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NEL NOME DEI MONNEZZARI

DI CARLO BERTANI

“Bande di teppisti senza una strategia complessiva”, ecco come un Ministro dell’Interno ex socialista, e nominato da un governo di centro-sinistra, definisce il malessere degli abitanti del napoletano. E, questo, dopo aver “sentito” il Capo della Polizia Manganelli (basta il nome…) ed aver nominato De Gennaro (Genova 2001?) Commissario Straordinario per la Monnezza.

L’Italia è un “paese fotocopia”. Ogni anno che passa, potremmo “riciclare” le notizie di quello precedente: come nel 2007, 2006, 2005…anche quest’anno è scoppiata “l’emergenza rifiuti”. Anche le notizie fanno monnezza.
Come andrà a finire? Come tutte le “emergenze” italiane: dapprima si criminalizza chi protesta per il sacrosanto diritto alla propria salute (le cifre sull’incidenza dei tumori riportate da Saviano parlano chiaro), poi partirà una strategia formata da promesse (tante), soldi (a chi di dovere), tanto per rientrare in quell’ordinaria “normalità” che, a Napoli, significa non avere la monnezza che arriva al primo piano. Poi, spegneranno i riflettori delle TV, e tutto tornerà “normale”. Fino alla prossima emergenza.

Intanto, montagne di rifiuti s’accumulano nelle strade, mentre colonne di camion cariche di spazzatura s’avventurano – scortate dalla Polizia – fra paesi in guerra e popolazioni al limite della sopportazione. Dove vanno? Tentano di raggiungere l’ennesima discarica “temporanea”, nell’attesa che si trovi l’ennesimo “sito” per l’interramento definitivo: ovviamente, nell’attesa che sia definito dove e se costruire un inceneritore, un termovalorizzatore o comunque lo si voglia chiamare. Intervistati dai solerti TG nazionali, sudaticci funzionari affermano di “lottare contro il tempo”, “contro gli immobilismi”, “contro le eco-mafie”, contro…insomma, un’emergenza apocalittica!
Ora, “un’emergenza” deriva – per definizione – da un evento straordinario ed imprevisto: nessuno prevedeva che, anche quest’anno, avremmo gettato nella spazzatura le bucce dei mandarini e i cartocci del latte?
Negli altri paesi europei, si nominano commissari straordinari per i terremoti e per le alluvioni; nel Bel Paese, alti funzionari dello Stato sono insigniti dell’ambita carica: Commissario per la Monnezza. L’ultimo ad essere insignito dell’Alta Carica fu Bertolaso. Adesso tocca a De Gennaro. La prossima volta, toccherà ad un Ammiraglio poi, a rotazione, Esercito ed Aeronautica.

Tutto l’andazzo è finalizzato ad un solo scopo: trovare qualcuno disposto ad accettare sul suo territorio una discarica, un’amena valletta (meglio se un po’ nascosta) da riempire di spazzatura. Almeno, per quest’anno “tiriamo il fiato”. Le riunioni “politiche” si sprecano: sindaci di quel partito incontrano governatori dell’altro, ma c’è di mezzo qualche “potente” dell’opposto schieramento, e si torna da capo. S’interpella Roma, ma Roma ha ben altro cui pensare…elezioni, fusioni di partiti, grandi riforme istituzionali…no, Roma nomina il Gran Commissario e…che se la sbucci lui, fra le bucce delle patate e delle arance!
Se riduciamo all’osso la questione, siamo come un gatto che deve “farla” ed osserva con circospezione il terreno: dietro a quel cespuglio? Sotto l’albero? Sì, sotto l’albero va bene: un po’ di lavoro con le zampe anteriori – quindi l’atto – e lo zampettare con quelle posteriori per ricoprire il tutto. Anche per oggi, il problema è risolto. Nel terzo millennio del silicio e delle tecnologie spaziali, il Gran Commissario osserva il gatto. E impara.

