò a soccorrerli, totalmente impreparata allo spettacolo che si trovò di fronte.

Il 18 gennaio, dopo che le IDF ebbero lasciato la Striscia di Gaza, le squadre di soccorso tornarono nella zona. La casa di Wael fu trovata in rovine: i bulldozer delle forze armate l’avevano completamente demolita, con all’interno i corpi.

In una risposta generale alle domande di Haaretz in merito al comportamento dei militari nel quartiere della famiglia Samouni, il portavoce delle IDF ha detto che tutte le richieste sono state esaminate. “Al termine dell’indagine, i risultati saranno portati davanti al procuratore generale militare, che deciderà se prendere nuovi provvedimenti”, ha dichiarato il portavoce.

Salah Samouni, nel corso della conversazione telefonica ci ha detto: “Ho chiesto a [Richard] Goldstone di scoprire soltanto una cosa: perché l’esercito ci ha fatto questo? Perché ci hanno fatto uscire di casa uno alla volta, e se l’ufficiale che parlava con mio padre in ebraico ha verificato che eravamo tutti civili – [dunque] perché poi ci hanno bombardato e ucciso? È questo che vogliamo sapere”.
Pensa che Goldstone, nel suo rapporto, abbia dato una voce alle vittime. Non ha esternato la sua frustrazione nell’apprendere che il dibattito sul rapporto era stato posticipato, ma ha provato a descrivere cosa prova a nove mesi dall’evento. “Ci sentiamo [siamo] in esilio, nonostante siamo nella nostra patria, sulla nostra terra. Ci sediamo e invidiamo i morti. Sono loro quelli che stanno in pace”.

Hamira Hass
Fonte: www.haaretz.com
Link: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1121720.html
18.10.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUCA PAOLO VIRGILIO

Pubblicato da Davide

  • Nellibus1985

    Ogni giorno di più Israele sta fornendo motivi utili alla cosiddetta “comunità internazionale” (che, nella fattispecie, si comporta come le tre scimmiette) per condannarlo, ogni giorno di più le infamie che i suoi soldati compiono lo ricoprono di vergogna, ogni giorno di più si leggono cronache che fanno montare la collera ai livelli più alti di intollerabilità nei confronti della sua ignobile politica. Alla luce di questo terribile scenario, che si protrae da più di cinquant’anni, come hanno potuto le “Nazioni Unite” non muovere il minimo cenno di obiezione al recente discorso in cui Nethanyau ha di nuovo tirato in ballo la storia della Shoah, sempre buona per giustficare ogni mossa, ogni atrocità commessa nei confronti del popolo palestinese? Come hanno potuto riconoscere credibilità a uno stato che ha violato risoluzioni su risoluzioni, palesando in maniera lampante le proprie agghiaccianti intenzioni? Queste sono domande che meritano risposte immediate ed esaurienti, altrimenti tanto vale sciogliere l’organizzazione e mettere nero su bianco, una volta per tutte, che Israele (ma il discorso vale per l’intero Occidente) può disporre del medio oriente come meglio crede, e se ritiente vantaggioso portare avanti quella che il coraggioso scrittore israeliano Ilan Pappe ha definito “la pulizia etnica della Palestina” può farlo senza render conto a nessuno. Sia chiaro che il nostro comportamento compiacente verso la rapacità di stati come Israele, Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna dà letteralmente il voltastomaco, e gridano vergogna i futili e ridicoli argomenti portati a difensa di Israele dai soliti ambasciatori del sionismo nostrano (Travaglio, Zagrebelsky, Sofri, Battista e compagnia bella). Saluti.

  • Massud

    Questo è ciò che fanno i buoni ebrei. Personalmente, sono schifato dal livello di accondiscendenza che ricevono queste politiche criminali e stragiste dai politicanti e dai media della nostra prona Nazione. Travaglio dovrebbe andare a farsi una vacanzetta nella Striscia, in compagnia del suo datore di lavoro, l’ebreo Demaledetti. E’ grottesco che i media continuino a rimarcare la tragedia della Shoah quando nella storia anche recente dell’umanità sono decine i popoli che hanno sofferto stragi, epurazioni e pulizie etniche, non ultimo il popolo palestinese. Forse i morti non sono tutti uguali? Ci sono morti che hanno più importanza e dignità di altri morti? Non mi sembra che, ad esempio, sui morti in Rwanda si spendano così tante parole, e sono morte milioni di persone. Non mi sembra che all’eccidio dei nativi americani, si dedichi lo stesso tempo che si dedica alla Shoah. E dei 4 milioni di civili vietnamiti morti durante quella sporca guerra? E degli iraqeni? Forse quando si parla delle tragedie di “sporchi negri”, “musi gialli”, “arabi terroristi” e “selvaggi pellerossa” non si raggiunge lo stesso livello empatico? Tutto questo avviene senza che si levi una sola voce di dissenso, forse per la paura di accuse di antisemitismo dalle potenti leghe antidiffamazione ebraiche, accuse che stroncherebbero le carriere dei giornalisti-zerbini.

