Home / ComeDonChisciotte / MODELLO ISRAELE: UNA RAZZA, UNA CLASSE, UN PAPI

MODELLO ISRAELE: UNA RAZZA, UNA CLASSE, UN PAPI

DI FULVIO GRIMALDI
fulviogrimaldi.blogspot.com

La saggezza nasce quando le cose si chiamano con il loro nome
(Proverbio cinese)

Il titolo è la parafrasi del giorno di “Ein Volk ein Reich, ein Fuehrer.
Autocitazione: Sia nel libro “Di resistenza si vince” (malatempora editrice), sia nel docufilm “Araba fenice, il tuo nome è Gaza” ([email protected]) avevo espresso l’apparentemente temerario concetto che le atrocità terroristiche e razziste che Israele va compiendo tra Giordano e Mediterraneo e in giro per il mondo fossero seguite con compiacimento dallo zoo imperialista perché modello e manuale d’istruzioni ideologico e operativo per la soluzione finale. Soluzione che i ricchi (il 20% con l’80% delle ricchezze planetarie) vorrebbero riservare a poveri (l’80% con il 20%). Il pronunciamento del guitto mannaro per un’ Italia monoetnica, avanguardia nella marcia occidentale verso la soluzione finale fascista, realizzata con lo sfoltimento di un’umanità nella quale sopravviva quel poco di poveri che si prestino allo schiavismo (i kapo’ per la bisogna sono ben rappresentati dai Karzai, Al Maliki, Zardari, Abu Mazen, Uribe), è limpida conferma di quell’assunto. Chiamiamo le cose con il loro nome: il guitto mannaro fa schifo da tutti i pori, ma non è coglione. Sa benissimo che gli italiani sono dalle origini un coacervo di etnie, se proprio si vogliono chiamare così le differenze geografiche, cromatiche e culturali. Per quanto i buttafuori da lupanare leghisti sognino una loro disneyland tutta celtico-padana, la combriccola di muselidi e mignatte da corte e il loro papi non si sognano di sottoporre a pulizia etnica, che so, i liguri, i veneti, i tedeschi del Tirolo, i sardi, i siculi, “etnie” da secoli felicemente intrecciate in un comune progetto di vita e poi anche statale. Avendo per megagalattico capo il neobushiano dalla pelle nera, però con al collo il passi di Wall Street e nello zaino le bombe al fosforo per bambini afghani e pakistani (ci perdonino l’impertinente descrizione gli obamaniaci del “manifesto”), e per riferimento coloro che non potendoli ammazzare tutti hanno ridotto l’80% dei palestinesi residui sotto il livello di povertà, è chiaro che non tanto di etnicismo si debba parlare. Il marocchino, il somalo, il senegalese, il filippino, il cingalese vanno benissimo nella misura in cui servano da schiavi domestici, industriali o rurali. I sauditi da casinò, i libici da Fiat, i colleghi mafiosi cinesi dalla forza lavoro inscatolata nelle cantine, i congolesi con diamanti e coltan, i moldavi del rinfoltimento postribolare, i kosovari fornitori di organi umani, i presidenti colombiani straripanti di cocaina, l’interno sinistro nigeriano i cui gol compensano le tue ruberie e le tue inettitudini in fabbrica, insomma tutti coloro che arrivano con pacchi di milioni, sono da tappeto rosso. Dei loro colori e odori ci se ne strafotte.

Siamo alle solite, a quelle di sempre: alla lotta di classe, oggi condotta con vigore mai visto prima, però ahinoi a senso unico, dall’alto in basso. E pulizia etnica nel senso della razza dei poveri, contadini, operai, intellettuali, o morti di fame che siano. E qui nessuno sta facendo meglio di Israele, con al traino il carrozzone multietnico statunitense, a guida monosociale in virtù della più antica e poderosa delle vocazioni capitaliste, oggi consolidata dal controllo sionista su moneta, armi, media e coscienze sporche. Certo, non è produttivo parlare di guerra ai lavoratori, ai poveri, a quelli fuori dalle alcove politico-sociali del guitto mannaro. Funziona molto meglio sbandierare la guerra di razza contro chi ti insidia l’evanescente posto di lavoro, rinfoltisce le code al pronto soccorso, insidia le tue femmine, ritarda l’apprendimento del tuo pupo a scuola, emana odori inconsueti negli autobus. Fa l’effetto dell’eroina: piacevolissima in vena. Del sangue avvelenato e rovinato per sempre ti accorgi dopo. I sondaggi che danno il brigantaggio di regime in vetta alle simpatie fanno il paio con quel 92% di israeliani che si sono entusiasmati per la carneficina di Gaza. Sei sull’ultimo gradino della scala, ma intanto stai sulla scala, per ora, mentre sotto c’è la melma che non ti deve sfiorare i piedi. Così ti sta bene se qualcuno scalcia verso il basso più basso di te. Lo ringrazi e scalci con lui.

