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MARX E LA DECRESCITA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

DI MARINO BADIALE E MASSIMO BONTEMPELLI

Per un buon uso del pensiero di Marx

Questo saggio, il cui titolo nomina Marx e la decrescita, è ovviamente rivolto in primo luogo
alle persone interessate a Marx e a quelle interessate alla decrescita, e il primo obiettivo che
ci poniamo è quello di suscitare una discussione costruttiva fra questi due gruppi. E’ noto che,
in genere, fra coloro che continuano a ricavare ispirazione dal pensiero di Marx e coloro che
in tempi recenti hanno iniziato a teorizzare la decrescita non corrono buoni rapporti. I primi
tendono a vedere la decrescita, nel migliore dei casi, come un’aspirazione soggettiva di
natura socialmente ambigua, mentre i “decrescisti” vedono nel pensiero di Marx nient’altro
che una versione “di sinistra” dell’idolatria dello sviluppo che oggi domina il mondo e contro
cui intendono combattere. Giudichiamo questa contrapposizione del tutto negativa, e
cercheremo in questo saggio di mostrare le ragioni di questo nostro giudizio.

La prima tesi generale che ci sforzeremo di argomentare nel seguito può essere così
enunciata, in una sintesi quasi da slogan: “coloro che seguono le teorie di Marx hanno
bisogno della decrescita, la decrescita ha bisogno di Marx”. E con questo intendiamo dire
quanto segue: da una parte, oggi ogni teoria ispirata a Marx ha bisogno della decrescita
perché essa rappresenta l’unica formulazione possibile di un anticapitalismo adeguato alla
realtà del capitalismo attuale; dall’altra, la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx perché
in esso si trovano alcuni fondamenti teorici indispensabili per l’elaborazione di una proposta
teorica e politica adeguata ai problemi che la decrescita stessa individua.
Continua QUI

Il documento è disponibile anche in formato pdf: QUI

Pubblicato da Davide

  • dana74

    a parte che google docs non fa aprire i documenti almeno a me, ma è sufficente.

    Ora non riesco a capire come un economista del periodo post industriale debba essere per forza ispiratore tutte le volte che la sinistra si vuole accaparrare qualcosa.

    Deve trovare giustificazione in Marxquando vuole cambiare pensiero o corrente o accattivarsi un nuovo elettorato.

    Quando si parlava di ambiente, eccoti e scritti appaiono su come Marx è sempre stato ambientalista (il che può essere vero, non lo sò ma trovo veramente ridicolo ed irrilevante che si debba trovare per forza un OK a procedere da una persona che è morta da tempo, cavolo ma i sinistri non vedono dove viviamo???) si erano solo dimenticati di specificarlo o accentuare sta parte.

    Ora secondo la sinistra Marx è stato per la decrescita.

    Porell, mi dispiace solo che non possa “difendersi” ed è puerile che la sinistra debba sempre nascondersi dietro la sottana di Marx per giustificare un suo “nuovo pensiero”.

    Ora, non perché Marx era cattivo, ma è talmente lapalissiano che Marx era sviluppista e produttivista, caspita e per aver vissuto agli albori dell’industrialismo non gliene faccio certo una colpa, non poteva immaginare come sarebbe degenerato il tutto, soprattutto per la salute e l’ambiente.
    Ma da qui ad attribuirgli la decrescita è veramente arrampicarsi sugli specchi E VOLER FAR PASSARE LA SINISTRA COME SOSTENITRICE DELLA DECRESCITA.

    BALLE.
    La decrescita è tutto l’opposto della fede sinistra.
    La decrescita si basa sul piccolo, locale e auto produzione.

    Cosa trovo io della decrescita nel “pensiero della sinistra” che appoggia ogni nefandezza perché porta progresso sviluppo e posti di lavoro????????

