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MA ALLORA 'STI FORCONI ?

FONTE: DURO DI SICILIA (BLOG)

Ho atteso, finché

le acque non si rischiarassero, prima di lanciarmi in un primo bilancio

della protesta dei Forconi.

Una protesta veemente,

ricordo, che con l’appoggio di varie categorie produttive, riunite dalla

sigla Forza d’Urto, era riuscita a bloccare

l’intera Sicilia per almeno 5 giorni. Conclusasi con la grande

manifestazione di mercoledì 25 Gennaio a Palermo, nella quale

i soli Forconi, pur privi di una vera struttura organizzativa, erano

riusciti a portare a Palermo circa 20.000 persone da ogni angolo della

Sicilia, contando esclusivamente sullo spontaneo passaparola.
Ebbene, dopo

una serie di incontri ufficiosi tra il leader Mariano Ferro ed il Presidente

Lombardo, il giorno successivo alla manifestazione, i Forconi annunziarono

di avere raggiunto un accordo con il governo nazionale che avrebbe previsto

l’istituzione di tavoli tecnici nei quali sarebbero state discusse le

istanze delle categorie produttive. Era evidente a tutte le componenti

del movimento che a questi tavoli sarebbero stati presenti gli stessi

rappresentanti dei Forconi, in modo tale da poter finalmente affrontare

direttamente con il governo nazionale, possibilmente senza filtri di

inefficaci sindacati istituzionali e politicanti vari, i disagi che

gravano sulla Sicilia e le specifiche problematiche del comparto agricolo.

Ed in effetti il nostro

Prof. Monti i tavoli li ha convocati, giusto ieri, con un decreto della

Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ma vediamo un attimo la loro composizione:

    1. Per il governo nazionale: Il

    Ministro dello Sviluppo Economico, il Ministro delle Politiche Agricole,

    il Ministro della Salute, il Ministro degli Affari Europei, il Ministro

    delle Infrastrutture e dei Trasporti ed il Ministro dell’ Economia.

    (Ma ci stanno proprio tutti i pezzi grossi, allora la cosa

    è seria!)

    2. Per la Sicilia:

    Elio D’Antrassi, Gaetano Armao, e Massimo Russo rispettivamente Assessore

    all’Agricoltura, all’Economia ed alla Salute della Regione Sicilia.

Finitoo?

No, aspettate, quasi

dimenticavo, nelle successive riunioni parteciperanno ad entrambi i

tavoli tecnici i dirigenti delle agenzie fiscali e dei monopoli di Stato.

Ed i famosi Forconi,

dove stanno?

“Continua la protesta

del movimento dei forconi! Da Lunedì

iniziano in tutte le piazze siciliane e davanti alle sedi dei comuni

i presidi- gazebo per suonare la sveglia ai 90 deputati regionali ed

a tutti i deputati nazionali e sanatori che rappresentano a Palermo

e a Roma 5 milioni e mezzo di siciliani!Dovranno ricordare da questo

momento che sono sotto continua osservazione in funzione dei risultati

che dovranno essere conseguiti per il bene della nostra terra!per il

coordinamento dei vari presidi si faccia riferimento ai numeri.”

(dal comunicato del movimento Forconi).

Uhm!

Dunque ragioniamo un

attimo, il popolo dei Forconi sarebbe stato in strada per vari giorni,

notte e dì, con il rischio di prendersi qualche denuncia penale da

parte di qualche scrupoloso cittadino

(di quelli che in Sicilia va tutto bene, basta non rompere le scatole),

soltanto per consentire alla “triade” della giunta Lombardo

di farsi ricevere dal governo Monti, e lì contrattare qualche aiuto

economico che risolva i problemi

di bilancio regionale

e gli impedisca di finire commissariati.

Già, perché

a voler essere proprio impietosi, ad oggi, questo è l’unico risultato

raggiunto nelle sedi Istituzionali. I nostri Assessori hanno approfittato

della protesta per prenotare

un colloquio con

Roma, dopo aver tentato vanamente di essere ricevuti per mesi.

