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MONTI IN CINA

FONTE: COMIDAD

Cina: la tigre di carta che fa da alibi al filoamericanismo

La compagine ministeriale di Mario Monti si sta sempre più caratterizzando come un quarto governo Berlusconi, assumendo gli stessi tratti di scompostezza e di cialtroneria della precedente esperienza governativa. C’era chi si illudeva che il nuovo Presidente del Consiglio potesse almeno evitare all’Italia le figuracce a livello internazionale elargite a piene mani nell’epoca berlusconiana, ma ha dovuto ricredersi dopo il viaggio di Monti in Asia.
Il Monti cinese ha alternato gli atteggiamenti da accattone con velleitari sussulti di autocelebrazione meramente personale, a scapito dell’immagine di un’Italia dipinta immancabilmente in modo denigratorio. Monti è apparso un continuatore del berlusconismo: una politica estera del cappello in mano e delle brache calate, insieme con un approccio comunicativo interamente distorto ai fini della propaganda interna. Resoconti di stampa tendenziosi hanno cercato poi di far credere che al governo cinese fregasse davvero qualcosa della questione della “riforma” dell’articolo 18, e che ciò potesse in qualche modo costituire un incentivo a quegli investimenti cinesi in Italia tanto invocati da Monti.

Tutta l’operazione mediatica dei giorni scorsi non ha fatto altro che rafforzare nell’opinione pubblica il mito della potenza economica emergente della Cina, ed il viaggio di Monti è servito ad enfatizzare l’immagine di un nuovo imperialismo economico di marca cinese a cui inchinarsi. Sembra la riedizione della politica estera – di berlusconiana memoria – del baciamano al falso potente di turno. La sensazione è invece che la potenza cinese emergente costituisca solo una tigre di carta, un mito gonfiato pretestuosamente in funzione di altri interessi.

In questi ultimi anni il filoamericanismo ha ripreso lena e slancio proprio nutrendosi del mito della potenza cinese emergente: se gli Stati Uniti non sono più la prima potenza economica, allora non sono più nemmeno una potenza imperialistica, quindi si può essere filoamericani senza più sensi di colpa; perciò le oltre cento basi militari USA e NATO, che controllano capillarmente il territorio in Italia, diventano un irrilevante dettaglio del paesaggio.

L’antiamericanismo è una posizione di piccole minoranze isolate, come soggetto politico consapevole non esiste a livello mondiale. Ogni tanto dei governi sono costretti ad adottare un antiamericanismo dovuto ad esigenze di immediata necessità e sopravvivenza. Occorrerebbe rileggere la storia della Cina degli anni ’50 e ’60 per rendersi conto che anche la mitica intransigenza rivoluzionaria del gruppo dirigente cinese di allora era solo un effetto collaterale delle continue aggressioni statunitensi. Durante la guerra del Vietnam, l’aviazione statunitense effettuò in continuazione sconfinamenti ed attacchi sul territorio cinese, sebbene la Cina non muovesse un dito per aiutare il Vietnam. Al Segretario di Stato Kissinger bastò lanciare un’esca diplomatica al gruppo dirigente cinese, e questi immediatamente si sbarazzò nel 1971 dell’ingombrante Lin Piao, ed accolse a braccia aperte Nixon nel 1972.

Per riconoscenza verso gli USA, la Cina avviò anche una spedizione militare punitiva contro il Vietnam nel 1979. Ancora adesso la Cina riserva tutta la sua aggressività esclusivamente nei confronti del Tibet, mentre si è lasciata buttare fuori senza protestare dalla Libia e dal Sudan del Sud, dove aveva importanti interessi petroliferi. Allo stesso tempo, la Cina non fa quasi nulla per proteggere Iran e Venezuela, cioè i propri principali fornitori di petrolio. La timidezza della Cina in politica estera smentisce il mito della sua emergente potenza, ma ci sarà sempre qualche filoamericano che interpreterà questa timidezza come la prova provante di recondite mire aggressive.

