MANGIA, BEVI E SII INFELICE

IL VERO COSTO DELLA NOSTRA OSSESSIONE PER LO SHOPPING

DI MADELINE BUNTING

Commondreams

Oggi sembra politicamente inappetibile, ma presto lo stato dovrà iniziare a limitare il consumismo iperfrenetico

C’è un opuscolo che svolazza per la mia cucina; è pieno di macchie di caffè e di ditate, ma io continuo a salvarlo dalla spazzatura, animata dalla buona intenzione di firmare di nuovo per una tariffa verde[1] dell’elettricità (non riesco proprio a capire perché l’accordo che avevo firmato anni fa sia finito). Una buona intenzione che ha il 50% di possibilità di essere realizzata.

Secondo le ricerche, ci sono moltissime persone come me: piene di buone intenzioni, profondamente preoccupare per il cambiamento climatico, ma allo stesso tempo incapaci di tradurre tali pensieri in comportamenti pratici. Perché? Per un insieme di eccesso d’informazione, poco tempo disponibile (un aspetto fondamentale della sostenibilità ambientale è quanto tempo richiede) e una totale confusione su cosa implichi il “fare ciascuno la propria parte”. Si aggiunga a ciò l’equazione killer: che sacrifici si è disposti a tollerare, se poi questi sacrifici perdono miseramente di significato di fronte alle centrali elettriche cinesi, che crescono ad un indice di due a settimana?

E’ sufficiente l’aver dimezzato il consumo di carne della famiglia, l’aver rinunciato per molti grigi anni a viaggiare ed aver organizzato una vita in cui è abitudine andare in bici al lavoro e a scuola a piedi? No, è solo un graffio sulla superficie. Se i paesi sviluppati devono impegnarsi a ridurre dell’80% le emissioni di gas, come richiesto dalle Nazioni Unite nell’ambito della conferenza che inizia oggi a Bali, le vite dei nostri figli dovranno essere drammaticamente differenti rispetto alle aspettative con cui noi li stiamo facendo crescere.

Nel 2006, ogni individuo in Inghilterra ha prodotto 9,6 tonnellate di C02, che dovranno assestarsi sotto la soglia delle 3 tonnellate entro il 2050. Questo è l’aspetto non negoziabile attorno al quale si stringe il consenso degli scienziati ambientali e degli economisti. La questione maggiormente controversa è se ciò implichi come conseguenza un consumo minore o semplicemente un consumo differente. In altre parole, sostenibilità comporta un riassetto del buon vivere o significa che possiamo continuare per la nostra strada, senza che vengano frustrate le nostre ambizioni di una casa confortevole, di una bella macchina e vacanze divertenti, all’insegna delle stregonerie tecnologiche ambientaliste?

La politica ambientale del governo è costruita per la sua totalità attorno a questo aspetto. Ma il problema è che non esistono prove a sostegno del fatto che un tale ingegno tecnologico possa far conseguire le necessarie riduzioni delle emissioni di carbonio. In passato, l’aumento dell’efficienza energetica ha solamente fomentato le aspettative: “Se il mio frigo è più efficiente dal punto di vista energetico e quindi consuma di meno, adesso comprerò l’aria condizionata per far fronte a queste estati caldissime”. L’innovazione tecnologica è una parte importante della soluzione, ma non è sufficiente. Le stregonerie sono state giustamente definite in questo modo: è un credo irrazionale, quello che sta al cuore dei pensieri del Governo.

Ma l’alternativa alla riduzione dei consumi è qualcosa che nessun politico è pronto a considerare. Nel corso di una discussione politica sul tema, i Ministri del Tesoro hanno reagito con disapprovazione e l’hanno definita come un equivalente del “ritornare a vivere nelle caverne”. Il nostro sistema politico si fonda su una crescita economica che si misura in prodotto interno lordo e che è pilotata da un crescente consumismo. La crescita economica è necessaria per far fronte al debito pubblico e per sostenere il welfare. Non c’è da stupirsi, quindi, se uno dei compiti dei politici dopo un attacco terroristico sia quello di rassicurare la collettività e di spingerla a continuare ad acquistare (come hanno fatto sia George Bush che Ken Livingstone). La pubblicità e il marketing, essenziali settori dell’economia, hanno come scopo ultimo di fare in modo che noi continuiamo a comprare e assicurarsi che i nostri figli faranno altrettanto.

Ma c’è una pazzia di fondo al centro di questo modello economico e dei suoi folli costi ambientali. Ciò è stato illustrato in un utilissimo grafico utilizzato dallo psicologo americano Tim Kasser nel corso di un seminario a Whitehall, la scorsa settimana. Una linea, che rappresenta il guadagno personale, si è impennata nel corso degli ultimi 40 anni; l’altra linea, che individua quelli che si definiscono “molto felici”, ed è rimasta invariata. Il divario fra questi due fattori è ampio come non mai. Tutto questo consumismo non è necessario alla nostra felicità.