  • dana74

    ovviamente volevo scrivere “economista del periodo iniziale dell’industrialismo”

  • Altrove

    Scusami dana, anche a me non apre il documento e non sono riuscito a leggerelo. Quindi non mi esprimo su tesi o considerazioni dell’articolo. Posso solo leggere questo breve trafiletto. Non mi pare proprio che in questo si dica che marx era un “decrescista”, ma bensì che le teorie di decrescita vadano viste in un’ ottica marxista. E’ una bella differenza. Non posso fare altre considerazioni senza leggere l’intero articolo. Infine il piccolo, il locale, e l’auto produzione non fanno sicuramente parte del “movimento socialista” di destra o sinistra, ma piuttosto di movimenti agli “estremi”, anti-imperialiasti, anarchici, progressisti,ecc… Per me, affermare che marx avesse un pensiero di “sinistra” (o cosa cavolo voglia dire oggi) è una aberrazione storica. Inoltre non prendere in considerazione le teorie di marx per studiare la società attuale è anche’essa una aberrazione, ma sociale. Concludo che le parole progresso e sviluppo non possono essere usate nella stessa frase per descrive una pratica politica poichè sono una il contrario dell’altra. Spero di essere stato chiaro. Col massimo rispetto…

  • Tao

    Il link ora funziona

  • Sokratico

    è interessante ma è semplicistico, a mio parere.

    Nell’articolo si critica giustamente il concetto di “crescita” e il richiamo a Marx è usato principalmente per distinguere “merci” da “servizi” (riassumendo)…per rassicurare chi pensa che la decrescita significhi arretramento tecnologico-industriale.

    ma chi ha letto Ivan Illich sa che la base del nostro sistema economico-industriale NON è il capitalismo. Il capitalismo è l’ovvia direzione che prende una società che impostata in maniera autoritaria.

    ma la prima fonte di autoritarismo è la mentalità. In una parola: la scuola

    fino a che avrai gente che ritiene che “cultura” e “apprendimento” sia sinonimo di “passare esami” o imparare “nozioni”, la media delle persone saranno PASSIVE, di fronte alle situazioni.
    aspetteranno che qualcuno INSEGNI loro a cavarsela.

    così anche per la medicina e l’economia.
    dunque, in ultimo, l’approccio più produttivo è sempre quello educativo, nel senso di “stimolare la curiosità”. Lasciate che le persone diano risposte personali ai problemi, agli stimoli.
    vedrete che fioriranno di pari passo arte, imprese, cultura, economia!

    certo che “VITA” è sinonimo di “DISORDINE”…almeno se usate “ordine” nel senso di “regolarità”…

    e niente fa più paura del disordine, al potere come alle persone insicure!
    questo è il motivo per cui, in fondo in fondo, il capitalismo e i governi autoritari hanno sempre un notevole consenso: perchè tolgono alla gente il dovere di preoccuparsi! c’è chi pensa per loro!

    (Fromm ha scritto un libro su questo “Fuga dalla Libertà”. Merita… così anche “Descolarizzare la società” di Ivan Illich)

  • Nellibus1985

    Condivido in pieno. Nella decostruzione dell’attuale società dei consumi, oltre a Ivan Illich, citerei anche Michel Foucault e Jean Baudrillard.

  • anonimomatremendo

    Da qualche tempo si registra una certa curiosità verso questo argomento (cfr. http://www.decrescita.it). Persino alcuni di coloro che fino a ieri hanno predicato una ecologica “crescita sostenibile” si sono convertiti. C’è da stupirsi che non siano più numerosi: nessuna crescita può essere sostenibile. Il nostro pianeta è una sfera delicata che ruota nello spazio ed è grande abbastanza per far dimenticare a uomini occupati nel tran tran quotidiano che ha dimensioni finite, risorse finite, capacità di reagire finite. Basta rimpicciolire il sistema e tutto diventa più chiaro: in una ipotetica stazione spaziale, poniamo con il diametro di 1 chilometro invece dei 12.000 della Terra, gli astronauti non potrebbero discutere sensatamente sulla crescita del loro PIL perché vedrebbero consumarsi velocemente il mezzo che li ospita.

