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“MA VITTORIO VENETO ‘NDO CAZZO STA’ ?”

LA RUSSA E LA COMMEMORAZIONE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

DI LORENZO DEL BOCA
Liberazione

Nemmeno la storia della prima guerra mondiale ce l’hanno raccontata giusta. I libri di scuola stentano a mettere in evidenza che l’Italia di quel periodo si barcamenava fra coalizioni avversarie tentando di raccattare qualche utile, con il risultato di apparire un paese di piccoli imbrogli. Alla vigilia della dichiarazione di guerra, per un mese, si trovò alleata contemporaneamente con gli austro-ungarici e con i francesi e gli inglesi che già si massacravano sulle loro frontiere.
Il nostro esercito le aveva prese anche da Menelik ed era del tutto evidente che non si trovava nelle condizioni di affrontare una guerra. Vittorio Emanuele III restava un re piccolo-piccolo cui avevano dovuto accorciare la sciabola perché non risultasse più lunga delle sue gambe corte.
Chi percorre la selva di memoriali dell’epoca s’imbatte, a ogni passo, nella questione dei cappotti che non c’erano. Mancavano i fucili; mancavano gli automezzi; mancavano i rifornimenti alimentari e non c’erano medicine. Ma, soprattutto, mancavano le idee. Di presunzione, gli ufficiali degli alti comandi ne disponevano in abbondanza e se fossero stati in grado di ottenere risultati proporzionali all’arroganza che esibivano avrebbero conquistato il pianeta. In realtà, riuscirono soltanto a trasformare le prime linee in un lager dove gli uomini ai loro ordini furono sottoposti a ogni genere di prevaricazioni anche psicologiche. I soldati potevano soltanto soffrire, dannarsi e morire.
Al fronte ci mandarono vagonate di operai e contadini che non erano guerrieri e che la guerra non volevano.

Per qualche settimana di addestramento, si trovarono con un bastone in mano. Poi gli misero in spalla un fucile vero che non avevano mai usato e li allinearono in faccia al nemico.
Nemmeno i gironi infernali potevano essere più spaventosamente crudeli. Le prime linee erano delle catacombe a cielo aperto che si rincorrevano per centinaia di chilometri.
In quelle tane, sparpagliate in un territorio sterminato, i soldati vissero quattro anni come gli uomini delle caverne. Tutti dentro, uno addosso all’altro – come nelle Malebolgie della Divina Commedia – diventando fisicamente insopportabili gli uni agli altri. Ammassati, in quei cunicoli artificiali, dove mangiavano e andavano al gabinetto, resistevano alla puzza che prendeva il cervello e si lasciavano vincere dalla nostalgia, tentavano di dormire quando era necessario risposare e si sforzavano di stare svegli quando montavano di guardia.
C’era la guerra lì davanti ma occorreva combattere anche la fame e la sete, la pioggia e la melma, i topi e gli scarafaggi, le cimici e la dissenteria, la febbre e la cancrena che afferrava i piedi e saliva fino alle ginocchia. Il terrore, alla vigilia degli assalti, prendeva la gola.
Tuttavia, la battaglia più faticosa si rivelò quella contro gli alti ufficiali che, più salivano di grado, più si comportavano come se avessero a che fare con dei servi della gleba. Per gli alti comandi tormentare quegli uomini in uniforme, con imposizioni vanamente disumane e colpevolmente inutili, sembrava diventato un dovere cui dedicare impegno ed energia.

Verrebbe da sostenere che il conflitto vero e proprio – contro gli austro-ungarici – sarebbe stato una passeggiata, se non ci fossero stati i generali italiani. I guai maggiori di chi combatteva per l’Italia vennero dagli stessi italiani. I comandanti si armarono di ordini assurdi. Pretesero di mandare le truppe all’assalto anche quando ogni logica l’avrebbe sconsigliato. Insistettero nello sfidare le leggi della fisica per fortificare posizioni insostenibili. Per ottenere un’obbedienza supina, fucilarono quelli che apparvero più riottosi o anche solo meno pronti a sacrificarsi. Instaurarono un regime di oppressione che sarebbe risultato odioso per una qualunque dittatura. E provocarono la morte di un numero imprecisato di loro uomini, piazzando le mitragliatrici dei carabinieri dietro le file destinate all’assalto, con la disposizione di aprire il fuoco alla schiena dei soldati, se avessero appena ritardato a lanciarsi fuori dalle trincee.
Le corti marziali lavorarono a pieno ritmo e i magistrati, seduti sulle stufe arroventate dal fuoco per paura di prendersi un raffreddore, spedirono davanti al plotone di esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato.
La giustizia del senno di poi avrebbe suggerito di fucilare direttamente il generalissimo Luigi Cadorna (comandante in capo all’inizio del conflitto) e di impiccare Pietro Badoglio: unica opportunità che l’Italia poteva giocarsi per evitare l’otto settembre 1943.
La sconfitta di Caporetto fu un disastro che grida vendetta. Poteva essere evitato e si realizzò solo per il concorso determinante della dabbenaggine dei generali dello Stato Maggiore. Ignoranti con i gradi sulla giubba sacrificarono decine di migliaia di uomini e poi li marchiarono con l’accusa di essere stati dei vigliacchi.