Proviamo a salire di un misero scalino ed osservare altre soluzioni?
Per prima cosa dobbiamo sfatare il mito che la spazzatura, in discarica, non inquini: inquina pesantemente e definitivamente il terreno, e non solo.
Nonostante ci raccontino che sono state seguite alla lettera le “norme”, e prese tutte le opportune “precauzioni”, vorremmo sapere cosa genereranno montagne di spazzatura interrate dopo decenni di piogge. Nessuno può fermare l’acqua, che s’intrufola, scava, scende: gutta cavat lapidem – affermavano i latini, la goccia scava la pietra – figuriamoci la monnezza.
Risultato: dopo qualche anno, metalli pesanti e molecole d’ogni forma s’espandono ben oltre i confini della discarica e vanno ad inquinare le falde acquifere. La preziosa, e sempre più scarsa acqua che abbiamo a disposizione, dobbiamo prelevarla sempre più lontano dalle città, perché le falde più vicine sono inquinate da Cromo, Mercurio, Piombo e molecole d’ogni tipo sparse a pioggia. Addio agricoltura biologica. Finito? Manco per idea.
Le molecole organiche (carta, legno, residui alimentari, materie plastiche, ecc) sono costituite da lunghissime catene formate da atomi di Carbonio. Tutto cambia – panta rei, affermavano già i Greci – ed il Carbonio può seguire due strade per “mutare”: l’unica cosa che non può assolutamente fare è rimanere così com’è, perché la chimica è un continuo mutare, trasformare, rinnovare.
Se il Carbonio si lega con l’Ossigeno (tipicamente, una combustione) forma l’anidride carbonica – responsabile dell’effetto serra – mentre se è interrato cambia per fermentazione anaerobica. I batteri, sempre presenti, spezzano le lunghe catene di atomi e formano metano: a prima vista, sembrerebbe una buona soluzione.
Invece no, perché il metano che si forma è difficile da recuperare ed è – per gli usi energetici – di scarsissima entità, mentre – se liberato nell’atmosfera – inquina, e parecchio. Una molecola di metano riflette una quantità di radiazione infrarossa (l’effetto serra) pari a 21 volte quella riflessa da una molecola d’anidride carbonica! Quindi, dal punto di vista dell’inquinamento, le discariche sono la peggior soluzione: incrementano enormemente l’effetto serra ed inquinano definitivamente terreni e falde acquifere.

L’altra soluzione è bruciare i rifiuti in appositi impianti, per ottenere la miglior combustione possibile e ridurre il rilascio di prodotti di combustione indesiderati.
Qui bisogna sfatare un mito: i termovalorizzatori producono sì energia elettrica, ma è sbagliato pensare ad essi come ad un metodo di produzione energetica. Più seriamente, dovrebbe essere chiarito che sono mezzi per eliminare i rifiuti, dai quali è possibile recuperare un po’ d’energia.
La distinzione è importante perché, se pensassimo ad essi come al toccasana della produzione energetica, potremmo cadere nell’errore di generare più rifiuti: tanto ci penseranno i termovalorizzatori!
I termovalorizzatori, però, bruciano il materiale più composito che possiamo immaginare: pur trasformando preventivamente i rifiuti nel CDR (Combustibile Da Rifiuti) mediante complesse operazioni chimico-fisiche, rimane un composto formato da legno, plastica, coloranti, vernici, ecc.
All’estero, la tecnologia per bruciare i rifiuti è più avanzata che in Italia, e si riescono ad ottenere rilasci molto contenuti di sostanze inquinanti, tanto che gli impianti sorgono anche in aree urbane.
In Italia – e questo è un altro mistero che dovrebbero spiegarci – anche i più moderni impianti sono almeno un paio di “generazioni” indietro rispetto a quelli d’oltralpe.
I timori delle popolazioni – quindi – sono pienamente giustificati: perché un sindaco dovrebbe concedere la costruzione di un termovalorizzatore, quando non ha garanzie sul futuro inquinamento?
Discariche e termovalorizzatori sono mezzucci per risolvere il breve ed il medio periodo ma, se vogliamo veramente salire un ulteriore “scalino” e cercare soluzioni radicali, non possiamo che partire dalla “catena” del rifiuto: in definitiva, si brucia ciò che s’immette nella “filiera” del rifiuto.

