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L’UOMO NERO E IL FANTASMA

DI SANDRO MOISO
carmillaonline.com

Denari! Non avete sentito il racconto?
Di cos’altro andavano in cerca , quei ribaldi, se non di denari?
Cos’altro stava loro a cuore se non i denari?

(Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro)

L’Uomo Nero si aggira per l’Europa.
Ha più nomi, più maschere, ma è destinato a diffondere il panico anche solo a parlarne.
Spread, Default, Uscita dall’euro, Abbassamento del rating, comunque se ne parli è sempre quello: il mostro da evitare ad ogni costo. Non importa se si è ricchi o poveri. Non importa se si appartiene alla classe degli imprenditori o a quella dei lavoratori dipendenti. La paura deve accomunare tutti. O, almeno, così si vorrebbe.

Ma le cose non stanno esattamente in questo modo. Non che vadano bene, anzi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca e a colpi di remo i differenti vogatori la vorrebbero portare in direzioni opposte.
La crisi c’è, esiste ed è pesante. Potremmo dire che l’economia, che già è un soggetto piuttosto astratto, sta presentando il conto ad una società basata sull’opulenza del capitale fittizio.
Fittizio, ovvero che non c’è, che non è mai stato prodotto, che è stato solo e sempre gonfiato, negli ultimi decenni, dalla speculazione su titoli tossici e sul rifornimento costante alle banche di carta straccia chiamata dollaro o euro a seconda che la cosa avvenisse da una parte o dall’altra dell’Atlantico.

Sì, carta straccia non solo per i titoli spazzatura , ma anche per le due monete che hanno cercato vanamente di spartirsi il mondo, non accorgendosi che la produzione di valore reale, così essenziale al permanere e alla sopravvivenza di una società basata sul capitale e sul suo ciclo, si era significativamente riposizionata in altre aree del globo.
Marx e i classici sono stati buttati via, al massimo sostituiti da qualche magia keynesiana o da qualche autoritario provvedimento dei Chicago Boys.

Già perché la crisi attuale ha una storia lunga e complessa e cercando di coglierla a volo d’aquila nel contesto della storia dell’ultimo secolo, anche tralasciando quel pazzo di Lenin e la sua scoperta, in tempi non sospetti, dell’enorme sviluppo del capitale finanziario (eravamo nella primavera del 1916), si scoprirebbe non solo che la dichiarazione, fatta da Nixon, della non convertibilità del dollaro in oro nel 1971 è alla base di tutti i processi inflazionistici successivi, ma anche che nel 1929 l’eccesso di credito pompato dalla Federal Riserve nelle banche e nell’economia americana fu già alla base delle speculazioni che finirono col travolgere Wall Street e il mondo intero.

Che – dirà a questo punto qualcuno dei lettori – mi sei diventato monetarista?
No, tranquilli, ma questa ultima osservazione serviva proprio a sottolineare come, alla faccia di tutti coloro che sono costantemente a caccia di novità, nulla sia cambiato dalla Grande Crisi ad oggi. Gli errori sono sempre gli stessi, i protagonisti anche e i trombati pure.
Banche, imprese, lavoratori: la tripartizione indoeuropea funziona ancora.

E’ chiaro, l’aveva capita anche quel pollo di Keynes, la crisi affonda sempre le sue radici nella caduta di accumulazione dei profitti legati alla produzione materiale e al venir meno dei consumi. Marx l’avrebbe chiamata caduta tendenziale del saggio di profitto, ma oggi guai a nominarla!
Beh, insomma, anche se Keynes non l’aveva capita proprio bene, cercò comunque di metterci una pezza: “ a costo di scavare buche per poi tornare e riempirle” come disse lui stesso, proponendo la figura dello Stato come committente e cliente, allo stesso tempo, di opere pubbliche destinate a rilanciare lavoro, occupazione e consumi.

Mussolini, da buon italiano furbo, ci aveva già pensato con bonifiche e fondazione di città nuove, Roosvelt, da americano pragmatico ed ottimista, la pensò più in grande e fu il New Deal.
Sì, peccato che senza il secondo conflitto mondiale da quella crisi non se ne sarebbe usciti lo stesso, anche con gli sforzi hitleriani di andare nella stessa direzione (più stato, più lavoro coatto, più sviluppo). Solo attraverso la vittoria in quella guerra gli Stati Uniti ottennero il privilegio di emettere moneta di riserva e poi, più tardi, di renderla inconvertibile.

Negli anni settanta Joan Robinson, economista non accecata da conti e statistiche, parlò a proposito degli USA di un keynesismo militare, mentre Paul Baran e Paul Sweezy, sulle pagine della loro bella rivista Monthly Review, si divertivano a prendere in giro quelli che chiamavano polli keynesiani. Ma chi se ne ricorda ormai più, se non i lettori superstiti e non italiani della stessa ?!
Militare, il keynesimo, negli Stati Uniti lo è stato fin dalla preparazione del conflitto mondiale e nei quasi settant’anni trascorsi dalla fine dello stesso; polli furono e sono tutti coloro che affidandosi ai maneggi di John Maynard Keynes pensano di essere a sinistra, anzi di sinistra.

Perché a sinistra o a destra di qualcuno o di qualcosa si può sempre stare, ma per rifiutare radicalmente le logiche che sottendono l’attuale modo di produzione non basta chiedere l’intervento dello stato ad ogni piè sospinto.
Marx prima e Lenin dopo, più tutti gli altri, ci hanno insegnato che la macchina statale va spezzata e non rafforzata o invocata come salvezza per chi lavora.
Lo Stato è il comitato d’affari della borghesia”, Engels dixit. Fatevelo bastare, punto e a capo.

