Home / ComeDonChisciotte / L'UNITA' D'ITALIA E I CONTI CON LA STORIA

L'UNITA' D'ITALIA E I CONTI CON LA STORIA

Ita DI TRUMAN BURBANK

comedonchisciotte.org

A 150 anni dall’unità, l’Italia sembra un giocattolo inceppato, che si agita in modo inconcludente.

Piuttosto che agitarsi furiosamente come fanno tanti è forse il caso di studiare il passato.

“Chi non conosce il proprio passato è condannato a ripeterlo” dice Santayana e la frase ha due possibili letture: la prima (la più comune) è che chi non conosce la propria storia ripeterà gli stessi errori a parità di condizioni; dopo un primo fascismo ne conoscerà una seconda versione (e magari anche una terza), senza che l’esperienza precedente consenta di resistere all’ascesa progressiva di ducetti, gerarchetti e galoppini.

Ma ancora peggiore è una seconda lettura della frase di Santayana, chi non conosce la propria storia non si rende conto di ciò che ha fatto di buono e lo distrugge senza neanche accorgersene. Allora, se si vuole crescere e diventare adulti, bisogna fare i conti con la propria storia.

Per fare i conti può convenire partire dalla favoletta con cui ci viene propinato il racconto tradizionale dell’unità d’Italia.

La storia provvidenziale (la favola del Risorgimento)

Per gli studiosi di antropologia potrebbe essere interessante analizzare il racconto convenzionale in senso provvidenziale del “Risorgimento”. La visione proposta è tesa a dimostrare quanto siano stati necessari gli avvenimenti riportati. Dopo secoli di sofferenze gli italiani erano pronti ad essere riunificati, questo era il loro destino manifesto. Per fare ciò servivano degli eroi: Garibaldi, Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour. Ma gli eroi presuppongono dei cattivi dall’altra parte: gli austriaci, i Borbone. Un po’ meno cattivo il Papa, ma certo non poteva avere il suo stato su quella che era destinata a ridiventare capitale d’Italia.

Tutte le fiabe raccontano la stessa storia all’interno di un numero di variabili limitato e la fiaba dell’unità d’Italia non fa eccezione.

Per i dettagli conviene fare riferimento alla “Morfologia della fiaba” di Vladimir Propp [1]. E’ opportuno notare che, rispetto alla fiaba standard, qui l’unità nazionale conseguita (la legittima unione tra il popolo e la patria) rimpiazza il matrimonio finale dell’eroe.

Chiaramente la storia provvidenziale che ci viene raccontata è in realtà un artefatto, realizzato per soddisfare degli interessi umani.

Ma come si fabbrica un tale artefatto?

Non è poi così difficile costruire un’interpretazione provvidenziale della storia. Prima di tutto vengono gli interessi: si fa quello che conviene fare con qualsiasi tecnica, per esempio è tradizione corrompere gli alti gradi dell’esercito nemico. Grazie alla corruzione ed altri trucchi sporchi si vince. In guerra normalmente vince il peggiore, non il migliore (a parità di forze in campo). Vince il più privo di scrupoli, il disonesto, chi trama nell’ombra.

Dopo la vittoria si scrivono libri che dimostrano come ciò che è successo fosse inevitabile, nel destino della nazione, come si stesse preparando da secoli. Si troveranno sempre con facilità intellettuali e giornalisti pronti a sostenere i vincitori.

Anche il vocabolario verrà riformato. Si introdurranno nuovi termini, come risorgimento, esportazione della democrazia e così via. In parallelo si provvederà ad emarginare e poi distruggere chi si ostina a mostrare il punto di vista dei vinti, dai giornali fino alle cattedre universitarie.

Alla lunga resterà solo il punto dei vista dei vincitori. Per questo è rarissimo nelle opere storiche trovare dei vincitori cattivi. Per questo gli antichi romani portavano la civiltà.

Il popolo pigro
Un importante corollario della favola standard, popolata da eroi, è il popolo pigro. Adatto il concetto da Wikipedia [2].

Un filone di critica storiografica, elaborando le analisi che fece Antonio Gramsci nei suoi quaderni del carcere, che partì dalle considerazioni del meridionalista Gaetano Salvemini sulla mancata soluzione della questione contadina, legata alla irrisolta questione meridionale, ha sottolineato un’interpretazione che sostiene come nel Risorgimento italiano fosse stata assai limitata la partecipazione delle masse popolari, soprattutto contadine, agli eventi che hanno caratterizzato l’unità nazionale italiana e come il Risorgimento possa essere considerato come una rivoluzione mancata.

Per chi guardi gli avvenimenti in modo disincantato la realtà è diversa e il popolo c’è. Il popolo è quello che neutralizza la spedizione dei Pisacane, il popolo è a Bronte che reclama le terre, il popolo combatte a Pontelandolfo, il popolo partecipa al brigantaggio, riuscendo a contrastare un esercito di 140.000 soldati [3] in assetto da guerra, soldati che riusciranno a vincere solo grazie a tecniche di genocidio. Il popolo è quello costretto ad emigrare a causa della fame creata dai Savoia nel sud. Il popolo continuerà a celebrare i briganti contro gli invasori per decenni. Oltre un secolo dopo la spedizione dei mille c’erano ancora dei cantastorie che onoravano le gesta dei briganti. Il problema è che nell’interpretazione favolistica del Risorgimento, il popolo è quasi sempre dalla parte sbagliata e viene fatto diventare invisibile dai mass-media (inclusi i libri di storia).

Ma se abbandoniamo la favola è facile vedere come il risorgimento sia un’operazione fatta contro il popolo italiano, a cui il popolo si è opposto fortemente, a volte anche ferocemente.

Conviene prestare attenzione al concetto di storia dei vincitori, la storia così come viene raccontata da chi ha vinto. Dalla storia dei vincitori non c’è niente da imparare. Tutto viene giustificato in termini di provvidenza o destino manifesto.

Sul lato opposto, dalla storia dei perdenti si possono raccogliere molte utili informazioni. Solo che i perdenti quasi sempre sono stati azzittiti. Per questo solitamente bisogna cercare al di fuori dei libri di storia per trovare qualche verità, un grande esempio è Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, altro esempio è Noi credevamo di Anna Banti.

Per quanto riguarda la saggistica, per lungo tempo le poche cose decenti sul risorgimento sono stati i libri del grande Nicola Zitara [4] e qualcosa di Mack Smith, che non era italiano. Lo spiegava bene Carl Schmitt (in Ex captivitate salus) come i perdenti siano costretti a scrivere la storia con estremo rigore mentre i vincitori possano permettersi tutti gli abusi. Sono andato a riguardare la vita di Tucidide, forse il più grande storico mai vissuto, ed era uno sconfitto.

Vae victis diceva Brenno ai Romani. Non è cambiato molto da quell’epoca, anche se una mitigazione viene data dalla “storia sociale”, che studia la vita quotidiana delle persone nelle varie epoche.

I Mille

Episodio chiave del Risorgimento è la Spedizione dei Mille nel 1860. Qui conviene approfondire. La spedizione dei mille durò pochi mesi, con un migliaio di soldati iniziali e poche migliaia alla fine convenzionale della spedizione. Alla fine della spedizione buona parte dell’Italia era formalmente unificata sotto i Savoia. Restava in sostanza solo il Lazio e Roma, che avrebbe resistito una decina di anni. L’unità d’Italia era cosa fatta, toccava fare gli italiani (per terminare correttamente la fiaba).

Solo che si sviluppò il cosiddetto “brigantaggio”, il quale tenne impegnati fino a 140.000 soldati nella cosiddetta repressione, la quale durò almeno un decennio. Sotto l’aspetto degli interessi economici in gioco, la spedizione dei Mille puntava allo zolfo, che all’epoca valeva come il petrolio di oggi. Si voleva che lo zolfo siciliano rifornisse a buon prezzo le industrie inglesi. E così fu. Per fare ciò i generali borbonici furono comprati, il Regno delle due Sicilie fu depredato, il popolo fu massacrato.