Israele mica ce l’ha con i palestinesi. Ce l’ha con i “terroristi” che, essendo poveri, tirando sassi e, peggio, insistendo a darsi un nome, secondo Israele prometterebbero “una nuova shoah”. Chi non sarebbe d’accordo di infliggerla agli altri, una shoah, prima che la ripetano a te? E così Israele ha insegnato che si può massacrare a 360 gradi, sbeffeggiare centinaia di risoluzioni dell’ONU, violare ogni norma del diritto internazionale, pulirsi il culo con le convenzioni di Ginevra, compiere infanticidi come fossero disinfestazioni di pulci, rubare a man bassa acqua, terra, sottosuolo, aria, agitare l’arma nucleare a destra e manca, usare quelle proibite di distruzione di massa, procedere a rapimenti e incarceramenti di massa, abolire ogni scrupolo giurisdizionale, torturare, compiere genocidi rapidi o al rallentatore. Il combinato USraeliano impone un’unica norma interna e internazionale: la violenza illimitata del più forte, unita alla decerebrazione di tutti. I poveri non sono di etnia diversa, non sono di nessuna etnia, sono disumani, Untermenschen, niente. Se ne può fare quel che si vuole. Il 10% della ricchezza prodotta nel nostro paese ci viene dagli immigrati. Ma devono restare Untermenschen. Che non osino alzare la voce (come insegna il questore di Milano che ne vieta le grida di disperazione per strada) e, soprattutto, che siano di monito ai nostri di lavoratori: la mannaia è pronta anche per loro. Razzismo? Troppo nobile. Ferocia di classe di certo, cannibalismo.

Con il pronunciamento del guitto mannaro e del suo manutengolo da osteria, con al guinzaglio il botolo Fassino, si sale sullo stesso katerpillar con cui gli USraeliani radono al suolo cose e vite di intralcio, dunque superflue. Si manda al macero quanto le borghesie hanno dovuto concedere alle plebi in un paio di secoli di bellissime insurrezioni: l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, l’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, l’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali, l’articolo 12 del Testo Unico italiano sull’immigrazione, la giurisdizione che per cui chi si trova su territorio italiano (le navi) non può essere soggetto a espulsioni collettive, la direttiva europea che impone che chiunque deve poter presentare richiesta d’asilo, le convenzioni che tutelano i i minori e le donne incinte, l’articolo 10 della Costituzione (che precede quello già ampiamente disintegrato da D’Alema, Prodi, Ciampi e Napolitano) sul diritto d’asilo, la criminalizzazione a prescindere dal reato: clandestino uguale delinquente.

No, clandestino uguale tua vittima da sempre. Il bello, l’orrendo di tutto questo è che coloro che vengono ributtati in mare, nel deserto, o nei mattatoi da cui fuggivano sono fin dall’origine residui della nostra masticazione, dei bianchi, cristiani, civili, benestanti, armati, ladri e assassini. Valga per tutti i paesi del sottosviluppo la Somalia. Scientificamente se ne è pianificata la distruzione. Alla caduta nel 1991 del dittatore Siad Barre, caro a Bettino Craxi, iniziatore del processo di mafizzazione nazionale, ero stato, per il TG3, il primo giornalista a mettere il naso nel paese che aveva la sfiga di trovarsi nel punto geostrategico e geopolitico più cruciale per le ruberie e mattanze dei colonialisti di ritorno. C’era un vasto movimento di popolo, guidato da un grande, onesto patriota, Mohammed Farrah Aidid, il detronizzatore del corrotto tiranno. Rischiava di rimettere in piedi lo Stato. Gli fu contrapposto un fantoccio, Ali Mahdi, e ne venne una guerra civile che, volgendo a favore dei difensori del paese, giustificò l’intervento dei ricolonizzatori, torturatori italiani compresi. Due volte quelle popolazioni tentarono di rimettersi in piedi. Prima cacciando l’occupante e poi, con una lotta di anni, ricostituendo un minimo di ordine politico e sociale grazie alla Corti Islamiche. L’Occidente gli lanciò addosso gli ascari etiopici del dittatore Meles Zenawi e poi gli F16 statunitensi. Oggi i somali rispondono, dalle loro terre zeppe di scorie tossiche e nucleari occidentali e dai loro mari avvelenati e saccheggiati (ne potei parlare al vecchio TG3, svelando i traffici della mafia di rifiuti di Spezia), riprendendosi con la “pirateria” briciole di quanto gli è stato rubato e rovinato. Nel frattempo qualche milione di somali ha dovuto mettersi in fuga, alcune migliaia in Italia, corresponsabile della loro agonia. Ma prima di arrivarci trovano le cannoniere di chi li ha ridotti in quello stato. Eppure di Somalia non si parla. Dovrebbero parlarne gli umanitari, i solidaristi, le sinistre. La solita islamofoba Sgrena vi ha visto solo lapidazioni di donne. Si parla del Darfur, che non c’è neanche il confronto. Ne parlano, urlando, gli istigatori e armatori delle bande secessioniste: Israele, Usa, Mia Farrow, la lobby ebraica, i ricchi. Così per l’Iraq: 5 milioni di profughi e sfollati, due milioni di morti ammazzati.