I rifiuti organici naturali (scarti di cucina, ad esempio) non producono inquinanti: il vero problema sono i materiali prodotti dall’uomo mediante la manipolazione chimica. Una cassetta di legno può bruciare tranquillamente: la stessa cassetta, costituita da materiale plastico, è un problema.
Qui nasce il problema dei rifiuti: quando s’arriva al cassonetto, la frittata oramai è fatta.
La raccolta differenziata dei rifiuti è ottima cosa, ma è lenta ad affermarsi e sembra non riuscire a superare la metà, forse il 60% della produzione di rifiuti, anche nelle migliori condizioni.
Le proposte sono molte: dalla raccolta “porta a porta” (molto costosa) ad un generale abbattimento della quantità d’imballaggi, che formano gran parte dei rifiuti.
Dobbiamo, però, sfatare un mito, ovvero il ritorno al trasporto dei materiali sfusi: chi ha vissuto nel mondo dove si rifornivano i negozi con i sacchi di pasta, sa benissimo che quel metodo necessitava di tanta mano d’opera in più per realizzare la distribuzione.
In questo senso, la grande distribuzione è un passo in avanti, non indietro: in termini d’efficienza – sia energetica, sia per le ore di lavoro necessarie – il mondo “polverizzato” dei piccoli esercenti condurrebbe a nuovi rincari delle merci. Già oggi è possibile, non ovunque, ordinare direttamente le merci via Internet, e questo è un altro progresso: risparmi di tempo e carburanti.
Va da sé che, se si devono rifornire i supermercati con merci imballate (giacché chi acquista compra una confezione, mentre un tempo c’era un addetto che confezionare i pacchi), aumenterà la massa degli imballaggi.

Gli imballaggi sono dunque i materiali che generano più problemi per un loro eventuale uso energetico: enormi masse di materie plastiche, nylon, coloranti. E’ proprio necessario costruirli con queste sostanze?
Se i contenitori per il trasporto e l’imballaggio delle merci vengono recuperati, allora possiamo costruirli con qualsiasi materiale, ma se vanno a finire nel cassonetto – quante volte abbiamo notato cataste di cassette per la frutta in plastica accanto ai cassonetti? – sarebbe meglio farli di legno. E per gli imballaggi, non sarebbe meglio utilizzare il cartone?
Ancora: è proprio necessario colorare il cartone, cosicché rimane intriso di coloranti chimici che inquinano pesantemente?
I sacchetti potrebbero essere di carta, oppure fabbricati con polimeri dell’amido di mais, i coloranti usati potrebbero essere d’origine naturale: certo, forse non si riuscirebbe ad ottenere quel meraviglioso rosa shocking, ma val bene la pena se dopo non si genera diossina!
Ci sono milioni d’interventi per intervenire nella “filiera” del rifiuto: perché non viene proibita la vendita delle batterie (pile) tradizionali, così utilizziamo solo quelle ricaricabili? Se si possono ricaricare anche solo 200 volte, significa ridurre allo 0,5% la quantità di batterie esauste! Idem per le lampadine.

Il 5% del petrolio che importiamo non viene usato per generare energia, bensì per usi petrolchimici: sono circa 10 milioni di tonnellate l’anno, il carico di 25 superpetroliere. Con quel petrolio saranno sintetizzati medicinali, materie plastiche, gomme, fibre tessili, coloranti, inchiostri, ecc.
Questo mare di composti, in gran parte, finirà in discarica nel volgere di pochi anni. Perché?
Poiché la monnezza sta diventando il terminale d’ogni attività umana: senza monnezza, il capitalismo non ha futuro!

Mi sono piaciuti parecchio alcuni passaggi di un articolo comparso sul Web, dal titolo “L’impero della rumenta” di Gianluca Freda, perché metteva il dito proprio sulla genesi della monnezza, sul mal primigenio del problema.
Citando Maurizio Pallante in “La decrescita felice” – laddove afferma che “La produzione è un’attività finalizzata a trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo stato di merci” – Freda conclude che “La merce, in quest’accezione, non è altro che monnezza grezza che va raffinata al più presto, affinché si possano ricavare dal prodotto finito i meritati e lucrosi profitti imprenditoriali.”
Correttamente, Freda identifica nella monnezza il prodotto finito del lavoro capitalista, perché soltanto dalla distruzione del bene sarà possibile ottenere la vendita di un nuovo bene! Tragico, ma è così.

