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MOHAMED MERAH, UN'OPERAZIONE D'INTELLIGENCE FINITA MALE

DI DANIELE RAINERI
ilfoglio.it

I soldi, i viaggi, i contatti con i servizi segreti. La versione del “lupo solitario che si radicalizza da sé” non regge. Mohammed Merah lo stragista francese di al Qaida è un’operazione d’intelligence finita male

Il giovane francese di al Qaida che uccide soldati ed ebrei nella zona di Tolosa è un’operazione dei servizi segreti francesi finita male. Mohammed Merah era un agente al servizio di entrambe le parti, un individuo diviso a metà: una quota in mano all’organizzazione terrorista e una quota in mano ai servizi di sicurezza del governo. Fino a quando nel suo foro interiore la metà in mano all’estremismo, quel partito jihadista che teneva nascosto dentro l’anima, ha prevalso, fino alle stragi e alla morte in casa dopo trenta ore di assedio per mano della polizia.

A seguito,“MOHAMED MERAH, TRA PSICHIATRIA, COMPLOTTI E MEDIA” (Miguel Martinez, kelebeklerblog.com); “MOHAMED MERAH DIVENTA IL KILLER DEL MISTERO” (T. Giannotti. Ansa.it) La storia ricorda quella dell’informatore arruolato dai servizi giordani e da questi passato all’intelligence americana che, con il pretesto di voler confidare informazioni sulla posizione dei leader di al Qaida, nel dicembre 2009 fu ricevuto in una base della Cia e si fece saltare in aria uccidendo 7 agenti. 

Secondo fonti d’intelligence che hanno parlato con il Foglio, mercoledì, durante l’assedio al numero 17 di Rue du Sergeant Vigné, il suo “handler”, ovvero l’agente dei servizi che aveva il compito di tenere i contatti con lui e di seguirlo nella sua “carriera” all’interno della rete islamista (Merah era membro di un gruppo estremista sciolto d’autorità il mese scorso) è entrato senza problemi nell’appartamento a negoziare una resa che non creasse troppi imbarazzi all’organizzazione che lo gestiva. Una conferma indiretta: secondo la rivista francese Le Point, uno dei prossimi obbiettivi sulla lista di Merah era “un funzionario dei servizi segreti di origine islamica”. Le Point non dà il nome e non spiega perché un giovane spiantato della periferia di Tolosa conoscesse un funzionario d’intelligence e anche la sua professione religiosa. Merah intendeva uccidere il suo contatto con i servizi. C’è anche il sospetto che in un primo momento, dopo i due attacchi consecutivi per strada ai soldati, Merah fosse stato escluso dalla lista dei potenziali terroristi perché considerato “uno dei nostri”.

Anzi: il suo handler gli avrebbe chiesto informazioni sulle uccisioni e sui possibili responsabili, invece che inserirlo tra i nomi da controllare e sorvegliare da vicino – come sarebbe dovuto accadere considerati i suoi precedenti, come i viaggi in zone di guerra. Il Monde scrive che “permangono dubbi sulla capacità di autofinanziamento di Merah, che da solo si sarebbe pagato armi, affitti di case, viaggi in Asia. Dubbi manifestati anche dal procuratore di Parigi, che ha detto: ‘Il livello di reddito era da Rsa’” (Revenu de Solidarité Active, è il sussidio pubblico di povertà). Scrive ancora il Monde: “Ulteriori indagini sembrano necessarie per capire chi lo aiutava, ma per ora si fermano a una zona grigia”. 

Più che le note riservate sui suoi rapporti con i servizi, più che la pista dei soldi, è la storia dei suoi viaggi che travolge la versione finora sostenuta dalla polizia francese, quella di un lupo solitario che all’improvviso decide di abbandonarsi a una catena di uccisioni con finale non aperto. Il procuratore di Parigi, Francois Molins, ha parlato di “auto radicalizzazione di un salafita dal profilo atipico”. In realtà la lista dei timbri sul suo passaporto racconta un percorso strutturato verso il jihad. Il 22 novembre 2010 la polizia afghana lo ferma a Kandahar, la città dell’Afghanistan dove la presenza dei talebani è più forte. Consegnato ai francesi del contingente Nato, è rispedito in Francia. Nel mezzo passa brevemente per le mani degli americani ed è un ufficiale americano che ora dice al Monde: “E’ stato in Israele, in Siria, in Iraq e in Giordania”. Prima dell’arresto, va al consolato indiano di Kandahar e chiede un visto per l’India. Aggiunge una fonte militare francese: è stato anche due volte in Iran (la Dcri, i servizi che si occupano di controspionaggio e lotta al terrorismo, nega). Nel 2010 va in Pakistan per sposarsi, ma è espulso. L’anno seguente torna nel paese ed entra clandestinamente nelle due agenzie tribali che fanno da casa al jihad: il sud e il nord Waziristan. Altri legami. I fratelli Merah sono vicini a un gruppo di estremisti arrestato nel 2007 e condannato nel 2009  per terrorismo a Tolosa.

