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NAPOLI E’ LA GRECIA CHE GIA’ SIAMO (UNA GUERRA CIVILE PER GLI ANNI DIECI)

DI LUCA
wumingfoundation.com

I media ufficiali tacciono ma a Napoli è ancora emergenza. Oggi sono stati circa 30, dalle otto di questa mattina, gli interventi dei vigili del fuoco per i cumuli di rifiuti in fiamme in città e provincia. I trenta roghi di stamattina, si sommano agli altri trenta che si sono registrati la scorsa notte.

Napoli brucia.
Per chi ritiene non sia necessario coinvolgersi, meglio portare lo sguardo altrove.
Napoli è la Grecia che già siamo. E’ la premonizione cupa che attende dietro l’angolo più vicino. La prova del collasso e dei colpi di coda possibili.
E’ molto chiaro ciò che avviene. Chi ha perso nelle urne muove le pedine in direzione della guerra civile e del caos che precede le militarizzazioni.
Chi ha perso è un complicato fascio di interessi e intrecci politico-criminali, su scala locale e nazionale, che muove miliardi e macina clientele a centinaia di migliaia. Bisogna dire le cose come stanno. General contractors e Sistema colpiscono uniti per ribaltare la partita. Troppo importante il risultato, si butta fuori l’arbitro a calci e si prosegue a giocare forsennati.

Non si può, non si deve toccare una macchina emergenziale che ha “termovalorizzato” decine di miliardi di euro, sfornato comitati e consorzi a controllo criminale, insediato cooperative di lavoro fantasma di sicura presa elettorale, finanziato bonifiche mai realizzate.

La reazione di chi vede intaccato tale avido ben di dio è violentissima. Si manda avanti un esercito ragazzino e straccione, ingovernabile e disperato, a infrangere ogni possibilità di gestione, qualsiasi tentativo di avviare un “altro modo di fare le cose”. Affermare che la merda e il dominio di certi gruppi e interessi sono comunque il meno peggio, perché l’alternativa è la guerra di tutti contro tutti.
Questa è la più lampante dimostrazione che il voto dei cittadini è necessario ma per nulla sufficiente ad affrontare le circostanze. Che molto di più viene richiesto oggi a coloro che nelle giornate elettorali si sono mossi verso la richiesta di cambiamento e di svolta.

Se non sapremo dare vita a esperienze non effimere di resistenza e costruzione di forme pratiche di convivenza e produzione sociale, verremo travolti. L’urgenza inoltre impone tempi molto rapidi, e prove molto dure da affrontare.

A Napoli in questo momento sarebbe necessaria una “forza civica” di quindici-ventimila volontari, disponibili e operativi nel garantire sul territorio che si dia una chance all’impostazione di un nuovo ciclo, non solo dei rifiuti, di gestione delle risorse e delle problematiche. Se i cittadini che hanno votato si ritirano nelle case, è finita. Il rischio è di rimanervi asserragliati per chissà quanto tempo.
Non so se il sindaco De Magistris sia in grado, se la città stessa possa trovare un tale slancio, ma ritengo non rimandabile un appello reale alla mobilitazione di quanti si sono espressi.

Una grande metropoli del Mediterraneo va alla deriva e al collasso, dopo Tunisi e Il Cairo, Atene e Beirut. Il preludio di ciò che sta accadendo a tutti noi, senza risposte adeguate. Napoli è solo il primo, forse decisivo, test. Altri seguiranno.
I cittadini, non solo di Napoli, devono trovare forme e modalità per organizzarsi, attutire l’impatto della crisi e offrire risposte collettive a bisogni collettivi. Come cittadini, dobbiamo sapere che a salvarci non giungerà nessuno.

Infine. Ciò che è in corso è un’africanizzazione della crisi nella zona euro, spinta da enormi flussi speculativi della finanza globale. Forze imponenti spingono per l’assimilazione dell’intero Mediterraneo alla fascia nordafricana, una specie di cuscinetto speculativo tenuto al guinzaglio dalle organizzazioni economiche internazionali con il cappio dei debiti sovrani e della massa degli interessi usurari. L’esproprio progressivo di una quota ormai totalizzante di ricchezza, di risorse, e tout court di sovranità politica. Si offre come soluzione la vendita a pezzi di un paese come la Grecia, la messa sul lastrico di milioni di persone, solo per onorare assurdi debiti che non abbiamo contratto, e ad assurdi tassi decuplicati rispetto agli originari.
A guerra e sfida “africana”, urge risposta “sudamericana”.