Non c’è paese di provenienza di chi si arrabatta attorno agli scogli dei nostri mari che non sia stato depredato, devastato, affamato dall’Occidente. Vuoi con guerre di sterminio, vuoi con la rapina delle multinazionali, vuoi con la manipolazione del clima, delle acque, dell’habitat. E’ su popolazioni alla pura e semplice fuga dalla morte che si abbatte il modello Gaza, quel modello che l’epigono tedesco Ratzinger non ha ritenuto cristiano visitare, mentre pigolava innocue inanità su un parastatarello come oggi lo vorrebbero rifilare ai palestinesi e al mondo dopo 60 anni di azzannamenti e sbriciolamenti. Un modello fatto proprio dall’illusionista Obama, esteso dall’Iraq all’Afghanistan e ora, a forza di massacri, al Pakistan, il cui vendutissimo regime è costretto a macellare di suo per non incorrere in un destino palestinese. Un modello che al culmine della crisi, quando alle banche, agli eserciti e ai monopoli non basteranno più le somministrazioni di sangue che i loro fiduciari governativi siringano dalle popolazioni subalterne, si applicherà a tutti noi. Saremo ancora i primi, tutti noi che non partecipiamo dei baccanali di papi.

Fulvio Grimaldi
Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com
Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2009/05/modello-israele-una-razza-una-classe-un.html
14.05.2009

Pubblicato da Davide

  • nonrexnoniusnonmos

    DOPO QUESTA SERRATA ANALISI MI SAREI ASPETTATO QUALCHE POSSIBILE SOLUZIONE…
    C’E’???

  • Truman

    1) Insistere a chiamare le cose con il proprio nome;

    2) Resistere.

  • mendi

    Mah, la faccenda della responsabilità collettiva dell’occidente per tutte le disgrazie del terzo, quarto, quinto mondo, proprio non mi va.
    Mi chiamo fuori. Io non ho mai perseguitato nessuno, mi sudo il mio pane e ne ho piene le scatole di questi articoli che vogliono farmi venire assurdi complessi di colpa.
    Se Grimaldi si sente colpevole per le malefatte “dei bianchi, cristiani, civili, benestanti, armati, ladri e assassini”, io no.
    Per essere chiaro: non provo nessuna solidarietà per i finti poveri che arrivano sui barconi senza essere stati invitati e trovano ad accoglierli i corvi della Caritas e similari a spiegare i loro “diritti”.
    Ne ho piene le scatole, di loro, della Caritas, dei volontari di professione, di tutti i Grimaldi e similari.

  • alonzo

    Puoi chiamarti fuori quanto vuoi tu: qua si parla di esseri umani come me e te. Non hai mai perseguitato nessuno, ma a quanto pare non ti è mai fregato niente di nessuno. Sei uno schiavo che si ritiene privilegiato e per questo mi fai più pena dei derelitti che arrivano sui barconi. Un poco di vera sofferenza ti farebbe bene. Quanto meno ti risveglierebbe dal tuo sogno patetico.

  • FreeDo

    nonrexnoniusnonmos, la soluzione avresti dovuto sentirla nello stomaco leggendo questo articolo.Se non avverti niente lascia perdere,corri a vedere cosa danno stasera in televisione.
    mendi, il mondo non comincia con te. Qualcuno prima di te ha fatto in modo
    che tu, sudando, possa godere di un pezzo di pane. Ma sei proprio sicuro che
    nessuno lo stia togliendo dalla bocca dei finti poveri,come tu li chiami?
    Se davvero non provi nessuna solidarieta’ per quella gente, chiediti se tu non sia in fondo un po’ maiale.
    Grazie Fulvio, e’ proprio con il loro nome che hai chiamato le cose in questo articolo.