Come lui possa essere presentato come un francese normale e scollegato che vivacchia alla periferia di Tolosa è un mistero. Anche le armi trovate nell’appartamento, un fucile d’assalto e un mitra, farebbero parte del suo “pacchetto di libertà relative” in cambio di informazioni dall’interno della rete estremista.

Daniele Raineri
Fonte: http://www.ilfoglio.it/
23.03.2012


MOHAMED MERAH, TRA PSICHIATRIA, COMPLOTTI E MEDIA

Cerchiamo di fare il punto della situazione sulla morte di Mohamed Merah, il giovane francese accusato di attacchi contro parà francesi a Tolosa e Montauban, e una scuola ebraica a Tolosa.

Come sempre in questi casi – che ricordiamo fanno molta scena, ma sono anche molto, molto rari – ci sono tre scuole di pensiero:

– l’attentatore ha agito da solo ed è sostanzialmente ciò che la società tende a chiamare un pazzo. E’ una tesi che in genere lascia delusi, perché se le cose stanno così, non c’è nulla da fare.

– l’attentatore fa parte di un vasto complotto terroristico: da una parte, ha subito un “lavaggio del cervello” oppure esegue addirittura gli ordini di una Rete del Terrore. Questa ipotesi offre molte soddisfazioni, perché permette di costruire ipotesi repressive e punitive: sciogliere organizzazioni e chiudere siti web, oppure denunciare quei politici complici che non reprimono abbastanza.

– l’attentatore fa parte di un complotto sì, ma diretto dal potere, proprio per poter reprimere di più.

In partenza, tutte e tre le ipotesi sono possibili, perché no?

L’importante è ricordarci che sappiamo solo ciò che i media ci presentano, cioè un ammasso frettolosamente raccolto di voci, di dichiarazioni ufficiali interessate, di ipotesi, di connessioni spesso forzate.

Per non fare un post chilometrico, metterò tra i commenti a questo post il materiale che riesco a raccogliere, che potrà servire a chi volesse fare un lavoro più approfondito di ricerca.

Aggiornamenti QUI

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebeklerblog.com
Link: http://kelebeklerblog.com/2012/03/23/mohamed-merah-tra-psichiatria-complotti-e-media/
23.03.2012

Pubblicato da Davide

  • alcenero

    Tolosa: Mohammed Merah diventa il killer del mistero

    Spuntano gli interrogativi, era un agente doppio?
    Tullio Giannotti -Ansa.it

    Ansa – Sono bastate poche ore per trasformare il killer spietato e incarnazione del male nell’uomo depositario di tutti i misteri. Il primo li contiene tutti: chi era veramente Mohammed Merah, l’uomo ucciso dalle forze speciale francesi dopo un giorno e mezzo d’assedio, responsabile della strage alla scuola ebraica e di altri efferati omicidi? È una frase apparentemente buttata lì, sul quotidiano di Tolosa La Depeche du Midi ad aprire orizzonti sul primo momento impensabili: a parlare, in un’intervista, è Alain Hamon, specialista di questioni di polizia e terrorismo. Così comincia la sua analisi: “un ex direttore dei servizi mi ha confidato che questa vicenda è molto significativa dei nuovi metodi di lavoro della DCRI (i servizi dopo la riorganizzazione voluta dal presidente Nicolas Sarkozy, che fanno capo al ministero dell’Interno, ndr). All’epoca della DCRG (prima della riforma, ndr) – mi ha detto – avremmo tentato di reclutare fra i nostri un ragazzo come Mohammed Merah, così da farlo diventare un infiltrato nelle organizzazioni islamiche”. Tutto, nel profilo del killer che voleva “mettere in ginocchio la Francia” – secondo l’esperto – concorre a tracciare il quadro perfetto dell'”agente doppio”. Compresa la sua fedina penale già sporca da giovanissimo, che lo avrebbe legato mani e piedi alle autorità francesi: “il fatto che fosse conosciuto, che avesse dei precedenti con la giustizia e la polizia, lo rendeva ancora più adatto”.