Ma torniamo alla nostra crisi e alla paura dell’Uomo Nero attuale.
Per anni, grosso modo a partire dalla gestione di Greenspan della Federal Reserve, è diventato un dogma pensare che primo dovere dello Stato, in quanto detentore del diritto di stampare moneta, fosse quello di sostenere banche, speculazione e consumi attraverso una creazione controllata del contante necessario a sostenere tutto ciò.
Una sorta di keynesismo monetarista che ha gonfiato a dismisura titoli, debiti e valore degli immobili, oltre che dare l’illusione di una crescita dei patrimoni dei piccoli risparmiatori anche in assenza di una crescita reale del prodotto e del reddito.

Per intenderci e facendo riferimento all’italietta nostrana: ma nessuno si è mai chiesto come fosse possibile che in assenza di crescita del prodotto e del reddito da lavoro (fermo oramai da vent’anni) il livello di benessere (apparente) potesse aumentare globalmente?
Questa sembrava per i più sprovveduti la decisiva sconfessione di Marx e della sua legge dell’impoverimento progressivo dei lavoratori.

Non più crisi da sovrapproduzione, non più cicli economici, non più produzione materiale, soltanto produzione snella, on-time, possibilmente immateriale. Ci sono cascati in molti, troppi, anche tra i vecchi estremisti. Non più lotta di classe, ma potere delle moltitudini.
Gioiose, inutili, sgangherate macchine da guerra che camminando all’indietro, pronte per essere riassorbite dall’ideologia dominante, pensavano di procedere in avanti.

Fuori dal ristretto orizzonte nostrano, però, milioni di operai cinesi continuavano indefessi a produrre ciò che qui si acquistava senza fatica.
Mentre in occidente, con poca fatica, anche l’ultimo dei fessi giocava in borsa o si rivolgeva ad un promotore finanziario che, peggio di un inviato di Al Qaeda, prometteva meraviglie a chi avesse immolato i suoi risparmi e i suoi averi ai fondi gestiti e gonfi di titoli spazzatura.

Ma non si pensi che in tutto questo ci fosse almeno un ordine, una logica, un programma. No!
Tutto questo è andato perso lungo il percorso: Hedge Funds, Cdo (obbligazioni debitorie collateralizzate ovvero debiti di qualcuno trasformati in investimenti a rischio) e un sacco di altra spazzatura (come gli attuali titoli di Facebook) sembravano garantire guadagni illimitati, senza che nessuno ne capisse neppure il perché

Nelle parole di Ben Shalom Bernanke, succeduto a Greenspan nella direzione della Federal Reserve ed attuale suo presidente, sta la miglior riprova di ciò che si va qui affermando. Nel 2007, dopo che le Cdo erano cresciute da 225 miliardi di dollari nel 2005 a 450 miliardi nel 2006, all’Economic Club di New York, a chi gli domandava spiegazioni su tali titoli, il potente rappresentante della finanza statale statunitense rispose :”Mi piacerebbe capire che valore hanno questi dannati cosi”.
Ecco da quale mirabile scuola escono i nostri tecnici !

Poi il 2008, anno nefasto, rivelò l’inganno.
Gli infiniti mutui, aperti anche a chi non aveva un lavoro con cui ripagarlo, esplosero sul mercato americano, con ripercussioni a livello mondiale.
Come si reagì dopo il primo sbandamento, negli USA e in Europa? Ma è naturale, continuando le precedenti politiche di allargamento del credito alle banche, che proprio su quel tipo di distribuzione di denaro a baso tasso di interesse avevano giocato per soddisfare, con interessi maggiorati, la voglia di consumo dei cittadini occidentali e di speculazione della finanza internazionale.

Nell’immane disastro di metà 2008, la quantità maggiore di capitale degli Stati Uniti, ovvero il valore delle total home equity delle famiglie crollò da 13000 miliardi di dollari del 2006 a 8800 miliardi. La seconda, in ordine di grandezza, i total retirement asset calarono del 22% da 10300 miliardi a 8000 miliardi […]Ma, almeno, delle perdite in borsa tanto piante, o dei valori delle case, persino del crollo dei consumi in difetto di gioia speculativa, si può tentare il conto. Alla devastazione dei bilanci bancari invece a tutt’oggi non può darsi un’onesta misura. […] Nel panico Federal Reserve e BCE immisero allora 2500 miliardi di liquidità nel mercato del credito, effettuando la più grande spesa nella storia della moneta, da che esiste l’umanità. Da solo, il governo americano ne investirà poi altri 1500 miliardi per acquistare azioni non solo americane. E così evitare l’ebbrezza in ritardo di una crisi ultima del capitalismo”.

E la stessa politica è proseguita, sulle due coste dell’Atlantico, nei quattro anni seguenti.
Non era bastata la lezione degli anni Venti, quando a partire dal luglio del 1927 la solita FED alimentò con 200 milioni di dollari la bolla di Wall Street di cui tutti ormai conoscono le disastrose conseguenze. Mentre alla fine degli anni ’90 del XX secolo, con la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan, gli americani avevano già sperimentato “la più grande bolla finanziaria che una nazione sulla terra avesse mai sperimentato”.

Il presidente della FED precedente, Volcker, si trovò, però, costretto a dichiarare, nel maggio del 1999, che:”Le sorti dell’economia mondiale dipendono dalla crescita degli Stati Uniti, che dipende dalla Borsa, la cui crescita dipende da cinquanta titoli, metà dei quali non ha riportato alcun guadagno”. Mentre uno studio della Northwestern University affermava che “ Non c’è stata alcuna accelerazione della crescita della produttività dell’economia al di fuori del settore che produce l’hardware dei computer […] E in effetti, invece di esibire un’accelerazione di produttività, la sua decelerazione nel manifatturiero è andata peggio. C’è stato un rallentamento della produttività nell’intero settore manifatturiero nel 1995 -1999, comparato agli anni 1972 -1995, e proprio nessuna accelerazione per i beni non durevoli”.