In questa occasione, come sempre nella storia tricolore, le polemiche si sprecarono ma restarono rigorosamente sigillate nei palazzi del potere. E alla fine – questa volta ma come sempre – non si riuscì a individuare un colpevole o qualcuno più responsabile degli altri. Anzi, si trovò il modo di premiare l’errore e di ricompensare lo sbaglio.
Tornarono tutti a casa con le spalle incurvate dal peso delle medaglie. Invece di licenziarli e chiedere loro il risarcimento per i disastri commessi, preferirono promuoverli, aumentare loro lo stipendio e accettare che continuassero a far danni, in nome dei traguardi raggiunti.
Anche la cosiddetta riscossa di Vittorio Veneto esiste soltanto sulla carta perché, in quella settimana del 1918, non ci fu nessun assalto e nessuno sfondamento. Gli italiani avanzarono perché gli austriaci si stavano ritirando: e gli austriaci si ritiravano perché era diventato inutile continuare una guerra che era irrimediabilmente perduta.
Non a caso il comandante in capo di allora, Armando Diaz – informato di una travolgente avanzata italiana che, evidentemente, non aveva ordinato né che era a conoscenza si stesse sviluppando – tuffò la testa nella cartina geografica, alla ricerca del teatro della sua rivincita. E poiché faticava a individuare il luogo della battaglia, chiese soccorso agli uomini dello Stato Maggiore che gli stavano intorno: «Ma Vittorio Veneto ‘ndo cazzo stà… ?»

Lorenzo Del Boca (presidente dell’Ordine dei giornalisti)
Fonte: www.liberazione
2.11.08

Pubblicato da Davide

  • uto1973

    “Bell’articolo, tutto condivisibile, unica nota dovuta: vittorio veneto all’epoca non esisteva, prese il nome dopo la grande guerra per celebrare la “vittoria” unendo due paesi: Serravalle e Cenda.”

  • lupomartino

    Bellissimo articolo. Aggiungo che oggi finirebbe alla stessa maniera, se per maledizione scoppiasse un’altra guerra.

  • TitusI

    Magari finisse allo stesso modo, io temo che finirebbe peggio, perche’ gli italiani di allora avevano molta piu’ dignita’ di quelli di oggi, mentre chi li comanda li tratta piu’ o meno nello stesso modo ed e’ di livello umano e morale ancora piu’ basso di chi li comandava allora.
    La guerra scoppiera’, sul quando si puo’ discutere, ma non c’e’ dubbio che un conflitto e’ inevitabile.

  • Franky_Ramone

    se succedesse qualcosa adesso non avremmo un millesimo delle palle che avevano allora.
    Ma che cazzo ne sappiamo di che cosa è una guerra?
    Dovremmo scrivere articoli su come si vive in città piuttosto,
    Noi persone civili a cui il sangue fà paura, paladini della giustizia,
    tutti allenatori di calcio, opinionisti e alla luce di questo articolo:
    tutti grandi condottieri.
    E tutti nella nostra stanzetta a scrivere davanti al terminale di un computer.
    Magari con il riscaldamento acceso.
    Dove nella nostra società a difendere la Patria ci sono altri, silenziosi.
    La nostra Costituzione non dice proprio questo o sbaglio?
    Ma guai a parlare di ste cose, quello che è importante è l’art.13.
    Con quello sì che si parla ore nei salottoni degli intellettuali e nelle trasmissioni
    televisive. Mentre sull’abolizione della leva fatta AGGIRANDO PALESEMENTE
    un articolo della costituzione non si deve parlare.
    Vergognamoci, stiamo zitti e non strumentializzamo uomini veri.
    GABBA GABBA HEY

  • Bazu

    Il nome di Vittorio, in onore di Vittorio Emanuele II, fu attribuito ai comuni di Serravalle e Cenda qualche mese dopo la loro unificazione avvenuta nel 1866. Il nome Veneto fu aggiunto nel 1923.