    Dunque sarebbe da salutare con soddisfazione il riconoscimento di una situazione fisica ben prevista da una teoria che per convenzione ideologica è stata classificata come “politica” relegandola alla voce “marxismo”. Del resto non è per nulla difficile mostrare che tale teoria non è altro che una ecologia della produzione e riproduzione umana nell’ambiente. Un metabolismo della biosfera alla comparsa dell’uomo-industria verso metà ‘800. Se adesso ci arrivano addirittura i borghesi vuol dire che il comunismo sta dimostrando all’uomo borghese della nostra epoca la propria potenza. Altro che morto.

    I “partigiani della decrescita” sono come quel tale che quando gli si indicava la luna guardava il dito. Non hanno compreso che non c’è più nulla da progettare all’interno di questa forma sociale, che siamo tutti immersi in una rete di costruzioni, comunicazioni, manufatti che fa il giro del globo ed è con essa che bisogna fare i conti. Non ci sono più lande vergini in cui rifugiarsi per dar vita a “comunità locali”. Se criticano il concetto di “sviluppo sostenibile”, restano di fatto prigionieri delle categorie del valore come dimostra la bandiera delle “otto R”(Rivalutare, Ridefinire, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare).

    La futura forma sociale non dovrà costruire ma distruggere il sovrappiù di schifezze accumulato, liberare energia sociale in modo che le potenzialità della nuova forma (già presenti embrionalmente in questa) possano esprimere tutta la loro vitalità, in armonia con l’ambiente. L’espansione ulteriore del lavoro associato e l’eliminazione delle catene poste dal modo di produzione capitalistico contribuiranno a sviluppare la struttura sociale di domani. D’altronde, è lo stesso capitalismo a darci i mezzi tecnici per affrontare la transizione rivoluzionaria, nello stesso modo in cui genera gli strumenti umani della propria negazione… su scala globale. Gli inoffensivi partigiani delle “resistenze locali al paradigma della globalizzazione” rappresentano perciò un epifenomeno interessante, ma la soluzione è di ben altra portata storica, teorica, programmatica, pratica.

    I “Partigiani della decrescita” [www.quinterna.org]

    Patologie dell´investimento [www.quinterna.org]

  • nautilus55

    Puoi sempre scaricare il pdf: si vede che non hai letto il saggio, altrimenti troveresti le critiche che hai postato inutili e prive di senso.

  • nautilus55

    Scusate, ma siate sinceri: lo avete letto? Tutto? E solo questo avete da dire? Io trovo che sia una delle migliori analisi in circolazione, perché riesce a coniugare ed a trattare in modo dialettico due argomenti, apparentemente assai lontani

    Marx non era, ovviamente, per la decrescita – questi sono commenti puerili – ma l’attualizzazione del pensiero marxiano pone proprio la lotta per la difesa del territorio come una formidabile arma anti-capitalista.

    Sempre che lo si legga, prima di commentare.

  • antoniona

    Sono d’accordo con anonimotremendo.
    Sottolinerei una cosa: in un sistema socialista la produzione e la distribuzione dei prodotti (che non sono più merci) avviene non in base a logiche mercantili ma in base ad un piano razionale, dando quello chi serve a chi serve, eliminando gli sperperi dovuti alla frammentazioni di unità produttive separate da una forma ormai obsoleta (visto il grado di socializzazione delle attività umane ormai raggiunto) chiamata proprietà privata.
    Inoltre l’assenza di conflitto tra le varie unità produttive che oggi lottano ferocemente (fino a provocare guerre) per spartirsi i “consumatori” renderà inutile la pubblicità, eliminando in tal modo una marea di bisogni indotti che conducono, oltre alla devastazione mentale degli individui, alla produzione di una marea di inutili puttanate.
    Il risparmio di energia sociale e fisica che si otterrà razionalizzando produzione e distribuzione dei beni porterà ad una diminuzione degli impatti che le attività umane hanno sull’ambiente di svariati ordini di grandezza maggiori rispetto a quello che si puo’ ottenere con misure di tipo individuale come quelle che vanno predicando quelle anime candide degli ecologisti di maniera.