In Cina nel 1985, con il formarsi delle prime joint-venture, si producevano solo poche migliaia di auto, ma nel 1993 erano già diventate 200 mila. Nel 2004 se ne produrranno 2 milioni e 300 mila, mentre nel 2009 ci sarà il sorpasso degli Stati Uniti e la Cina si troverà ad essere il massimo mercato automobilistico e produttivo del pianeta. Certo questo è stato anche conseguenza dell’investimento massiccio operato dalle multinazionali nello stesso paese tra il 1994 e il 2009, ma il risultato non cambia: l’asse produttivo del pianeta non è più in America e nell’Occidente europeo, s’è spostato altrove.

E così la percentuale maggiore di plusvalore, mentre al capitale fittizio occidentale non restava che impiccarsi a se stesso.
Cosa che sta avvenendo ora, adesso, tra strepiti e sussulti, tra grida e minacce.
L’Uomo Nero appunto.
E se fin qui si sono usati esempi presi soprattutto dall’economia americana degli ultimi decenni, deve essere altresì chiaro che in Europa le cose non sono andate meglio, anzi. Anche in Germania.

La rigida Germania di Angela Merkel che, da perfetta cristianissima bigotta, predica bene e razzola male. Il volto produttivo della Germania, l’apparente efficienza della sua amministrazione che le permette di imporre il fiscal compact a tutti i paesi europei all’ombra della BCE, nascondono in realtà la coscienza sporca di chi ha le banche forse più esposte nei confronti dei titoli spazzatura statunitensi e dei titoli europei più a rischio.

Cosicché gli stessi stress test fatti sulle banche europee erano calibrati in modo da escludere che la Kfw (Kredinstalt für Wiederaufbau ovvero l’Istituto di Credito per la Ricostruzione istituito nel 1948 con il Piano Marshall ), una banca governativa destinata ad incrementare lo sviluppo interno, fosse dichiarata fallimentare poiché ricolma di titoli tossici di ogni provenienza. Anche greci, naturalmente. Caustico, il Financial Times aveva commentato in quei giorni:”Se provassimo a verificare la sicurezza delle automobili o dei giocattoli con lo stesso metodo che l’Unione Europea ha impiegato per i suoi stress test sulle banche, finiremmo in prigione”.

Anche in Europa la crescita apparente del benessere non era confortata da dati reali.
In Italia “nel 2003 il totale dei redditi distribuiti alle famiglie consumatrici era, in termini reali, superiore a quello del 1990 di un miserrimo 5,35%. Si badi in 14 anni un incremento circa di un ventesimo. Invece la ricchezza reale netta delle famiglie, nello stesso periodo, crebbe del 21,6%, più di un quarto. L’euro servì non ad accrescere redditi e consumi, ma a lievitare e consolidare i patrimoni”. Aggiungerei: immobiliari soprattutto.

Per quello che ci interessa però occorre rimarcare che nello stesso 2003 “ ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”.
Oggi sicuramente la situazione è ulteriormente peggiorata, ma un dato resta da sottolineare: nel corso degli anni novanta in realtà la classe operaia ha ceduto al tasso di profitto quanto si era ripresa negli anni settanta. Un profitto, però, che non è stato reinvestito proficuamente nell’attività produttiva, ma, grazie alle facilitazioni del credito, nella speculazione più crassa e, sicuramente, più mafiosa.

Questo scollegarsi del capitale dalla produzione per ancorarsi sempre più alla speculazione; questo tentativo dannato e dannoso di abbreviare sempre più i cicli di realizzazione dei profitti attraverso scorciatoie criminali e trucchi da prestidigitatori da strapazzo ha fatto sì che sempre più il debito privato si trasformasse in debito pubblico, con le conseguenze che tutti abbiamo ora sotto gli occhi.

Ma questa scelta è stata dettata anche da una crisi immanente del modo di produzione capitalistico, sempre negata dagli economisti e dagli elogiatori di ogni colore delle meraviglie della civiltà occidentale.
La speculazione finanziaria non è altro che l’ultima risorsa del capitalismo morente per rinnovare i propri fasti e profitti.
Un falso elisir di lunga vita, dunque.

Tutto questo, però, non ha portato soltanto ad una drastica riduzione delle quote salariali, alla quasi scomparso di ogni tipo di welfare e ad un progressivo e drammatico aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile.
Ha fatto anche in modo che i lavoratori si siano sentiti spesso mazziati e contenti, apparentemente partecipi di una ricchezza che non gli apparteneva e che, con le prima ondate di crisi, gli è stata rapidamente levata.

Questa è la base economica di una protesta sociale e proletaria che spesso si affida ancora al populismo e di cui abbiamo già parlato. Una protesta che non si affida solo, di volta in volta, alla Lega o a Beppe Grillo, ma anche a formulazioni dal contenuto vago: come i piagnistei sulla tassazione e il prelievo fiscale sugli stipendi o le occupazioni di sedi di istituti di credito per richiedere l’apertura di linee di credito al proprio, fantomatico datore di lavoro.
Nel primo caso il lavoratore rinuncia alla propria coscienza di classe antagonista per fondersi nel mare dei veri o presunti “tartassati”. Nel secondo, come è avvenuto di recente in Sicilia, il lavoratore fonde il suo interesse con quello del suo datore di lavoro, in questo caso la Dr Motor di Massimo Di Risio, rimontatore di auto e suv cinesi, di Macchia d’Isernia e pretendente al trono FIAT di Termini Imerese.