Come tutte le forme di razzismo, anche il filoamericanismo costituisce la falsa coscienza di gruppi criminali e dei loro numerosi aspiranti imitatori. Risulta assente ai livelli istituzionali un riconoscimento del dato di fatto, e cioè che con gli Stati Uniti è impossibile qualsiasi trattativa, poiché si tratta di un apparato politico che, storicamente, non è mai stato in grado di sviluppare processi decisionali autonomi da quelli funzionali esclusivamente all’aggressività affaristico-criminale delle corporation multinazionali. Persino la bandiera degli Stati Uniti non è altro che un’imitazione della bandiera della Compagnia delle Indie Orientali, cioè l’antenata delle attuali multinazionali. La britannica Compagnia delle Indie Orientali era nata nel ‘500 come società di pirateria, e poté poi comprarsi la legalizzazione agli inizi del ‘600.[1]

L’apparato di psicoguerra confezionato attorno alla presidenza Obama è riuscito a sfruttare abilmente proprio questo carattere estemporaneo dell’antiamericanismo. Dopo l’aggressività manifesta della presidenza Bush, si è tornati negli USA a tradizionali tattiche di understatement, cioè di dissimulazione vittimistica della propria aggressività, in modo da convincere gli “antiamericani per necessità” che lo stato di necessità sarebbe appunto cessato a causa del “declino” statunitense. La dissimulazione delle aggressioni non solo non attenua, ma aumenta l’efficacia psicologica delle aggressioni stesse.

Le operazioni di guerra psicologica vengono denominate come PSYOPS, e questa sigla contiene un evidente gioco di parole riferito al contenuto più frequente in questo tipo di operazioni. Infatti le PSYOPS non sono basate soltanto sul “false flag”, ma anche sul “false friend”. Io ti trancio i cavi delle funivia e ti faccio una strage, ti piscio sui cadaveri, ti brucio il Corano, ti faccio una sortita notturna per ammazzare donne e bambini, ti ammazzo “per sbaglio” un alleato ad un posto di blocco, ecc.; per non parlare dei “danni collaterali” dei bombardamenti. Tutto questo non è mai voluto, ma è sempre l’effetto di un increscioso incidente o, al massimo, è dovuto a qualcuno che ha perso la testa: “Ops!” diventa la giustificazione universale; cioè non te la puoi prendere con nessuno, perché, a ben vedere, la colpa indiretta di questo increscioso incidente è sempre della vittima.

L’esistenza delle PSYOPS viene tranquillamente riconosciuta dai militari, ed inoltre le PSYOPS non c’entrano nulla con le teorie del complotto. Eppure, ogni volta che vengono segnalate delle PSYOPS, ciò immancabilmente viene etichettato come complottismo; un’etichetta rilasciata con facilità anche da parte di settori dell’opposizione sociale. Il filoamericanismo esercita un’influenza molto più profonda e ramificata di quanto si voglia credere. [2]

La storia di quest’ultimo ventennio indica che lo sviluppo economico cinese è stato funzionale soprattutto alla de-industrializzazione dei Paesi “occidentali”, cioè al drastico ridimensionamento della classe operaia, dato che una massa operaia forte e numerosa avrebbe costituito un ostacolo insormontabile alla finanziarizzazione dell’economia. Oggi persino il rapporto di lavoro tende invece a finanziarizzarsi, ed il lavoratore precarizzato diventa dipendente non tanto di un imprenditore, ma di una carta di credito che gli eroga salari, sussidi e, soprattutto, prestiti. Un welfare per banchieri, in cui anche Confindustria si rassegna al ruolo di lobbista delle banche. Questo è il senso della “riforma” della ministra Cuornero.