Se spicchiamo un salto nel tempo di parecchi secoli, troviamo artigiani tessili preoccupati: per i prezzi? Per trovare un acquirente ad una camicia in ruvida lana?
No, il problema era avere la lana per filare, per tessere, per confezionare la camicia! Dopo, c’erano stuoli di pretendenti, pronti a scucire monete d’oro oppure a barattare il proprio lavoro in cambio.
Per avere più lana, s’iniziò ad acquistarla in posti sempre più lontani, in quantità crescenti, con l’impiego di sempre più risorse, i capitali.
Il capitale – e tutto la panoplia dei primi mezzi finanziari, lettere di credito, cambiali, ecc – aveva il precipuo scopo di soddisfare una impellente necessità umana: non crepare di polmonite.
L’interesse bancario, richiesto su ogni prestito, aumentò a dismisura le dimensioni dei capitali originari, tanto che – alla fine del ‘400 – i banchieri fiorentini si permettevano di finanziare le spedizioni nel Nuovo Mondo. Mica per interesse filantropico: per trovare altra lana e spezie, che erano necessarie giacché non erano solo il pepe e la cannella, bensì tutta la chimica e la farmacopea dell’epoca.
Finché il lavoro rimase manuale, la quantità d’energia che il “sistema” poteva gestire era limitata dalle masse muscolari di uomini ed animali, ma con l’avvento del vapore aumentò esponenzialmente. Più camicie, più soldi: il problema è che ogni persona può indossare una sola camicia la volta. Ne potrà tenere 50 in un armadio, ma oltre le 50 non si sa più dove metterle.
Ecco, allora, che la camicia – per continuare ad incrementare il capitale – deve durare di meno: non c’è altra soluzione.

La scrivania sulla quale ho appoggiato il computer è una scrivania “da soci” (probabilmente da architetto) degli anni ’20: è costruita in quercia, con incastri a coda di rondine e pochi inserti metallici. La pagai 100.000 lire da un rigattiere, la restaurai e la sto usando da molti anni: quando me ne sarò andato, potrà rendere gli stessi servigi a mio figlio, ai miei nipoti, bisnipoti, ecc. Basterà una mano di vernice e un po’ di cera ogni tanto: la mia scrivania è un minuscolo soldatino del movimento anti-capitalista.
Se avessi acquistato, ad un prezzo certo maggiore, una moderna scrivania in truciolato, oggi l’impiallacciatura inizierebbe a staccarsi, le gambe ad indebolirsi, i cassetti a perdere i fondi. Accanto ai cassonetti, ci sono spesso cataste di mobili in truciolato: il truciolato è un grande alleato del capitalismo.
Un enorme quantitativo di rifiuti è costituito la mobili: anzi, ex mobili. Per costruire i mobili, deforestiamo immense aree, scacciamo con la forza popolazioni che vi abitano da millenni, trituriamo il legno e lo ricomponiamo con colle sintetiche. Con i pannelli, quindi, costruiamo i mobili.
I mobili moderni saranno pure lisci e senza la minima fessura, ma dopo qualche decennio – inevitabilmente – le colle si de-polimerizzano ed i pannelli di truciolato vanno letteralmente in polvere: perché non usare il legno?
Un mobile in legno – se protetto dai tarli – può durare alcuni secoli: ne sono testimoni i mobili antichi giunti sino a noi. Curandoli con della semplice cera d’api, i nostri progenitori hanno usato gli stessi mobili per generazioni: certo, ci sono preferenze dovute alle mode od agli stili, ma tutto questo cela soltanto la nostra ansia del dover cambiare tutto ciò che ci circonda, frequentemente, per mascherare la nostra incapacità di cambiare il nostro pessimo stile di vita. Dalla produzione al consumo, tutto deve vorticare celermente per donarci l’illusione della felicità. Effimera.