Tutti inseriti d’ufficio in una sterminata classe media priva di confini, tutti uguali negli interessi d’impresa, tutti uguali nel voler salvare i propri risparmi e patrimoni: è proprio questo che si vuole ottenere con l’Uomo Nero agitato dai media e dal mondo politico. La peggior retorica e la peggiore demagogia populista, nazionaliste, se non addirittura regionalista, al Nord come al Sud, messe al servizio dell’esorcismo destinato ad impedire le rivolte e le lotte che la crisi attuale è destinata a scatenare e che sta già scatenando.

Questo è, come sempre, come centosessant’anni fa, il Fantasma che fa davvero paura.
Il Fantasma del rifiuto delle logiche del capitalismo, dello sfruttamento, dell’appropriazione privata della ricchezza sociale e del suo dilapidarsi in speculazioni e truffe che giovano ad alcuni e danneggiano il restante 99%. Insomma, il Fantasma del comunismo cui la presente crisi sta spalancando le porte.

Ma per esorcizzare questo rosso fantasma i tecnici dei governi, la BCE e il FMI useranno anche altri strumenti, perché un conto è farsi le scarpe tra solidali (del capitale e della finanza) altro conto è permettere che siano altri, più anonimi, a farlo.
E allora vai con le accuse di terrorismo nei confronti di qualunque lotta, vai con le pattuglie di militari un Val di Susa e nelle strade delle città, vai con le indagini su chi afferma verità eretiche nei confronti del pensiero dominante.

Bersani, Camusso e Cancellieri hanno già aperto il fuoco di fila, presentandoci l’antipasto e in attesa delle portate successive.
Due forze speculari si fronteggiano così nell’agone dello spettacolo politico: da una parte chi crede che sia possibile colpire una parte per il tutto, sostituendosi alle reali forze sociali che prima o poi dovranno fare i conti con la macchina bellico-economica capitalistica.

Dall’altra chi spera di ridurre il diffondersi della protesta, anche nelle forme devianti cui più sopra si accennava, a “terrorismo”, nemico supremo e comune di tutti i rispettabili cittadini.
E giù accuse e minacce, aperte da frasi deliranti, troppo tardi smentite, sulla pericolosità della lotta No-Tav o di qualunque altra manifestazione che non si faccia ingabbiare dai sindacati confederali o dalle politiche istituzionali. E in questo senso complimenti alla chiara coscienza di un ex-ministro di sinistra che ha dichiarato che il terrorismo è il primo nemico della classe operaia…e noi che pensavamo che fosse il capitale!?

Ma per esorcizzare le lotte c’è ancora un altro sistema, che potrebbe essere usato in Grecia come, magari in modo più strisciante, anche qui in Italia: una presenza sempre più massiccia dei militari sul territorio e nella gestione della pubblica amministrazione.
E’ inutile nasconderlo: da quando le elezioni greche non sono andate come i signori della finanza avrebbero desiderato, da un lato si è fatto buon viso a cattivo gioco auspicando uno sforzo comune affinché la Grecia sia “aiutata” a rimanere nell’area euro, mentre dall’altro si son fatti sempre più evidenti i richiami ad un possibile golpe “per impedire lo scatenarsi di una guerra civile”.
Nessuna novità neanche qui, è lo stesso linguaggio delle “missioni di pace” all’estero traslato in chiave di politica “interna” europea.

Ma anche in Germania, come in questi giorni a Francoforte, e in altri paesi europei la massiccia presenza sul territorio di forze dell’ordine e militari sembra destinata a crescere.
D’altra parte: che ce li abbiamo mandati a fare tanti soldati all’estero, se non ad addestrarsi alla contro-guerriglia e al controllo delle aree urbane?
Anche qui da noi non bastano i 1500 soldati richiesti dalla Cancellieri per la protezione di obiettivi sensibili; ce li siamo già dimenticati quelli che sono già stabilmente in servizio di ordine pubblico in tante città?

Così anche l’uso che si è iniziato a fare di alti ufficiali dei carabinieri per la gestione della cosa pubblica in Italia sembra voler andare nella direzione di abituare l’opinione pubblica alla ingombrante presenza dei militari non soltanto sul territorio, ma anche nelle ASL o nelle altre amministrazioni pubbliche.
In previsione, perciò, di una possibile parziale privatizzazione dei servizi sanitari e di un aumento dei costi degli stessi per tutti i cittadini, il fatto che un generale in pensione dell’Arma e un colonnello della stessa siano stati messi a dirigere rispettivamente l’ASL di Napoli e quella di Salerno, può apparire, infine, piuttosto significativo.

Ultima, infine, viene la guerra.
La guerra imperialista che già due volte ha sconvolto l’Europa e il mondo negli stessi ultimi cent’anni , mentre una terza sembra già essere iniziata , almeno in forme prima striscianti e oggi sempre più evidenti, fin dalla riunificazione tedesca e dalla prima guerra del Golfo.
Il nazionalismo che sottende ogni imperialismo è già in atto e i nemici non sono solo più gli islamici o gli stati canaglia.

Il nazionalismo, la chiamata alle armi contro i nemici esterni, è sempre l’ultima ratio dei regimi in difficoltà. E’ l’altro potente strumento di integrazione, così come capì bene la borghesia francese quando scelse come inno “La Marsigliese”.
Aux armes citoyens, formez vos bataillons“…etc etc.
Ed è la componente principale del razzismo di ogni tempo.
Mentre chi gli si oppone corre anche il rischio di essere inquisito per incitamento all’odio di classe!

Oggi anche i nostri rispettabili vicini di casa possono trasformarsi in “pericolosi nemici”. E persino le stimate agenzie di rating, che hanno in precedenza condotto i nostri governi sulla strada del taglio della spesa pubblica, possono trasformarsi, da un giorno all’altro, in pericolosi killer contro cui anche il timorato e timoroso Pier Ferdinando Casini è pronto a prendere le armi.