Le capacità di sviluppo del cino-capitalismo non sono dovute a qualità intrinseche, né tanto meno allo sfruttamento intensivo della forza-lavoro, dato che, da questo punto di vista, neanche in Italia si scherza. In realtà già nel 2010 uno studio dell’Università Cattolica di Milano metteva in evidenza che il cino-capitalismo non è affatto un’esperienza inedita, ma costituisce la riedizione del sistema delle partecipazioni statali in vigore in Italia negli anni ’50 e ’60: “UN MISTO TRA IRI, ENI, EFIM E PARTECIPAZIONI STATALI”. [3]

Alla fine del 2011 un articolo su “The Economist” confermava il ruolo crescente e decisivo, strategico, dell’industria di Stato in Cina, osservando inoltre che il governo cinese aveva disatteso gli impegni assunti nel 2001 all’atto dell’ammissione nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO); perciò le privatizzazioni non hanno inciso sul carattere prevalentemente pubblico dell’economia cinese. [4]

Persino il sistema bancario cinese è quasi completamente statale, sia nella proprietà che nella direzione. [5]

Ora, secondo Monti, le partecipazioni statali e le banche statali cinesi dovrebbero venire ad investire in Italia, mentre l’Italia non potrebbe dotarsi di un proprio sistema di partecipazioni e banche statali per non contravvenire ai trattati europei. Non esistono quindi virtù economiche cinesi ancora a noi sconosciute, ma semplicemente diversi gradi di disciplina coloniale nell’OMC-WTO.

La Cina può crescere a tassi del 10% annuo perché non ha smantellato le Partecipazioni Statali, come invece l’Italia è stata costretta a fare venti anni fa. Del resto tassi di sviluppo industriale del genere non sarebbero possibili senza intervento pubblico in economia, cosa che sanno benissimo anche i sedicenti liberisti. E se la Cina non fosse cresciuta a quei livelli, non sarebbe stato possibile parallelamente ridurre ed isolare il ruolo della classe operaia occidentale.
Le privatizzazioni a tappeto non sono affatto funzionali allo sviluppo industriale, ma allo sviluppo finanziario. Il liberismo non è altro che uno slogan/fiaba che serve a coprire l’assistenzialismo per banchieri. Lo dice anche la Banca Mondiale, che ha denominato il suo programma: “Financial & Private Sector Development”; cioè: privatizzazione sta per finanziarizzazione. [6]

Ma non solo la privatizzazione, anche la de-industrializzazione tout-court, oppure il soppiantamento di insediamenti industriali storici, hanno svolto in Italia una funzione decisiva in processi di colonizzazione dalle dinamiche rimaste ancora oscure. Tutta l’aneddotica razzistica sui cinesi non è mai riuscita a spiegare come sia potuto avvenire che storiche aree dell’industria tessile, come quelle di Prato e di San Giuseppe Vesuviano, siano potute passare senza colpo ferire sotto il controllo di imprenditoria cinese. Articoli di giornale, o timidi abbozzi di ricerca sociologica, sfiorano il problema, lasciando però inevasa la domanda fondamentale: oggi chi controlla davvero il territorio in Italia? A San Giuseppe Vesuviano si potrà sempre tirare in ballo la mitica camorra; ma a Prato? [7]

Comidad
Fonte: www.comidad.org/
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=480
5.04.2012

NOTE:

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_della_Compagnia_inglese_delle_Indie_Orientali
[2] http://www.loccidentale.it/articolo/enduring+freedom.+le+psy+ops+italiane+in+afghanistan+.0087380
[3] http://www.cattolicanews.it/3356.html
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.economist.com/node/21538159
[5] http://www.mglobale.it/Analisi/Analisi/Asia/Il_sistema_bancario_in_Cina.kl
[6] translate.google.it/translate?hl=it&sl=

[7] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-13/cinesi-prato-lavorano-giorno-135451.shtml
http://sociologia.tesionline.it/sociologia/dossier.jsp?m=0801

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Non è certo un caso, né tantomeno una combinazione, che ogni analisi delle dinamiche del capitalismo moderno non possa oggigiorno esimersi dall’indagine di quanto accada in quello che fu Celeste Impero.