     L’ex capo dei servizi, citato dall’esperto, aggiunge: “l’ex patron dei servizi mi ha spiegato che avrebbe fatto decidere all’interessato: o si decideva a collaborare con la polizia, oppure sarebbe stato sorvegliato in continuazione. Secondo lui – continua Hamon – i servizi hanno reclutato decine di giovani che si trovavano nelle condizioni di Mohammed Merah. Praticamente, ecco quello che la DCRI si è persa con un tipo così”. L’anonimo ex capo dei servizi, non ce ne sono però poi tanti in giro, affida forse un messaggio a un confidente per far capire qualcosa che non vuole dire apertamente? Qual era il vero ruolo di Merah? Come faceva un ragazzo spiantato e comunque da adolescente negli schedari della polizia, ad aver accumulato quell’arsenale di armi in casa? E, alla fine, perché dopo aver atteso 32 ore per prenderlo vivo – come aveva chiesto proprio Sarkozy in persona – se lo sono lasciato sfuggire in tanti sparandogli poi un proiettile mortale in testa invece di raggiungerlo a una gamba, a un braccio, e catturarlo vivo senza che si fosse arreso? Un altro versante del mistero riguarda i diversi soggiorni in carcere del piccolo delinquente Merah, il quale – secondo una notizia passata quasi inosservata sui giornali francesi ma data ieri ufficialmente dal procuratore Francois Molins – aveva mostrato “atteggiamento violento con i compagni” oltre ad aver “tentato il suicidio”.

    Il suo inquietante avvocato difensore Christian Etelin, che nelle 32 ore di assedio ha fatto di tutto per mettersi in luce, autoproponendosi per andare a convincere il suo cliente e ripetendo che era un giovane molto educato e cortese, ha aggiunto che a 19 anni, quando era in carcere, Merah si faceva notare anche per la sua “affascinante bellezza”. I giornalisti del settimanale Marianne, che sono andati ad indagare nelle carceri in cui ha soggiornato il killer, ripetono soltanto una cosa, come un ritornello: Merah era un detenuto anonimo, uno qualunque, che non si è mai fatto notare, né nel bene né nel male, non si è mai fatto avanti per compiti che gli facilitassero la vita ma ha osservato sempre la disciplina. Quanto al preteso “indottrinamento” che sarebbe avvenuto in carcere, nessuno ne sa niente: il ragazzo faceva la sua passeggiata poi si rinchiudeva in cella, quasi sempre da solo. I secondini dicono che non leggeva libri religiosi, che la sua cella veniva perquisita in continuazione e la sua posta controllata e non c’era nulla da segnalare: “comportamento tranquillo”, questo il giudizio delle guardie carcerarie, in assenza del suo dossier, sparito dallo schedario negli ultimi 15 giorni da quando è diventato “wanted”. Il mistero della sua improvvisa “folgorazione” per l’islam radicale e la sbandata verso il terrorismo, dunque, non deve essere cercato nelle mura della prigione, ma fuori.

    Fonte: http://www.ansa.it
    Link [www.ansa.it]

  • cardisem

    Leggo:
    «
    Secondo fonti d’intelligence che hanno parlato con il Foglio…»

    Ma che significa?
    il Foglio bazzica con i servizi segreti?
    Ed è questo il solo caso?
    E quali servizi segreti?
    Per caso non hanno a che fare organicamente con il Mossad?

  • cardisem

    Aggiungo che storie come questi mi interessano e mi appassionano poco. Non so spiegarmi il perchè…

  • RicBo

    Il Foglio propende per un inside job dei servizi segreti francesi, l’Ansa segnala l’ambiguità del personaggio ma, essendo l’Ansa, non prende posizione, Martinez dice che è meglio aspettare per capirne di più.
    Curiosa confusione.

  • cardisem

    No, la confusione non c’è…
    Tutti i dati propendono per uno degli innumerevoli “false flag”…
    Non riuscito, a quanto pare.
    L’attentatore, al servizio forzato dei servizi francesi ed israeliani, è un “salafita”… come “salafiti” erano gli assassini di Vittorio Arrigoni, alla cui morte solo Israele poteva interesse… ma doveva essere un “assassinio” mascherato…
    È osceno come si abusa della nostra credulità.
    È un abuso sistematico.