Il grafico di Kasser ha delle implicazioni ottimistiche e allo stesso tempo preoccupanti. Sul versante delle aspettative, questa è la notizia buona: un’economia a basso consumo non sarebbe sinonimo di miseria. Ma ciò che è preoccupante è come noi continuiamo a comperare nonostante ciò non ci renda felici. Kasser sostiene che il nostro iperconsumismo è una risposta all’insicurezza, un esempio maladattivo di meccanismo di difesa. Negli ultimi decenni, le fonti dell’insicurezza si sono moltiplicate: alla manipolazione a lungo praticata dalla pubblicità si sono aggiunte nuove fonti di insicurezza nelle economie altamente competitive, che vanno dall’identità (chi sono e da dove vengo?) ad alcune preoccupazioni fondamentali (chi si prenderà cura di me quando sarò vecchio?). Questa relazione tra materialismo e mancanza di sicurezza aiuta a spiegare perché nazioni così diverse come gli Stati Uniti e la Cina siano entrambi materialiste: sono luoghi di insicurezza endemica.

Il punto di forza di un sistema economico basato sull’insicurezza è che è auto-alimentante. Più insicuro sei, più materialista divieni. Come ha dimostrato Kasser, i valori del materialismo (che stanno crescendo fra i giovani di entrambe le coste dell’Atlantico) ti rendono più ansioso, maggiormente predisposto alla depressione e meno cooperativo. Gli studi dimostrano che le persone sono consapevoli di quali siano le vere fonti di un duraturo appagamento per l’uomo – relazioni buone con il prossimo, accettazione di sé, senso di appartenenza alla comunità- ma essi devono far fronte ad una formidabile alleanza tra interessi politici ed economici che ha un interesse assoluto nel distrarli da quella prospettiva, per fare in modo che essi lavorino di più e spendano di più.

L’impegno necessario per rovesciare questo sistema è enorme e la transizione verso un’economia a consumi ridotti dovrà essere curata attentamente in modo da assicurare un atterraggio morbido. Il più grande dilemma è che il cambiamento potrebbe ingenerare un circolo negativo dannoso – questa è la preoccupazione di Kasser. La riduzione dei consumi potrebbe avere come conseguenza l’instabilità economica e un’accresciuta insicurezza; inoltre, anche il cambiamento climatico è fonte di sfiducia, per la gente. La reazione potrebbe avere come conseguenza il rafforzamento di questo spaventoso iperconsumismo: un atteggiamento per cui “mangiamo, beviamo e siamo felici, perché domani saremo morti”; ovvero verso una corsa ad acaparrarsi tutto quello che è possibile avere per tenersi lontano dagli impatti del cambiamento climatico.

Ma è altrettanto possibile uno scenario positivo: un’economia di riduzione dei consumi orientata a facilitare le vere fonti dell’appagamento umano. Molti di noi riconoscono indistintamente che un grosso cambiamento dello stile di vita è necessario, ma aspettano che sia qualcun altro ad iniziare il procedimento. E’ una questione di “lo farò, se lo farai” – che è il titolo di una relazione che fa riflettere rilasciata lo scorso anno dalla Sustainable Development Commission [2] del Governo.

Dentro di noi, siamo consapevoli che ce la possiamo fare – i nostri genitori e nonni sono sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Questa utile analogia, analizzata da Andrew Simms nel suo libro Ecological Debt, dimostra il ruolo cruciale ricoperto dal Governo. Nei primi anni ’40, si è ottenuto un crollo vertiginoso dei consumi domestici, e ciò non attraverso l’affidamento alle buone intenzioni degli individui (e della loro abilità di agire sulla base di opuscoli macchiati di caffè), ma grazie al Governo, che ha saputo gestire un’efficace propaganda unitamente ad un sistema di razionamento e a tasse sul lusso. Tutto questo sarebbe pane per i denti dei politici del ventunesimo secolo -cosa che, al momento, i maggiori partiti politici sono troppo spaventati per ammettere.

Madeline Bunting
([email protected])
Fonte: www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/archive/2007/12/03/5570/
3.12.07

Traduzione a cura di RACHELE MATERASSI per www.comedonchisciotte.org

[1] In Inghilterra, la c.d. tariffa verde (‘green tariff’) è quel tipo di accordo siglato con le compagine di servizi per il quale la fornitura di energia elettrica viene alimentata attraverso le energie rinnovabili (eolica, solare ecc…). Ndt

[2] Commissione per lo Sviluppo Sostenibile.

9 Comments
  1. marko says

    Razionamenti? Forse è l’unica strada, ma non penso che si possa essere felici in tempo di razionamento. Certo, considerando il paradosso di Jevon, ridurre i consumi è forse inutile o addirittura fuorviante, dunque non resterà altro che costringere la gente a consumare di meno con tasse o altro.

    quanto al legame felicità-possesso, penso che non sia reversibile. Una volta conosciuta una certa comodità, non torni più indietro. Oggi hai un frigorifero, tua bisnonna non ce l’aveva. Era felice lei come lo sei tu oggi, ma se oggi a te cavano il frigo, diventerai meno felice di tua bisnonna. La chiave del consumismo è che ti fa scoprire e/o credere di avere nuove esigenze.

