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NEL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA C’E’ ANCHE IL MOSSAD: VECCHI E NUOVI SCENARI

DI CLAUDIO MOFFA
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Chi ha voluto e fatto la strage di Piazza Fontana? Dopo quasi mezzo secolo di inchieste giudiziarie fallimentari, Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli (1) – alla cui decennale inchiesta giornalistica ha attinto Marco Tullio Giordana per il film proiettato in queste settimane in tutte le principali sale cinematografiche italiane – offre un nuovo scenario, già emerso nell’inverno 1969-70, presto dimenticato e oggi messo a disposizione dei lettori pronti a leggere le 687 pagine del volume. Uno scenario molto utile a rispondere all’interrogativo, e la cui parte tecnica può essere così riassunta: non una, ma due furono le borse depositate sotto il tavolo della Banca Nazionale dell’Agricoltura, la prima per volontà “anarchica” (virgolette necessarie, perché dietro l’A cerchiata c’erano altri e opposti soggetti) a basso potenziale, destinata ad esplodere a sportelli bancari chiusi, e finalizzata dunque all’ennesimo attentato dimostrativo di quei mesi. La seconda per decisione “fascista” (di nuovo, virgolette necessarie, per consimile ma non analogo motivo) con finalità stragiste, di una potenza tale da fare un buco nel pavimento e di compiere la strage che fu. Strage assolutamente pianificata e voluta, perché l’esplosione era stata predisposta in orario di apertura della filiale, con la sala piena di gente, in tempo utile solo per permettere a chi aveva piazzato l’ordigno di allontanarsi senza pericolo.

Questo è lo scenario tecnico: ma al di là della manovalanza, chi ha pianificato e voluto la strage? Chi sono i mandanti?

Cominciamo dall’input che mi ha spinto a leggere Cucchiarelli. Prima vedo il film e ascolto una dichiarazione e una frase: la dichiarazione disegna uno scenario politico ben più ampio della coppia operativa anarchici-fascisti, vi si parla di NATO e di settori dei Servizi segreti. La frase detta non ricordo da chi, recita che il timer della bomba era di modello analogo a quelli usati in Israele.
Leggo poi, uno o due giorni dopo, due articoli sul film, su Repubblica e su il Giornale: in entrambi si riduce la doppia pista alla solita coppia antitetica-convergente anarco-fascista: la novità dell’inchiesta avrebbe riguardato insomma solo l’aspetto tecnico dei due ordigni, non la matrice ultima dell’attentato del 12 dicembre, il retroterra internazionale. Ma uno dei due giornalisti, Mario Cervi, ammette onestamente di aver letto solo il riassunto del libro di Cucchiarelli. Un riassunto che, volutamente o no, era nei fatti la “traduzione” censoria della verità vera del film, e probabilmente del libro. Come stanno veramente le cose?
Dunque compro, apro e leggo il Segreto di Piazza Fontana: a pagina 40, una scheda su Ordine Nuovo ricorda i legami di questo gruppo fascista scioltosi alla vigilia della strage del 12 dicembre, con l’agenzia portoghese Aginter Press di Guerin Serac e con l’OAS, di cui il gruppo copia la struttura “a nido d’ape”.

A pagina 270 si parla di un incontro a casa Pinelli – personaggio limpido in tutta la vicenda, come il commissario Calabresi – di “anarchici” quali Sottosanti (il sosia di Valpreda) e tra gli altri, Gianfranco Bertoli. Due figure ben diverse da Pino Pinelli, il primo fascista, il secondo così descritto da Cucchiarelli: “Bertoli era un anarchico particolare, in realtà manipolato da Ordine Nuovo. Gli anarchici Umberto Del Grande, Aldo Bonomi e Amedeo Bertolo nel 1971 volevano farlo fuggire in Svizzera e poi a Londra, ma sarà il Mossad a farlo rifugiare in Israele. Dietro gli ordinovisti del Veneto, infatti, spunta il servizio israeliano, che poi farà rientrare Bertoli in tempo per essere agganciato dai fascisti e arruolato per fare una strage ‘anarchico-individualista’: nel maggio 1973, un anno esatto dopo la morte del commissario ‘che aveva ucciso Pinelli’, sarà Bertoli a eseguire la strage finto-anarchica alla Questura di Milano”.