Qui ci sono molte analogie con l’invasione USA dell’Iraq (la Seconda guerra del golfo del 2003), fatta per rubare il petrolio agli iracheni. La guerra recitata durò tre mesi, dopo di che (a maggio 2003) Bush dichiarò la pace (non è colpa mia se suona male). E venne invece la guerra di sterminio contro il popolo iracheno, che dura da anni.

L’unità d’Italia realizzata dai Savoia nel 1860 ed anni successivi fu un capitolo di infamia e rapina, e nel suo complesso si configura come un vero e proprio genocidio. Il Sud depredato e rapinato, affamato fino all’inedia, deportato nel lager di Fenestrelle [5], sottoposto alla pulizia etnica gestita dai militari piemontesi ed ideologicamente organizzata da Cesare Lombroso, si riduceva in stato miserevole. Solo una mitigazione molto parziale proveniva dall’emigrazione.

Per dirla in altre parole c’erano tre scelte per chi abitava nel sud dopo la conquista dei Savoia:

  • cercare di sopravvivere in condizioni che non lo consentivano
  • morire combattendo
  • emigrare.

Si arriva così alla fine dell’800. Dopo parecchi anni e parecchi massacri di genti inermi qualche forma di unità politica era stata raggiunta, ma essa era un’unità formale che poggiava su un paese spezzato e su un meridione distrutto (destrutturato, demoralizzato). Anche se gradualmente ci fu qualche uniformazione amministrativa (va ricordata almeno la legge Casati, che introdusse la scuola pubblica in tutto il regno), l’Italia rimase un paese diviso. Il sud, terra di conquista, perse molto della sua tradizione, ma non acquistò senso dello stato. In seguito la mitologia fascista ebbe però qualche presa in tutta Italia con i suoi simbolismi, i richiami all’antica Roma imperiale, la sua voglia di apparire.

Ma il fascismo era anche una recita tragica e mal riuscita ed in particolare fu un errore il modo in cui fece entrare l’Italia nella Seconda Guerra mondiale. A un certo punto fu chiaro a quasi tutta la popolazione che la guerra era persa e lo show fascista stava terminando.

Ma la caduta del fascismo si portava dietro la sudditanza agli USA. Con gli accordi di Yalta l’Italia prendeva il ruolo di stato-cuscinetto, ruolo che avrebbe mantenuto per lungo tempo.

Gli USA avevano ripreso concetto di stato-cuscinetto dall’Impero Romano. Gli stati cuscinetto stavano ai bordi dell’Impero e difendevano dagli imperi confinanti, godendo di una discreta autonomia rispetto al centro, purché non venisse messa in dubbio la sottomissione all’impero.[6] Diciamo che era una libertà presidiata.

In parallelo alla storia ufficiale si svolgono quindi le strategie per tenere divisi gli italiani.
Tali strategie (il “Divide et impera”) nella versione USA si esplicano solitamente nell’organizzazione di guerre civili, esplicite o latenti. Se guardiamo in prospettiva la storia recente italiana, il “Divide et impera” nel secondo dopoguerra si è basato in Italia sul pericolo comunista, contrapposto a seconda dei casi ad una destra eversiva o ad una Chiesa reazionaria.

Con la caduta della monarchia nel 1948 l’Italia gradualmente si riprese. La caduta del Fascismo ebbe degli aspetti rivoluzionari: tutta una tipologia di classe politica servile (ruffiani e yes-men) fu messa da parte e rimpiazzata da una classe politica dotata di contenuti morali. La nuova classe dirigente si era temprata nel disastro ed ebbe la statura politica e morale di fare scelte coraggiose, nell’interesse comune della popolazione prima che nell’interesse della classe politica.

Dalla caduta del fascismo nacque la Costituzione repubblicana, che in qualche modo tentava di far tesoro dell’esperienza (e degli errori) del fascismo. Da qui cominciava uno dei periodi migliori: partiva la ricostruzione del paese, si sviluppavano industrie nel nord e partivano poderose migrazioni interne dal sud verso il nord per alimentare di manodopera a basso costo le industrie del nord.[7]

Avvenne anche un fatto nuovo, la povertà del sud diventava un problema. Al Nord era molto utile avere mano d’opera a basso prezzo proveniente dal Sud, ma ad un certo punto ci si rese conto che il sud sarebbe stato un paradiso per le industrie del nord se gli abitanti fossero stati dei bravi consumatori. In altre parole, si voleva una nazione di consumatori omogenea. Disgraziatamente gli abitanti del sud non potevano spendere abbastanza per gli appetiti delle aziende del Nord. Questo era un problema. A questo problema fu trovato il nome di questione meridionale.

L’unità degli italiani

L’Italia era ancora composta di genti molto diverse, ma esse cominciavano a capirsi, grazie agli scambi migratori. Negli anni ’60 arrivò in tutta Italia la RAI (intesa come TV). E qui tutti cominciarono a capire l’italiano della RAI, a vedere Carosello, Lascia o raddoppia, Canzonissima, Sanremo e le partite della nazionale di calcio. La RAI-TV cambiò la vita quotidiana delle persone e gradualmente assimilò al consumismo tutti gli italiani, fece sognare a tutti gli stessi simboli del cosiddetto benessere, li omologò sugli stessi miti e valori.

In una decina di anni l’Italia diventava una nazione e l’unità d’Italia, quella sostanziale, del popolo che condivide sentimenti, emozioni, valori, era cosa fatta. Gli italiani si sentivano “a casa propria” più o meno da tutte le parti.

Gli eroi di questa unità, coloro che avevano fatto l’Italia e anche gli italiani, erano molti.

Si chiamavano Claudio Villa, Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Gianni Morandi, e poi Burgnich, Facchetti, Zoff e tanti altri.[8] [9] L’operazione della RAI aveva formato un diffuso sentire nazionale. Tutti gli italiani si sentivano fratelli, almeno in occasione dei mondiali di calcio. Il paese era praticamente unificato, la RAI aveva fatto ciò che a Cavour non era riuscito (né gli interessava in realtà): creare un insieme di consumatori abbastanza omogeneo.

Nel frattempo il lavorio nascosto dell’Impero continuava. Il ’68 aveva sconvolto molti luoghi comuni. In quel periodo si erano creati degli strati sociali portatori di novità, che non da tutti erano visti favorevolmente.

L’economia italiana era cresciuta rapidamente ed il miglioramento del tenore di vita era percettibile. La mortalità infantile si era fortemente ridotta. La popolazione cresceva e all’interno di essa la classe media si era ampliata. L’analfabetismo era praticamente scomparso. Con circa un secolo di ritardo rispetto ai tempi ufficiali, l’Italia cominciava ad essere una nazione, con una lingua diffusamente parlata (o almeno capita) dalla Sicilia fino alle Alpi. La Rai TV era riuscita, oltre che a diffondere una lingua nazionale, a creare una certa attenzione verso i simboli nazionali, almeno in occasione di mondiali di calcio, olimpiadi e fenomeni analoghi.

In quegli anni si stava anche formando una crescita culturale, molto spesso egemonizzata dalla sinistra, con effetti ad essa favorevoli in occasione delle consultazioni elettorali.

La continua crescita del Partito Comunista Italiano sicuramente non era vista di buon occhio negli USA, che valutarono il passaggio a forme d’intervento più incisive, rispetto al precedente finanziamento della sinistra non comunista.[10]

Da qui nascevano gli opposti estremismi e la strategia della tensione.

Iniziava così il kolossal degli anni di piombo, quando interi settori della società si muovevano come gruppi ordinati di marionette pilotate dai burattinai.

Definirei quegli anni come gli anni del golpe, un colpo di stato progressivo con cui fu tolto agli italiani quel poco di sovranità che avevano. In un turbinoso spettacolo di massa, un sanguinoso kolossal recitato nelle strade e nei palazzi, si fece in modo che il potere restasse nelle mani di chi non aveva più titolo a detenere quel potere. Il risultato finale di un golpe al rallentatore durato dieci anni, fu che alla fine degli anni ‘70 chi stava al potere riuscì miracolosamente a mantenerlo.[11]

Non necessariamente un golpe deve essere rivoluzionario, anzi di solito è conservatore. Con tecniche analoghe a quelle di un prestigiatore si può dare la sensazione di un turbine di cambiamenti, mentre in realtà cambia ben poco, anzi il potere vero si rafforza.