Ovviamente, il capitalismo alimenta ad arte – grazie alla pubblicità – la sete di mutamento: sei depresso? Comprati un paio di scarpe nuove: per un paio d’ore scaccerai il male ai piedi, osservando le tue nuove zampe sontuosamente calzate.
La stessa molla del consumo inconsapevole ci spinge ad acquistare il cartoccio dei pomodori che ha la confezione più appariscente e colorata: nastrini dorati, nylon che riflettono la luce, scritte accattivanti che richiamano paradisi della natura.
In realtà, quei pomodori sono probabilmente cresciuti sotto una cappa di concimi chimici e diserbanti, e sono stati raccolti da uno schiavo nero – che oggi chiamiamo “extracomunitario” – per pochi centesimi: nell’estate del 2006, le Forze dell’Ordine scoprirono – in Puglia – una vera holding della schiavitù, con tanto di “caporali” armati che sorvegliavano i “lavoratori extracomunitari”. Peggio dei campi di cotone dell’Alabama.
Se fossimo consapevoli dell’abisso d’infelicità nel quale siamo precipitati, probabilmente acquisteremmo la metà dei prodotti che compriamo: perché non si costruiscono automobili che durano trent’anni? Sarebbe possibile e vantaggioso, sia economicamente e sia per gli aspetti energetici ed ambientali.
La risposta è: perché nessuno si terrebbe la stessa auto per trent’anni! Vorrebbe cambiare, non entrare nella stessa “forma” per tre decenni. Ci chiediamo perché ci disturba tanto? Perché quel “cambiare” acquieta la nostra sete di mutamento interiore, perché ci rendiamo conto che stiamo costruendo un mondo alla rovescia: campagne spopolate e città invivibili, ricchi straricchi e poveri strapoveri, felicità effimere e depressioni dilaganti.

Difficile stabilire dove sia iniziato questo circolo vizioso: possiamo soltanto affermare che è perfettamente coerente con i desideri di chi guadagna un euro a camicia, e pare acquietare le ansie di coloro che – se non acquistano una camicia nuova ogni mese – cadono in depressione.
Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra tutto ciò con la politica spicciola: possiamo discutere all’infinito sulla convenienza della raccolta differenziata, sugli inceneritori, sul riciclo dei materiali – ed è giusto farlo – ma se non mutiamo le nostre abitudini – ovvero se non diminuiamo la colossale quantità di beni che consumiamo nei paesi ricchi, senza trovare felicità – saranno soltanto pannicelli caldi per curare un tumore.
Siamo così fessi, stupidi, inconsapevoli? No: c’è chi alimenta ad arte questa tendenza e ci campa allegramente. Ovviamente, chi produce un bene vorrà produrne di più per arricchirsi: la nota teoria dello “sviluppo senza limiti”, che rischia seriamente di mettere in crisi l’intera specie umana, ma c’è chi ha trasformato il rifiuto in un cespite di ricchezza e di potere.
Tutti paghiamo la tassa sulla spazzatura. Quanto? Dipende, ma una cifra vicina ai 200 euro a famiglia è vicina alla realtà.
Questa tassa (le sole famiglie) genera annualmente un capitale pari a circa 5 miliardi di euro (altri forniscono cifre ben maggiori, ma non ha soverchia importanza). Chi lo gestisce? Gli assessori incaricati di gestire i rifiuti, che si servono d’aziende municipalizzate o private per “risolvere” il problema.
Qui entrano in gioco le cosiddette “eco-mafie”, che non sono eserciti d’individui con coppola e lupara: più semplicemente, sono distinti signori in doppiopetto che ricevono appalti per la gestione della spazzatura i quali, a loro volta, li re-distribuiscono in una jungla di subappalti.
Sulla monnezza campa un esercito di camionisti, raccoglitori, funzionari…e su tutti, come un sovrano, regna il nostro assessore che, con una delibera, può cambiare il destino di centinaia di persone. Le quali, ovviamente, mostreranno riconoscenza alle elezioni. Proviamo a riflettere su qualche milione di euro da gestire per raccogliere voti: la spazzatura può anche fare tre volte il giro dello Stivale (difatti, la spediscono in Sardegna, che è proprio dietro l’angolo), basta che alla scadenza elettorale caschi tutta sullo stesso nome!
Perché, soprattutto al Sud, la raccolta differenziata non decolla? Poiché manderebbe in crisi il sistema, “l’affare monnezza”. Del resto, la politica-spazzatura, la TV-spazzatura e l’informazione-spazzatura, su cosa potrebbero reggersi?