  • maumau1

    Nellibus1985,perchè ci hai messo la Russia insieme agli altri stati?
    Dimostri di non conoscere la storia recente e passata..
    I Russi sono gli unici che cercano di contenere Israele ma ovviamente se Israele ha dalla sua UE e USA ecco che si trova a scontrarsi con UE ed USA
    e quindi le cose si fanno difficili…
    Parli della strage di Beslan?
    Sappi che nel commando c’erano terroristi con passaporto inglese..
    e terroristi proveniente dall’Arabia Saudita,dove tutto ciò che riguarda roba militare passa per mano degli USA che addestrano milizie regolari e servizi segreti… http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Beslan
    Quindi ovvio che la strage di Beslan è uno dei tentativi di destabilizzare la Russia da parte delle forze USA-UK-Israele che ha annullato tutti i contratti che erano stati sottoscritti con la quinta colonna Eltzin ed arrestato iboiardi di stato che avevano svenduto i gioielli russi per due soldi..e si è ripreso le aziende (ad esempio la Yukos poi smembrata)ed annullato i contratti di estrazione e cacciato la British Petroleum(quella che sta costruendo il BTC che passa tra Georgia ed Ossethia),ovvio che un affronto simile non venga perdonato..
    quando la corte dell’Aja condannò l’UK per forti ingerenze in Iran con la Anglo-Iranian petroleum ,la stessa azienda dovette andarsene dall’Iran..
    e cosa successe?Poco dopo nel 53 insieme agli USA fecero il colpo di stato appoggiando le opposizione interne ed armandole ,colpo di stato ammesso da Obama nel suo discorso al Cairo e precedentemente dallo stesso segretario di stato Madalene Albright..lo dico per quegli idioti che pensano siano barzellette..

    La Russia viene insidiata ai fianchi da dove vengono fatti filtrare terroristi che fanno attentati o organizzano fornendo finanziamenti a non finire le rivolte dei gruppi estremisti o etnico-religiosi..promettendo denaro potere ed indipendenza(tutte balle ovviamente ,basta vedere la fine che stanno facendo tutte le nazioni ex sovietiche in cui ci sono stati rivoluzioni colorate…tutte prossime al fallimento ed alla fame,basta vedere estonia lettonia dove la gente sta facendo la rivoluzione,ovviamente ignorata dai media!)

    Giornalisti ed esponenti di spicco dell’opposizione come in Iran fanno tutte parte di ONG finanziate dall’occidente (USA-UK) per l’esportazione della democrazia e dei diritti (cosa succederebbe se giornalisti pagati da ONG russe ogni mattina criticassero l’operato di Bush o Obama?Finirebbero male i 5 minuti!)..ben fa Putin ad ostacolarle ,quella è una guerra combattuta con armi improprie..
    visto che spesso(insieme a persone che ci credono veramente)dietro si nascondono agenti infiltrati..
    come le tre donne che in Iran si diceva sono state condannate a morte per chissà quale reato in realtà erano agenti pagati dal Mossad..
    Quello che avviene in Cecenia è un’altra prova,centinaia di sodati russi con la gola tagliata…ovvio che è una guerra,ovvio che Mosca bombardi la città..

    Perchè le giornaliste Estemirova e la Politkovskaja che facevano parte entrambe della Ong Memorial(magari queste due ci credevano veramente a quello che facevano ma venivano cmq strumentalizzate dai media internazionali come avvenuto con le elezioni iraniane per stessa ammissione della Clinton) non si recavano in Israele dove vengono massacrati quotidiamente bambini,ma in Russia a difendere i diritti umani…ed in Iran…ma i bambini vengono massacrati a Gaza non in Iran e Russia..?