E chi fra questi? proprio

quelli maggiormente responsabili del disastro economico attuale, nel

quale siamo piombati. Proprio la magnifica “triade” che con

Armao ha recentemente aumentato le addizionali

IRPEF regionali

al massimo livello in Italia (senza progressività peraltro), con Russo

ha tagliato servizi

sanitari essenziali

al cittadino, con D’Antrassi ha sprecato, con rara inefficacia ed inefficienza,

i piani

di sviluppo Rurale,

contribuendo, insieme ai recenti provvedimenti governativi, a determinare

una crisi drammatica dell’agricoltura isolana.

Tutto ciò naturalmente

senza tagliare un euro di spesa improduttiva, la ben nota pletora di

politici e dirigenti regionali, che fa e disfà in Sicilia come

se fosse, tutto, un suo Feudo privato.

Insomma dopo tanto

casotto, abbiamo delegato a risolvere i nostri problemi, proprio i nostri

carnefici.

Un risultato più

da “candide colombe” che da Forconi!

P.S.1: sembra che il

movimento dei Forconi stia organizzando

a Catania

un incontro, le cui finalità non ho ben chiare, onestamente. Temo che

sarò costretto a saltare questo giro di giostra, almeno sinché non

(si) chiariranno gli obiettivi e le modalità che intendono perseguire,

senza tentennamenti e navigazioni a vista.

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Fonte: Ma, allora ‘sti Forconi?

31.01.2012

Pubblicato da Davide

  • Tao


    L’autore di questo pezzo è attivo dagli albori in prima linea nei forconi.

    Quanto accaduto in questi giorni tumultuosi e caotici ha veramente dell’inaudito. Penso che se un bravo scrittore o uno psicologo avessero voluto darsi la pena di seguire le vicende legate al movimento dei forconi sarebbero riusciti a fotografare l’anima di un paese e di un popolo.Ma veniamo ai fatti.

    Il Movimento dei forconi , movimento teniamo a sottolinearlo doverosamente sia apolitico che apartitico,che ha unito varie categorie, da quella degli autotrasportatori a quella degli agricoltori fino ai piccoli commercianti, sorto come leggittima reazione ad un intollerabile e insostenibile comportamento di uno Stato e di un governo che sembra abbia deciso di gravare sulle categorie più deboli e fragile vessandole ulteriormente, in un momento storico in cui avrebbe dovuto invece agevolarle creando economi,a ha deciso di ribellarsi compattando almeno inizalmente i dissensi interni riuscendo a paralizzare per una settimana con i blocchi autostradali la Sicilia intera e diffondendosi anche in Calabria e nel centro sud. La vera notizia è che quindi una decisa reazione a questo governo fantoccio c’è finalmente stata.

    Una vera e propria ribellione tanto da ricordare quella di Reggio Calabria del 1970.

    Ma in questi avvenimenti è anche fondamentale il contorno vale a dire ciò che questa protesta è riuscita a suscitare. Per l’appoggio esterno dato da Forza Nuova al movimento, i forconi sono stati accusati di essere fascisti , parola che nel linguaggio italiota nostrano assume in sintesi un insieme di significati spregiativi,o di connivenza con essi cosa peraltro non vera perchè ritengo sia assurdo oltre che ingiusto che una rivolta nata con sacrosante richieste debba essere per forza ideologizzata e strumentalizzata.

    Questa diatriba dell’appoggio o meno a Forza Nuova rimbalzata successivamente sui siti internet ha causato comunque lo spaccamento del movimento fra chi era favorevole e chi temeva l’egemonia di FN. Caos su caos dunque. Altra cosa la campagna di silenzio svolta dai telegiornali che hanno incominciato a dedicare spazio alla notizia solo quando il fenomeno era evidente ed era impossibile ignorarlo. Dettaglio che fa pensare. Come la diffamazione ad opera dei giornali sui legami fra i forconi e la mafia in seguito all’arresto di uno del movimento cosa non spiegabile solo con la volontà di fare notizia. Ma in tutto ciò il grottesco deve ancora venire.

    La Camusso, Bersani e quasi l’intera casta politica italiana reclamano a gran voce la repressione. Ma i prefetti non ci cascano. Sanno benissimo per poliziesca esperienza cosa significherebbe un atto del genere. Forse avendo una visione più chiara di coloro che pretendono di schiacciare con la violenza e la forza una pacifica manifestazione di dissenso. Dissenso causato dal loro disgustoso comportamento dalle loro sopraffazioni e dai loro abusi di potere.