    La speculazione politica e ideologica sulla moderna repubblica popolare, sarà stato evidente agli occhi di molti, è la patria dell’eufemismo terminologico: “socialismo di mercato”, “capitalismo di Stato”, “liberal-comunismo” sono i termini ricorrenti, che nella loro apparente esaustività non perfezionano la descrizione della natura politica del regime di Pechino, che riscontra in queste definizioni una sostanziale conformità ma una formale deficienza di analisi.

    La Cina è oggi il “crogiuolo” politico-internazionale in cui prende forma il capitalismo del XXI secolo. Le imprese commerciali di Pechino, controllate da uno Stato e da un governo che fungono da azionista di maggioranza, si trovano in una situazione (fatto semplicemente impensabile per le omologhe europeo-nordamericane) di disponibilità di liquidità praticamente illimitato. Ciò accade perché lo Stato non “incassa” i dividendi e gli utili di queste società, ma li lascia nelle casse delle società stesse, che straripano quindi di tangibile disponibilità economica. Ciò comporta una manifestazione di potenza formidabile sui mercati internazionali: se la società del gas cinese, poniamo, volesse acquistare un importante segmento di concorrenza, che so, una Snam sapientemente “scorporata” dall’Ente primario e “messa sul mercato”, non dovrebbe avvilupparsi nei perniciosi vortici della finanza internazionale fondata sul debito, ma si limiterebbe a dire “quant’è?” e ad aprire il borsellino.

    Attraverso questo giochino alchemico con cui Pechino ha trovato il sistema di trasformare una montagna di carta straccia in fruttuosa economia reale, la Cina, quindi, non fa altro che applicare un metodo socialistico (non: “socialista”) a una prassi economico-finanziaria capitalista. Comportamento che, fino a quando si palesa come legittima volontà di affermazione internazionale di una superpotenza, potrebbe essere considerato ineccepibile. Ma quando si trasforma nella volontà di acquisizione e di sfruttamento di settori strategici dell’economia e della società di Stati terzi chez Marx non sapremmo dire ma a casa nostra si chiama “imperialismo”. Un imperialismo fondato sul denaro e reso ancor più pericoloso dalla – recentemente paventata dalle autorità di Pechino – apertura del sistema economico e finanziario al settore bancario privato.

    Ecco perché sono da ritenersi infondate le “infatuazioni” cinesi di chi si ostina a ravvisare nella Repubblica “popolare” un bastione di contenimento del modello occidentale. Non basta il prestigio dello “Stato”, non bastano le sue manifestazioni anche estetiche di potenza, non basta la presenza di un predominante settore pubblico nell’economia nazionale; possono essere, queste, condizioni necessarie ma non certo sufficienti all’affermazione del socialismo, che era, è e resterà ben altra cosa.

    Fabrizio Fiorini
    Fonte: http://www.rinascita.eu
    Link: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=14231
    5.04.2012

  • pietroancona

    Monti in Cina non si è occupato dell’Italia se non per proporre alcune privatizzazioni. E’ andato in Cina per conto dei suoi amici banchieri americani che vorrebbero controllare l’immenso mercato finanziario cinese. Presto vedremo la Goldmann Sacks a Pechino?

  • xcalibur

    Analisi seria e in gran parte condivisibile, perfetto il giudizio su Monti accattone.

    Cina e USA sono indubbiamente soci in affari basta pensare agli svariati miliardi di titoli di Stato Usa che la Cina ha acquistatto e che gli USA gli hanno Venduto,
    Non si vende-compra niente da un nemico.
    Per quanto riguarda la domanda fondamentale: “oggi chi controlla davvero il territorio in Italia?”
    Direi le stesse oligarchie finanziarie che sostengono OMC-WTO.