C’è modo d’uscirne?
Senza uno Stato che si riappropri di quei poteri che la cosiddetta “deregulation” ha generato, potremo discutere all’infinito su discariche e termovalorizzatori, ma rimarremo sempre nella m…pardon nella monnezza. E non si venga a raccontare che il problema è solo napoletano; ho visto personalmente intere vallette, al Nord, riempite di spazzatura, che non hanno ripari a valle: prima o dopo, quella monnezza finirà inevitabilmente sulla testa di chi sta sotto. Magari fra cent’anni: e chi se ne frega di cosa avverrà fra cent’anni! Nomineranno un Commissario per le Monnezze Cadenti.
Un primo passo verso la decrescita, passa proprio per uno Stato che torni a difendere la salute ed il buon livello di vita della popolazione. Come? Stabilendo, per legge, più tutele sulla produzione dei beni.

Mia suocera ha un frigorifero Bosh che acquistò nei primi anni ’60: funziona tuttora, ed è costruito con un acciaio che ci potreste fare una lama di Toledo. Una cara amica ha ancora un monumentale frigorifero FIAT, che ha attraversato tutte le stagioni della tecnologia ed oggi ha già valore nel mercato del modernariato. E funziona.
Ovvio che, quando la concorrenza scivola nel monopolismo, nel cartello dei produttori e lo Stato si estingue, l’interesse generale sarebbe quello di darvi un frigorifero che dura due mesi.
Perché, un’auto, deve avere soltanto due anni di garanzia?
Se, ipoteticamente (ma conosco situazioni che si avvicinano parecchio all’esempio), dopo due anni ed un giorno si rompe la pompa dell’acqua e si “fonde” il motore? Oppure, il parabrezza – inspiegabilmente – si fessura (“cancro del vetro”, lo chiamano, ma facessero il piacere…), una gomma scoppia dopo poche migliaia di chilometri – eh sì, “capita” – chi vi risarcisce?
L’auto che avete acquistato – quei 20.000 euro, poniamo – per quanto tempo deve durare?
Se dopo pochi anni inizia ad andare letteralmente in pezzi (qualcuno ricorda le Alfasud che lasciavano una scia di ruggine dopo pochi anni?), questa è truffa, soltanto che le leggi non la riconoscono come tale.
Ovvio, perché andrebbe ad intaccare il comma numero uno: tutto deve essere funzionale all’accumulazione del capitale. Il comma due, invece, recita: qualsiasi legge che contrasta con il comma uno è automaticamente abrogata, e deve essere immediatamente gettata nella monnezza. Fine.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/nel-paese-dei-monnezzari.html
10.01.08

Pubblicato da Davide

  • Beppe_X

    alcune considerazioni:
    – la protesta “legittima” che i campani portano avanti con tanto impegno si manifesta solo quando si vogliono costruire discariche o termovalorizzatori legali, non una voce si è alzata contro le discariche abusive di cui è disseminata la regione e che inquinano persino il latte con cui fanno le famose mozzarelle
    – l’idea di fondo è che loro producono la monnezza ma lo smaltimento deve essere effettuato lontano da ciascuno di loro
    – hanno votato in massa per moltissimi anni le persone a cui era stata affidata la responsabilità di gestire il problema
    – esitono molti esempi di gestione virtuosa del problema rifiuti, quindi se hanno qualcosa da dire ne individuino uno che gli piace e protestino perchè venga adottato
    – se continuano così forniranno un ottimo pretesto ai nostri politici per dimostare all’opinione pubblica che per assicurare l’ordine è necessario limitare le libertà democratiche, che è poi il vero obiettivo che fa da filo conduttore di questa ed altre emergenze create ad arte dai ‘burattinai’

  • Tao

    Lo spettacolo indegno dell’ “emergenza rifiuti” in Campania è sotto gli occhi del mondo. Mi scrivono Ferdinando e Diego da Pianura (Napoli). Chi ha conoscenza diretta dei fatti mi spedisca, se vuole condividerla, la sua testimonianza.