    Paradossale. Significa che non vi è libertà di espressione e, venendo a mancare i presupposti per questa, significa che viviamo in una falsa democrazia peggiore delle peggiori dittature. Una feroce tirannide non tanto velata in cui l’arroganza e il sopruso la fanno da padroni. E in tutto questo la sinistra cosa fa? Appoggia la protesta? Si ribella contro l’ignobile trattamento subito dai forconi ? Si schiera con le leggittime richieste degli agricoltori? Nulla di tutto ciò. Se ne frega e basta. Resta stordita, non si muove. Non comprende. Ancorata ottusamente ai vecchi steccati ideologici e agli obsoleti slogan resta a guardare il gioco al massacro. Contemplando il tutto con una punta di aristocratico disprezzo . Fa quasi pena.

    E’ una sinistra arcaica non più in grado di decifrare il contesto reale del mondo che la circonda. Solo in pochi a sinistra sanno riconoscere la gravità e la portata dell’avvenimento. Fra cui Piero Sansonetti . Cito testuali parole . Sul movimento dei forconi.”E’ una rivolta popolare che la sinistra orfana dell’alibi del berlusconismo e impastata di dogmi vecchi 40 anni fatica ad accettare in preda ai soliti consunti automatismi.” Più chiaro di cosi? UP PATRIOTS TO ARMS . SVEGLIATI ITALIA

    Fabio Fabiano
    Fonte: http://www.noreporter.org
    31.01.2012

  • radisol

    Se credevate che tutto fosse finito così vi sbagliavate. I Forconi non hanno alcuna intenzione di mollare, anzi, giovedì 2 febbraio, alle ore 18.00 i rappresentanti dei Forconi della Sicilia si presenteranno alle Ciminiere di Catania per annunciare che la rivoluzione è appena cominciata!

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    Mariano Ferro ha dichiarato:

    “Abbiamo avanzato le nostre richieste. Spetta al governo nazionale fornire le risposte. Una cosa è certa: se non otterremo quello che chiediamo andremo avanti ……

    Noi andiamo avanti per la nostra strada. Lo ripeto: abbiamo avanzato un pacchetto di richieste. A cominciare dalla defiscalizzazione della benzina e dalle cartelle esattoriali. Per noi, questi e altri punti sono un questione di sopravvivenza. Non molleremo by #avolainlotta

  • radisol

    Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni.

    Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, padroncini. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all’economia dell’isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una trasversalità tale di figure del lavoro da indurre qualcuno ad agitare la bandiera del pericoloso interclassismo di stampo populista ad uso e consumo di soggetti sociali storicamente considerati reazionari.

    Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su una situazione che, a detta di tutti gli opinionisti più o meno casuali, è segnata da ambiguità e ambivalenze, contraddizioni e complessità, partiamo però dal dato, di incontestabile valore a mio avviso, che è quello relativo all’enorme grado/richiesta di partecipazione a cui queste proteste hanno saputo dare immediato sbocco: centinaia di migliaia di siciliani hanno preso parte ai momenti e attraversato gli spazi di questa lotta.

    Questo dato, che preso singolarmente può voler dire poco, ci aiuterà a dare sostanza, gambe e fiato, alla nostra ipotesi su cui questo lavoro si andrà costruendo: l’ipotesi secondo cui, attraverso un minuzioso lavoro di decostruzione e analisi, si possa arrivare ad affermare il carattere marcatamente popolare e di massa di quella che i protagonisti si sono affrettati a definire una rivolta.

    Il nostro baricentro di lavoro e inchiesta sarà, quindi, la composizione sociale dei presidi che hanno dato vita ai blocchi, in particolare riferimento a quelli costruiti a Palermo tra porto e ingressi autostradali.

    Se, infatti, in termini di critica politica, queste proteste potrebbero facilmente condurci a ragionare su un numero elevato di spunti e nodi – dalla “questione meridionale” alle retoriche sottosviluppiste riproposte in salsa più sfacciatamente razzista, dai comportamenti del mainstream a quelli della politica istituzionale, dalle scelte alle prospettive di questo movimento, e via a parlarne all’infinito – ciò che qui mi interessa discutere è la facilità con cui certa sinistra ha bollato queste come le rivolte dei padroncini, dei privilegiati, e quindi, per l’appunto, il nodo della composizione di questa lotta.