Insomma, per la sinistra fu una sconfitta epocale, mentre la DC di Andreotti e Cossiga rimase in piedi.

La fase strategica della tensione “destra contro sinistra” durò per tutti gli anni ’70.

Negli anni ’80 però questa strategia era logora, non produceva più effetti. Probabilmente era la fine degli anni ’80 quando i padroni dell’Italia si resero conto che la strategia della tensione, il dividere gli italiani in destra e sinistra, sostenendo tutte e due le parti in modo che si combattessero come i capponi di Renzo, cominciava a fare acqua. Il divide et impera aveva bisogno di nuove strade.

Il tentativo di frammentare gli italiani su basi religiose non poteva funzionare, da millenni il papato unificava il popolo sotto la stessa religione. L’altra strada era lavorare sulle etnie, ma l’Italia, da secoli paese di bastardi, era un tale miscuglio etnico che identificare razze era impossibile.

Si poteva però lavorare sulla divisione nord-sud. Il paese era unificato da qualche decennio, l’operazione della RAI aveva formato un sentimento nazionale diffuso. Ma era qualcosa di recente. Si poteva disfare.

Nell’89 cadeva il Muro di Berlino e dalla caduta del comunismo e dalla frammentazione della Jugoslavia un’Italia unita, baluardo contro il comunismo, non era più necessaria. Il pericolo comunista ad est non c’era più. Adesso l’Impero USA si allargava ad est e l’Italia cuscinetto non serviva più.

L’avvio della dissoluzione dello stato italiano andava fatto a nord, dove c’erano già un certo numero di partitini razzisti e localisti che erano convinti di pagare troppe tasse verso il centro. Andavano aiutati. Quando il più grosso di questi partiti andò in fallimento per una gestione economica alquanto traballante, arrivarono aiuti a pioggia, praticamente incondizionati. Anche se qualcuno fece capire che gli articoli di Libero contro gli USA dovevano smettere. E così fu.

Come ben spiegava Theodore Shackley nel suo “The third option” (La terza opzione), bisognava però avere due parti in conflitto tra di loro per mantenere il potere e fare business sul conflitto. Il contrasto del nord contro “Roma ladrona” non era sufficiente, bisognava prepararne uno più sostanzioso.

A questo scopo bisognava lavorare anche al sud, per spingere l’orgoglio meridionale contro l’arroganza del nord. Furono acquisite un certo numero di piccole case editrici, le quali cominciarono a pubblicare libri di notevole qualità, ma sempre orientate a vedere il nemico nel nord e mai nelle banche, o nel mercato, o in paesi esteri. E si arriva così ai giorni nostri. Pian piano si è formata una “coscienza meridionale”. E’ costata molti soldi ma comincia a produrre effetti. Siamo quasi pronti per la frammentazione dell’Italia, sullo stile di quanto già fatto in Jugoslavia. Senza nemmeno scomodare la religione. ***

Ma adesso bisogna fare i conti con la nostra storia, la storia d’Italia. In questi giorni, che dovrebbero celebrare i 150 anni di unità nazionale, si susseguono polemiche sulle origini di tale unità, tra i suoi sostenitori, che ne parlano come di un evento storico realizzato da grandi uomini, e tra i suoi detrattori, che evidenziano la ricchezza delle culture preesistenti all’unità e la pochezza dei cosiddetti “eroi”.

Nel loro complesso, i discorsi di una parte e dell’altra mi appaiono costituire una trappola, un meccanismo che spinge a scegliere una delle due parti ed a sostenere le sue ragioni, a schierarsi con una fazione invece che a ragionare.

Perché chi si schiera trascura un fatto sostanziale, che circa un secolo dopo le date ufficiali, oltre all’Italia (fittizia) furono fatti gli italiani, sui valori della Costituzione e su quelli del consumismo della RAI (mantenendo sempre sul fondo i valori cattolici, o forse più correttamente la loro variante democristiana). Chi volesse criticare l’Unità d’Italia da qui dovrebbe partire, e non dai vari Garibaldi, Mazzini, Cavour.

Si potrebbe discutere se uno stato nazionale basato su Pippo Baudo e Mike Bongiorno sia qualcosa di tutto sommato apprezzabile o qualcosa da distruggere ad ogni costo. Io sarei per la prima.

Per l’Italia dei Savoia ho più che altro che disprezzo, eppure tocca riconoscere che, anche grazie all’unità politica realizzata dai Savoia, alla fine l’unità della nazione era stata raggiunta. Però, se insistiamo a discutere tra garibaldini ed antigaribaldini i conti con la nostra storia non li faremo mai e non diventeremo mai un popolo adulto.

Perché, oggi come ieri, qualcuno ha interesse a dividere gli italiani e li vuole frammentare per dominarli, anzi portarli al pascolo come un gregge di pecore.

Oggi probabilmente è peggio, perché la finzione dello Stato italiano non serve più all’Impero.

Truman Burbank (trumanb.blogspot.com/)

Fonte: www.comedonchisciotte.org
21.02.2011

***

NOTE

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Schema_di_Propp

[2] Dalla voce “Risorgimento”

[3] Qui, come nel seguito, ci sono analogie tra la spedizione dei Mille e la guerra degli USA contro l’Iraq iniziata nel 2003. Il numero di soldati nella fase di repressione è molto vicino.

[4] Fondamentale è di Zitara L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, 1971, Jaca Book

[5] http://it.wikipedia.org/wiki/Forte_di_Fenestrelle

[6] Su questo punto mi segnalano “La grande Strategia dell’Impero Romano” di Luttwak, che però non ho letto.

[7] Cfr. “Il proletariato esterno” di Zitara e il film ” Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam “.

[8] Ricordare Henri Pirenne per la sua analisi sociologica applicata alla storia (Maometto e Carlo Magno): invece che papi ed imperatori ci sono classi sociali, commerci, monete, cibi quotidiani. La data ufficiale dell’inizio del Medioevo o dell’unificazione d’Italia può essere una convenzione opinabile, ma l’approccio sociale alla storia fa scuola. I cambiamenti epocali nella vita delle persone sono ciò che fa la loro storia, non i potenti seduti su un trono.

[9] Sul contrasto stridente tra la storia ufficiale, la storia dei potenti, e la storia come vita quotidiana delle persone c’è chiaramente anche “La Storia” di Elsa Morante con il suo Useppe.

[10] Vedi Frances Stonor Saunders, La Guerra Fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti, Fazi, Roma, 2004

[11] La chiave di lettura degli anni di piombo è il sequestro Dozier. Qui si vede che le Brigate Rosse erano effettivamente un’organizzazione militare capace di azioni clamorose, ma che tali azioni venivano rapidamente neutralizzate quando non erano funzionali al potere e le coperture all’interno di servizi segreti ed istituzioni saltavano.

Pubblicato da Truman

  • nettuno

    Anche Benigni a San Remo è stato pagato per raccontar balle gloriose. La Massonria del Grande Oriente d’Italia, che ha voluto l’evento, può dirsi soddisfatta. Quello di cui non si parla, mentre si celebra l’evento, è che il nuovo ordine mondiale ha voluto questa Unione Europea .Ora c’e il processo inverso: si sta distriggendo le repubbliche attraverso il liberalismo , che si realizzza con la vendita dei beni dello Stato, con il pretesto del debito pubblico. A questo punto occorre ricordare che una volta c’erano le monarchie, fatte cadere queste , si nazionalizzano i beni; ora i beni si trasferiscono in altre tasche, quelle dei banchieri ebrei che con la massoneria sono stati gli artefìici delle rivoluzioni..avete capito il gioco degli illuminati che stanno per avere il controllo globale…

  • Miky

    Ma dai…Truman quanto ti piacerebbe un’Italia socialista alleata con la Russia in ascesa ed affamata di grandezza?

    Io il 17 marzo andrò a Gaeta e rifletterò….