A pagina 423 c’è la risposta dell’ordinovista Carlo Maria Maggi al suo camerata Carlo Digilio,che gli aveva chiesto “conto della strage”. “Digilio si sentì rispondere che non ci dovevano essere critiche: ‘I fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e c’era una mente organizzativa al di sopra della nostra che aveva voluto questa strategia’ ”.

A pagina 470, è riportato un giudizio dell’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, che, con riferimento agli scenari anche internazionali dell’epoca, “invita a considerare un preciso triangolo: Grecia-Italia-Israele. Perché il golpe di Atene (è Vinciguerra a parlare, ndr) e quello tentato a Roma possono essere interpretati non solo in chiave anticomunista ma anche pro-Israele …”.

A pagina 640 c’è la testimonianza di “Mister X” che “oggi è un tranquillo signore, ma ne 1969 era un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva”, incontrato più volte negli ultimi anni” dall’autore del libro. “Non dobbiamo dimenticare il ruolo dei servizi segreti israeliani. Tedeschi, il Direttore de il Borghese, aveva contatti oc l’Irgun. Giravano dei soldi. L’Irgun era di casa a il Borghese. A Roma finanziava il Soccorso tricolore. Ufficialmente erano soldi che provenivano da sottoscrizioni personali, ma non era così …”.

Ci fermiamo qui. Quanto accennato onestamente dal film, e quanto citato onestamente da Cucchiarelli, è un classico che si ritrova in ogni tappa della strategia della tensione degli anni Settanta, e che anzi ha un precedente significativo nell’attentato a Mattei. L’ultima battaglia di Mattei fu –come carte cantano – contro Israele: verità quasi banale, se si pensa alla strategia dell’ENI di collaborazione attiva con i paesi produttori di petrolio del Medio Oriente (tutti arabi, a parte l’Iran: non invece Israele, comunque privo di petrolio) comprese le sue punte più antisioniste e radicali come l’Egitto di Nasser e l’FLN algerino (2).

Ma continuiamo con la strategia della tensione: interferenze e presenze israeliane erano già emerse nell’attentato di Bertoli del 1973, nel caso Argo 16 indagato dal giudice Mastelloni, nell’attentato di Bologna (dichiarazioni di Carlos), in quello di Ustica (il quinto scenario di Gatti, e forse l’inchiesta di Purgatori), e soprattutto nel caso Moro, come esternato ripetutamente – con decine e decine di articoli su tutta la stampa italiana – nel 1999 dall’allora Presidente della Commissioni antistragi Giovanni Pellegrino, prima che il parlamentare venisse messo a tacere dal fuoco incrociato di Galli della Loggia e Ferrara. Ora c’è anche la nuova lettura dell’attentato del 12 dicembre, la “grande madre” di tutte le stragi e vittime successive. Notizie di una pista Mossad erano già circolate all’epoca in Europa: ma Cucchiarelli fa di più, elenca fatti, propone fonti attendibili, riporta dichiarazioni precise e convergenti sulla presenza del servizio israeliano nella trama stragista.

Tutto questo poteva essere scoperto molto tempo fa. Perché allora il silenzio, perché un silenzio così lungo? In prima battuta la risposta è semplice: per la destra prendersela con gli anarchici è un gioco da ragazzi; per la sinistra, additare i fascisti è altrettanto semplice e proficuo. Nessuna delle due componenti – meno gli spesso ingenui anarchici, più i loro nemici-amici – facevano effettivamente paura. Sono i poteri forti che facevano e fanno paura: in particolare Israele il cui nome è, per i timorati e gli intimoriti, come quello di Dio. Anzi più di quello di Dio, perché non lo si può nominare non solo “invano” ma neanche a ragione e argomentatamente. Pena la doppia accusa di antisemitismo e di complottismo.

Oltre questa banale considerazione c’è poi un discorso più articolato, che Cucchiarelli affronta a fine libro: i giornalisti, i politici e i magistrati sono i principali responsabili dell’omertà diffusa su questo tabù storico, fattispecie particolare del più generale fenomeno dell’occultamento della storia (3).