  • Tetris1917

    Mi permetto, di postare questo articolo, perche’ lo ritengo illuminante (come sa fare solo C Marx) sulla genesi dello stato italiano, e per quel che ne consegue sulla formazione della nuova borghesia italiana. E poi sull’intrecciarsi delle sue vicende, nella storia europea e quindi pure sulla I guerra mondiale e lo sterminio delle masse proletarie dell’epoca.

    P.S chiaramente a scuola non verrebbe mai fatto studiare se non da un “pazzo” professore.

    Marx. Articolo per il New York Daily Tribune, 31 maggio 1856
    LA STORIA DI CASA SAVOIA

    La storia di casa Savoia si può dividere in tre epoche: la prima in cui essa sorge e s’ingrandisce, assumendo una posizione equivoca tra Guelfi e Ghibellini, tra le repubbliche italiane e l’impero tedesco: la seconda in cui prospera passando dall’una all’altra parte nelle guerre tra Francia e Austria; e la recente in cui tenta di volgere a proprio vantaggio la lotta mondiale tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Nelle tre epoche, l’equivoco è l’asse costante attorno al quale evolve la sua politica, e come frutti immediati di questa politica appaiono risultati di proporzioni minime e di carattere ambiguo. Alla fine della prima epoca, simultaneamente con la formazione delle grandi monarchie europee, vediamo che casa Savoia costituisce una piccola monarchia. Alla fine della seconda epoca il Congresso di Vienna concede che le venga ceduta la Repubblica di Genova, mentre l’Austria inghiotte Venezia e la Lombardia, e la Santa Alleanza fa calcare la sua cappa di piombo su tutte le potenze secondarie, di qualunque specie esse fossero. Durante la terza epoca, finalmente il Piemonte ottiene il permesso di comparire alla Conferenza di Parigi, dove presenta un memorandum contro l’Austria e Napoli, dà saggi consigli al papa, riceve un amichevole colpetto sulle spalle da Orlov; dove le sue aspirazioni costituzionali sono incoraggiate dal coup d’état e i suoi sogni di supremazia italiana sono stimolati da quello stesso Palmerston che l’ha così felicemente tradita nel 1848 e nel 1849.
    è un’idea piuttosto assurda quella dei portavoce sardi che il costituzionalismo – della cui bancarotta le rivoluzioni del 1848-49 fecero risonare il continente europeo, dimostrandosi egualmente impotente contro le baionette delle corone e le barricate del popolo – questo stesso costituzionalismo stia non soltanto per celebrare la sua restitutio in integrum sulla scena piemontese, ma stia persino diventando un potere conquistatore. Questa idea può nascere soltanto nella testa dei grandi uomini di un piccolo Stato. Per ogni osservatore imparziale è un fatto indiscutibile che, con una grande monarchia in Francia, il Piemonte deve restare una piccola monarchia; che, con il dispotismo imperiale in Francia, il Piemonte è tutt’al più tollerato, e che, con una vera repubblica in Francia, la monarchia piemontese scomparirà e si dissolverà in una repubblica italiana. Sono invero le condizioni dalle quali dipende la sua esistenza che impediscono alla monarchia sarda di raggiungere i suoi fini ambiziosi. Essa può sostenere la parte di liberatrice dell’Italia soltanto in un’epoca in cui la rivoluzione ristagna in Europa, mentre la controrivoluzione domina suprema in Francia. In queste condizioni essa può pensare di prendere nelle sue mani le redini dell’Italia, in quanto è l’unico Stato italiano di tendenze progressive, con sovrani locali e con un esercito nazionale. Ma queste stesse condizioni la pongono tra la pressione della Francia imperiale da un lato e quella dell’Austria imperiale dall’altro. Nel caso di una seria tensione tra questi imperi vicini, la monarchia sarda deve diventare il satellite di uno di essi e il campo di battaglia di entrambi. Nel caso di una entente cordiale tra di essi, deve accontentarsi di una esistenza asmatica, di una mera tregua. Buttarsi sul partito rivoluzionario in Italia sarebbe un suicidio puro e semplice perché gli avvenimenti del 1848-49 hanno fugato le ultime illusioni circa la sua missione rivoluzionaria. Le speranze della casa Savoia sono così legate con lo status quo in Europa, e lo status quo in Europa le preclude ogni possibilità di estendersi nella penisola appenninica, assegnandole la modesta parte di un Belgio italiano.