  • dana74

    “La caduta del Fascismo ebbe degli aspetti rivoluzionari: tutta una tipologia di classe politica servile (ruffiani e yes-men) fu messa da parte e rimpiazzata da una classe politica dotata di contenuti morali.”

    ah ecco. quindi dopo il fascismo nessun yes men verso i vincitori, ma pura etica morale.
    Per favore.

  • dana74

    “bisognava lavorare anche al sud per respingere l’arroganza del nord”.

    Non ho capito cosa vuoi dire.
    Quind il boom economico e le arroganti aziende del nord non assumevano meridionali?
    Strano mi risulta il contrario.

    Quindi le aziende del nord che andavano al sud era segno di arroganza?

    Le aziende del nord (al sud ce ne erano meno) che scaricano rifiuti al sud lo hanno fattto per puro spresso senza la complicità di “meridionali” collusi?
    Ovvero: non ha fatto comodo ad entrambe, le aziende arroganti del nord e chi al sud accettava i rifiuti erano poveri disperati costretti a farlo?

    Quindi al Sud sarebbe stato giusto non sviluppare alcun tipo di industria? E non sarebbe stato discriminante davvero?
    Cioè se con i soldi del nord (se al sud le imprese che danno lavoro son poche e molte pagano in nero, indovina indovinello, chi paga le tasse con le quali si finanzianoi servizi?) non si fosse finanziato il finto sviluppo del sud (ps in 60 anni di soldi al sud quanti cittadini meridionali onesti -e ce ne sono molti- ne hanno beneficiato?) non sarebbe stato razzismo?

    Se ho capito bene l’articolo, devo constatare che, se da una parte Truman, cerchi di accusare il modello dividi et impera, dall’altra cerchi di rintuzzare un astio nord sud ( le imprese cattive del nord, dimenticando che hanno fatto comodo a molti, sia al nord che a sud) invece di prendere le distanze da questa logica sviluppista che ha fatto male tanto al nord quanto al sud e se c’è un’unità che dobbiamo cercare e sostenere è quella contro le nocività, battaglie per la vita, l’ambiente e la salute.

    Almeno io, come tanti valsusini, ci siamo sentiti vicini a Terzigno, Modugno, Latina.

    Per quanto riguarda il Risorgimento, riporto un articolo su gli illustri personaggi che dettero vita a sto grande capolavoro detto risorgimento:

    http://freeondarevolution.blogspot.com/2010/11/la-spedizione-dei-mille-le-truffe-i.html

  • gramscixxi

    Truman ha scritto un articolo di impressionante lucidità.
    La prova più evidente della fondatezza della sua analisi è contenuta nella frase finale “Oggi probabilmente la finzione dello Stato italiano non serve più all’Impero.”
    Ecco spiegato in un solo colpo il tripudio di scandali a sfondo sessuale che recentemente si è abbattuto sul primo ministro Berlusconi in sostituzione di quelli relativi alla corruzione e agli accordi con la mafia.
    Con la demenziale dimensione di questi scandali, i riflettori continueranno a non puntare sul ricco sottobosco che ha consegnato Berlusconi all’Italia, prima via etere e poi via golpe, e l’epoca berlusconiana verrà derubricata come quella di un qualsiasi volenteroso primo ministro, divenuto ahimè maniaco sessuale per il troppo stress e per l’età avanzata.
    In questo modo si consumerà l’ultimo atto di una fiction che per anni e anni ha visto milioni di comparse recitare la parte degli italiani in uno Stato che non c’era e che non poteva esserci, e che presto reciteranno un altro copione, purché qualcuno li salvi dall’assuefazione al ruolo che tanto a lungo hanno ricoperto.

  • Rossa_primavera

    Prima un lunghissimo ragionamento per dimostrare che non siamo una
    nazione,che non siamo un popolo, che gli unici valori fondanti di questa repubblica sono MikeBuongiorno e Pippo Baudo piu’ qualche calciatore,il tutto culmina con la frase “La finzione dello Stato italiano non serve piu’ all’impero”.Frase ampiamente condivisibile.Poi pero’ si accusano i soliti
    burattinai e i soliti grandi vecchi di voler animare una rivalita’ nord sud
    in nome del divide et impera:allora mi chiedo come si puo’ cercare di
    dividere cio’ che secondo il ragionamento stesso era gia’ diviso,cioe’ un
    popolo di briganti razziatori(i nordisti)con i poveri depredati(i sudisti).
    Il sommo poeta direbbe non si puo’,”per la contraddizion che nol consente”.

  • Tonguessy

    La prova? Abbiamo una Costituzione invidiabile ed invidiata. Nessun favoritismo, strutturata eticamente. Oggi si, gli yesmen vogliono fotterla e quindi ecco le guerre (aborrite dall’art 11) diventare missioni di peace keeping. Ecco che la “la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori” dell’art.35 genera il laureato che lavora in un call center, diventa delocalizzazione per scopo di profitto mentre l’art 41 dice che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
    E così via con tutte le questioni sociali. Sì, la nostra Costituzione fu scritta da gente onesta, da giovani che sinceramente avevano a cuore l’Italia e nutrivano speranze e sogni. Tutto spazzato via dalle truppe cammellate degli yesmen. E dai ruffiani.

  • Tonguessy

    la finzione dello Stato italiano non serve più all’Impero

    E’ un vero peccato che l’impero stia implodendo per il suo stesso peso. Lo Stato Italiano così diventa inutile anche per il moribondo. Quale migliore occasione per riappropriarci di ciò che di buono c’è stato? E non venitemi a parlare di Mike Buongiorno o Pippo Baudo……
    Sto parlando della nostra Costituzione.
    Abbiamo una Costituzione che tutto il mondo ci invidia. Oggi gli yesmen vogliono fotterla e quindi ecco le guerre (aborrite dall’art 11) diventare missioni di peace keeping. Ecco che la “la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori” dell’art.35 genera il laureato che lavora in un call center, diventa delocalizzazione per scopo di profitto mentre l’art 41 dice che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. E così via con tutte le questioni sociali. Sì, la nostra Costituzione fu scritta da gente onesta, da giovani che sinceramente avevano a cuore l’Italia e nutrivano speranze e sogni per tutti, meridionali e non. Tutto spazzato via dalle truppe cammellate degli yesmen. E dai ruffiani. Per fortuna i bankster sono sempre pronti a darci una mano. Una bella carta revolving e passa lo spavento. Intanto il fascista La Russa celebra l’Unità. Mah….povera De Gregorio. Poveri noi.

  • radisol

    Ancora con questa favola ? Come se la Russia di Putin avesse oggi alcunchè di “socialista” … non a caso Putin è l’ultimo alleato ( gli altri stanno cadendo come birilli) di Berlusconi …

  • mendi

    “Gli italiani si sentivano “a casa propria” più o meno da tutte le parti.”

    Mah, io sono veneto e non mi sento propriamente a casa mia in altre parti d’Italia. Ad esempio, vado a Firenze per godermi le sue bellezze, musei, cucina ecc., però la sensazione è di essere all’estero e non ci posso fare niente.