Per quel che riguarda i giornalisti, bisogna dire che anche il libro di Cucchiarelli – dentro una struttura come già detto onesta, che nulla ha a che vedere con l’ingenuità semplicistica di certe analisi o il ciarpame di certi libri costruiti appositamente per depistare – induce, in alcuni suoi giudizi di sintesi, a qualche perplessità: laddove ad esempio disegnando le due cordate della strategia nascosta dietro la strage da lui individuate (p. 423) – la prima “ispirata a De Gaulle, puntava alla proclamazione dello stato d’emergenza, all’unione delle forze anticomuniste e a profonde revisioni costituzionali”, la seconda “prettamente fascista, guardava alla Grecia, ai carri armati nelle strade, al golpe militare”- dopo averne elencato i referenti nazionali (da un lato MSI, PSDI, e piccole parti del PSI e della DC; dall’altra ancora alcuni settori DC, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo) riduce lo “scenario internazionale in cui gli avvenimenti italiani si inserivano” a una “Operazione Chaos promossa dagli USA a partire dal 1966-67”. E Israele?

In effetti l’affermazione è riduttiva, e non solo perché l’anticomunismo di De Gaulle non impediva la sua opzione per una “Europa dall’Atlantico agli Urali”, ma anche perché essa confligge con le stesse unità di notizia sul ruolo israeliano che l’autore fedelmente riferisce in altre pagine del suo lavoro, unità di notizia che nel giudizio di sintesi dovrebbero essere incluse in una delle due (o tutte e due le) cordate citate.

Le perplessità d’altro canto potrebbero richiamare una carenza di conoscenza e diffusione non dico delle specifiche analisi, ma delle ipotesi circolate su altri attentati e attività eversive extranazionali dell’epoca, ipotesi che vanno esattamente nella stessa direzione “revisionista” del lavoro di Cucchiarelli.

Due esempi al proposito: il primo è il dato di fatto che già negli anni Cinquanta e Sessanta gli Stati Uniti erano caratterizzati da quel fenomeno di cui all’analisi recente di Walt e Meisheimer sulla lobby pro israeliana (4): a chi dunque apparteneva veramente, dentro l’Amministrazione e il Congresso, la strategia-operazione del Chaos? Eisenhower aveva bloccato Israele durante la guerra di Suez, costringendo lo Stato ebraico e i suoi alleati anglofrancesi a fare marcia indietro. Nello stesso periodo, anno 1957, il sottosegretario agli esteri italiani Folchi aveva ammonito Mattei a non attaccare pubblicamente lo Stato ebraico per i danni subiti dai pozzi italo-egiziani durante la guerra di Suez, perché una simile sortita avrebbe danneggiato anche i rapporti dell’Italia con gli Stati Uniti, dove Israele – scriveva Folchi – era protetto anche materialmente da “circoli finanziari e politici” presenti nel Congresso (5).

Anche Kennedy, peraltro sensibile alla questione del “signoraggio” – vale a dire dello strapotere della grande finanza (anche) sionista sull’economia e sul mondo politico USA -aveva cercato di arginare Israele su un terreno assai sensibile per Tel Aviv: il presidente USA era in rapporti non ostili ma di dialogo con Nasser, l’Hitler arabo dell’epoca secondo la propaganda sionista, e aveva chiesto all’allora premier Levi Eshkol di poter ispezionare la neonata centrale nucleare di Dimona. Pochi mesi dopo sarebbe stato assassinato. Non è casuale allora la terza ipotesi tra quella (farsesca) del comunista Oswald e quella dei soliti “petrolieri”. Il Mossad, appunto (6). Morto Kennedy, sarebbe diventato presidente il filoisraeliano Johnson, favorevole tra l’altro alla guerra contro il Vietnam: siamo appunto al “1966-67” gli anni dell’ “operazione chaos” ricordati da Cucchiarelli.

