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MORIREMO CAPITALISTI

DI LAMEDUCK

E’ un qualcosa che sappiamo tutti, di cui abbiamo piena coscienza, eppure la realtà circostante megafonata dai media ci ripete in continuazione che non è vero, che ciò che pensiamo è sbagliato. Mi riferisco al fatto di non credere che il sistema nel quale viviamo sia l’unico possibile e il migliore possibile.
Farò un paio di esempi così ci capiamo meglio, perché quando di parla della nostra vita bisogna parlare bovino e non difficile come i libri stampati.

Primo esempio: sto parlando con il tecnico riparatore della tv e lui mi sta dicendo che tra qualche anno il suo mestiere scomparirà. “Ma come”, dico io, “vuol dire che i televisori non si romperanno più?” “No, quando si romperanno si butteranno via e se ne compreranno dei nuovi”. Mentre lo dice nemmeno lui ne è tanto convinto e a questa idea anch’io istintivamente mi ribello. Faccio parte della generazione i cui genitori riciclavano gli abiti del figlio maggiore a quello minore, figuratevi, e chi non aveva fratelli come me li ereditava dai cugini.

Secondo esempio: mi domando perché non vi sia un servizio decente di autobus per andare al mare, visto che non ho la macchina. Risposta: non è conveniente perché tutti hanno la macchina e per pochi utenti il servizio costerebbe troppo. Di fatto io e magari tante persone non automunite, giovani e anziane, non possono andare al mare se non hanno qualcuno che li accompagna in macchina.

Sono esempi da tre soldi, forse stupidi? No, riflettendoci un attimo su, viene fuori che alla fine è la nostra libertà ad essere limitata.
Dove sta scritto che quando mi si rompe il televisore io non debba farlo riparare ma buttarlo, creando ulteriore monnezza difficilmente riciclabile e pure inquinante? Perché il tecnico riparatore deve scomparire, come scompaiono le sarte, i ciabattini, i falegnami, ecc.? Il motivo sta solo nel fatto che non si producono le merci che ci servono ma se ne producono sempre di più. Non è la domanda che crea l’offerta, ma esattamente il contrario.
L’autobus per il mare. I servizi non sono più considerati tali ma anch’essi devono produrre profitto. E’ così anche per i treni e i trasporti in genere. Visto che se solo dieci persone vanno al mare in autobus in un giorno d’estate loro non ci guadagnano, allora si elimina il servizio. Fare il ragionamento che forse se la gente avesse un servizio di trasporto pubblico decente lascerebbe a casa l’auto e diminuirebbe il traffico, no, non se ne parla nemmeno. Il sistema nel quale viviamo non brilla né per flessibilità di pensiero né per altruismo nei confronti degli utenti.

Se ascoltiamo i megafoni di regime che parlano per bocca di chi “ci guadagna”, ricordiamo bene le parole d’ordine: crescita, sviluppo. Il paese deve crescere, il PIL deve crescere, bisogna ampliare lo sviluppo.
Facendo un paragone biologico, un organismo cresce e si sviluppa ma ad un certo punto, raggiunta la fase adulta, si ferma e anzi, inizia a declinare progressivamente fino alla sua morte e distruzione.
Il qualcosa che si sviluppa in senso economico invece, il mercato, non si ferma mai e dovrebbe teoricamente continuare a svilupparsi all’infinito. Anzi, tutte le risorse disponibili, umane e non devono essere sacrificate a questo grande Moloch, lo sviluppo esponenziale.
Già qui ci rendiamo conto che siamo nell’ambito di qualcosa di contrario alla nostra natura biologica. Per parafrasare l’agente Smith di Matrix, quando parlava di Uomo e virus, c’è un’altra cosa che cresce in teoria in maniera inarrestabile: il cancro.

Questo sistema economico, che oltretutto ha già cominciato a distruggere la stessa economia per farne pura finanza, è un cancro che sta progressivamente distruggendo le nostre vite e, cosa ben più grave, il nostro ambiente. Vi pare un’affermazione troppo forte?

Ieri mi sono imbattuta per caso, leggendo questa intervista su Megachip con l’autore, nel pensiero di Serge Latouche , filosofo e teorico della decrescita. Le sue idee mi paiono interessanti e vi rimando ad un po’
a i suoi articoli per l’approfondimento.
Certo, come tutte le idee che tentano di immaginare un altro mondo possibile, anche il pensiero di Latouche si scontra con la fatale frase: “Va bene, e in concreto come lo cambiamo questo mondo?

Secondo lui c’è poco da attendersi dalla sinistra:

“La sinistra istituzionale è già una cosa di per sè non completamente chiara. La si può definire come quella parte politica che intende gestire l’economia e quindi la società in maniera magari diversa dagli ultra-liberisti, ma che vuole gestire il sistema, non cambiarlo o rimetterlo in causa.”

Quella che io definirei il capitalismo con l’anestesia.
Mi paiono interessanti anche queste sue altre riflessioni:

“Credo che bisogna abbandonare anche la problematica del “soggetto storico” che abbiamo ereditato dal marxismo. Ogni battaglia ha una fine. La lotta di classe oggi è terminata ed è il capitale che ha vinto. La globalizzazione è la manifestazione della sua vittoria: provvisoria ma incontestabile. Ci sono due maestri tra le mie fonti d’ispirazione: Cornelius Castoriadis e André Gorz. Secondo loro il sistema capitalistico si autodistrugge. Nessuno ha il potere di resistere alle multinazionali.
D’altra parte, non è ciò che resta della classe operaia che si farà portatrice del cambiamento, della “democrazia radicale”. Anzi, gli operai sono a volte più reazionari degli industriali. È tutta l’umanità che è minacciata da uno sviluppo e da una crescita senza limiti quindi, potenzialmente, tutti possono essere i fautori della decrescita.”