  • Tetris1917

    Marx. Articolo per il New York Daily
    Tribune, 31 maggio 1856

    LA STORIA DI CASA SAVOIA

    La storia di casa
    Savoia si può dividere in tre epoche: la prima in cui essa sorge e
    s’ingrandisce, assumendo una posizione equivoca tra Guelfi e Ghibellini, tra le
    repubbliche italiane e l’impero tedesco: la seconda in cui prospera passando
    dall’una all’altra parte nelle guerre tra Francia e Austria; e la recente in
    cui tenta di volgere a proprio vantaggio la lotta mondiale tra la rivoluzione e
    la controrivoluzione. Nelle tre epoche, l’equivoco è l’asse costante attorno al
    quale evolve la sua politica, e come frutti immediati di questa politica
    appaiono risultati di proporzioni minime e di carattere ambiguo. Alla fine
    della prima epoca, simultaneamente con la formazione delle grandi monarchie
    europee, vediamo che casa Savoia costituisce una piccola monarchia. Alla fine
    della seconda epoca il Congresso di Vienna concede che le venga ceduta la
    Repubblica di Genova, mentre l’Austria inghiotte Venezia e la Lombardia, e la
    Santa Alleanza fa calcare la sua cappa di piombo su tutte le potenze
    secondarie, di qualunque specie esse fossero. Durante la terza epoca,
    finalmente il Piemonte ottiene il permesso di comparire alla Conferenza di
    Parigi, dove presenta un memorandum contro l’Austria e Napoli, dà saggi
    consigli al papa, riceve un amichevole colpetto sulle spalle da Orlov; dove le sue aspirazioni costituzionali sono
    incoraggiate dal coup d’état e i suoi sogni di
    supremazia italiana sono stimolati da quello stesso Palmerston
    che l’ha così felicemente tradita nel 1848 e nel 1849.
    è un’idea piuttosto assurda quella dei portavoce sardi che il costituzionalismo
    – della cui bancarotta le rivoluzioni del 1848-49 fecero risonare il continente
    europeo, dimostrandosi egualmente impotente contro le baionette delle corone e
    le barricate del popolo – questo stesso costituzionalismo stia non soltanto per
    celebrare la sua restitutio in integrum
    sulla scena piemontese, ma stia persino diventando un potere conquistatore.
    Questa idea può nascere soltanto nella testa dei grandi uomini di un piccolo
    Stato. Per ogni osservatore imparziale è un fatto indiscutibile che, con una
    grande monarchia in Francia, il Piemonte deve restare una piccola monarchia;
    che, con il dispotismo imperiale in Francia, il Piemonte è tutt’al più
    tollerato, e che, con una vera repubblica in Francia, la monarchia piemontese
    scomparirà e si dissolverà in una repubblica italiana. Sono invero le
    condizioni dalle quali dipende la sua esistenza che impediscono alla monarchia
    sarda di raggiungere i suoi fini ambiziosi. Essa può sostenere la parte di
    liberatrice dell’Italia soltanto in un’epoca in cui la rivoluzione ristagna in
    Europa, mentre la controrivoluzione domina suprema in Francia. In queste
    condizioni essa può pensare di prendere nelle sue mani le redini dell’Italia,
    in quanto è l’unico Stato italiano di tendenze progressive, con sovrani locali
    e con un esercito nazionale. Ma queste stesse condizioni la pongono tra la
    pressione della Francia imperiale da un lato e quella dell’Austria imperiale
    dall’altro. Nel caso di una seria tensione tra questi imperi vicini, la
    monarchia sarda deve diventare il satellite di uno di essi e il campo di
    battaglia di entrambi. Nel caso di una entente cordiale tra di essi, deve
    accontentarsi di una esistenza asmatica, di una mera tregua. Buttarsi sul
    partito rivoluzionario in Italia sarebbe un suicidio puro e semplice perché gli
    avvenimenti del 1848-49 hanno fugato le ultime illusioni circa la sua missione
    rivoluzionaria. Le speranze della casa Savoia sono così legate con lo status
    quo in Europa, e lo status quo in Europa le preclude ogni possibilità di
    estendersi nella penisola appenninica, assegnandole la modesta parte di un
    Belgio italiano.
    Nel loro tentativo di riprendere al Congresso di Parigi il giuoco del 1847, i
    plenipotenziari piemontesi potevano perciò offrire soltanto uno spettacolo
    assai pietoso. Ogni loro mossa sulla scacchiera diplomatica era uno scacco per
    loro stessi. Mentre protestavano violentemente contro l’occupazione austriaca
    dell’Italia centrale, dovevano limitarsi a blandi accenni sull’occupazione di
    Roma da parte della Francia; e mentre mormoravano contro la teocrazia del
    pontefice, dovevano prostrarsi davanti alle smorfie ipocrite del figlio
    primogenito della Chiesa. Dovevano rivolgersi a Clarendon,
    che aveva dato prova di una così tenera sollecitudine per l’Irlanda nel 1848,
    per dare lezioni d’umanità al re di Napoli; dovevano rivolgersi al carceriere
    di Caienna, Lambessa e Belleisle
    per aprire le prigioni di Milano, Napoli e Roma. Mentre si erigevano a campioni
    di libertà in Italia, si inchinavano servilmente davanti all’attentato contro
    la libertà di stampa perpetrato da Walewski in
    Belgio, e dichiaravano apertamente che “è difficile che possano sussistere
    buoni rapporti tra due nazioni, quando in una di esse esistono giornali che
    esprimono dottrine esagerate e conducono la guerra contro i governi vicini”.
    Avendo così motivato la loro stupida adesione alle dottrine bonapartiste,
    l’Austria immediatamente si volse contro di loro con l’imperiosa richiesta di
    far cessare e di reprimere la guerra condotta contro di lei dalla stampa
    piemontese.
    Nel momento in cui fingono di contrapporre la politica internazionale dei
    popoli alla politica internazionale dei paesi, i diplomatici piemontesi
    plaudono a un trattato che riallaccia quei vincoli di amicizia che esistono da
    secoli tra la casa Savoia e la famiglia Romanov. Mentre sono incoraggiati a dar
    corso alla loro libera eloquenza davanti ai plenipotenziari della vecchia
    Europa, essi debbono tollerare di essere sdegnosamente trattati dall’Austria come
    una potenza di second‘ordine, non autorizzata a
    discutere le questioni di primo piano. Mentre essi gustano l’immensa
    soddisfazione di stendere un memorandum, l’Austria può, senza che nessuno vi si
    opponga, stendere un esercito lungo tutta la linea di frontiera sarda, dal Po
    alla sommità degli Appennini, occupare Parma, fortificare Piacenza, nonostante
    il trattato di Vienna, e spiegare le sue forze sulla costa adriatica da Ferrara
    e Bologna fino ad Ancona. Sette giorni dopo che queste lamentele erano state
    esposte davanti al Congresso, il 15 aprile, veniva firmato un trattato
    speciale, tra la Francia e l’Inghilterra da una parte e l’Austria dall’altra,
    comprovante fino all’evidenza il danno che il memorandum aveva inflitto
    all’Austria.
    Tale era, al Congresso di Parigi, la posizione dei degni rappresentanti di quel
    Vittorio Emanuele che, dopo l’abdicazione del padre e la perdita della
    battaglia di Novara, andò sotto gli occhi del suo esercito esasperato, ad
    abbracciare Radetzky, il vendicativo nemico di Carlo
    Alberto. Il Piemonte, se non è cieco di proposito, deve essersi ormai accorto
    di essere stato gabbato dalla pace, come è stato gabbato dalla guerra.
    Bonaparte può servirsene per intorbidare le acque in Italia con lo scopo di
    pescare corone nel fango. La Russia può dare un colpetto sulle spalle della
    piccola Sardegna, con l’intenzione di allarmare l’Austria nel sud per
    indebolirla nel nord. Palmerston può, per scopi noti
    a lui solo, ripetere la commedia del 1847, senza neanche darsi la pena di
    intonare la vecchia canzone su un motivo nuovo. Alle potenze estere il Piemonte
    serve soltanto per cavar le castagne dal fuoco. In quanto ai discorsi del
    Parlamento britannico, il signor Brofferio ha detto
    alla Camera sarda dei deputati, di cui è membro, “che essi non sono mai
    stati oracoli delfici, ma sempre trofoniani”. Egli
    commette il solo errore di scambiare gli echi per oracoli.
    L’intermezzo piemontese considerato in sé presenta un solo interesse, quello di
    vedere ancora una volta frustrata la politica voltafaccia tradizionale di casa
    Savoia e frustrati i suoi rinnovati tentativi di fare della questione italiana
    il puntello dei suoi intrighi dinastici. Esiste però un altro e più importante
    punto di vista, trascurato di proposito dalla stampa inglese e francese, ma
    sottolineato con particolare cura dai plenipotenziari sardi nel loro famoso
    memorandum che abbiamo copiato ieri l’altro. L’atteggiamento ostile
    dell’Austria, giustificato dalla posizione presa a Parigi dai plenipotenziari
    sardi, “obbliga la Sardegna a rimanere armata e adottare misure difensive
    estremamente onerose per le sue finanze, già gravate in conseguenza degli
    eventi del 1848 e 1849 e della guerra a cui essa ha preso parte”. Ma questo
    non è tutto. “L’agitazione popolare, dice il memorandum sardo, sembra
    essersi acquetata negli ultimi tempi. Gli italiani, vedendo uno dei loro
    principi nazionali alleato con le grandi potenze occidentali… hanno concepito
    la speranza che la pace non sarà fatta prima che un certo sollievo non sia
    stato apportato ai loro mali. Questa speranza li ha resi calmi e rassegnati, ma
    quando conosceranno i risultati negativi del Congresso di Parigi, quando
    sapranno che l’Austria, nonostante i buoni uffici e l’intervento benevolo della
    Francia e dell’Inghilterra, si è opposta ad ogni discussione… non c’è dubbio
    che l’irritazione che è stata sopita per il momento, si ridesterà più veemente
    che mai. Convinti di non aver più nulla a sperare dalla diplomazia, essi si
    rigetteranno con l’ardore meridionale nei ranghi del partito rivoluzionario e
    sovversivo, e l’Italia ritornerà un focolare ardente di cospirazioni e di
    disordini che si comprimeranno forse con un raddoppiamento di rigore, ma che la
    minima commozione europea farà scoppiare nel modo più violento. Il risveglio
    delle passioni rivoluzionarie in tutte le contrade vicine al Piemonte, per
    effetto di cause di natura tale da eccitare le più vive simpatie popolari,
    espone il governo saldo a pericoli di una eccessiva gravità”.
    Questo è il nocciolo della questione. Durante la guerra, la ricca borghesia
    lombarda si era, per così dire, spolmonata nella vana speranza di conquistarsi,
    a guerra conclusa, e grazie all’azione diplomatica e sotto gli auspici della
    casa Savoia, l’emancipazione nazionale o le libertà civili senza la necessità di
    dover passare a guado il Mar Rosso della rivoluzione, e senza dover fare ai
    contadini e ai proletari quelle concessioni che dopo l’esperienza del 1848-49,
    com’essa ben sapeva, erano divenute inseparabili da ogni movimento popolare.
    Tuttavia le sue epicuree speranze si sono dileguate. Gli unici risultati
    tangibili della guerra, almeno gli unici che un occhio italiano possa cogliere,
    sono i vantaggi materiali e politici posseduti dall’Austria: un nuovo
    consolidamento di quell’odiata potenza assicurato dalla collaborazione di un
    cosiddetto indipendente Stato italiano. I costituzionalisti del Piemonte
    avevano nuovamente il gioco nelle loro mani: l’hanno perduto di nuovo e di
    nuovo sono accusati di venir meno alla loro missione, così chiassosamente
    proclamata, di guidare l’Italia. Essi saranno chiamati a rendere conto con il
    loro stesso esercito. Di nuovo la borghesia è obbligata a gettarsi sulle
    aspirazioni del popolo e a identificare l’emancipazione nazionale con il
    rinnovamento sociale. L’incubo piemontese è dissipato, l’incanto diplomatico è
    rotto e il cuore vulcanico dell’Italia rivoluzionaria ha ripreso a battere.
    ———-
    Note:
    1. Il Congresso di Parigi (febbraio-30 marzo 1856) tenutosi alla fine della
    guerra di Crimea.
    2. Aleksei Fedorovic Orlov (1786-1861), uomo di Stato russo, rappresentante
    russo al Congresso di Parigi.
    3. George William Villiers conte di Clarendon (1800-1870), uomo politico inglese di tendenza
    whig, nel 1847 era stato nominato da John Russel
    luogotenente in Irlanda dove represse duramente i moti nazionali; ma i tories ritennero troppo debole il suo operato e, tornati al
    potere nel 1852, lo revocarono dalla carica. Nel periodo in cui Marx scriveva
    questo articolo, il Clarendon faceva parte del
    gabinetto Palmerston in qualità di ministro degli
    esteri.
    4. Riferimento a Napoleone III. Caienna (Guiana
    Francese), Lambessa (nell’Algeria meridionale), Belleisle (isola sulla costa meridionale della Bretagna),
    erano sedi di penitenziari per prigionieri politici.
    5. Florian-Alexandre-Joseph Walewski
    conte Colonna (1810-1868), figlio naturale di Napoleone I e della contessa
    Maria Walewska, dal 1840 al 1855 ambasciatore
    francese, dal 1855 al 1860 ministro degli esteri di Napoleone III.
    6. Angelo Brofferio (1802-1866), esponente della
    sinistra al Parlamento Subalpino.