Questo per quel che riguarda gli USA. Il secondo esempio riguarda l’OAS, citata ne Il Segreto di Piazza Fontana tra l’altro nella scheda su Ordine Nuovo, il gruppo neofascista a valle manipolatore del losco “anarco-kibbutzista” Bertoli e di Valpreda, e a monte, in buoni rapporti col Mossad e lo Stato d’Israele. Ora, è poco noto ma è certo che anche l’OAS era in ultima analisi legata a Israele e alla causa sionista: l’FLN algerino era in guerra non solo con l’esercito occupante, ma anche con la comunità ebraica della colonia francese, antiindipendentista, e che appunto – come riferito tra gli altri dal Corriere della Sera del 1962 – era schierata con Parigi e – vedi stampa ebraica italiana dello stesso periodo (7) – era difesa da Israele. Il capo dell’OAS, Jacques Soustelle, si sarebbe rivelato dopo la fine della guerra d’Algeria un filoisraeliano convinto (8) .

Ora, se non si assumono questi ed altri dati, se non li si ripescano nella memoria perduta e occultata della storia dell’OAS, si perdono alcune coincidenze e il quadro d’assieme che potrebbero altrimenti condurre alla “centralità” israeliana o israelo-americana della strage di Piazza Fontana. La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo – grande capolavoro, ma venato da un certo “buonismo” terzomondista che celava di fatto lo scontro tra FLN e ebrei algerini – non aiuta in questo senso. Come sempre, fare emergere dentro la verità storica generale, quella specifica dell’eventuale ruolo dello Stato ebraico e delle sue specifiche strategie di sopravvivenza-difesa, è operazione difficile.

Ma, ripeto, si legga l’OAS come organicamente coerente alla strategia antiaraba israeliana, e allora tutto quadra ancor di più dei tasselli messi assieme da Cucchiarelli, che peraltro riporta nel libro – come già detto – il commento di Vincenzo Vinciguerra su una valenza anche proisraeliana, e non solo anticomunista, del golpe dei colonnelli in Grecia. E ricorda ancora – l’ordinovista di Udine che ebbe a tacere Carlo Digilio sul “perché” la strage – come il nemico di Kissinger Moro era anche lui nel mirino del terrorismo israelo-neofascista dei primi anni Settanta, fin dai tempi dell’attentato alla Questura di Milano del 73.

Certo, a questo punto potrebbe sembrare assurdo che Israele usi e sostenga sia i neonazisti di Ordine Nuovo sia le BR comuniste di Moretti, o che un servizio segreto come il Mossad abbia potuto lasciare traccia di sé con la storia dei timers usati in Israele.

Ma entrambe le perplessità sfumano di fronte a due connesse considerazioni: la prima è che quel che è sempre interessato allo Stato ebraico – come dimostra tutta la sua storia – è il caos tra le “nazioni gentili” e nelle “nazioni gentili” da sottomettere ai suoi disegni; la seconda la prendo da Eric Salerno, Mossad base Italia: “E’ consuetudine del Mossad lasciare un’ombra di mistero intorno a tutte le operazioni che gli vengono attribuite. Non conferma né smentisce” (9).

Questo per quel che riguarda i giornalisti. Quanto alle altre due categorie coinvolte nel processo omertoso di occultamento della verità storica, Cucchiarelli cita una frase di Pasolini: “L’inchiesta sul golpe (Tamburino, Vitalone …) l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, o vari processi contro i delitti nei-fascisti … Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? E’ spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’è il problema della magistratura e delle sue scelte politiche. Ma mentre contro tutti gli uomini politici tutti noi ( …) abbiamo il coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici,. Disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur grossolano fair play, a proposito dei magistrati tutti stanno zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura”.

Cucchiarelli ha quasi completamente ragione a citare questo passo: quasi perché in effetti proprio la strategia della tensione dimostra come spesso quella che appare come la verità vera da sostituire alle tesi ufficiali, è a sua volta complessa e ostacolo per raggiungere uno scenario veramente esaustivo, comprensivo delle proiezioni o origini internazionali della strage di turno. Non è sempre responsabilità dei neofascisti.