    Ai presidi – ci dicono – più della metà degli autotrasportatori presenti sono lavoratori autonomi, titolari di ditte più o meno piccole, e che buona parte degli agricoltori, i forconi veri e propri, sono coltivatori diretti, quindi anche braccianti della terra, o al massimo proprietari di piccolissime imprese agricole a gestione familiare; ma ci sono anche i titolari di imprese più grosse – ci dicono.

    Ai presidi palermitani, questo è vero, l’anagrafe parla chiaro: la maggior parte dei partecipanti ha una età superiore ai quarant’anni. Ma non è così da altre parti.

    Al corteo regionale di mercoledì 25 a Palermo una larghissima fetta di manifestanti sono invece giovani e giovanissimi: molti di questi non erano mai stati in vita loro nel capoluogo della regione; nulla, o quasi, la presenza di universitari fuori sede; alcuni studenti delle scuole; molti lavoratori, molti giovani disoccupati. I blocchi siciliani erano fortemente caratterizzati dalla loro presenza.

    Già, i presidi: insieme ai blocchi dei tir, pratica fondamentale, anima di questo movimento. Piazze trasversali per età e posizione lavorativa: braccianti agricoli, coltivatori autonomi, operai, disoccupati, studenti e pensionati; e le loro famiglie, anzi, i loro paesi. Paesi resistenti, comunità in lotta – in questo caso lasciatemi passare questa definizione che meriterebbe ben altri approfondimenti ma che sta qui a indicare il senso di un originale rapporto tra lotta e territorio, potere di gestione e controllo – che hanno avuto la capacità di riproporre, capovolgendolo finalmente (!), il rapporto tra imposizione e utilizzo della forza. La pratica dell’imposizione della chiusura degli esercizi commerciali, criminalizzata e bollata come mafiosa in maniera bipartisan nel nome della legalità nella protesta, nonostante sia stata per decenni pratica consolidata del movimento operaio, è stata possibile, e legittimata, proprio per la dimensione comunitaria e generale di quella lotta; è sulla massificazione di pratiche radicali che sono venute pesantemente a galla differenze sia di partecipazione che di conflittualità tra piccoli e grandi centri dell’isola, tra entroterra e metropoli.

    Abbiamo visto cortei studenteschi che in piccoli centri dell’isola hanno saputo coinvolgere praticamente tutto il mondo della scuola; abbiamo ascoltato la voce di pensionati e disoccupati a sostegno dei lavoratori del paese; abbiamo visto emergere un inedito tessuto solidaristico: trasversale, generale e massificato.

    Arriviamo così a ciò che maggiormente interessa.

    Credo si debba analizzare il fenomeno in questione secondo una duplice chiave di lettura: la prima è quella che dà ragione, pur ricollocando il tutto, ai sostenitori di un qualche carattere padronale della protesta e della sua composizione; la seconda relega questa visione in un proscenio temporaneo, secondario, non necessariamente determinante ai fini di un’analisi complessiva della vicenda e del palco su cui essa si è rappresentata.

    Prima chiave: effettivamente – come sopra accennato – molti dei manifestanti presenti – forse anche i più politicamente consapevoli – sono titolari di medie-piccole imprese con dipendenti e operai a carico, attorno cui è facile ritagliare la veste di padroncino: in questo caso è effettivamente la logica della preservazione dei propri interessi la molla della rabbia; logica condita dalle consuete retoriche padronali a proposito del comune interesse di lavoratori e datori.

    Se questo è un dato incontrovertibile, alcune specifiche vanno comunque proposte a danno di una serie di facilonerie proposte in queste settimane da media e intelligenze sinistroidi. Perché se mi basassi su queste, dipingerei involontariamente un quadro di incredibile concentrazione di potere e ricchezze da un lato, quello degli autotrasportatori, e di storico latifondismo dall’altro, quello del settore agricolo. Noi tutti sappiamo che nessuno dei due modelli regge.