    Non dimentichiamoci della contessa di Castiglione e come la sua bocca abbia allietato il re di Francia, per favorire i progetti del Conte Benso
    Ecco come nasce pure una nazione.

  • SpikeZ

    Eh, bell’articolo ma il messaggio quale sarebbe? Di non schierarsi mai per non fare il gioco dei potenti? E non schierandoti mai non lo fai lo stesso il gioco dei potenti? O questo articolo è una sorta di confessione tipo “io non ho le palle per ribellarmi”? Non colgo.

  • lucamartinelli

    peccato!

  • lucamartinelli

    E’ vero. ma pochi sanno quello che anche tu affermi. Il primo dopoguerra è stato popolato da gente che aveva messo in gioco la vita per l’Italia. Poi le elezioni del ’48, col trucco, e la macchina di Yalta che spianava tutto. Forse l’amico/a è giovane e queste cose il nonno non le ha raccontate.

  • victorserge

    ma te senti davero no a ca tua: o dio can!!
    ma dai che te piase anca a ti tute ste beleze de la nostra italia!!

    mi che son veneto de pare e non de mare me sento ben in veneto e in firenzia, me piase el bacalà e la bisteca fiorentina, el soave, el chianti e tutto quelo che a mi me paise del’italia me piase e basta; tuta la nostra italia e xe bela, o no?

    parlemo italiano o veneto o piemonteis o sicilian o furlan, sacrabolt!!

    tu senti una nostalgia del la republica dei dogi?

    ma va la, bauco!! el diseva el me nono!!

    bevemo, magnemo e ciavemo tuti insiem, in alegria!!

  • Truman

    Il messaggio è che oggi bisogna schierarsi per lo stato unitario. Senza però nascondere le nefandezze e i problemi che stanno dietro al modo in cui è stato raggiunto, e senza miti eroici di superuomini che hanno fatto la patria. Oggi più che mai bisogna essere freddi e razionali.

  • Truman

    Non mi sembrava di aver raccontato balle gloriose, anzi invitavo a lasciar perdere tali balle.

  • Tonguessy

    Oggi più che mai bisogna essere freddi e razionali.

    Mi dispiace ma sono in totale disaccordo. Oggi come mai bisogna essere passionari e disinteressati. I guasti di questo sistema sono dovuti all’eccesso di calcolo e alla mancanza di animo (il freddo che auspichi). Bisogna cioè ritornare a quei sentimenti che hanno animato i Padri Costituenti.

  • Truman

    Qualcuno ha organizzato un piano per mettere il nord contro il sud e viceversa. Perchè il piano funzioni bisogna lavorare da tutte e due le parti. La “arroganza” di cui parlavo era intesa come parte del piano.