  • sacrabolt

    Se non sei solidale con le persone dei barconi, non sai riconoscere che appartieni anche tu all’umanità. Essi ti possiamo comunque sopportare, però se insisti, chiamati fuori con un bel suicidio.

  • Affus

    LA QUESTIONE PALESTINESE SI RISOLVE IN UN MODO SOLTANTO, OGGI , PERCHè DOMANI NON SAPPIAMO COME EVOLVERà LA STORIA .ci potrebbe essere una  possibile conversione di entrambi ……
    Ma oggi bisogna tenere presente che il popolo ebraico è un popolo particolare , un popolo che ebbe a che fare con una entita superiore .

  • paolapisi

    Premesso che sono in linea di massima d’accordo con Grimaldi, rimane che la questione posta da nonrexnoniusnonmos è assolutamente pertinente: qual è la soluzione, quantomeno per il problema palestinese? Grimaldi ha sempre scritto che è a favore dell’unico stato, con uguali diritti per tutti, e anche su questo sono d’accordo con lui. Ma come ci arriva, tanto più che come giustamente scrive più del 90% degli ebrei israeliani era a favore del massacro di Gaza, figuriamoci se ci vuol fare uno stato insieme? E’ vero che la soluzione dei due stati non solo lascerebbe intatto Israele come stato sionista (che quindi discrimina i propri cittadini arabi), ma è sempre più impraticabile, data l’estensione degli insediamenti illegali israeliani (a parte la ferma volontà dello stato sionista di non mollare gerusalemme est, di non permettere il diritto al ritorno etc. etc.). Detto ciò, io non riesco a vedere altra strada paraticabile che quella, pur impervia, di insistere sullo stato palestinese nei confini del 1967, con Gerusalemme est come capitale e con il diritto al ritorno, almeno come fase temporanea prima di arrivare a uno stato unico. Che è poi la soluzione indicata dal FPLP. Ovviamente, l’interrogativo sul come ci si arriva si sposta di poco, e certo la soluzione non ce l’ho. Quando dici “resistere”, hai ragione, ma dov’è la resistenza palestinese? Fatah ci ha rinunciato, in nome di trattative che abbiamo visto dove hanno portato, e in Hamas ormai pratica una resistenza esclusivamente verbale, che certo non impensierisce nè tantomeno danneggia lo stato sionista. Pur non avendo appunto la soluzione, l’unica cosa che mi sento di dire è prima di ogni altra cosa Fatah e Hamas devono piantarla di perseguitare e arrestare all’interno dei rispettivi territori (occupati) i rappresentanti della fazione avversa, combattendo così altri palestinesi visto che non sono in grado di combattere gli occupanti, e trovare un accidenti di accordo per fare uno straccio di governo unitario per arrivare alle elezioni del gennaio 2010 (in cui mi auguro che i palestinesi non votino nè per fatah nè per Hamas), come gli sta chiedendo il 90% del popolo palestinese, di cui a entrambi non può fottere di meno.
    Aggiungo che Fatah e Hamas devono anche piantarla di prendere ordini da paesi stranieri, per poi accusarsi a vicenda di essere appunto agli ordini di paesi stranieri. Se non si trova un’unità palestinese, qualsiasi altro discorso cade, e diventa puro esercizio verbale discettare sullo stato unico o sui due stati. Naturalmente questa non vuole essere una critica a grimaldi, che non parla di questo e che su quello che scrive ha sicuramente ragione.

  • Tenente

    La mia solidarietà a Mendi: ha perfettamente ragione.

    “La saggezza nasce quando le cose si chiamano con il loro nome
    (Proverbio cinese)”: ecco allora io vi chiamo con il vostro nome, siete i soliti comunisti.

  • nonrexnoniusnonmos

    NEL MIO STOMACO CI SONO LE GHIANDOLE GASTRICHE E L’ACIDO GASTRICO DA ESSO SECRETO…
    LA DOMANDA RIMANE ANCORA INEVASA…
    COSA SI POTREBBE FARE PER FAR DECANTARE LA SITUAZIONE COLA’ ESISTENTE?
    SONO SUFFICIENTI LE BUONE INTENZIONI PER CAMBIARE IL CORSO DELLA STORIA?