Ha comunque del tutto ragione per quel che riguarda i magistrati: quante inchieste su oscuri o intuibili intrecci tra sigle estremiste di destra e di sinistra e Israele o il sionismo, sono state portate a termine dai magistrati italiani? Piazza Fontana, Bertoli, Argo 16, Piazza Bologna, Moro, Ustica, a cui aggiungere forse Piazza della Loggia e Mattei … Nessuna. I politici farebbero bene a parlare, parlare, parlare, come a tratti facevano ai tempi di Tangentopoli (persino Mancino fece un accenno alla “lobby ebraica”, poi venne criticato duramente dalla comunità romana e finì per partorire l’ambigua legge che porta il suo nome), e come ha fatto in Inghilterra Tony Blair, quando ha confessato candidamente, a occupazione britannica conclusa, che l’adesione di Londra alla guerra contro Saddam era stata co-decisa assieme a ufficiali israeliani. Incredibile per un discendente del glorioso Impero britannico! (10)

I magistrati dovrebbero riflettere sulla loro contraddizione: se sia coerente il coraggio di ribellarsi al Parlamento sovrano, depositario per norma costituzionale e per elezione del popolo sovrano, del potere legislativo che solo ad esso compete, con la subalternità di fatto nei confronti di chi arrogantemente tratta l’Italia come una sua colonia, quei Poteri occulti più o meno “forti” che spetta appunto alla autorità giudiziaria smascherare e punire. Ci vorrebbe uno sforzo comune o convergente, di cui però non si vedono adesso segnali: è augurabile che i frutti della decennale ricerca di Cucchiarelli abbiano un seguito in questo senso.

Claudio Moffa
Fonte: www.facebook.com
10.04.2012

NOTE

1) Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, Ponte delle Grazie, Firenze, 2012

2) Cfr. i documenti nel saggio Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé: l’ombra di Israele sul “caso Mattei”, in AA.VV, Enrico Mattei. Il coraggio e la storia, a cura di Claudio Moffa, Roma 2007.

3) www.claudiomoffa.it, “L’occultamento della storia”, 25 luglio 2011.

4) John Mearsheimer and Stephen Walt, La Israel Lobby e la politica estera americana, Mondadori, Milano 2007.

5) Claudio Moffa, Dalla guerra di Suez all’attentato di Bascapé, cit.

6) Michael Collins Piper, Final judgment: The missing link in the JFK assassination conspiracy, (Paperback). In rete (http://www.metaforum.it/archivio/2009/showthread920d.html?t=6178) si trova notizia anche di una intervista a Mordechay Vanunu citata da Aaron Klein nel WorldNetDaily.com del 25 luglio 2004. Vi si legge che “il giornale Al-Hayat, che ha sede a Londra, ha pubblicato ieri (il 24-7, n.d.t.) un’intervista, dichiarando che e’ la prima rilasciata da Vanunu, e nella quale il fisico israeliano afferma che secondo “certe indicazioni vicine”, Kennedy e’ stato assassinato a seguito della “pressione che aveva esercitato sul capo del governo israeliano, David Ben-Gurion, per fare luce sul reattore nucleare di Dimona.” “Noi non sappiamo quale irresponsabile Primo Ministro israeliano assumera’ l’incarico e decidera’ di fare uso delle armi nucleari nelle battaglie con gli altri stati Arabi confinanti,” cosi’ viene riportato quello che Vanunu ha detto. “Quanto e’ gia’ stato rivelato sulle armi di cui Israele e’ in possesso puo’ distruggere la regione e uccidere milioni di persone.”

7) “La dolorosa situazione degli Ebrei algerini”, in Israel, settimanale ebraico, anno XLVII, 27, 25 gennaio 1962, p. 1. Vi si cita la corrispondenza di Egisto Corradi sul Corriere della Sera del 18 gennaio precedente. Brani e commenti nel mio “Il caso Mattei e il conflitto arabo-israeliano”,Eurasia, 4, 2007, pp. 255-269

8) Jacques Soustelle, antifascista collaboratore di De Gaulle durante la Resistenza, ruppe col generale sulla questione algerina – era contrario all’abbandono della colonia – aderendo all’OAS nel 1960. In esilio nel 1962, tornò in Francia nel 1968. Espresse le sue posizioni su Israele nel suo La longue marche d’Israel, 1968. Fu presidente dell’Associazione Francia-Israele.

9) Eric Salerno, Mossad, base Italia. Le azioni, gli intrighi, le verità nascoste , Il Saggiatore, Milano 2010 p. 162.

10) www.claudiomoffa.it, 25 febbraio 2010, Tony Blair, l’ascari di Israele

Pubblicato da Davide