  • nettuno

    Anch’io non colgo il nesso del articolista. Analizziamo i fatti: l’unità d’Italia viene realizzata mediante da una rapina e con la collaborazione degli Inglesi e della massoneria anglosassone. I popoli del sud e del nord, uniti per forza. Poi li si manda a combattere contro gli austriaci, 1915 -1918 perche a Vittorio Emanuele il regno stava stretto. Fase seconda e del fascismo. Il duce parla di una patria fascista, convince, piace, e si fa la marcia su Roma, prende il potere ed iniziano poco dopo le guerre coloniali. In Germania va al potere Hitler . Scoppia la seconda guerra mondiale e gli italiani si trovano alleati ai tedeschi. I partigiani sono i bastian contrari. Entrano in guerra gli Stati Uniti ( mentre Stalin ricaccia i tedeschi che lo avevano attaccato ) e si arriva al 45′ – fine della guerra. Inizia l’epoca democristiana e della costituzione. I massoni, tra cui il primo maestro venerabile fu Garibaldi al tempo dei Savoia, lavorano per la Repubblica che nasce nel dopoguerra. Cade il muro di Berlino nel 90 e si apre così la strada per il Nuovo Ordine Mondiale, con l’allargamento verso i Balcani . Nasce, l’Europa delle banche e dell’euro privato. Si pompa sul debito e si liberalizza il mercato, le robe pubbliche vengono vendute per quattro soldi , il popolo torna man mano nella miseria . Le grandi banche con a capo gli ebrei, diventano più ricche e da finanziatori di guerre, ora se la godono banchettano, mentre si impossessano dei beni degli Stati ( seconda rapina ).. Ora il Potere e passato nelle mani straniere e L’Italia è una colonia Americana. Ora, inizia il progetto inverso: si disfano poco alla volta le Repubbliche, prima costruite, attraverso il grande mitico progetto UE.. che porterà , come vedremo presto, la gente a diventare popoli pigs. Magri al punto giusto per essere macellati dal FMI ed insaccati . Vi piace la luganega …

  • nettuno

    Anch’io non colgo il nesso del articolista Truman Burbank. Analizziamo i fatti: l’unità d’Italia viene realizzata mediante una rapina e con la collaborazione degli Inglesi e della massoneria anglosassone. I popoli del sud e del nord, sono uniti per forza. Poi li si manda a combattere contro gli austriaci, 1915 -1918 perchè a Vittorio Emanuele il regno stava stretto. Fase seconda e del fascismo. Il Duce parla di una patria fascista, convince, piace e si fa la marcia su Roma, prende il potere ed iniziano poco dopo le guerre coloniali. In Germania va al potere Hitler . Scoppia la seconda guerra mondiale e gli italiani si trovano alleati ai tedeschi. I partigiani sono i bastian contrari. Entrano in guerra gli Stati Uniti ( mentre Stalin ricaccia i tedeschi che lo avevano attaccato ) e si arriva al 45′ – fine della guerra. Inizia l’epoca democristiana e della Costituzione. I massoni, tra cui il primo maestro venerabile fu Garibaldi al tempo dei Savoia, lavorano per la Repubblica che nasce nel dopoguerra. Cade il muro di Berlino nel 90 e si apre così la strada per il Nuovo Ordine Mondiale, con l’allargamento verso i Balcani . Nasce, l’Europa delle banche e dell’euro privato. Si pompa sul debito e si liberalizza il mercato, le robe pubbliche vengono vendute per quattro soldi, il popolo torna man mano nella miseria . Le grandi banche con a capo gli ebrei, diventano più ricche e da finanziatori di guerre, ora se la godono banchettano, mentre si impossessano dei beni degli Stati ( seconda rapina ).. Ora il Potere e passato nelle mani straniere e L’Italia è una colonia Americana. Ora, inizia il progetto inverso: si disfano poco alla volta le Repubbliche, prima costruite, attraverso il grande mitico progetto UE.. che porterà , come vedremo presto, la gente a diventare popoli pigs. Magri al punto giusto per essere macellati dal FMI ed insaccati . Vi piace la luganega …

  • geopardy

    Tentare improbabili analisi storiche, saltando periodi determinanti non è buona cosa.

    In tutte le analisi frequentemente riportate su comedonchisciotte manca il periodo chiave per la creazione dell’unità d’Italia, spesso taciuto da tutti i suoi critici, ma anche da chi vorrebbe fare una disamina ad essa favorevole.

    La Prima Guerra Mondiale.

    Per essa si mobilitò tutto lo stivale, aldilà della propaganda di guerra che è comune a tutte le guerre (allora le si condanni in toto), morì un numero prossimo al milione di combattenti di tutta Italia, dalla Sicilia al Trentino Alto Adige.

    Qui da me , nel centro Italia, nel Parco della Rimembranza, in cui ci sono elencati tutti i morti locali nelle due grandi guerre, il numero delle vittime in combattimento della prima supera di circa il doppio quelli della seconda.

    Calcolando che la Prima furono tutti morti in combattimento al nord, mentre la Seconda elenca sia i morti nei vari scenari internazionali sia i partigiani che i civili sotto rappresaglie e bombardamenti (la prima guerra che colpì realmente i civili più dei militari), considerando in aggiunta che abbiamo avuto la linea di scontro diretta tra alleati e tedeschi ferma qui per circa un mese, si capisce che essa (1915-18) fu la prima vera prova generale per l’unità d’Italia, altrimenti non avremmo potuto avere un fascismo su scala indistintamente nazionale.

    Passare da un decennio o due dall’unità, al dopo guerra attuale (con una svirgolata appena al periodo fascista), non ha senso in un’analisi storica, pur ammettendo la veridicità dell’assunto iniziale di “pretesa unità”.

    La storia la scrivono sì i vincitori, ma allora dovremmo mettere in discussione ogni realtà nazionale del mondo e le stesse “identità localistiche”.

    Se ci avviamo verso questa china assai scivolosa, dovremmo spingere l’analisi fino alla preistoria, sperando che possa bastare.

    Un esempio, mio padre, che pur essendo un centro-appenninico entrò negli alpini, era in prima linea per difendere Trieste nel dopoguerra dalle pretese di Tito, ora non c’è più , ma se avesse sentito simili discussioni si sarebbe sentito veramente offeso e chiamato in causa ingiustamente.

    Non è retorica, è realtà vissuta sulla propria pelle dalle generazioni precedenti alla nostra, le quali non avevano alcun dubbio di essere italiane.
    Ciao

    Geo

  • TN

    Invece stare nel Veneto pieno di basi americane, dove gli “ammericani” dettano legge e fanno il bello e il cattivo tempo, beh, là sì che devi sentirti a casa tua…

  • Pellegrino

    basta con ‘sta retorica!!!!!!

  • SpikeZ

    Scusa e chi lo dice che bisogna tifare per l’italia unita? L’ha ordinato il medico? Meridionali e settentrionali sono genti diverse, di sangue diverso. E dovrei tifare per l’unione fregandomene del genocidio che ha portato a questo? No grazie; andate avanti voi, io passo. Per quanto riguarda l’essere freddi e razionali… che il cielo ci protegga! Lascio volentieri queste splendide doti a robot e computers. Io ho un cuore che batte, sangue che scorre e palle che girano.

  • SpikeZ

    E di quali sentimenti parli?

  • Tonguessy

    Rispetto per chi è in difficoltà, ad esempio. Fare della moderazione il sentimento dominante, invece del bieco calcolo personalista. Anteporre il benessere della comunità al prestigio personale. Se vuoi continuo…..

  • Tonguessy

    Commento becero. Non è retorica, è STORIA!

  • Rossa_primavera

    Anche io sono veneta ma francamente a Firenze mi sento ancora a casa,
    come a Roma:la sensazione cui tu accenni diviene inevitabile pero’
    procedendo ulteriormente verso i figli di Annibale.

  • daveross

    L’articolo è interessante, ma non condivisibile in alcuni punti.

    Il concetto di nazione è un artificio umano, come tutti i fenomeni sociali. Se ci si rifa a Schmidt nell’articolo, bisogna anche condividere la sua idea che nessuna nazione è creata ‘naturalmente’, ma è un atto di imposizione del potere. (si guardi Bismark)

    Certo, l’interpretazione storica del risorgimento corrente cerca di idealizzare gli avvenimenti del risorgimento. Allo stesso tempo, però, non si puo’ trascurare la veridicita’ dei sentimenti di quei GRANDI uomini (grandi nel bene e nel male) che furono Garibaldi, Cavour etc…
    All’archivio centrale a Roma sono conservati carteggi e le minute dei primi consigli dei ministri. Vi assicuro che la tempra politica a morale di una sola di quelle persone rende chiaro quanto sia insulsa quella della classe dirigente odierna.