    La maggior parte dei lavoratori autonomi del settore del trasporto di merci, animali e generi alimentari, infatti, sono titolari di ditte che non contano più di una decina di dipendenti se non addirittura ditte a gestione familiare, con in dote non più di due o tre camion; molti dei padroni presenti ai presidi sono, da lavoratori autonomi, proprietari di un solo mezzo che, ovviamente, guidano personalmente. Storie come quelle raccontateci in quei giorni confermavano un quadro di enorme sofferenza causata dalla fase di crisi economica, dalla frantumazione e polarizzazione delle filiere commerciali oltreché dall’impossibilità cronica di competere su mercati ormai globali che, seppur – o proprio perché – liberalizzati, vedono il costituirsi di lunghe catene di subappalti e commissioni dall’alto (multinazionali) gestite a piacimento; in queste catene ben poco spazio di imprenditorialità e contrattazione sui prezzi viene lasciato a questi lavoratori autonomi: anzi, il settore dell’autotrasporto è un tipico esempio di un mercato in cui il rischio di impresa è completamente sulle spalle di queste piccole ditte o addirittura del singolo lavoratore autonomo, cioè l’ultimo anello di queste filiere globali.

    Ciò che andrebbe ripensato è piuttosto il grado di sfruttamento sistemico al momento della circolazione delle merci per provare così a ridisegnare le gerarchie del comando e, per l’appunto, dello sfruttamento in questo campo di lavoro. Nascono, invece, da qui le istanze anti-globalizzazione portate sul palco della rivolta cui stiamo assistendo.

    Diviene difficile così – se non fuorviante – generalizzare questo complesso ed eterogeneo mondo, in cui meno di 1/3 delle imprese posseggono praticamente tutti i mezzi attualmente in circolazione a livello nazionale e le altre non più di tre camion cadauna, sotto l’etichetta di padroncini; diviene difficile che C. (trentenne autotrasportatore autonomo, proprietario di un solo camion da lui guidato), giorno e notte presente in uno dei presidi palermitani, accetti di buon grado che qualcuno a sinistra lo definisca in tal modo; stesso discorso vale per il signor M. (sessantenne titolare di un’impresa che conta tre camion a disposizione ma che gestisce col giovane figlio) che, all’occorrenza assume temporaneamente un qualche lavoratore dipendente pescato direttamente nel suo paesino, Altofonte.

    Quest’ultimo cenno mi offre l’occasione di ricordare rapidamente un particolare aspetto: e cioè che questi titolari di ditte non agiscono tendenzialmente in un contesto di puro libero mercato in cui attingere liberamente a quei serbatoi di forza lavoro sempre utili all’abbattimento di costi. Il lavoro, nei nostri contesti di riferimento, risponde infatti a regole sociali non ancora degradate: il titolare di una ditta di Partinico i suoi dipendenti li cerca sempre e comunque all’interno di certe sfere di contiguità (familiare, sociale, geografica) e non in un generico mercato del lavoro libero da limiti. Ciò si riflette su quei vincoli solidaristici (dall’alto verso il basso e viceversa) a cui sopra si faceva velocemente riferimento.

    Discorso simile vale, anche se in proporzioni diverse e con alcune asimmetrie, per il mondo del lavoro agricolo. Anche lì molti imprenditori, ma soprattutto tanti coltivatori diretti titolari di imprese a gestione familiare.

    Gli interessi in ballo restano simili a quelli che in precedenza si associavano agli autotrasportatori: impossibilità di competere su un mercato ormai globale per il bassissimo rendimento economico dei prodotti. Anche lì le catene e gli stadi vedono come ultimo anello una grande distribuzione in grado di controllare i prezzi in maniera tale che il contadino – ma discorso che vale anche per il pescatore, di cui non abbiamo finora parlato nonostante l’enorme protagonismo di questa figura – non riesca, se non aiutato dai vari finanziamenti europei ormai irreperibili, a vivere del proprio lavoro.

    Ovviamente, e questo non può essere taciuto, in alcuni contesti territoriali (sud-est) alla mobilitazione hanno, in qualche modo, partecipato anche quegli imprenditori agricoli che più di tanti altri, a livello europeo e globale, sfruttano con tecniche da antico caporalato il lavoro migrante secondo indiscutibili logiche padronali, anzi servili.

    Insomma, credo – mi scuso se mi ripeto – non si possa considerare minimamente esaustiva la categorizzazione delle proteste siciliane come la rivolta di padroni e padroncini perché non tiene minimamente in conto le trasformazioni del lavoro – che potremmo qui definire frantumato –, nonostante sia innegabile un certo tipo di caratterizzazione interclassista che ha portato inevitabilmente alla confusione di linguaggi, prospettive e rivendicazioni che gli stessi manifestanti desideravano più sociali e legati ai principi di una generale redistribuzione della ricchezza.