  2. zufus says

    Non sono mai stato così felice da quando, tre anni fa, ho regalato la mia automobile a un muratore polacco.

    Da allora mi muovo solo con i mezzi pubblici, col taxi quando è necessario e, solo se proprio non ne posso fare a meno, due o tre volte l’anno prendo un auto a noleggio.

    Non ho più problemi di parcheggio, stress da traffico, non pago più multe, benzina e assicurazione (che arrivavano a sottrarmi una percentuale consistente del mio bilancio), non vengo più rapinato da meccanici disonesti, oltre ad una serie di benefici dovuti alle lunghe passeggiate che mi concedo sempre più spesso.

    Certo, molti amici mi fanno notare che il lavoro che faccio mi ha consentito di poter rinunciare all’automobile. Loro non possono farlo, neanche volendo.

    Proprio per questo penso che di schiavitù si tratti, e non di felicità.
    Così per tante altre cose inutili da cui siamo circondati, e che ci hanno costretto a reputare indispensabili.

  3. marzian says

    penso che di schiavitù si tratti.

    Right!

    Le automobili sono indubbiamente degli strumenti di morte e infatti mi sono sempre rifiutato di prendere la patente… anche se mi rendo perfettamente conto che non usare l’auto sia un lusso possibile solo a pochi di noi.

    A parte le necessità lavorative, i mezzi di trasporto pubblici (vedi Trenitalia) hanno ancora prezzi semplicemente folli… per non parlare della loro cronica inefficienza.

  4. marko says

    Strumenti di morte? Scusa, devo sentirmi in colpa se mi piace guidare? Come avrei ammazzato qualcuno godendomi una gita in macchina?

    Capisco il discorso che l’auto inquina, bisogna limitarne l’utilizzo eccetera, però io grazie all’auto ho fatto tante cose che altrimenti non avrei potuto fare. Ci sono migliaia di cose che con i mezzi pubblici è semplicemente impossibile fare. Vuoi un esempio? Vai alle due di mattina su un monte a 40 km di distanza da casa per fare foto astronomiche e conta quanti autobus di linea passano di li.

    I mezzi pubblici DEVONO essere sufficienti per le cose abitudinarie, lavoro, spesa, scuola, ma poi, per gli “sfizi”, un sistema di trasporto individuale è inevitabile.

  5. stimiato says

    In sintesi mi sembra di capire: “Si, l’automobile inquina, ecc ecc, ma per gli sfizi è indispensabile”. In effetti non fa una piega, ma mi viene da domandarmi: i nostri “sfizi” valgono i problemi che l’automobile causa, a breve ma soprattutto a lungo termine?
    Eppoi scusa, ma non riesci a trovare un monte un po più vicino a casa per fare le foto?

  6. marzian says

    Strumenti di morte? Scusa, devo sentirmi in colpa se mi piace guidare?

    Se dovessi risponderti in effetti direi proprio di sì.

    “Inquinamento” è una parola semplicistica che non rende bene il problema, ossia:

    – 1/4 dei gas serra
    – miliardi di tonnellate di materiale non riciclabile
    – la gomma delle ruote che dopo essere salita sulla stratosfera ricade su acqua e terreni
    – la distruzione di ogni spazio verde per fare spazio a nuove strade.

    Oltre a questo:

    – 1,2 milioni di morti all’anno per incidenti stradali e 40 volte questo numero i feriti (http://www.who.int/violence_injury_prevention/publications/road_traffic/world_report/en/index.html).
    – Solo negli Stati Uniti, un milione di animali selvaggi morti ogni settimana e decine di migliaia di animali domestici. Per altro, bio-diesel e simili spesso vengono proprio dalle carcasse di animali…

    Sì, le automobili sono strumenti di morte e in tutta sincerità penso che almeno un po’ in colpa ci si dovrebbe sentire.

  7. marko says

    Tu quinid in macchina non sali mai? Neanche da passeggero?

  8. marko says

    L’esempio della montagna è solo per dire una cosa ovvia: che non puoi pretendere di avere mezzi pubblici di massa con destinazioni non di massa. Solo l’auto (e la bici e la moto) ti permette di andare (volendo) dove gli altri NON vanno, non certo autobus e treni.

    Quanto valgono gli “sfizi”? Beh, rispondo con una domanda: che vita è senza sfizi?

  9. marzian says

    Ho detto fin da subito che sono un privilegiato e quindi non sto certo condannando in modo assoluto chi la usa.

    Semplicemente nella mia vita cerco di dare un’importanza fondamentale alle tendenze (cioè approssimazioni al risultato sperato), nella piena consapevolezza dei loro limiti.

    Vengo all’atroce confessione: almeno due sere la settimana mi faccio dare un passaggio per andare in un posto attraverso una strada dove non passano mezzi pubblici e che percorrere in bici sarebbe troppo pericoloso e troppo freddo, in questo periodo. Però effettivamente mi sento un po’ in colpa :-))

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