  • Siculo

    1) questo video: http://www.youtube.com/watch?v=lk8vpuajKGc
    Borghezio tiene lezione ai neo fascisti francesi suggerendo la pista dell’infiltrazione politica, ed esplicitando: “dovete proporvi come movimento territoriale”

    2) Che fine ha fatto al sinistra in questo paese? C’è ancora qualcuno che ha voglia di leggere Gramsci?
    Perchè io ricordo che in Ordine Nuovo nel 1920, Gramsci scriveva: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”
    Oggi sembra che la sinistra (almeno la base elettorale) abbia come punti di riferimento Roberto Benigni e Roberto Saviano

    Il primo durante il festival di Sanremo oltre a fare il record di ascolti su Rai 1 toccando uno share del 50,90%, fa della retorica trita e ritrita sotto gli occhi compiaciuti dell’on. La Russa seduto in prima fila.
    Retorica che non serve assolutamente a nulla, se ad aumentare una “lacuna storica popolare” (quella risorgimentale) che ci portiamo ormai dietro da 150 anni nonostante gli sforzi fatti dagli storici e da alcuni giornalisti, ultimo caso è quello di Pino Aprile con il suo libro Terroni, ormai un vero e proprio best seller.

    Il secondo invece ricordo ancora quando durante annozero del 21/10/2010 disse che avrebbe affrontato la questione del risorgimento da un punto di vista meridionale!!
    Come andò a finire la prima puntata di vieni via con me?
    Un inno di fedeltà alla giovane Italia di Mazzini
    http://www.youtube.com/watch?v=blE9VLxmpmA

    Per non parlare della seconda puntata, quando parlò di Osso, Mastrosso e Carcagnosso
    http://www.youtube.com/watch?v=dov52RzEyMU

    Le lacune erano allucinanti, i rituali si cristallizzarono in un tempo mitico, il rituale dei santisti, che torna alla ribalta nella strage di Duisburg il 15 agosto 2007, viene ignorato e si capisce bene il motivo. Infatti leggiamo da un documento del Parlamento Italiano, Camera dei Deputati — Senato della Repubblica – XV Legislatura — Disegni di Legge e Relazioni:

    “Il secondo importante elemento è costituito dalla “terna” dei personaggi di riferimento prescelti per l’organizzazione della “Santa”.
    Non più gli Arcangeli della società di sgarro – Osso, Mastrosso e Carcagnosso, giunti dalla Spagna in Italia dopo 29 anni vissuti nelle grotte di Favignana- ma personaggi storici, ben noti nella tradizione culturale e politica italiana: Garibaldi, Lamarmora, Mazzini. I primi due, generali dell’esercito italiano, un tempo, in quanto portatori di divisa al servizio dello Stato, sarebbero stati considerati “infami” per definizione, per eccellenza.
    Come va spiegato allora un richiamo così solenne ed esplicito a tali personaggi? Qual è il messaggio che attraverso tale indicazione si vuole mandare al popolo della ‘ndrangheta?
    La risposta è chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora, Mazzini erano tutti e tre appartenenti a logge massoniche, per di più in posizioni di vertice (Garibaldi fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 24 maggio all’8 ottobre del 1864).”

    Fonte: http://www.camera.it/_dati/leg15/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/023/005/00000004.pdf

    Non si capisce poi il motivo del perchè Saviano sorvoli così semplicemente sul tema della camorra un testo chiave qual’è quello di Marco Monnier. Ma forse un motivo c’è… Scrive infatti Marco Monnier, nella sua opera “La camorra: notizie storiche raccolte e documentate”, Firenze, 1863:

    “Del contrabbando di terra avea il comando supremo un camorrista non meno celebre, nominato Pasquale Merolle. Si operava liberamente a tutte le porte della città. Un picchetto di compagni si appostava coll’arme in braccio presso l’ uffizio della Dogana. Allorchè giungeva un carico di vino, o di carni, o di latte, e i gabellotti uscivano dalle loro case per far la visita ed esigere i tributi, i camorristi si avanzavano numerosi gridando: «Lasciate passare, appartiene a Garibaldi» — [È roba d’ o si Peppe] — I gabellotti si allontanavano tosto e il vetturale pagava la tassa ai camorristi.”

    Fonte: http://www.intratext.com/IXT/ITA3395/_P8.HTM

    3) Vi ricordate quando Borghezio disse a proposito dell’Aquila il 10 gennaio 2011: “Una riedizione rivista e corretta dell’Irpinia. Così cresce la disaffezione dei veneti per lo Stato. L’Abruzzo è un peso morto al pari del Sud Italia.”
    Fino a qua tutto normale per un politico che fa parte di un partito xenofobo che fonda la sua dialettica sul noi/loro, ricchi/poveri, cittadini/immigrati, nord/sud

    La cosa grave diventa quando prima l’europarlamentare leghista Francesco Enrico Speroni 4 dicembre 2010 afferma: “Se l’Italia è unita lo deve a mafia e camorra. Dobbiamo ‘ringraziare’ le due organizzazioni criminali che almeno secondo quanto rilevato dallo storico Gilberto Oneto su Libero, ma anche numerosi altri studiosi, hanno sostenuto attivamente le imprese di Garibaldi consentendogli la conquista di citta’ del sud come Napoli“

    E subito dopo il 21 febbraio 2011 Borghezio rincara la dose: “Garibaldi entrò a Napoli scortato dai mafiosi e dai camorristi. Per questo andrei a fucilarne il cadavere e non certo a celebrarlo, mi si perdoni la provocazione. Questi sono fatti storici, la gente deve sapere che Garibaldi pagò le pensioni alle mogli dei mafiosi. E’ l’icona di ‘Roma ladrona’, un alleato della mafia, uno che ha portato i mafiosi nel Palazzo e non ha favorito il popolo e la gente per bene, come numerosi storici hanno inequivocabilmente accertato”

    Perchè è grave tutto cio dal mio punto di vista? Perchè purtroppo queste affermazioni sono vere, ma pronunciate da persone che si squalificano da sole (specialmente agli occhi del popolo di sinistra) perdono di valore e vengono prese come sparate colossali, avviando così una rimozione colossale e quando si ha un confronto come al solito si ha su un binomio italiano/antitaliano, senza mai entrare nel merito.
    Del resto di che stupirci, ormai la politica da 20 anni a questa parte (da quando è sceso Berlusconi in campo? sarà forse il così detto Berlusconismo?) si è trasformata in un fenomeno di pura e semplice tifoseria calcistica piu che un confronto anche aspro fra idee, teorie o modelli storico-economiche-sociali.

    4) E’ mai possibile che se un meridionale come me vuole avere un minimo di giustizia storica e ancora a livello politico istituzionale debba ricorrere a un partito che lo odia? E’ mai possibile che nessuno di autorevole parli più dei genocidi che avvennero a Bronte, Caselduni, Pontelandolfo, del primo lager in Europa, Fenestrelle, del perchè il brigantaggio, di cosa fu la legge Pica, del perchè l’emigrazione dei meridionali ecc ecc?
    E’ mai possibile che l’unico rappresentate politico ad andare a Fenestrelle ad oltraggiare i martiri meridionali (perchè nel mentre si rivoltavano nella tomba) il 7 Maggio 2010 fu proprio Borghezio? Qui trovate le foto
    blog.libero.it/BRIGANTESEMORE/8830502.html

    5) Conclusione: Che fine ha la Lega in questo scenario? Che ruolo sta giocando? Ma soprattutto come riordinare tutto cio e porvi rimedio?

  • geopardy

    La lotta del sud, molto probabilmente, non fu una lotta contro l’idea di unità d’Italia, ma lo fu contro l’esproprio caratterizzato dalla politica Savoia di togliere le terre collettive (asse portante della produzione agricola meridionale) e farle rientrare nella logica borghese nascente di proprietà privata (tentata appena qualche dxecennio prima dalla dominazione francese, ma fallita) e così fu (con un numero enorme di morti).

    Ora siamo al compimento finale di questa privatizzazione attraverso l’ultraliberismo, che sta espropriando tutti noi (o almeno le tenta tutte) di qualsiasi gestione e proprietà pubblica.

    Ciao

    Geo