I popoli dell’altra sponda del Mediterraneo lo hanno già capito. Altri, con durezza o intuizione, stanno già sperimentando le conseguenze.
Bisogna avere il coraggio di affermare che è la strategia del debito a dover essere messa in discussione. Che non sta scritto da nessuna parte che le banche non possano fallire, mentre cittadini e imprese e amministrazioni sì e andare in malora. Che la sottrazione sistematica delle già scarse risorse disponibili è diventata inaccettabile. Che tutto va rinegoziato su basi completamente nuove, o non avranno nulla. Che non è possibile che le agenzie che ieri vendevano Lehman’s al massimo dell’affidabilità, oggi siano ancora più potenti e decisive sui destini di intere aree geografiche. Che non subiremo inerti l’ultimo raid predatorio che arriva a fiumi e laghi, monumenti e palazzi, spiagge e colline. Che non pagheremo quel debito, perché è un’estorsione e un ricatto. Qualcuno, in Spagna e nella lontana Islanda, inizia a dirlo con forza.
Non ci sono ricette salvifiche in questa cruda alba degli anni ’10, una guerra di lungo corso li attraverserà tutti, e i fuochi che vediamo sono l’anticipo dei boati a venire.

Fondare nuove istituzioni sarà il compito di questa e delle prossime generazioni. L’unico possibile argine agli strateghi della guerra civile. Si tratta di un compito pacifico, ma sarà necessario combattere per realizzarlo anche solo in minima parte.

Napoli brucia.
Napoli è l’esempio che questo futuro è adesso.
L’incendio divampa e sprigiona fumi mortiferi. Un bravo pompiere direbbe che un fuoco simile si spegne solo col fuoco.

Luca (già WM3)
Fonte: http://www.wumingfoundation.com
26.06.2011

Pubblicato da Davide

  • AlbertoConti

    “esercito ragazzino e straccione, ingovernabile e disperato, a infrangere ogni possibilità di gestione” sembra di rileggere Gomorra. La tragedia di Napoli penso proprio sia tutta qui, almeno dal dopoguerra in poi. Le mafie del sud erano originate da un sentimento antisistema, alimentato dai piemontesi che volevano “l’unità d’Italia”, esattamente come quelli che hanno voluto “l’unità d’Europa” per fotterci anzichè aiutarci a progredire. Siamo tutti i terroni d’Europa, lo siamo diventati in pochi anni. Nel frattempo però l’incancrenirsi delle situazioni più degradate ha trasformato le mafie storiche in sistema, che si è alleato col “sistema del nord” propagando la metastasi fino al cuore delle istituzioni e delle regioni “ricche”. La spaccatura si è trasformata da geografica in sociale, indistinta sull’intero territorio. Per questo sposo la tesi dell’articolo: è tempo che il popolo, anzi i popoli, si accorgano di essere soli a doversi difendere, comportandosi di conseguenza. Default tuo, vita mea, questo dobbiamo dire a tutte le caste che fanno cerchio attorno al sistema bancario della BCE.

  • Faulken

    “Un bravo pompiere direbbe che un fuoco simile si spegne solo col fuoco”

    Accipicchia che frase “cazzuta”, da vero rivoluzionario…

  • Kazonga

    L’articolo coglie nel segno. Proprio oggi sentivo i racconti di un conoscente appena tornato da qualche giorno dalla Grecia ionica dopo qualche anno di assenza: ecomostri, villette iniziate a costruire e lasciate incompiute ad ogni collinetta, baia, promontorio, curva, spiazzo. Un territorio violentato.

    E rifiuti, tanti rifiuti, in parte bruciati, in parte fermentati, comunque tanti, accumulati da giorni.