  • xcalibur

    Cina e USA ,come il gatto e la volpe, fanno il gioco delle parti…

  • xcalibur

    ah…
    L’Europa e’ Pinocchio…

  • Salvathor

    Ottimo articolo che smonta le due tesi propagandistiche della “Cina antimpieralista” e del “pericolo cinese” entrambe tanto sbandierate ,l’una dallo Stato cinese con i suoi apparati di propaganda,l’altra dallo Stato bancario/industriale/politico dell’Occidente tramite i suoi apparati di propaganda.La Cina è diventata quello che è con lo schiavismo operato dalle multinazionali occidentali in combutta con lo Stato(ecco la famosa “crescita”),eliminando tutta quella massa di persone considerate inutili dal “nuovo che avanzava”(il capitalismo globalizzato e il Dio Mercato)o riducendoli a schiavi da usare a piacere per il “benessere occidentale”(o meglio per la sua elitè)o per i paperoni locali.La Cina è governata da un’elitè di tecnoburocrati e politicamente si può considerare come uno Stato capital/statalista integrato con una sorta di “socialismo positivista”e di comunismo autoritario dogmaticamente industrialista,tipo l’Urss.A quanto pare per attuare la sacra crescita Monty ha intenzione di cinesizzare l’Italia,e fino ad ora ci sta riuscendo bene:partito unico(e quasi ci siamo)parole d’ordine incentrate sull’austerità e sulla giustizia(con le loro interpretazioni)e sul”equità”(un pò come in Cina si basano in teoria sul'”egualitarismo”).Il “pericolo cinese” sa di montatura tanto quanto il fondamentalismo islamista.Entrambi sono stati creati e sostenuti dalle elitè occidentali e fanno comodo per i loro piani.L’origine della scalata cinese è questo “libero mercato”(che libero è solo di meno)e il capitalismo avanzato che in altri tempi è stato causa della scalata occidentale.

  • Salvathor

    Ottimo articolo che smonta le due tesi propagandistiche della “Cina antimpieralista” e del “pericolo cinese” entrambe tanto sbandierate ,l’una dallo Stato cinese con i suoi apparati di propaganda,l’altra dallo Stato bancario/industriale/politico dell’Occidente tramite i suoi apparati di propaganda.La Cina è diventata quello che è con lo schiavismo operato dalle multinazionali occidentali in combutta con lo Stato(ecco la famosa “crescita”),eliminando tutta quella massa di persone considerate inutili dal “nuovo che avanzava”(il capitalismo globalizzato e il Dio Mercato)o riducendoli a schiavi da usare a piacere per il “benessere occidentale”(o meglio per la sua elitè)o per i paperoni locali.La Cina è governata da un’elitè di tecnoburocrati e politicamente si può considerare come uno Stato capital/statalista integrato con una sorta di “socialismo positivista”e di comunismo autoritario dogmaticamente industrialista,tipo l’Urss.A quanto pare per attuare la sacra crescita Monty ha intenzione di cinesizzare l’Italia,e fino ad ora ci sta riuscendo bene:partito unico(e quasi ci siamo)parole d’ordine incentrate sull’austerità e sulla giustizia(con le loro interpretazioni)e sul”equità”(un pò come in Cina si basano in teoria sul'”egualitarismo”).Il “pericolo cinese” sa di montatura tanto quanto il fondamentalismo islamista.Entrambi sono stati creati e sostenuti dalle elitè occidentali e fanno comodo per i loro piani.L’origine della scalata cinese è questo “libero mercato”(che libero è solo di nome)e il capitalismo avanzato che in altri tempi è stato causa della scalata occidentale.

  • Jor-el

    Mi sembra particolarmente acuta questa considerazione: “La Cina può crescere a tassi del 10% annuo perché non ha smantellato le Partecipazioni Statali, come invece l’Italia è stata costretta a fare venti anni fa. Del resto tassi di sviluppo industriale del genere non sarebbero possibili senza intervento pubblico in economia, cosa che sanno benissimo anche i sedicenti liberisti. E se la Cina non fosse cresciuta a quei livelli, non sarebbe stato possibile parallelamente ridurre ed isolare il ruolo della classe operaia occidentale. Le privatizzazioni a tappeto non sono affatto funzionali allo sviluppo industriale, ma allo sviluppo finanziario. Il liberismo non è altro che uno slogan/fiaba che serve a coprire l’assistenzialismo per banchieri. Lo dice anche la Banca Mondiale, che ha denominato il suo programma: “Financial & Private Sector Development”; cioè: privatizzazione sta per finanziarizzazione.”. In pratica significa che la produzione si fa con gli investimenti pubblici e la finanziarizzazione regalando i soldi ai privati, e che il tanto sbandierato “mercato” è una costruzione ideologica per infarloccarci.