  • anonimomatremendo

    Quello di Marx è insomma, secondo noi, un tipico esempio di wishful thinking. Egli ha individuato correttamente le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, e a questa analisi scientifica ha sovraimposto la narrazione mitologica di una classe operaia che liberando se stessa libera l’intera umanità.

    In ogni caso, di fronte all’ingombrante testimonianza dei fatti, l’onere della prova spetta al difensore della tesi del carattere rivoluzionario della classe operaia: chi, di fronte all’evidenza del fatto che la classe operaia non ha finora fatto quella famosa rivoluzione comunista, sostiene però le sue potenzialità in tal senso, ha l’obbligo teorico di fornirci gli argomenti razionali a favore di questa tesi.

    1.IL fatto che la classe proletaria non abbia ancora portato a termine la sua rivoluzione non vuol dire che ció non sara´ mai possibile.La borghesia stessa ha avuto,durante il corso dei secoli,i suoi alti e bassi prima di trionfare.

    2.La classe salariata é l unica classe rivoluzionaria semplicemente perché e´ la fonte della ricchezza capitalista ed é l unica classe da non aver altro da perdere che le propire catene.Se gli intellettuali decrescisti scioperano non succede nulla,se scioperano gli operai si ferma tutto.

    Nella Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Marx si chiede dove si trovi la possibilità reale della emancipazione tedesca e risponde che essa si trova

    “nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile la quale non sia una classe della società civile, di un ceto che sia la dissoluzione di tutti i ceti, di una sfera che per i suoi patimenti universali possieda un carattere universale e non rivendichi alcun diritto particolare, poichè contro di essa viene esercitata non una ingiustizia particolare bensì l’ingiustizia senz’altro, la quale non può più appellarsi ad un titolo storico ma al titolo umano, che non si trova in contrasto unilaterale verso le conseguenze, ma in contrasto universale verso tutte le premesse del sistema politico tedesco; di una sfera, infine, che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte le rimanenti sfere della società e con ciò stesso emancipare tutte le rimanenti sfere della società, la quale, in una parola, è la perdita completa dell’uomo, e può dunque guadagnare nuovamente se stessa soltanto attraverso il completo recupero dell’uomo. Questa dissoluzione della società in quanto ceto particolare è il proletariato.”

    Abbiamo, quindi, una classe che, nello stesso tempo, è una classe dell’attuale società e non è una classe dell’attuale società. E’ una classe dell’attuale società quando, attraverso la sua collocazione all’interno del processo produttivo, produce plusvalore e quindi valorizza il capitale; ma nello stesso tempo non è una classe dell’attuale società in quanto, all’interno del ciclo della produzione del capitale, essa vive, entro sè stessa – nel rapporto produttivo fra i diversi operai parziali – un rapporto non mercantile, un rapporto negante il modo di produzione e di distribuzione capitalistico, vale a dire un modo di produzione e di distribuzione comunista.

    Comunque Finché la classe vive e opera nella società capitalistica non può ogni suo singolo elemento avere una visione cosciente ed esaustiva della trasformazione dal presente alla società futura; non è dato neppure alla classe intesa come somma di individui. Pensare che il singolo proletario, soltanto perché è tale, possa giungere per suo interesse personale alla comprensione del comunismo come divenire, è ancora cadere nel materialismo volgare. Neppure un capo geniale, per quanto determinato, avrà questa possibilità, a meno che non convergano su di lui le forze del cambiamento storico e lo trasformino in uno strumento adeguato. Dunque siamo di fronte a una contraddizione grave: l’individuo non può giungere alla conoscenza completa del divenire; la classe come somma di individui neppure; se tutto si limitasse a questo saremmo ridotti “alla impotenza eterna non solo di volere il futuro, ma di prevederlo”. Ci troviamo di fronte ad un classico paradosso logico apparentemente senza soluzione: il proletariato è l’unica classe che può rappresentare la forza della rivoluzione ma non può essere rivoluzionario perché gli manca “la luce che alla specie umana risplenderà dopo la morte delle classi”.