Guerra, ultima ratio di ogni grande crisi del modello sociale basato sull’accumulazione capitalistica. Guerra, sicuro rilancio della produzione industriale e del ritrovato vigore dei titoli degli stati coinvolti. Guerra, facile modo per riassorbire la disoccupazione attraverso la produzione bellica o sui campi di battaglia. Guerra, sinonimo di controllo sociale e sindacale
Sempre che la possibile apocalisse preparata da Israele nei confronti dell’Iran non venga a portarsi già via tutto nell’autunno di questo fatidico 2012.

Si è aperta, lo si è detto pochi giorni fa su queste stesse pagine, un’aspra stagione.
Occorrerà essere determinati e lucidi nell’affrontarla, sapendo che, in un modo o nell’altro, questo mondo non potrà mai più essere come prima.
Anche chi lotta contro le sue ingiustizie, contro le prevaricazioni e le truffe che lo contraddistinguono dovrà saper rinunciare a qualcosa.

La sinistra greca uscita di fatto vincitrice dalle ultime elezioni, probabilmente scoprirà il bluff tedesco e della BCE, anzi lo ha già fatto.
Dopo le prime dichiarazioni sprezzanti, BCE, FMI e Merkel sembrano essere addivenuti a più miti consigli. Fino ad ipotizzare una mutualizzazione del debito greco (in attesa dell’esplosione di quello spagnolo, etc). Ma questa è solo una parziale e ancora non del tutto certa vittoria. I cui costi saranno prevalentemente scaricati, anche se in tempi diversi, sul mondo del lavoro. Sul 99%.

Occorrerà saper rompere gli schemi in cui il meccanismo del debito pubblico blocca giovani, disoccupati e lavoratori dipendenti. E non saranno certo un aumento della produttività o il sempiterno feticcio denaro a garantirne il futuro.
La macelleria sociale non potrà essere rintuzzata appellandosi alle elemosine dello Stato o della finanza. Saranno i movimenti a darsi i loro strumenti e i loro istituti, finalmente liberi ed autonomi dall’ingerenza dello Stato e del capitale.
Occorrerà andare oltre gli angusti limiti di un welfare state che appartiene ancora alle logiche stataliste degli anni ’30 e rivendicare il diritto collettivo all’uso e al godimento della ricchezza socialmente prodotta, infischiandosene dei patti già firmati da governi e tecnici in cui non ci si è mai potuti e non ci si può più riconoscere.

Occorrerà comprendere e trasformare il concetto di Economia.
Andare oltre il concetto egoistico di oikonomia, tratto da Aristotele e che sottende una saggia gestione della casa. Concetto egoistico e meschino, timorato della proprietà privata.
Basato sulla moneta, sul profitto e sulla partita doppia.
Occorrerà invece coglierlo in tutta la sua potenza intendendolo come gestione comunitaria, in costante divenire, della trasformazione dell’energia in lavoro; un lavoro, però, non più alienato, socializzante, creativo e non più coatto, capace di trasformare, senza inaridirlo, il pianeta di cui siamo soltanto ospiti temporanei.

Occorrerà saper tradire le alleanze annullandole e non rispettare i patti economici suicidi.
Occorrerà saper difendere, in ogni parte del mondo, il diritto di scegliere come organizzare la società su basi solidali più ampie.
Occorrerà lottare, anche duramente, per impedire che si ripetano le illusioni, le false promesse e il ritorno allo sfruttamento passato.

Nei giorni scorsi un surfista ha cavalcato, in Portogallo, un’onda alta 24 metri.
Tutti i nuotatori più o meno esperti sanno che in caso di onde molto alte conviene andare loro incontro piuttosto che cercare di recuperare la spiaggia, pena l’essere risucchiati dal vortice da esse creato. Onde molto alte ci attendono e la spiaggia di partenza non ci offre più alcun rifugio.
Hic Rhodus, hic salta!

Sandro Moiso
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/05/004306.html
18.05.2012

N.B.
Tutte le citazioni, prive di altre indicazioni, contenute nell’intervento sono tratte da:
Geminello Alvi, Il Capitalismo, Marsilio, Venezia 2012

Pubblicato da Davide

  • kawataxi

    Chi ha tempo faccia un riassunto plz.

  • tania

    Chapeau . Ottimo Sandro Moiso . “Aux armes citoyens, formez vos bataillons” è sempre stato l’unico possibile strumento di propaganda rimasto alle borghesie nazionali . E tutte le analisi complottiste ( quelle che, ad esempio , risolvono tutto parlando di “complotto” del Group MagaMagò , “più grande crimine” , “golpe finanziario” ecc. ) hanno l’unica funzione di alimentare la buia ignoranza fascista senza fondo .
    Meno male che esiste ancora qualche sana analisi anticapitalista . Stampate e diffondete cari compagni ( se esiste ancora , in questo sito , qualche compagno ).

  • Highlangher

    Il riassunto e’ che i banchieri speculatori creano guerre, poveri e lotte razziste, come da sempre. Divide et impera, niente di nuovo sotto il sole. Dobbiamo Ripudiare i debiti odiosi, recuperare la sovranità monetaria, far fallire le banche speculatrici, e tornare a produrre per il fabbisogno interno, invece di importare tutto dalla Cina. Ma mi sembra un attimo tardi. Dimenticavo uscire dalla nato, piccolo dettaglio.