  • albsorio

    Hai mai visto una pulce che si compra un cane, i fondi di investimento cinesi e lo Stato cinese pisciano nel culo a FMI e Goldman wto etc.

  • albsorio

    La principale differenza tra l’economia cinese e quella dell’ area euro è il signoraggio, uno Stato europeo che chieda alla BCE 100€ deve dare 101.20€ di titoli di Stato, su questa cifra verranno calcolati gli intressi, dicono per impedire l’inflazione, a me sembra che si voglia solo arrichire i ricchi. La crescita cinese del 9% viene divisa in due il 4.5% sviluppa il mercato interno il resto viene usato per le riserve o alla penetrazione dei mercati esteri, allungando la loro filiera. I “prenditori” europei pensano al terziazio avanzato… vogliono i soldi facili fatti coi soldi, il volume d’affari dell’economia fatta di future, leverage e altre cazate è 14 volte quella dell’ economia reale, noi viviamo nella decrescita infelice grazie ad un 1% che comanda per i propri fini. I cinesi hanno un approccio “morbido” questo non vuol dire essere deboli… vedremo piú avanti chi fermerá il dragone o i BRICS.

  • geopardy

    Mi sembra un’analisi sensata.

    Ciao

    Geo

  • geopardy

    In tal senso ci inquadrerei anche il continuo riarmo della Cina, consapevole del fatto che, sensa un esrcito altamente competitivo, non ti affermeresti a lungo, in questo concetto di mondo basato sulla prepotenza e strapotenza.

    Gli Usa con la dotrina inclusa nel loro “XXI° secolo Americano”, hanno fornito, probabilmente, un modello di forza, che i cinesi stanno imitando efficacemente.

    Quando saranno realmente fortissimi dal punto di vista militare, vedremo dove andranno a parare ed in più se ci sommassimo l’enorme massa demografica, saranno ca… per chi le vorrà impedire di comandare il mondo a suo piacimento.

    Sempre che non riescano a minarne l’unità prima del tempo, ma non so quante possano effettivamente essere le possibilità che ciò avvenga, anche se, teoricamente, potrebbero esserci.

    Nel frattempo a qualcuno potrebbe venire la pessima idea di scatenare un’enorme guerra oppure, più semplicemente, arrestare questo tipo di globalizzazione che ci vedrà perdenti.

    Non saprei, ma il potenziale di corruzione esterna ed interna del sistema cinese, derivante dall’enorme massa finanziaria che ha a disposizione, potrebbe impedire una simile svolta anti-globalista.

    Il limite di un mondo gestito dai cinesi lo rilevo nella struttura mentale che stanno dimostrando di avere, quella di una vita fondata solo sul lavoro, quindi, sulla produzione di merci continua, un’assioma devastante sul lungo periodo.

    Se tale tendenza fosse in futuro confremata, passeremmo da un mondo iper finanziarizzato come oggi ad uno iper produttivo, quello probabile di domani sotto un’eventuale dirigenza cinese, in entrambi i casi ne ravviserei l’inefficenza.

    Sarebbe estremamente difficile ripartirsi una massa così grande di lavoro e saremmo costretti a cambiare le regole del sistema o a farlo saltare comunque.

    Quindi, meglio affrontare quanto prima un cambio effettivo delle regole del gioco, altrimenti, perderemmo soltanto altro tempo prezioso.

    Ciao

    Geo