  • radisol

    Napoli, la sfida delle alternative
    di Pietro Rinaldi*
    3 / 7 / 2011

    La sfida.
    Questo appare oggi il tratto qualificante che si consuma intorno alla vicenda rifiuti a Napoli.
    La sfida tra il vecchio e il nuovo, tra venti anni di politiche bipartisan e rinnovamento. L’ennesima crisi non ancora superata segnala il fallimento – semmai ce n’era ancora bisogno – del ciclo basato su discariche e incenerimento. La sfida è tra chi riproporrà la ricetta e chi punta sulle alternative e sulla partecipazione. L’atteggiamento del governo a trazione leghista prova in tutti i modi a boicottare la strada delle alternative, che la nuova amministrazione ha proposto per la soluzione strutturale dell’emergenza rifiuti. 15 anni di lotte e battaglie contro discariche ed inceneritori trovano finalmente cittadinanza in punti programmatici del nuovo progetto di governo della città. L’estensione della differenziata porta a porta, portando a 325 mila abitanti l’utenza; la costruzione di impianti di compostaggio che finalmente permetteranno la separazione ed il trattamento dell’umido in città; l’istituzione delle isole ecologiche mobili nelle municipalità; la riduzione a monte dei rifiuti e degli imballaggi, il “NO” deciso e convinto alla costruzione dell’inceneritore a Napoli Est affermando finalmente il modello del ciclo virtuoso dei rifiuti.
    Sforzi che lasciano intendere come ciò che avviene a Napoli in questi giorni è il precipitare dello scontro tra modelli diversi. Da un lato il piano alternativo su cui il neo Sindaco ha tanto investito in campagna elettorale, quello che ha trovato il sostegno di numerosi comitati e reti civiche, dall’altro la difesa degli interessi lobbistici degli inceneritoristi che vogliono non solo difendere l’affare da 400 milioni di euro per la costruzione dell’inceneritore di Ponticelli, ma anche l’accaparramento dei susseguenti Cip 6.
    D’altronde se Napoli dovesse superare il 50% di raccolta differenziata, anche l’inceneritore di Acerra risulterebbe inutile e quindi andrebbe verso la dismissione. Da un lato il cambiamento supportato da una forza sociale determinata, dall’altro le lobby dei poteri forti. Nessuna mediazione sarà possibile, nonostante la transizione necessaria, cavalcheranno l’emergenza, proveranno la strada del ricatto, la nuova amministrazione dovrà scegliere se andare fino in fondo o lasciarsi attrarre dalle sirene della soluzione concertata, “monnezza” fuori regione, ma garanzie per l’inceneritore di Napoli est, garanzie di nuove discariche o ampliamento di quelle esistenti, ma ciò che avviene a Napoli rappresenta un cambiamento anche di carattere culturale, di cui tener conto.
    Non ci sono solo i comitati che manifestano a Montecitorio contro l’arroganza del nord che dimentica troppo in fretta quanto rifiuti ha smaltito grazie alle mafie meridionali, ma anche i cittadini dei Quartieri Spagnoli che autogestiscono la raccolta dei rifiuti, ci sono i precari Bros che legittimamente chiedono di essere impiegati nella raccolta differenziata, che ripuliscono il lungomare. Esempi di protagonismo civico e sociale su cui la stessa amministrazione dovrà riflettere comprendendo che speranza, mobilitazione e partecipazione si intrecciono in un contesto dove il vero protagonista del cambiamento è la comunità dei cittadini napoletani.
    E’ qui si consuma la seconda sfida, sullo sfondo dell’azione della Lega Nord di queste settimana, tesa a rimarcare che non esiste la possibilità di interrompere ed invertire quel rapporto di subordinazione tra Nord e Sud del paese che va avanti da 150 anni.
    Quello che davvero fa paura è che dal meridione possa essere affermata la possibilità di riscossa sociale, che riesce a farsi modello alternativo di sistema.

    * Consigliere Comune di Napoli, Lista Civica “Napoli è Tua”

  • EmmeDiErre

    Napoli è una città allo sfascio, Atene è la capitale di un Paese con grandi difficoltà economiche. Le analogie cominciano e terminano qui, perché le due città per il resto non si somigliano – tanto per dire, non esiste la camorra sotto l’Acropoli e la spazzatura viene raccolta regolarmente.