  • RicBo

    Finalmente! Erano mesi che aspettavo un articolo così. Farraginoso, certo. Confuso, a tratti. Ma davvero altra cosa rispetto alle posizioni nazional-soveranistico-complottiste e ai catastrofismi nichilisti dei vari Della Luna, Ida Magli, Benettazzo, Pritchard e co. per non parlare dei peana al capitalismo dal volto umano dei neokeynesiani o MMT, o degli sbandamenti a favore delle destre scioviniste e razziste in nome della lotta contro l’Impero del Male, condotta sotto le bandiere di un nazionalismo rancido e di un indefinito “superamento della dicotomia destra-sinistra”.
    Il vero problema non è euro-non euro. Il problema è come ristabilire la democrazia e toglierla dalle mani della finanza, questo in prima battuta. E, più in là, il cambio di modello economico, reso obbligatorio dalla prossima scarsità di risorse energetiche. E queste cose si potranno ottenere solo con la coscienza di classe, altro che le moltitudini di Toni Negri e Deleuze.

  • tania

    No , non hai capito . E’ la caduta tendenziale del saggio di profitto che crea guerre , razzismi ecc.. : si chiama capitalismo . La soluzione proposta dai complottisti dell’ “uomo nero” non ha nulla a che fare con l’anticapitalismo : si chiama nazionalismo di guerra .
    Il cosiddetto stato di diritto si è sempre plasmato sull’agenda dettata dal capitale , anche quando le cose andavano bene per gli europei , quando il capitalismo occidentale era in “crescita” .. Ora il profitto del capitalismo occidentale non sa più dove “crescere” , se non mercificando e privatizzando i diritti conquistati dalla classe lavoratrice ( quando erano comunque cooptate nelle logiche del compromesso borghese nazionale ) durante i Trenta Gloriosi del welfare ( o warlfare ) state . I mercati finanziari , quelli che tu chiami “banchieri speculatori” , sono una conseguenza dell’intrinseca natura espansiva della mercificazione capitalista quando non trova più sbocchi nell’economia reale .

  • tania

    Sono d’accordo con tutto il tuo commento . Solo un appunto : in realtà gli operaisti hanno al centro delle loro analisi proprio la coscienza di classe . Non condivo tutto di questa scuola , ma la coscienza di classe è proprio il loro orizzonte .

  • RicBo

    Sì, ma il dogma dell’operaismo si basa sul fatto che l’unica classe davvero rivoluzionaria è quella dei salariati delle fabbriche, degli operai. Marx ha detto cose ben diverse.

  • Eli

    Bellissimo articolo! Complimenti a Sandro Moiso (che non conoscevo) per la lucidità e la chiarezza che mostra.

  • tania

    No ma infatti … appunto … l’”operaio massa” degli operaisti è lo stesso identico “proletario” di Marx . Infatti , come tu giustamente sottolinei , il proletario di Marx non era solo il salariato dei “satanici opifici” ma anche il bracciante della campagna ecc. L’operaio massa di Tronti , Negri e degli altri operaisti ( le attuali cosiddette “moltitudini” ) non sono solo i salariati delle fabbriche delocalizzate nell’ (ex)Terzo Mondo , ma tutti quei soggetti che subiscono l’accumulazione del valore capitalista : a partire dal contadino indiano o africano , passando dallo studente europeo fuori sede che paga 300€ al mese per un posto letto , fino ad arrivare allo spagnolo e all’australiano che , scambiandosi idee su internet , favoriscono involontariamente la “brevettazione” della produzione immateriale . Ecco , questa corrente operaista è ottimista anche grazie al fatto che proprio l’info capitalismo della rete ( nonostante la nuova forma di appropriazione capitalista delle “proprietà intellettuali” ) alla fine metterà comunque in relazione tra loro “i più lontani” , appunto ad esempio spagnoli con australiani , ecc..ecc.. Io invece sono un po’ meno ottimista quando osservo come la subcultura reazionaria faccia proseliti proprio su internet … Ma alla fine bisogna pensare che abbiano ragione loro , che la paura e la malafede reazionarie verranno sconfitte dall’allargamento delle capacità comunicative ecc..
    Quello che io paradossalmente contesto agli operaisti è il loro prendere proprio alla lettera Marx . Nonostante io adori Marx , penso anche che Marx sia stato , inevitabilmente , vittima del suo tempo . Cioè vittima di Hegel . In particolare dello storicismo hegeliano … no? .. che insomma la storia è un tutt’uno , è come un tubo , un divenire in cui c’è un fondo , si tocca il fondo e si sale ecc..gli sfruttati schiacciati dal peso della storia sarebbero inevitabilmente risaliti mettendo fine agli sfruttamenti borghese e degli statinazione ecc.. Peccato che non ci sia mai fine al peggio , peccato come ci hanno insegnato Gramsci o Foucault ( entrambi marxisti , intendiamoci ) o come dicono a Bologna “toccato il fondo c’è chi inizia a scavare” . Perdona la grossolana sintesi , era solo per dire che la categoria di “interesse di classe” , utilizzata da Marx , è fuorviante … bisogna ragionare in termini di passioni . La categoria di “interesse” crea un cortocircuito perché non potrà mai essere “di classe” , perché è una categoria economicista .. sarà sempre pensata e percepita come interesse individuale . La categoria che anarchici e comunisti devono utilizzare è quella di passioni .. passioni felici ecc..ecc.. Ok , sto aprendo troppi discorsi , spero di essermi spiegata .

  • strangenick

    Finalmente! Che articolo bellissimo! Bravo!!!

  • FreeDo

    Se vuoi potro’ occuparmi un’ora al mese di te….

  • xcalibur

    Articolo scabroso, subdolo e fuorviante… chiuso nel suo piccolo mondo antico popolato ancora da capitalisti, comunisti, marxisti ecc.
    l’autore, sembra non accogersi che viviamo, purtroppo, nell’epoca del pensiero unico neoliberista e scambia la globalizzazione
    imposta dalle elite finanziarie, con l’arrivo imminente, nientepopodimenoche’, del comunismo!
    Incredibile…contento lui….