    La ONG Memorial di cui facevano parte si classifica come International Memorial Society (quindi internazionale!!) http://www.memo.ru/eng/about/charter.htm

    Le Ong servono(anche se magari chi ci fa parte non se ne rende conto e ammetto che possano anche essere in buona fede!) solo ad aprire la strada a rivoluzioni colorate a cui segue poco dopo il MAP e poi l’entrata nella Nato(penso ai ridicolodei fratelli gemelli Kaczyński per capire il livello di democrazia corrotta in queste repubbliche…come se Silvio Berlusconi fosse premier e Paolo Berlusconi presidente della repubblica..dite che ci sarebbe qualcosa di strano?Bè è quello che la rivoluzione colorata ed i finanziamenti stranieri hanno permesso di fare in Polonia nel 2006-2007 )e quindi la Russia si ritrova armi puntata ai suoi confini…non contenti di aver penetrato militarmente ex repubbliche sovietiche(finanziando l’opposizione con miliardi di euro ed è ovvio che chi ha più soldi vince le elezioni,da sempre ed in tutti gli stati del mondo!!)vorrebbero fare lo stesso con la Russia,ma Putin non è un fesso.

    ciao

  • Nellibus1985

    Ho inserito la Russia per via della Cecenia. In Cecenia non si può certo dire che la Russia usi le maniere gentili, perchè se è vero che da un lato ci sono stati atti terroristici come i sequestri di persona al teatro Dubrovka nel 2002, l’esercito russo si è reso responsabile della strage del mercato di Grozny del 1999, senza che l’opinione pubblica mondiale battesse ciglio. Tengo a ricordare che nel marzo del 2003 pervenne al quotidiano “Ie Monde” un rapporto inoltrato dal governo ceceno in carica, quello filorusso, in cui si parlava di “49 fosse comuni per un totale complessivo di 2879 cadaveri”. Nello stesso rapporto erano riportate le statistiche relative ai civili uccisi dal 1 gennaio al 21 dicembre del 2002, per un totale di 1314 persone (decedute al di fuori di ogno scontro armato o bombardamento), ed anche quelle relative ai crimini contro la persona registrati nell’arco di tempo che va dal gennaio al marzo del 2003; in questo periodo sono state accertati 126 sequestri di persona e 2 stupri. Sorvolando sulle testimonianze rese da un numero cospicuo di ceceni, sull’uccisione di Anna Politovskaja (a cui tu dai una tua interpretazione) e su qeulla ben più oscura di Antonio Russo, mi pare ci siano elementi sufficienti per condannare la Russia. Per molto meno la Serbia guidata da Slobodan Milosevic fu attaccata dalla NATO nel 1999, e, a differenza di quanto avvenne per la strage di Grozny, per quella di Sarajevo si decise l’intervento militare. Io la storia la conosco. Poi ci si può trovare in disaccordo sulle interpretazioni, ma questo e tutto un altro paio di maniche. Saluti.

  • TizianoS

    Gli ebrei sono tra i principali vincitori della II^ G.M.

    Sarebbe più realistico dare a Israele un seggio permanente all’ONU, con diritto di veto. Del resto ne ha tutte le caratteristiche: controllo diretto o indiretto dei gangli finanziari mondiali, armamento nucleare molto sofisticato, sommergili nucleari, missili, esercito potentemente armato.

    Gaza dovrebbe quindi essere considerato un problema interno di una superpotenza: nonostante ciò, si è avuto un inaspettato risultato a livello internazionale, con le conclusioni della commissione Goldstone sui crimini di guerra israeliani durante l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza.

    Ma non facciamoci illusioni: anche il resoconto di cui al presente articolo verrà dichiarato falso.

    Voglio invece riportare alcuni fatti difficilmente negabili ( tratti da: http://guerrillaradio.iobloggo.com/1825/commissione-goldstone-israele-criminale-di-guerra )

    La commissione ha dovuto considerare: «se la serie di atti volti a privare la popolazione di Gaza dei mezzi di sussistenza, di lavoro, di abitazione e d’acqua, che negano la libertà di movimento e il diritto di entrare ed uscire dal Paese, che limitano l’accesso a cure e tribunali, sia da ritenersi “persecuzione”, che è un crimine contro l’umanità».

    Tra l’altro, Goldstone ha chiesto alle autorità ebraiche a quale scopo avevano distrutto un mulino, che produce l’alimento base più elementare per la popolazione civile. Israele non ha mai risposto (in generale, ha rifiutato sistematicamente di collaborare con l’inchiesta). La commissione ha dovuto concludere che la «gratuita» distruzione del mulino aveva solo uno scopo, «mettere fine alla produzione di farina nella striscia di Gaza».

    I media israeliani stanno cercando di demolire l’autorità morale di Richard Goldstone, il giudice internazionale che ha firmato il rapporto, già procuratore d’accusa all’Aja per i crimini commessi in Ruanda e in Jugoslavia.

  • whiteheart