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MENU’ DI CARNE SELVATICA

Legami tra fame, ricchezza e commercio internazionale

DI SUSAN MILIUS

Nel mercato di un grande magazzino, una dozzina di venditori mostrano tavole di carne affumicata ammucchiate una sull’altra, con prezzi che vanno dai 5 agli 8 dollari ogni libbra (1 libbra = 454 grammi ca.). I venditori rispondono volentieri a domande riguardanti la loro merce, che proviene da scimmie, piccole antilopi e roditori come il trinomio swinderiano (Il trinomio swinderiano è l’equivalente italiano di ‘cane rat’, e deriva dal
termine specifico ‘thryonomys swinderianus’ NdT). Il biologo Justin Brashares, che studia gli animali selvatici cacciati per la loro carne nel Ghana, lo scorso anno ha pagato per visitare questo mercato, e non nell’Africa rurale, ma a New York City. Ammesso che, quasi certamente la carne era arrivata negli Stati Uniti in modo clandestino, “il mercato era comunque molto più aperto di quanto avessi mai potuto immaginare,” dice Brashares dall’Università della California di Berkeley.

Brashares scoprì il mercato durante una conversazione con un tassista di New York che veniva dal Ghana. “Stavo chiedendo al tassista quale fosse la sua carne selvatica preferita e che cosa gli mancasse di più dato che ora si trovava negli Stati Uniti,” ricorda Brashares. “Lui mi disse che c’erano alcune cose che gli mancavano ma molte le poteva avere comunque anche qui a New York.”

Il tassista finì col condurre Brashares ad un mercato clandestino. “E’ stata una delle cose più impressionanti che io abbia mai visto,” dice. Egli sostiene inoltre che molte persone non si rendono conto del fatto che esistono mercati di carne selvatica sparsi in tutto il mondo. Ce n’è uno molto grande a Parigi, ma molte altre città, inclusa San Francisco, Chicago, e Montreal ne hanno alcuni, sostiene lo studioso.

Il bongo (a sinistra) e il potamocero (a destra) vengono cacciati per la loro carne nell’Africa occidentale e centrale. Uno studio recente sulla carne selvatica presente in questa regione, ha riferito che il commercio include 71 specie di mammiferi.

L’avventura Newyorchese di Brashares mette in evidenza temi che sono alla base delle indagini attualmente in corso
sul commercio di carne selvatica in Africa. Primo, i ricercatori si stanno interrogando sul perché la gente mangi questo tipo di carne. E’ perché non hanno nient’altro da mangiare? Di certo New York offre molti cibi alternativi. In tal caso, la carne selvatica rappresenta forse un prodotto di prestigio o un alimento nostalgico? L’aumento della ricchezza è forse uno degli elementi che rafforzano la crescita di questo mercato? Inoltre, in che modo le attività di altri paesi influenzano la richiesta di carne selvatica in Africa? Le risposte a queste domande avranno ramificazioni di tipo globale.

“La gente tende a pensare, ‘Oh, quei poveri Africani che non sono capaci di gestire le loro risorse,” dice Brashares. “Noi che siamo il mondo sviluppato dobbiamo capire che abbiamo un ruolo centrale per via del nostro sfruttamento delle risorse sia di questi paesi, che delle acque ad essi adiacenti. E’ dunque un problema internazionale.”

Il Banco della Carne

I popoli hanno sempre cacciato gli animali selvatici per la loro carne. Ciò che è cambiato, secondo la biologa della fauna selvatica Elizabeth Bennett, della Wildlife Conservation Society di New York City, è che oggi molti cacciatori percorrono in lungo e in largo le foreste tropicali del mondo,e qui molte popolazioni animali stanno diminuendo in maniera drammatica. In alcuni casi, intere specie sono a rischio.

Nelle foto le foreste tropicali sembrano rigogliose ma, secondo i dati raccolti da Bennett e dal suo collega John Robinson, esse offrono solo un decimo della fertilità delle savane nel produrre animali che poi saranno cacciati per la loro carne. Se la gente prende tutte le proteine loro necessarie dalla carne selvatica locale, una foresta tropicale tipo, a lungo termine, non potrebbe sostenere più di una persona per chilometro quadrato. Tuttavia, Bennett ha dichiarato che nel 2002 nell’Africa centrale i cacciatori hanno catturato sei volte la quantità di carne sostenibile.