  • RicBo

    Si potrebbe stare ore a parlarne, ma in fondo, non credo che queste nuove teorie operaiste (le “moltitudini”) porteranno a qualcosa. Mi sembra fuffa. Ci sono state altre rivoluzioni oltre a quella del 1917 sia in Europa (Spagna 1936) che nel resto del mondo. Perchè non si può prendere esempio dalla loro esperienza invece di inventare teorie fasulle?

  • pimpiu88

    grazie mille per il bellissimo articolo. anch’io trovo che finalmente spieghi queste dinamiche nei loro aspetti piu profondi, senza la cui comprensione qualsiasi analisi sarebbe ridotta. mi permetto di lasciare un commento nel vuoto dell’etere telematico, e di intromettermi nel mondo trofico dei blog e delle loro considerazioni, dal basso della mia poca esperienza di queste 23 primavere. sono pensieri di cui sento poco parlare in giro e di cui anche in questo sito non ho visto molte tracce, forse perchè non ne è la sede appropriata. quando penso a delle soluzioni o delle vie d’uscita a livello personale e collettivo, cerco di tenerle sempre a bada, di non crearne un dogma pericoloso per me e per chi eventualmente mi ascolta. premetto che quanto segue, nella sua forma -per mancanza di tempo e di capacità di scrittura, rispecchia solamente l’esigenza di esprimere idee che somiglino a qualcosa di chiaro. questo vorrei fosse chiaro dall’inizio alla fine. sono considerazioni, e plaudo all’idea di una risposta pronta a smontarle una ad una. sono rivolte ad un uomo che non ha alcun potere decisionale nella società, se non quello ormai patetico di un voto. andando a monte di tutte le questioni di cui si parla in quest’ultimo periodo, dove finalmente inizia a palesarsi il maleficio del capitalismo, mi è ricorrente sempre uno stesso pensiero. come si fa a cambiare un sistema in cui si è dentro fino al collo e che si alimenta, sia pur a livello microscopico e, certamente, a dosi diverse. come si fa a rifiutare e combattere un sistema che ci coinvolge in tutti gli aspetti della nostra vita. cerco di spiegarmi meglio. ricorrerò prima a due esempi. il primo più ampio e scadente nel mondo platonico delle idee. è quello della matematica. a titolo introduttivo. nella matematica mi risulta che un membro di un’equazione è semplicemente soggetto alle leggi di quell’equazione. qualsiasi cambiamento dei membri deve rientrare all’interno delle leggi che pur permettendone il cambiamento, regola gli stessi membri e li racchiude in quel sistema. no matter what. il secondo riguarda un fatto accaduto un po di anni fa, che riguarda il nostro mondo piu da vicino rispetto alla sublime e pericolosa astrazione della matematica. l’incidente della bp nel golfo del messico. quando ho appreso la notizia, piu forte dell’indignazione e della rabbia verso quanto successo, è stato un senso di enorme colpa a prevalere, colpa di essere parte di tutto ciò che ha portato a cotanto disastro. mi indignavo a sentire le persone che criticavano quanto successo, senza rendersi conto che la loro vita attuale dipende totalmente da quella nave che è affondata e dal suo contenuto riversatosi in mare. certo, disgraziatamente. certo, per delle colpe umane forse evitabili. ma i presupposti perchè accadesse c’erano già, ed erano alimentati da tutti noi che poi criticavano. penso che per la critica al capitalismo ed alla situazione odierna avvenga una cosa simile. io che critico e mi indigno per le ingiustizie, ne faccio parte, pur sia se alla fine dei conti ne fossi vittima. senza contare che io negli anni di bonanza che il capitalismo ha saputo portare nella società -benesssere costruito su altre ingiustizie ma che in fin dei conti erano lontane e non a casa nostra e vivibili sulla nostra pelle, se non per l’indignazione di una guerra scoppiata o di un reportage sulle malefatte di una multinazionale, io dicevo, in questo benessere ci ho sguazzato come porco tra le ghiande. questo io impersonale include me e i miei cari in questo allegro sguazzare, e credo che siano veramente pochi quello che non l’abbiano alimentato. mi riferisco a tutta la merda che è stata prodotta e comprata da noi poveri consumatori, meccanismi di un ingranaggio enorme. ora la vita di molte persone si scopre incredibilmente vincolata alle dinamiche di mercato, della finanza, delle banche, di prodotti interni, lordi o escrementizi che siano. noi consumiamo come idrovore. e se ne facciamo parte e lo alimentiamo, dobbiamo subire. chi più, chi meno, deve subire. tuttalpiù si può sperare di stare meglio di altri. ma gli altri che stanno male non scompariranno mai. il capitalismo è costruito sulla disuguaglianza. vorrei citare anche gli indignados. e la parola scelta per il movimento. indignati? indignazione dovrebbe recare il nostro stile di vita e la complicità che abbiamo in tutto ciò. io da un pò di anni vivo questa sensazione, e le notti insonni si moltiplicano proporzionalmente al suo affermarsi. ci si può indignare o ingegnare, certo, ma cosi non si combatte il capitalismo ma soprattutto, il consumismo. dovremmo capire che anche il giocattolo comprato ai nostri figli fa parte di questa ingranaggio. noi dipendiamo interamente dalla gentaglia che oggi disconosciamo, cosi come da quella occulta da cui non possiamo nemmeno disconoscerci perchè sta dietro ai tantissimi numeretti dei giornali della borsa. ecco, arrivo ora alle conclusioni raggiunte da questi pensieri, a tentativi, per quanto goffi e inutili possano essere, che rientrino nelle cose che si fanno e non di cui si discute. credo che un buon inizio sia eliminare totalmente i consumi. non ho idea di cosa ciò possa comportare su vasta scala se tutti seguissero quest’idea, probabilmente qualcosa di brutto. ma una grossa spallata al mostro del capitale potrebbe essere questa. rifiutare totalmente il denaro. non toccarlo più. va bene, si sta esagerando. tenere i soldi che servono per vivere come ormai siamo abituati. intendo includere solamente: mandare a scuola i bimbi, pagare le bollette della luce, dell’acqua e -via, per ora anche del gas, pagare l’affitto. full stop. cibo in primis e tutto quanto il resto deve circolare solamente attraverso il baratto e lo scambio di favori tra le persone. bloccare l’economia. vestiti? mobili? macchine? viaggi? ristoranti e bar? forget it all. assaltare le discariche può anche essere un’idea per calmare la sete ormai atavica di prodotti che tutti noi abbiamo. si troverebbero un sacco di cose che potrebbero tornare utili. cercare che cause ed effetti delle nostre azioni non superino i 50km da dove viviamo. sperando nel tempo che la storia abbia insegnato che oltre il 50esimo km non ci sia un nemico da abbattere, ma un simile. iniziare da questi punti quantomento. detto questo, non credo nel mito del bon seuvage, non credo che sia facile rinunciare al benessere con cui il capitalismo ci ha cloroformizzati, non credo nemmeno che tutto ciò porti verso una società più giusta e tantomeno gestibile. non credo nel mito dell’autosufficienza e nemmeno nelle comuni, non all’idea che semplicemente rifugiandosi o facendo finta di essere autosufficienti senza esserlo ci si assolva. vi sono però degli esempi confortanti nel mondo, cito i caracoles del chiapas. credo che non considerare questo punto di vista sia altrettanto incosciente. credo che se un cambiamento non arrivi da noi per primi, non arriverà certo dall’alto. perchè quelli non cambieranno mai. bisognerebbe rivalutare la povertà, quando essa è sinonimo di solidarietà e complicità, e non di disperazione cieca perchè non si riesce ad essere un pò più ricchi. ricordiamo anche che oltre la società, come diceva bordiga in tempi ben anteriori alla palesità attuale, il capitalismo distruggerà anche la natura. il capitalismo ci nutre come una mamma irresponsabile che riempie di farmaci e antibiotici il proprio bimbo. dobbiamo chiarirci con la mamma, non ribattendo più o meno timidamente che ci si sente un pò intontiti da cotante medicine, ma rifiutandole fermamente. vediamo che succede e fino a che punto siamo disposti a rinunciare. dalla fuga e dalla rinuncia si potrebbe iniziare, quindi. don chischiotte e taoismo i nostri referenti almeno per un po di tempo, per disintossicarci dal morbo del consumo. come ho detto non credo nel mito dell’autosufficienza e non mi convincerò mai che ritirandomi in un monte con una cerchia di persone riuscirò ad essere libero dal meccanismo descritto fino ad ora. però ricordo anche che secondo l’induismo in un’epoca di kaliyuga -epoca in cui i conflitti avanzano con cosi tanta forz
    a ed hanno cosi tante variabili che è inutile cercare di contrastarli, e in cui l’ignoranza spirituale è così dilagante, bisogna semplicemente rifugiarsi, stringere i denti, e rinunciare. i conti verranno fatti poi. tradotto in un linguaggio che si potrebbe sentire nella mia città, il mito verrebbe tradotto pressapoco così: mi go prova a convinserlo, ma se no me scolta no posso neanca diventar mato. ‘mi eo moeo coe so storie e che se rangi’. probabilmente i figli imparerebbero molto anche sulla strada dell’autosufficienza, che chissà un giorno, ritornerà tra noi umani, coi prezzi e le lotte che comporta, ma con una zaffata di verità che arrivasse ora, sarebbe quantomeno salubre.