    Seconda chiave di lettura, o meglio seconda prospettiva analitica: chi pensa che la sostanza delle mobilitazioni siciliane fosse esclusivamente legata al mondo del lavoro autonomo e/o imprenditoriale ha evidentemente preso una cantonata.

    Anche a Palermo (potremmo qui trascrivere le testimonianze concesseci da ben altri rappresentanti dell’attuale mondo del lavoro) ma soprattutto nei centri di più piccole dimensioni, negozianti, disoccupati, lavoratori dipendenti e persino operai e braccianti agricoli hanno riempito di nuovi e più vasti significati le giornate dei forconi.

    Sono le storie di chi si mobilita in difesa di parenti allevatori; del posto di lavoro nell’azienda del vicino di casa; sono i lavoratori di una ditta del ragusano che, contro ogni volere padronale, decidono lo stesso di fermare i camion contenenti generi alimentari facendo perdere la commissione all’impresa; sono eccedenze di questo movimento! Sono ciò che ha dato a questa mobilitazione un carattere di massa, anti-categoriale e anti-corporativo. Sono stati la posta in gioco di una mobilitazione che ha avuto la necessità di costruirsi un sostegno popolare ma che aveva in esso, al contempo, il suo unico possibile contrappeso interno alle svolte vertenzialistiche da vertice.

    I due piani analitici proposti, a mio avviso, si intrecciano e trovano terreni comuni tanto sul piano della lotta alla crisi (i redditi medi non sono da dirigente) e al debito, non soltanto l’odio generalizzato verso Equitalia e Serit, ma, più in generale, contro un paradigma economico che vede tutti dover pagare aumenti dei carburanti e dei costi dei servizi nella perversa forma/arma del debito, quanto su un più ideologico, attaccamento comunitario e, in forme originali – qualcuno si mostrava addirittura convinto di doversi adeguare ad una sorta di fase preinsurrezionale – spirito resistente.
    Tra queste due diverse composizioni restano comunque determinanti differenze da sottolineare, una in particolare: è infatti chiaro a tutti come a diversa posizione lavorativa corrisponda anche un diverso approccio alla politica. Se, infatti, è stato proprio e condiviso dalla maggioranza dei rivoltosi un approccio irrimediabilmente contrappositivo nei confronti della politica ufficiale (partiti, sindacati) – atteggiamento che ha condotto i detrattori verso l’accusa di qualunquismo apolitico – è importante sottolineare come ad esso vada affiancata una endemica predisposizione ideologica alla ricerca di capipopolo che finisce, ovviamente, per riportare alla ribalta quella piccola fetta di classe dirigente che si ricicla continuamente in questo tipo di dinamiche di massa; una vecchia classe di politici in grado di esercitare peso (individuale, non certo di tradizioni partitiche) rendendo meno evidenti scollamenti e contraddizioni tra base e vertici, ma anche con sempre meno potere contrattuale con gli “istituti del grande capitale”.

    Ancora una volta, pare emergere un irriducibile conflitto, una determinante discrepanza tra una composizione tecnica ricca di interessanti fermenti ed una composizione politica di questo movimento che limita, blocca e riduce le potenzialità di antagonismo proprie di questi conflitti.

    Nell’ambivalenza di ognuno dei fattori citati in questo contributo, e a giorni dall’apice toccato da queste mobilitazioni, resta comunque forte l’interesse per una dinamica sociale in grado di arricchire i nostri strumenti analitici sulle diverse risposte materiali alla crisi e come esse si traducono, per l’appunto, sul piano sociale, produttivo e politico. Così come forte resta la sensazione di avere assistito ad un originale ribaltamento di recenti modelli movimentisti che hanno finito per cristallizzare certe analisi materialistiche sulla fase e sulle evoluzioni del corpo sociale in relazione alle trasformazioni sistemiche; non è infatti casuale, né purtroppo di scarsa rilevanza, che proprio da sinistra ci siano stati forniti paradigmi interpretativi arcaici nei presupposti, rigidi nelle analisi, metafisici nell’intendere l’azione politica rivoluzionaria come una sorta di attesa messianica di movimenti sociali perfetti e guidati da soggetti eletti.