    Caro Piero,

    ti scriviamo da Pianura, un quartiere popolare di Napoli, dove vive una cittadinanza erede di una tradizione contadina che è stata travolta dall’espansione della città e che per circa quaranta anni ha ospitato il più grande sversatoio di rifiuti d’Europa. Questa discarica è situata in Contrada Pisani, nel cuore dei Campi Flegrei (di cui fanno parte oltre a Pianura anche Quarto, Pozzuoli e Agnano) e a ridosso della Riserva Naturale dello Stato e oasi WWF “Cratere degli Astroni”.

    Quello che molti non sanno è che nell’arco di questi lunghissimi anni in quella discarica non è stata sversata solo spazzatura urbana, ma anche qualcosa di ben più pericoloso: rifiuti industriali. Come cadmio, zinco, scarto di vernici, plastiche varie, arsenico, piombo etc. Tutta roba che sicuramente non è né facile né economico smaltire, e che sicuramente nessuno vorrebbe avere sotto casa.

    Il sacchetto dell’immondizia che generalmente contiene carta, plastica, qualche cucchiaio di pasta e fagioli, fondi di caffè, bucce di arancia, talvolta anche vetro o metalli, ce lo teniamo dentro casa per ore. Se davvero fosse come qualcuno (erroneamente) crede, vorrebbe dire che inaliamo diossina da sempre tutti i giorni già a casa nostra. Ovviamente non è così.
    Se bruciamo quel sacchetto allora sì, la combustione di questi rifiuti sviluppa diossina.

    Se poi in quel sacchetto ci buttiamo anche il mercurio, l’arsenico, il piombo, l’uranio…
    E’ intuibile che una massaia non potrebbe buttare nel sacchetto dei rifiuti di casa quella roba lì.
    Ma un imprenditore industriale o un politico senza scrupoli che si nasconde dietro al camorrista di turno possono, eccome.

    E’ questa la chiave dell’eterno problema che ci flagella da anni: viene data l’opportunità a chi ne ha bisogno, di smaltire i propri rifiuti tossici a prezzi stracciati.

    Le cronache raccontano di Mario Tamburrino, autotrasportatore, al volante del suo mezzo proveniente da Cuneo e diretto in una discarica abusiva tra Qualiano e Villaricca, in località Torretta Scalzapecora. Tamburrino in quel piccolo comune non ci arrivò mai. Quello che è apparso sui quotidiani del 6 Febbraio 1991, è che si presentò al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli, con vistosi quanto dolorosi problemi agli occhi, che l’avrebbero portato alla cecità nel giro di poche ore, ed una notevole difficoltà respiratoria, il tutto accompagnato da una specie di ustione alle mani. La diagnosi dei medici dell’ospedale fu: “sintomi da avvelenamento agli occhi ed ai polmoni da sostanza sconosciuta”. Vedi anche: Dossier Rifiuti.(*)

    I pianuresi (dopo i proclami falliti di Prodi) hanno iniziato a liberare con mezzi propri le strade di Pianura. E stato attuale le scuole sono ancora chiuse o inagibili.
    Forti manifestazioni di solidarietà si registrano da Pozzuoli, Quarto, Piazza del Gesù (Napoli Centro) dove erano presenti gli amici di Beppe Grillo. E sappiamo da fonti attendibili che i No Global si stanno avvicinando alla Campania, data la presenza di Gianni De Gennaro (in riferimento ai fatti del G8 di Genova). La gente ora ha capito veramente quanto sia pericolosa la diossina e soprattutto da dove viene. Siamo riusciti a diffondere la notizia della tragedia occorsa a Mario Tamburrino.

    Anche i giornalisti Rai e Mediaset che presidiano la discarica restano esterrefatti al nostro invito alla riflessione su questo grande controsenso: Polizia e Carabinieri ci caricano a suon di manganello… Ma allora chi difendono, noi o la camorra che gestisce le discariche?