  • antiUsrael

    Rivoluzione quella del 1917?
    Come si fa a chiamare rivoluzione un golpe genocida(vedere quanti contadini, anarchici e patrioti furono uccisi o affamati da questi ”rivoluzionari”) finanziato dall’emissario dei Rothschild(padrino inoltre di Israele e del sionismo moderno) tal Jacob Schiff (head of the New York investment firm Kuhn, Loeb and Co) per schiacciare la Russia e non permetterla di competere con gli Usa come potenza indipendente eurasiatica?
    E’ altresì evidente il progetto che servi l’Urss prima di mettersi di traverso(tentando di ristabilire la sua visione geopolitica) dopo la guerra(vedere anche quanti patrioti Russi sacrificò per far vincere la seconda guerra mondiale ai sionisti angloamericani),ma chi la comandava realmente la fece implodere quando non gli serviva più.
    Chi finanziò la ”rivoluzione” bolscevica:
    http://en.wikipedia.org/wiki/Jacob_Schiff

    In the February 3, 1949 issue of the New York Journal American Schiff’s grandson, John, was quoted by columnist Cholly Knickerbocker as saying that his grandfather had given about $20 million for the triumph of Communism in Russia:
    http://www.wildboar.net/multilingual/easterneuropean/russian/literature/articles/whofinanced/whofinancedleninandtrotsky.html
    Oggi lo schema è lo stesso coi babbei che credono alle genuinità delle rivolte arabe finanziate dai mondialisti di Otpor e armate da NATO-Wahabiti-Sionisti.Il grande Che Guevara si rivolta nella tomba a vedere che quelli che sventolano la ”sua” bandiera esaltano i golpe della CIA chiamandoli ”rivoluzioni”.
    Ma poi tu non eri quello contro i regimi e le dittature?
    T’aggrada solo quella sanguinaria giudeobolscevica e quella secolare degli anarcobanksters?