Secondo un’analisi recente della Red List, per un terzo dei mammiferi e degli uccelli minacciati dall’estinzione, la caccia abusiva è uno dei problemi maggiori. In questa analisi, l’Unione Internazionale per la Difesa della Natura e delle Risorse Naturali rende noto il quoziente di pericolosità per piante e per le specie animali di tutto il mondo. Per l’8 per cento dei mammiferi in grave pericolo, lo sfruttamento sconsiderato da parte dell’uomo rappresenta la minaccia maggiore.

Il commercio di carne di animali selvatici include dozzine di specie, dagli elefanti agli uccelli. Per esempio, una nuova indagine condotta da uno studioso di vecchia data del commercio della carne selvatica, John Fa del Durrell Wildlife Conservation Trust, nell’isola di Jersey, ha elencato 71 specie di mammiferi che vengono negoziati in sette paesi dell’Africa Centrale e Occidentale: Cameron, Guinea Equatoriale, Gabon, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica dell’Africa Centrale e Ghana. I cacciatori dei 36 villaggi e città presi in esame uccidevano circa 200 animali per singolo cacciatore ogni anno, secondo quanto riferito da Fa nel numero di Gennaio di Biological Conservation.

Di quella carne, quasi tre quarti del peso viene da animali fissipedi come le antilopi, chiamate cefalofo dalla schiena nera e cefalofo azzurro. Tuttavia, la lista include anche oritteropodidi, sassicole mangiaformiche provviste di corna chiamate manidi e 22 specie di primati.

Cefalofi e piccole antilop, hanno raggiunto un mercato Africano. Gli animali fissipedi rappresentano circa il 75 per cento, secondo il peso, del commercio di carne di mammiferi selvatici.

I primati hanno innescato l’allarme più diffuso. La Ape Alliance di Cambridge, un’associazione inglese che fa capo alla unione tra diverse organizzazioni che si occupano della difesa dei primati, ha riferito che sebbene i primati non rappresentino una vasta porzione dell’intero commercio, la caccia abusiva è una minaccia seria per scimpanzè, gorilla, bonobo, scimmie colobo, e alcune altre specie.

Il commercio di carne di animali selvatici sta diventando anche una questione legata alla salute degli esseri umani. Studi sul virus dell’AIDS hanno suggerito che l’epidemia del secolo si possa far risalire ad almeno otto trasmissioni indipendenti del virus da parte di scimmie e primati Africani a persone.

Pesca fallita

Secondo una spiegazione standard, il commercio di carne selvatica prospera là dove mancano altre fonti di proteine. Qualche anno fa, Brashares scoprì di poter usare i dati a sua disposizione per verificare questa tesi.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di Alimentazione e Agricoltura possiede registrazioni a lungo termine che riportano, in maniera dettagliata, dati riguardanti operazioni di pesca al largo del Ghana. Brashares ha affiancato questi numeri a quelli che si riferiscono al conteggio della popolazione di fauna selvatica messi insieme dai biologi che lavorano nei parchi del Ghana. Insieme ad un team di collaboratori internazionali, ha assemblato le informazioni riguardanti 41 specie di animali di terra provenienti da circa 700 censimenti condotti in sei riserve naturali tra il 1970 e il 1998.

Brashares sostiene che il pesce rappresenta la maggior fonte di proteine animali nell’Africa Occidentale. Tuttavia, dal 1965 al 1998, la totalità del pesce marino pescato variava del 24 per cento da un anno all’altro. Lavorando con ecosistemi di riferimento, i ricercatori hanno calcolato la scorta di pesce marino per singola persona e l’hanno messa a confronto con calcoli riferiti alla biomassa biologica dei mammiferi allo stato brado.