  • brunotto588

    Che dire … Incisivo, geniale, iconoclasta come sempre … ce ne fossero !!!

  • mat612000

    Grimaldi è uno scrittore brillante.
    Un polemista.
    Proprio per questo spesso argomenta per iperboli, per analogie più o meno spinte e questo mi sta bene a patto che i lettori non confondano la polemica con une vero e proprio programma politico.
    La domanda, che fare? Non può seguire ad iperboli e artifici retorici espressi per stimolare una giusta indignazione.
    Tanto per dirne una: portando le cifre dell’ipotizzato genocidio e delle ipotizzate “guerre di sterminio”.

  • sacrabolt

    drei più che scrittore, un giornalista realmente indipendente che si autoinvia sui luoghi critici per il nostro traballante sistema capitalista. Difficile confutare ogni singola “iperbole”, ridicolo dare del “polemista” a chi possiede una chiara visione cominista.

  • brunotto588

    Polemista non direi proprio … Lucido e spietato analista, questo sì … Ma attenzione, perchè la colorita genialità e stile con cui attacca i luoghi comuni sono già una “potenziale soluzione”: riportare il nostro immaginario malato ed avvelenato dalla propaganda al suo potenziale “stato nascente”, ovvero riconquistare la capacità di immaginare il diverso.
    E non è cosa da poco, per chi sappia coglierla.
    E del resto che volete, che ognuno vi snoccioli la sua personale “ricetta della nonna” ?… Ma via, siamo seri, e cominciate a pensare con la vostra testa, parbleu !

  • nonrexnoniusnonmos

    …SI’ D’ACCORDO…MA UN PIZZICO DI SANO REALISMO NON GUASTEREBBE O NO’?
    I VOLI PINDARICI NON APPRODANO DA NESSUNA PARTE…!
    SE QUESTA TRIBUNA POI SI RIDUCESSE A UN MERO E SEMPLICE SFOGATOIO…ALLORA CI STA TUTTO E DI PIU’…

  • brunotto588

    Più realismo di così ! “Voli pindarici” sono quelli dei media e della politica mainstream … e la prima cosa che se ne deduce è che sarebbe buona norma cominciare a fare esattamente il contrario di quanto da essi strombazzato. Ti indicano un nemico ? Sappi che è strumentale, ed agisci di conseguenza.

  • alverman

    Un Africano a Parigi esorta i suoi conterranei di rimanere a casa, piuttosto che rischiare la vita per irrompere nella “fortezza Europa”, dove, dice, troveranno miseria.

    Omar Ba, dal Senegal, nell’Africa occidentale, dice che l’Europa non è la terra promessa immaginata dagli Africani; invece è quasi impossibile trovare un lavoro o un posto in cui vivere e la gente è poco amichevole con gli stranieri.

    “Sono venuto alla ricerca di felicità”, ha detto Ba, 28, la settimana scorsa in un caffè di Parigi. “Ho trovato solitudine e depressione”.

    È più fortunato della maggior parte perché il suo libro “Venni, Vidi, Non Credo Più” ha trasformato il figlio di poveri pescivendoli in una celebrità minore ed ha dato un volto umano alla situazione difficile dei “boat people” africani.

    Ba, che è cresciuto in un ex-lebbrosario, incolpa il malgoverno in Africa piuttosto che le politiche d’immigrazione dell’Europa per le migliaia di tragiche morti in mare di potenziali immigranti, negli ultimi anni. “Se l’Africa fornisse appena un minimo indispensabile alla propria gente, pensate che tanti andrebbero via?”, ha detto.

    Sono attirati in Europa dalla speranza di prosperità, inculcata loro in giovane età, da una società dipendente dalle rimesse degli operai d’oltremare. Tuttavia, Ba ha scoperto presto che l’Europa non era il paradiso, che la sua famiglia ed i suoi insegnanti avevano promesso.

    Gli unici bianchi, che aveva incontrato prima di arrivare in Europa, nel 2001, su una canoa sovraccarica, erano i turisti sulle spiagge del Senegal. “Erano allegri e sembravano spendere soldi senza contarli”, scrive. “Mi hanno ispirato invidia e fascino”.

    Per lui era scioccante scoprire, che alcuni europei erano nomadi, poveri e malati. Ed il peggio era, che non hanno voluto conoscerlo, specialmente le giovani attraenti donne che aveva sognato d’incontrare. “La gente mi ha evitato”, scrive Ba, che è riuscito ad iscriversi come studente di sociologia all’università di Saint-Etienne. “Ho messo in fuga le belle ragazze; a pensare che quando sono arrivato fantasticavo di avere una relazione con una stupenda bionda che mi dava dei bei bambini di razza mista”.