    Mobilitazioni incubate in alto, fatte esplodere in basso, diffusesi in orizzontale in maniera così capillare che è stato, e sarà, difficoltoso recuperarne tutti i pezzi.

    Questo è quel che vi ho visto.

    Questa è la crisi!

    Giorgio Martinico – Collettivo Universitario Autonomo di Palermo

  • ryden

    Monti ad ogni protesta apre un tavolo, spero ne abbiano a sufficenza per tutti, senza chiamare i diretti interessati e continuando a rispettare la volontà dei padroni atlantici.

  • Gioia_di_Vivere

    Il silenzio della sinistra italiana PD – SEL – Federazione Verdi – Radicali
    in questa e in altre recenti occasioni mi ha davvero tolto ogni dubbio.
    Il mio voto se lo sognano.

  • tres19

    Non capisco questa meraviglia, non ci di può aspettare altro da chi protesta solo per ottenere un potere d’acquisto maggiore.
    La sterilità dei risultati è perfettamente conforme con la sterilità delle motivazioni di un movimento del genere.

  • radisol

    La strategia d’azione dei prossimi giorni del movimento, che stando alle parole dei leader “non penalizzerà più i siciliani e l’economia isolana”, è stata decisa questo pomeriggio a Catania. I manifestanti pronti a bloccare le autobotti in uscita dalle raffinerie siciliane verso la penisola.

    Da lunedì il movimento Forza d’Urto riprenderà i presidi fuori dalla raffinerie siciliane e davanti ai pontili degli impianti per non permettere l’imbarco di carburante che viene esportato fuori dalla Sicilia. Dopo una settimana di tregua, i rappresentanti del Movimento dei Forconi riuniti in assemblea alle Ciminiere di Catania hanno deciso di riprendere la protesta. Nel mirino degli agricoltori non c’è solo la benzina. Verranno allestiti gazebo fuori dai municipi e dalle principali sedi della Serit, L’Equitalia siciliana. Mariano Ferro, leader dei Forconi, ha promesso che le azioni di protesta non “penalizzeranno più i Siciliani e l’economia isolana”. Mentre i pescatori, che hanno partecipato all’assemblea, minacciano di bloccare i principali porti della Sicilia.

    “Il presidente Lombardo – ha detto Ferro – purtroppo è scivolato su una buccia di banana, perché ha dichiarato che ci stiamo divertendo davanti alle telecamere. Ma noi non abbiamo bisogno di divertirci, rappresentiamo una parte dei siciliani, quella parte che lavora e non guadagna. Ci siamo stancati di essere presi in giro e di essere catapultati da un tavolo all’altro. Vogliamo chiarezza”. Ma, ha puntualizzato “non torneremo a fare i blocchi stradali e a dare fastidio ai cittadini. Chiediamo l’applicazione del nostro Statuto che prevede già la defiscalizzazione della benzina”.

    Ferro è tornato sulle dichiarazioni del presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, in merito alle infiltrazioni mafiose nelle proteste. “A Lo Bello non rispondo – ha detto – dico solo che bastava essere più chiaro e dire state attenti, in ogni caso non conosciamo quella persona che e’ stata arrestata”.

    Nei giorni scorsi in alcune piazze della Sicilia sono stati allestiti i primi gazebo per informare i cittadini sulle future manifestazioni del Movimento e raccogliere firme a sostegno della completa attuazione dello Statuto regionale. “La nostra disperazione è autentica – ha detto Ferro – noi non ci siamo addormentati o venduti. Per questo rimettiamo in moto la macchina della protesta per avvisare chi non ci vuole ascoltare”.

    Ferro non ha escluso che il movimento possa costituire un partito. Al movimento forza d’urto si sono aggiunti anche i pescatori siciliani che hanno annunciato la loro partecipazione il prossimo sette febbraio davanti a Montecitorio con il resto dei pescatori di tutta Italia. “Bloccheremo i porti siciliani – ha annunciato il portavoce Fabio Micalizzi – faremo dei presidi a Catania, Palermo, Siracusa, Messina e Termini Imerese. Saremo al fianco dei forconi e del movimento Forza d’urto”.

    Salvo Catalano, 2 Febbraio 2012, Repubblica