I valori riferiti ai pesci pescati e alla popolazione dei mammiferi salivano e scendevano in concomitanza. Sono saliti nei primi anni ’70, per poi precipitare intorno agli anni ’80, e da allora in poi si sono mantenuti stabili o sono saliti leggermente. Questo modello descrive una situazione in base alla quale negli anni non buoni per la pesca la gente sembra essere indotta a cacciare più animali sulla terraferma.

Il declino di entrambe le popolazioni preoccupa Brashares. La disponibilità di pesce nel Golfo di Guinea, dove lavorano la maggior dei pescherecci del Ghana, è scesa del 50 per cento nel corso dei 33 anni presi in esame dai ricercatori. La popolazione di animali selvatici mammiferi, misurata come massa biologica totale, è scesa del 76 per cento. In quel periodo, delle specie monitorate che dipendevano dal parco, dal 16 al 45 per cento sono diventate specie localmente estinte. Tuttavia, in Ghana molte specie si sono triplicate grazie ad un solo mammifero – l’Homo Sapiens.

Per controllare l’esistenza di ulteriori spiegazioni della correlazione tra pesca e caccia, i ricercatori hanno verificato se i modelli di pesca e di caccia corrispondessero all’aumento o alla diminuzione delle piogge, delle temperature stagionali, del prodotto interno lordo o del costo del petrolio. Nonostante tutto, la scarsità di pesce e di mammiferi corrispondevano solo tra loro.

Uno studio condotto su 12 villaggi mercato in Ghana, ha fornito una dimostrazione ulteriore, sostiene Brashares. Dal 1999 al 2003 ci fu un calo della disponibilità di pesce ed un aumento dei suoi prezzi, cui fece riscontro un incremento nella vendita di carne selvatica, come riportato da Brashares e dai suoi colleghi nella rivista Science del 12 Novembre, 2004.

La loro è “la prima ricerca che mostra in modo empirico, con una discreta quantità di dati, che la mancanza di proteine porta, su larga scala, ad un incremento dell’attività di caccia di animali selvatici,” dice Brashares.

Lui e i suoi colleghi hanno scoperto anche una rete internazionale. Il commercio di carne selvatica si ripercuote sulle quote di pesca stabilite per la flotta dell’Unione Europea (UE), non molto lontano dalle coste Africane. Su queste acque le flotte dell’UE hanno effettuato le maggiori operazioni di pesca.

Il precipitare della disponibilità di pesce nell’Africa Occidentale è correlata all’aumento – dieci volte tanto il parametro precedente – della quantità di pesce che queste flotte potevano pescare. Brashares sottolinea che l’UE ha supportato in modo generoso le flotte dei suoi paesi: pagando per il loro accesso nelle acque Africane e finanziando le spese per il carburante e per le imbarcazioni. Tra il 1981 e il 2001, le sovvenzioni dell’UE per la pesca in acque straniere è salito da 6 milioni di Dollari a 350 milioni di Dollari.


Gli ambientalisti hanno accusato i paesi Europei di pagare sottobanco paesi come il Ghana, per fare in modo che la pesca delle flotte dell’UE nei pressi delle coste Africane possa fungere da ‘falso’ profitto per queste nazioni, dice Brashares.

Il legame che Brashares rivela tra l’industria della pesca e il commercio di carne selvatica è “veramente importante”, come sostiene Kent Redford della Società per la Difesa della Fauna Selvatica di New York. “Finché non siamo venuti a conoscenza di questo studio siamo stati incapaci di legare il regno marino con quello terrestre.”

Non così velocemente

Come ha sostenuto Brashares, la carenza di proteine ci racconta solo una parte di tutta la faccenda – e di sicuro non spiega l’esistenza di mercati per la vendita di carne selvatica a New York e a Parigi. Nuove ricerche stanno osservando la carne selvatica non solo come fonte pericolosa di proteine, ma anche come un segno dell’aumento della ricchezza.