Siamo quindi su un’astronave che si autodistruggerà prima o poi? Temo però anch’io che l’autodistruzione del capitalismo porterà con sé la distruzione del pianeta, specie se la mia metafora forte della neoplasia sarà valida fino in fondo.
Quando il cancro ha ormai invaso ogni meandro dell’organismo ospite, infatti, insorge la cachessia e quindi la morte dello stesso.
Possiamo restare fermi ad aspettare che il sistema crepi, e noi con lui, oppure dovremmo muoverci per cambiare le cose? A questo punto il problema è come.

Fino ad ora nella storia precedenti sistemi economici furono rovesciati da rivoluzioni, perchè furono pensati sistemi alternativi, giusti o sbagliati che fossero, e gli uomini si mossero.
L’unico vero movimento rivoluzionario che si intravede di questi tempi, il movimento antiglobalizzazione del quale Latouche è un esponente, dopo le mazzate di Genova si è ripiegato su sé stesso.

Come possiamo cambiare il sistema? Con forme di resistenza, dal rifiuto del consumismo (che però sarebbe efficace solo sui grandi numeri), al boicottaggio dei media tradizionali.
Oppure la grande rivoluzione potrebbe essere, come suggerisce Massimo Fini nel suo libro “Il denaro, sterco del demonio”, l’eliminazione del denaro dalla nostra vita, la sua abolizione? Se ci pensiamo bene potrebbe essere l’uovo di Colombo.
I finanzieri, privati del denaro non saprebbero come andare avanti, non sopravviverebbero. Noi gente comune potremmo sempre barattare cose, conoscenze, esperienze. In Argentina durante la crisi del 2001 si sono sperimentate forme alternative di mercato fondate sullo scambio di cose.
Dal mercato al mercatino, dite voi? Perché no? Pensiamoci, o vogliamo proprio morire capitalisti?

Lameduck
Fonte: http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
Link: http://ilblogdilameduck.blogspot.com/2007/08/moriremo-capitalisti.html
1.08.07

Pubblicato da Davide

  • Tao

    E’ il succo di un articolo [www.arabesquespress.org], ripreso da più parti, pubblicato sul blog di analisi geopolitica Arabesques. Tanto per rimanere in tema con le discussioni di ieri.

    Così esordisce l’autore, John Feeney:

    Gli economisti tradizionali stanno cercando di ucciderci. Loro naturalmente non la vedono così, ma dovrebbero. Le politiche standard che promuovono crescita senza fine stanno distruggendo l’ecosistema. Convergendo e interagendo con altre minacce quali la crescita della popolazione, il picco del petrolio, e gli eccessivi consumi pro capite, le politiche di crescita economica che loro promuovono stanno causando un collasso ambientale globale. E quando influenti economisti spingono politiche ecocide invece di giocare un ruolo centrale nel proteggere l’ecosistema, come chiamarlo se non omicidio?

    Il resto dell’articolo racconta di una nuova classe di economisti in via di formazione, gli economisti ambientali. L’autore poi cerca di capire come mai gli economisti tradizionali, anche di fronte ad una sempre più evidente insostenibilità delle teorie finora propugnate, si ostinino a perseguire la medesima strada… e le risposte scivolano ahinoi sullo psicanalitico.

    Potrebbe essere che essi semplicemente si sentano più a proprio agio con le teorie economiche che hanno imparato, e cambiarle è difficile. Ma c’è dell’altro. Per esperienza, sospetto che molti economisti, avendo investito le loro vite professionali nella teoria neoclassica, ne apprezzino la potenza e la logica, vedendo invece l’economia ambientale come una minaccia alla teoria e quindi alla loro stessa identità. Temono forse che i cambiamenti possano minacciare la loro credibilità di economisti? Vedono sminuito il proprio ruolo nell’eventualità di un sistema radicalmente diverso. Gli economisti, insomma, stanno semplicemente lavorando per preservare la propria identità professionale?

    Inquietante. In pratica, esiste una casta con un potere enorme che sta rimanendo abbarbicata al proprio spazio di influenza mettendo a rischio tutti noi. Il mantra della crescita eterna non può essere messo in discussione pena la perdita di credibilità… e, aggiungerei io, perchè suona tanto bene: piace ai politici, che possono promettere miracoli italiani, riprese, ripresine e sol dell’avvenir; piace ai cittadini, che possono cullarsi nel fatuo sogno di un arricchimento che arriverà sempre “domani”; piace alla classe imprenditrice, che continua ad alimentare i mercati finanziari confidando che comunque non si può far altro che far più soldi.

    Che non piaccia al pianeta e al nostro futuro non frega nulla a nessuno, anche perchè nessuno ci capisce niente. E’ infatti un sistema assai più difficile da comprendere, e oggi a pochi va di mettersi ad analizzare ed approfondire per capire qualcosa quando si può semplificare tutto con uno slogan. Come “la crescita economica”, appunto.

    Debora Billi
    Fonte: http://petrolio.blogosfere.it/
    Link: http://petrolio.blogosfere.it/2007/08/fermate-gli-economisti-prima-che-ci-ammazzino-tutti.html

    7.08.07