    Nel loro tentativo di riprendere al Congresso di Parigi il giuoco del 1847, i plenipotenziari piemontesi potevano perciò offrire soltanto uno spettacolo assai pietoso. Ogni loro mossa sulla scacchiera diplomatica era uno scacco per loro stessi. Mentre protestavano violentemente contro l’occupazione austriaca dell’Italia centrale, dovevano limitarsi a blandi accenni sull’occupazione di Roma da parte della Francia; e mentre mormoravano contro la teocrazia del pontefice, dovevano prostrarsi davanti alle smorfie ipocrite del figlio primogenito della Chiesa. Dovevano rivolgersi a Clarendon, che aveva dato prova di una così tenera sollecitudine per l’Irlanda nel 1848, per dare lezioni d’umanità al re di Napoli; dovevano rivolgersi al carceriere di Caienna, Lambessa e Belleisle per aprire le prigioni di Milano, Napoli e Roma. Mentre si erigevano a campioni di libertà in Italia, si inchinavano servilmente davanti all’attentato contro la libertà di stampa perpetrato da Walewski in Belgio, e dichiaravano apertamente che “è difficile che possano sussistere buoni rapporti tra due nazioni, quando in una di esse esistono giornali che esprimono dottrine esagerate e conducono la guerra contro i governi vicini”. Avendo così motivato la loro stupida adesione alle dottrine bonapartiste, l’Austria immediatamente si volse contro di loro con l’imperiosa richiesta di far cessare e di reprimere la guerra condotta contro di lei dalla stampa piemontese.
    Nel momento in cui fingono di contrapporre la politica internazionale dei popoli alla politica internazionale dei paesi, i diplomatici piemontesi plaudono a un trattato che riallaccia quei vincoli di amicizia che esistono da secoli tra la casa Savoia e la famiglia Romanov. Mentre sono incoraggiati a dar corso alla loro libera eloquenza davanti ai plenipotenziari della vecchia Europa, essi debbono tollerare di essere sdegnosamente trattati dall’Austria come una potenza di second’ordine, non autorizzata a discutere le questioni di primo piano. Mentre essi gustano l’immensa soddisfazione di stendere un memorandum, l’Austria può, senza che nessuno vi si opponga, stendere un esercito lungo tutta la linea di frontiera sarda, dal Po alla sommità degli Appennini, occupare Parma, fortificare Piacenza, nonostante il trattato di Vienna, e spiegare le sue forze sulla costa adriatica da Ferrara e Bologna fino ad Ancona. Sette giorni dopo che queste lamentele erano state esposte davanti al Congresso, il 15 aprile, veniva firmato un trattato speciale, tra la Francia e l’Inghilterra da una parte e l’Austria dall’altra, comprovante fino all’evidenza il danno che il memorandum aveva inflitto all’Austria.
    Tale era, al Congresso di Parigi, la posizione dei degni rappresentanti di quel Vittorio Emanuele che, dopo l’abdicazione del padre e la perdita della battaglia di Novara, andò sotto gli occhi del suo esercito esasperato, ad abbracciare Radetzky, il vendicativo nemico di Carlo Alberto. Il Piemonte, se non è cieco di proposito, deve essersi ormai accorto di essere stato gabbato dalla pace, come è stato gabbato dalla guerra. Bonaparte può servirsene per intorbidare le acque in Italia con lo scopo di pescare corone nel fango. La Russia può dare un colpetto sulle spalle della piccola Sardegna, con l’intenzione di allarmare l’Austria nel sud per indebolirla nel nord. Palmerston può, per scopi noti a lui solo, ripetere la commedia del 1847, senza neanche darsi la pena di intonare la vecchia canzone su un motivo nuovo. Alle potenze estere il Piemonte serve soltanto per cavar le castagne dal fuoco. In quanto ai discorsi del Parlamento britannico, il signor Brofferio ha detto alla Camera sarda dei deputati, di cui è membro, “che essi non sono mai stati oracoli delfici, ma sempre trofoniani”. Egli commette il solo errore di scambiare gli echi per oracoli.
    L’intermezzo piemontese considerato in sé presenta un solo interesse, quello di vedere ancora una volta frustrata la politica voltafaccia tradizionale di casa Savoia e frustrati i suoi rinnovati tentativi di fare della questione italiana il puntello dei suoi intrighi dinastici. Esiste però un altro e più importante punto di vista, trascurato di proposito dalla stampa inglese e francese, ma sottolineato con particolare cura dai plenipotenziari sardi nel loro famoso memorandum che abbiamo copiato ieri l’altro. L’atteggiamento ostile dell’Austria, giustificato dalla posizione presa a Parigi dai plenipotenziari sardi, “obbliga la Sardegna a rimanere armata e adottare misure difensive estremamente onerose per le sue finanze, già