    La dialettica soluzione c’è, e sta appunto nel partito come organo del futuro della specie. E’ quest’ultima che esprime il partito attraverso la contrapposizione delle due classi fondamentali; che fornisce il materiale umano, gli individui che ad un certo punto negano la loro appartenenza di classe e si sentono legati unicamente al futuro dell’umanità, quindi al comunismo. Tutto il sistema sociale si indirizza verso quel risultato, il proletariato supera la sua condizione di massa amorfa e riconosce il suo partito, diventa classe per sé, si erge a classe dominante per abolire tutte le classi, anche sé stessa.

  • vic

    Oggi ci siamo accomodati nel luminoso studio di un preclaro luminare. Egli ha dedicato la vita alla misura delle caratteristiche umane. Osserviamo cosa succede. Ho detto luminoso? Mica tanto, la luce e’ bizzarra, grigio-giallastra. Gia’, il luminare preferisce lampadine a risparmio energetico, a quanto pare.

    V: Buongiorno altissima eminenza. Di cosa si sta occupando?
    L’Ombroso: Non ha fatto l’inchino, si ricordi la prossima volta!
    V (lieve inchino alla giapponese): Savoiardi!
    L’Ombroso: Si dice Sayonara, perbacco!
    V (stesso inchino): Sayonara, eminenza!
    L’Ombroso: Bando alle ciance, sono impegnato non vede?
    V: Si’ vedo, deve confezionare un vestito?
    L’Ombroso: Sto misurando l’altezza del piccolo Marx.
    V: Salve piccolo Marx, tutto bene?
    Marx (chino): Salve a te, bene, tiriamo a campa’.
    L’Ombroso: Non si muova che la sto misurando!
    Marx: Misuri con cura, sia preciso e meticoloso.
    L’Ombroso (agita il metro): Conosco il mio mestiere. Io sono un luminare.

    Entra una giovin fanciulla in ghingheri, fa il pieno alla luminaria a petrolio. Poi esce sculettando con indifferenza.

    L’Ombroso (si siede al tavolino, prende appunti): Uno punto cinque tre. Ahi, mi sono punto!
    V: E’ grave?
    L’Ombroso: E’ reticente, continua a decrescere!
    Marx (molto chino): Uhm, uhm.
    V: Allora, che ne pensa sua altissima avvedutissima elegantiussima eminenza?
    L’Ombroso: Non ci sono dubbi, decresce, guardi qua. Anno 1968: 1.78 metri. Anno 1978: 1.68 metri. Anno 2008: 1.60 metri. Anno 2010 1.53 metri.
    Marx: Ho sete.
    L’Ombroso (gli porge una bottiglietta con un liquido scuretto): Beva questo.
    Marx: Cos’e’?
    L’Ombroso (si vede che e’ spazientito): Chinotto Cinese, beva beva.
    V: Che si fa? Un pannello dell’Onu sulla decrescita?
    L’ombroso: Niente pannelli, solo tapparelle.
    V: E’ l’ora del te’, devo lasciarvi purtroppo. (inchino Cinese) Riverisco, riverisco.
    Marx: Riferisca, riferisca.
    L’Ombroso: Si ricordi di citarmi nelle sue interviste!
    V: Non si preoccupi, la mettero’ vicino al vecchio Buendia, all’ombra del castagno.

    Decresce per davvero, e’ l’eta’.

  • Truman

    Una precisazione, dici:

    nessuna crescita può essere sostenibile
    ,
    ma tutto sommato ciò vale solo per una crescita materiale, una crescita del consumo di risorse prime, della popolazione, delle superfici coltivate e così via.
    Una crescita intellettuale, nel patrimonio di conoscenze dell’umanità, nella cultura che si diffonde nelle persone, o anche una crescita morale, una crescita della consapevolezza dell’uomo, è pienamente sostenibile.

  • Truman

    Mi fai venire in mente un classico della decrescita: Tre millimetri al giorno di Richard Matheson.