    Se l’Europa è già difficoltoso per i nativi, è molto più dura per gli immigranti, scrive. Anche quelli che hanno vissuto in Francia per tre decadi “sono accatastati uno sopra l’altro in malsane palazzine di appartamenti”. Ba ha trovato una stanza, ma ha conosciuto un altro immigrante che ha vissuto in una cabina telefonica. Ha dovuto elemosinare e frugare spesso nell’immondizia. Gli unici lavori in offerta erano pulire le strade o lavare i piatti, e questo era prima del crollo finanziario globale.

    “Così, ora molti immigranti sono senza casa, si stanno dando all’alcol ed al crimine”, scrive Ba, che ha passato due anni al lavello d’un ristorante, prima di ottenere un lavoro presso un’istituzione caritativa. Nota che l’occupazione non sembra rendere la gente meno misera: “Prima di sbarcare in Europa, non ho mai conosciuto cos’era lo stress… in Africa è impossibile avere uno stipendio alla fine del mese ed essere depresso”.

    Gli immigranti africani preferiscono perpetuare il mito della buona vita, anche se significa fare debiti per mandare a casa dei soldi ai parenti che li trattano come vacche da contanti. “È un fatto d’orgoglio”, scrive Ba. “Non vogliamo ammettere d’aver fallito. La famiglia non lo accetterebbe”.

    Molti nuovi immigranti scoprono che il loro contatto principale in Europa (un amico o un parente che aveva promesso di ospitarli adeguatamente) sparisce misteriosamente quando arrivano. Tuttavia, niente sembra attenuare il desiderio schiacciante degli Africani per l’Europa, neppure “i corpi in decomposizione che sono spinti sulle spiagge” con orribile regolarità.

    Ba trova il tributo umano particolarmente scioccante – la sua prima esperienza con la morte era nel mare grosso fuori dal litorale marocchino. Un’altra canoa si era scontrata con un’imbarcazione più grande ed anche se sono riusciti a tirare i superstiti a bordo, Ba non dimenticherà mai la vista dei suoi compatrioti annegati.

    Nelle Isole Canarie non aveva detto niente alle autorità, seguendo le istruzioni del trafficante che aveva organizzato il suo passaggio in barca. “Se non sanno da quale paese vieni, è impossibile per loro di mandarti indietro”, spiega.

    Dopo due mesi in un “centro di ritenzione”, è stato messo su un volo per Barcellona. Da lì ha trovato un passaggio per la Francia in un camion refrigerato e quasi si è congelato a morte. Ora non è più clandestino: dopo l’espulsione dalla Francia nel 2002, è ritornato con un visto da studente. Sta tuttavia pensando di tornare a casa, forse per insegnare come qualcuno dei suoi otto fratelli. Spera che altri potrebbero seguire il suo esempio e ritornare in un paese che ha bisogno di loro.

    “Quest’onda migratoria sta svuotando l’Africa del suo sangue vitale”, scrive. “Vorrei che i giovani Africani ascoltassero la ragione. Non vale la pena rischiare la vita per l’Europa. Là troveranno soltanto sofferenza e fallimento”.

    Matthew Campbell,

    Fonte > TIMES online

  • portoBF

    …..i corvi della Caritas e similari a spiegare i loro “diritti”. Ne ho piene le scatole, di loro, della Caritas, dei volontari di professione, di tutti i Grimaldi e similari.
    ———————–
    Sono con te al cento x cento. Credo invece, per quel che riguarda i clandestini, che non si possa lasciarli morire in mare (mica siamo sionisti sadicocriminali) Vorrei, però, che anche l’Europa facesse la sua parte invece di sparare cazzate continuamente, perchè non accolgono anche loro una parte di immigrati?
    Mi risulta che le civili nazioni d’Europa hanno espulso, l’anno scorso, dai 180 ai 200.000 clandestini, percui solo bla-bla e niente altro. Un altro esempio di coerenza e civiltà viene dai partiti della sinistra italica, che bravissimi a criticare tutto e tutti, solo perchè sono all’opposizione, per poi, nel ’90 far vedere il loro vero volto, “cedendo” alle pressioni dell’europa (quasi) unita e bombardare (D’Alema) la Serbia per 78 giorni, uccidendo migliaia di persone, rea di non voler sottomettersi all’impero. Proprio un bell’esempio di umanità.