gravate in conseguenza degli eventi del 1848 e 1849 e della guerra a cui essa ha preso parte”. Ma questo non è tutto. “L’agitazione popolare, dice il memorandum sardo, sembra essersi acquetata negli ultimi tempi. Gli italiani, vedendo uno dei loro principi nazionali alleato con le grandi potenze occidentali… hanno concepito la speranza che la pace non sarà fatta prima che un certo sollievo non sia stato apportato ai loro mali. Questa speranza li ha resi calmi e rassegnati, ma quando conosceranno i risultati negativi del Congresso di Parigi, quando sapranno che l’Austria, nonostante i buoni uffici e l’intervento benevolo della Francia e dell’Inghilterra, si è opposta ad ogni discussione… non c’è dubbio che l’irritazione che è stata sopita per il momento, si ridesterà più veemente che mai. Convinti di non aver più nulla a sperare dalla diplomazia, essi si rigetteranno con l’ardore meridionale nei ranghi del partito rivoluzionario e sovversivo, e l’Italia ritornerà un focolare ardente di cospirazioni e di disordini che si comprimeranno forse con un raddoppiamento di rigore, ma che la minima commozione europea farà scoppiare nel modo più violento. Il risveglio delle passioni rivoluzionarie in tutte le contrade vicine al Piemonte, per effetto di cause di natura tale da eccitare le più vive simpatie popolari, espone il governo saldo a pericoli di una eccessiva gravità”.
    Questo è il nocciolo della questione. Durante la guerra, la ricca borghesia lombarda si era, per così dire, spolmonata nella vana speranza di conquistarsi, a guerra conclusa, e grazie all’azione diplomatica e sotto gli auspici della casa Savoia, l’emancipazione nazionale o le libertà civili senza la necessità di dover passare a guado il Mar Rosso della rivoluzione, e senza dover fare ai contadini e ai proletari quelle concessioni che dopo l’esperienza del 1848-49, com’essa ben sapeva, erano divenute inseparabili da ogni movimento popolare. Tuttavia le sue epicuree speranze si sono dileguate. Gli unici risultati tangibili della guerra, almeno gli unici che un occhio italiano possa cogliere, sono i vantaggi materiali e politici posseduti dall’Austria: un nuovo consolidamento di quell’odiata potenza assicurato dalla collaborazione di un cosiddetto indipendente Stato italiano. I costituzionalisti del Piemonte avevano nuovamente il gioco nelle loro mani: l’hanno perduto di nuovo e di nuovo sono accusati di venir meno alla loro missione, così chiassosamente proclamata, di guidare l’Italia. Essi saranno chiamati a rendere conto con il loro stesso esercito. Di nuovo la borghesia è obbligata a gettarsi sulle aspirazioni del popolo e a identificare l’emancipazione nazionale con il rinnovamento sociale. L’incubo piemontese è dissipato, l’incanto diplomatico è rotto e il cuore vulcanico dell’Italia rivoluzionaria ha ripreso a battere.
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    Note:
    1. Il Congresso di Parigi (febbraio-30 marzo 1856) tenutosi alla fine della guerra di Crimea.
    2. Aleksei Fedorovic Orlov (1786-1861), uomo di Stato russo, rappresentante russo al Congresso di Parigi.
    3. George William Villiers conte di Clarendon (1800-1870), uomo politico inglese di tendenza whig, nel 1847 era stato nominato da John Russel luogotenente in Irlanda dove represse duramente i moti nazionali; ma i tories ritennero troppo debole il suo operato e, tornati al potere nel 1852, lo revocarono dalla carica. Nel periodo in cui Marx scriveva questo articolo, il Clarendon faceva parte del gabinetto Palmerston in qualità di ministro degli esteri.
    4. Riferimento a Napoleone III. Caienna (Guiana Francese), Lambessa (nell’Algeria meridionale), Belleisle (isola sulla costa meridionale della Bretagna), erano sedi di penitenziari per prigionieri politici.
    5. Florian-Alexandre-Joseph Walewski conte Colonna (1810-1868), figlio naturale di Napoleone I e della contessa Maria Walewska, dal 1840 al 1855 ambasciatore francese, dal 1855 al 1860 ministro degli esteri di Napoleone III.
    6. Angelo Brofferio (1802-1866), esponente della sinistra al Parlamento Subalpino.

  • _bardamu_

    eh si! e poi abbiamo visto come è andata a finire…si sono alleati con sua maestà la regina d’inghilterra e hanno conquistato il regno delle due sicile a sud e il lombardo-veneto a nord – tutto rigorosamente made in london! Hanno portato morte, fame ed emigrazione di massa. Quando si dice unità d’italia!!