    Diego e Ferdinando

    Pier Ricca
    Fonte: http://www.pieroricca.org/
    Link: http://www.pieroricca.org/2008/01/10/pianura-italia/
    10.01.08

    (*) http://www.globalpress.it/index.php?variabile=rifiuti&title=Dossier%20-%20Rifiuti

  • radisol

    http://summerhill.noblogs.org/

    C’è chi si affaccia su montagne di spazzatura, chi si ammala di tumore, chi ha visto le sue pecore paralizzarsi e poi morire… e chi ha fatto la stessa fine delle pecore.

    Per fortuna c’è anche chi ha avuto il coraggio di dire basta. Basta alle megadisariche, alla munnezza che invade le strade, alla diossina che si è costretti a respirare e che silenziosamente ha già ucciso, uccide e ucciderà.

    Come sempre è bastato poco, una scintilla, un urlo. La rabbia di migliaia di napoletani è esplosa nelle strade, in maniera spontanea e orrizzontale.

    Non c’è spazio per bandiere di partito ne’ per capi e capetti, quella di Pianura è la rivolta della gente.

    La gente che sa di poter contare solo su se stessa e che con ammirabile determinazione, grazie anche all’allargamento della protesta a macchia d’olio, in questi giorni sta portando avanti la propria lotta: la lotta per il territorio, per la salute, per la vita.

    Pianura, Giuliano, Acerra, Montale (ecc), con le rispettive ribellioni popolari contro le devastazioni ambientali, palesano un quadro di crisi generale del sistema di sviluppo in-sostenibile capitalista, e consigliano un approccio nuovo al problema, che sappia andare al di là del singolo caso.

    A essere messa in discussione non è più la singola discarica o inceneritore, ma la produzione stessa dei rifiuti, oltre che la gestione dello smaltimento.

    La situazione è paradossale: come il denaro è stato il mandante di questa catastrofe ambientale, anche la sua pseudo-risluzione diviene per stato e imprenditoria una possibile fonte di guadagno attraverso appalti, intrallazzi camorristici ecc.

    La più ovvia soluzione, quella dello smaltimento attraverso un serio programma di riciclo, viene così scartata, per lasciare il posto a ben più lucrosi inceneritori e sbrigative megadiscariche a cielo aperto.

    Le discariche aperte durante questi anni inoltre sono gli strumenti più utili, in quanto inefficienti, a forgiare sempre un’imminente emergenza e quindi a plasmare quella situazione in cui le speculazioni e le assegnazioni di poteri straordinari appaiono l’unica via possibile per ristabilire l’ordine.

    La stragrande maggioranza dei rifiuti non sono altro che inutile robaccia, nocivi alle persone e all’ambiente fin dalla loro produzione ed impiego: per fabbricare infatti le scintillanti confezioni d’apparenza che servono a pilotare le nostre preferenze dando esclusivamente una migliore “immagine” al prodotto, o per fabbricare inutili oggetti usa-e-getta, spazzatura propagandata dalle pubblicità creatrici di bisogni fasulli, vengono impiegate innumerevoli quantità di energia e materie prime che, ovviamente, impoveriscono ulteriormente il nostro pianeta oltre ad inquinarlo.

    Giusto o sbagliato, una cosa è certa: o la situazione cambia o presto saremo tutti ricoperti di immondizia, e se non sarà immondizia sarà la diossina sprigionata dagli inceneritori a distruggere le nostre vite.
    Bisogna affrontare il problema alla radice e sposare un sistema di sviluppo comunitario eco-sostenibile: innanzitutto eliminare la produzione di merci inutili di cui siamo stati sommersi, e funzionali solo ai profitti di mercato.

    Esattamente come per l’inquinamento dell’atmosfera, il capitalismo ha dimostrato di sacrificare volentieri ambiente e salute in nome del profitto.

    Ci troviamo in mondo malato che esperti e scienziati danno già per moribondo a causa dei colpi inflittigli dall’inquinamento, preannunciando un vicino surriscaldamento globale che potrebbe significare l’estinzione dell’essere umano.

    E’ davanti agli occhi di tutti, il capitalismo ha fallito. Ha rubato le libertà di tutti noi per consegnarci, oltre a fame e miseria, tonnellate di spazzatura e una generale devastazione ambientale.

    Siamo noi l’inceneritore che può salvarci dalla catastrofe, il fuoco che può ridurre in cenere un sistema criminale che già inizia a inciampare su se stesso.