Per esempio, uno studio sul consumo di carne selvatica, condotto tra le famiglie del Gabon, ha dimostrato che le famiglie più ricche mangiano più carne, compresa la carne di animali selvatici. “Sebbene alcuni credano che l’aumento di ricchezza possa condurre ad una diminuzione nel consumo di carne di animali selvatici, i nostri risultati suggeriscono il contrario,” sostengono David Wilkie (un ecologo antropologico di Waltham, Mass. che lavora per la Società per la Difesa della Fauna Selvatica) e i suoi colleghi. Il team ha riportato i dati relativi ai loro studi nel numero di Febbraio di Conservation Biology.

In questo studio, si illustra come ad un aumento della ricchezza complessiva, corrispondesse un aumento repentino nel consumo di carne di animali selvatici da parte di coloro che appartenevano al gradino più basso della scala economica, una quantità che era molto maggiore di quanta ne consumassero coloro che appartenevano ad un gradino più elevato. “Anche un piccolo aumento di ricchezza, per le povere famiglie rurali che sono circa un terzo dell’intera popolazione, poteva condurre facilmente ad un grande aumento nel consumo di carne di animali selvatici,” concludono i ricercatori.

“C’è una predilezione di vecchia data, reale e molto profonda per il consumo di carne selvatica da parte degli Africani che provengono dalle regioni della foresta,” dice la biologa della fauna selvatica Heather Eves, che ha preso in esame il consumo di carne selvatica nella Repubblica del Congo ed ora dirige la ‘Bushmeat Crisis Task Force’ che a sede a Washington D.C. Nel cercare di capire cosa fare per risolvere il problema del consumo di carne di fauna selvatica, questi studi “non possono essere ignorati,” dice. “Stai forse per dire agli Americani che non possono più mangiare tacchino nel giorno del Ringraziamento?”

Venditori di carne di animali selvatici della Repubblica del Congo offrono sia carne fresca che affumicata.

Brashares illustra come gli appassionati di carne di fauna selvatica gli abbiano spiegato dettagliatamente come apprezzare il meglio di certe specie. No, non hanno tutte il sapore del pollo, dice.
Molte carni sanno di selvatico. “alcuni descrivono il trinomio swinderiano come qualcosa di dolce, ma io non so dirti come sia,” dice Brashares.

Per fare qualcosa in difesa della fauna selvatica, ora fortemente minacciata dalla caccia abusiva, bisogna ovviamente lavorare con gli Africani che vivono nelle foreste, dice Redford, e questa richiesta solleva una questione molto ardua per la comunità di tutela. Secondo Redford, gli attivisti che lottano per la riduzione della povertà di questi paesi accusano i conservatori di provvedere ai bisogni di questa gente per rendere elitarie le loro tradizioni protezioniste, il tutto a scapito delle popolazioni native. Così Redford riassume la sua accusa: “Le aree protette sono le zone turistiche dei ceti più abbienti.”

Chiedere alle popolazioni della foresta, che possiedono pochissime risorse, di abbandonare la caccia di animali selvatici sarebbe davvero troppo se non venissero proposte anche delle alternative. La caccia può avere un impatto molto forte sugli introiti di una famiglia tra le più povere. Emmanuel de Merode e i suoi colleghi della Società Zoologica di Londra, hanno preso in esame 121 famiglie di una comunità agricola della Repubblica Democratica del Congo. Ogni famiglia viveva con meno dell’equivalente di 1 dollaro Americano al giorno. Più del 90 per cento della carne selvatica e del pesce catturato veniva venduto, piuttosto che consumato all’interno della famiglia stessa. I dati rilevati dai ricercatori sono stati riportati sul numero dell’ Agosto 2004 di Biological Conservation.

Nelle decadi passate alcuni conservatori hanno sostenuto che un buon programma di protezione ambientale migliorerebbe anche le condizioni di vita della maggior parte della popolazione, dice Bennett. Da lontano l’idea sembra magnificamente logica: ridurre la povertà nelle foreste tropicali, di modo che gli abitanti delle foreste abbiano il cibo necessario senza dover ricorrere alla caccia di animali selvatici.

Ma questo traguardo si è rivelato sfuggente, avverte Bennett. Troppo spesso, i più poveri tra gli abitanti delle foreste sono sfuggiti agli sforzi dei programmi d’aiuto, e l’aumento di ricchezza ha incrementato, piuttosto che estinto, il commercio di carne di fauna selvatica.

Appetiti globali

Tuttavia, la minaccia più grande alla fauna selvatica non viene dai piccoli villaggi rurali dove la gente mangia o vende quello che riesce a catturare, sostiene Eves. La studiosa, mette in risalto quella che è una minaccia ben più grande che viene da “un villaggio di cacciatori, ognuno dei quali possiede 100, o forse 200, trappole sparse per la foresta, e i commercianti che vengono da altri paesi portano queste carcasse oltre i confini verso i mercati cittadini.”

Per esempio, uno studio sul commercio di carne di animali selvatici a Sekondi-Takoradi, la terza fra le maggiori città del Ghana, ha attribuito gran parte della richiesta di carne selvatica a un vasto numero di uomini che si sono trasferiti in città in cerca di lavoro. Il commercio internazionale, come la corsa alla ricerca del petrolio, può creare un boom di tali proporzioni.

A Sekondi-Takoradi, l’85 per cento delle vendite di carne di animale selvatico avviane in quelli che vengono chiamati chop bars (banco della carne), dove il proprietario offre la carne in forma di stufato, secondo quanto sostenuto da Guy Cowlishaw e dai suoi colleghi della Società Zoologica di Londra, nel numero di Febbraio di Conservation Biology.

Secondo Bennett, Robinson e Redford, anche la grande operazione di disboscamento delle foreste tropicali del mondo ha un impatto profondo sulla fauna selvatica. Essi hanno sottolineato che le operazioni di disboscamento nelle foreste tropicali si stanno spostando di circa 50,000 chilometri quadrati ogni anno, raggiungendo zone in cui in passato era difficili arrivare. Con le nuove strade e le nuove richieste di manodopera nei campi di disboscamento, la caccia di animali selvatici aumenta. Nel bacino del Congo, il numero di animali selvatici cacciati per singolo individuo, nelle strade che si trovano nei pressi delle zone di disboscamento, è stato calcolato sia da tre a sei volte quello rilevato nelle comunità lontane da queste strade.

Di fronte ad una simile situazione, la ‘Bushmeat Crisis Task Force’ ha denunciato la nascita di una sorgente estrattiva di columbo-tantalite, un materiale usato per la costruzione delle batterie dei cellulari, che sembra stia operando anche in alcuni parchi protetti incrementando così il commercio di carne selvatica.

Col dilemma di come alleviare la povertà e, al tempo stesso, tenere testa all’irrequieto mercato di carne selvatica, alcuni specialisti dello sviluppo hanno suggerito di promuovere e legalizzare il commercio della carne selvatica.

Eves è scettica. “Non c’è alcuna evidenza di un commercio sostenibile dove la carne selvatica viene trasportata per lunghe distanze, neanche quando la stessa bio-diversità viene conservata,” dice.

I pochi casi che mostrano un consumo sostenibile di carne selvatica si riferiscono ai roditori nelle aree dedicate al disboscamento. “E’ molto diverso dal parlare di consumo sostenibile in una foresta primaria piena di elefanti, gorilla, maiali, ippopotami e coccodrilli,” dice Eves.

Per bloccare la caccia abusiva di fauna selvatica, Eves propone un insieme di approcci. Sia le foreste che la popolazione urbana hanno bisogno di un alimento alternativo e di fonti di guadagno per sopperire ai bisogni primari nei tempi più duri. I lavoratori sottopagati negli accampamenti industriali che si spingono nelle foreste vergini hanno bisogno di conoscere nuovi modi di alimentarsi senza svuotare l’ambiente di tutti gli animali presenti. I Governi hanno bisogno di aiuto per limitare il commercio di carne selvatica.

“Quello che noi possediamo è una scatola di attrezzi,” dice, “e nessuno degli strumenti in essa contenuti è adatto ad aggiustare la macchina.”

Da Science News, Vol. 167, No. 9, Feb. 26, 2005, p. 138.
Link:http://www.sciencenews.org/articles/20050226/bob9.asp

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Monia

Pubblicato da Davide