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LOTTA DI CLASSE IN CINA ?

La soppressione di milioni di posti di lavoro alla base di possibili agitazioni

DI CAROL DIVJAK
mondialisation.ca

L’aumento della disoccupazione (ben più grave di quella degli anni ’90, quando il licenziamento di più di 30 milioni di lavoratori assunti nelle imprese di Stato aveva portato a un’ondata di manifestazioni importanti) mette il governo cinese di fronte a una grande crisi. Questa volta, l’esercito crescente dei disoccupati è costituito prevalentemente da lavoratori migranti nazionali, venuti dalla campagna e duramente colpiti dalla caduta delle esportazioni di prodotti manifatturieri nei centri urbani e dal crollo del boom dell’edilizia.

I lavoratori migranti che hanno perso il loro impiego o incapaci di trovarne un altro, sono tra i 25 e i 26 milioni, ha affermato la settimana scorsa, nel corso di una conferenza stampa, Chen Xiwen, direttore dell’agenzia (del partito comunista) per il lavoro agricolo . Più di 130 milioni di lavoratori hanno un impiego nelle città e altri 80 nelle imprese rurali.


Sebbene sia stato detto a milioni di lavoratori di non tornare nelle città dopo le recenti vacanze del Capodanno cinese, poiché il loro lavoro era scomparso, molti di loro vi ci sono recati comunque, per sentirsi alla fine dire che non erano i benvenuti. Se si considera che, secondo uno studio della banca centrale cinese, il 65 per cento del reddito medio di una famiglia rurale viene dai membri che lavorano nelle città, la rabbia e la frustrazione di questi disoccupati potrebbero creare una bomba a scoppio ritardato.

Alcuni studi universitari hanno previsto una grande perdita di posti di lavoro nel nuovo anno cinese del bufalo. Il professor Yu Qiao della prestigiosa università di Tsinghua, ha recentemente avvertito: “Ci si aspetta che tra 40 e 50 milioni di lavoratori migranti, o più, perdano il loro lavoro nelle zone urbane, se l’economia mondiale continua a restringersi”. Questa cifra non include i milioni di disoccupati urbani.

Il professore ha proseguito dicendo: “Il gran numero di lavoratori migranti senza impiego è un grave problema politico e sociale. Il minimo passo falso potrebbe spingere a cercare guadagni illeciti e addirittura portare delle perturbazioni sociali”.

Yu ha criticato il piano di aiuti di quattro mila miliardi di yen del Partito Comunista Cinese (CCP) che si concentrerebbe sulle industrie a forte intensità di capitali e su quelle che dispongono di strette relazioni con la direzione del CCP. Ha affermato che il piano procurerebbe una certa stimolazione alla crescita del PIL, ma non riuscirebbe a diminuire la disoccupazione, dato che le piccole imprese, che creano la maggior parte degli impieghi, sono ignorate. Egli ha anche avvertito che il piano di aiuti stimolerebbe a breve termine il settore dell’edilizia, ma allo stesso tempo creerebbe una sovrapproduzione per gli anni a venire.

Yu ha stimato che un abbassamento tra il 30 al e i40 per cento dell’attività edilizia sopprimerebbe il lavoro di 10 milioni di lavoratori migranti. Anche il declino delle esportazioni è un fattore importante. Secondo il modello dell’accademia cinese delle scienze sociali, un calo del 10 per cento delle esportazioni potrebbe ridurre il numero degli impieghi non agricoli di 11,2 milioni, ossia del 2,7 per cento. Se le esportazioni diminuissero del 20 per cento, le perdite di lavoro raddoppierebbero.

Tenendo conto della crescita della differenza tra redditi urbani e rurali, da 3,3 volte nel 2007, a 3,4 volte nel 2008, la perdita del reddito per i disoccupati rurali e le loro famiglie potrebbe provocare delle proteste in tutto il paese.

In ogni caso, anche la situazione dei residenti urbani si deteriora rapidamente. Prima della fine del 2008, il tasso di disoccupazione urbana (4,2 per cento) era aumentato dello 0,2 per cento rispetto all’anno precedente (l’affidabilità di questi numeri è però ampiamente contestata dagli analisti). Il China Daily scrive che alla fine di dicembre, 8,86 milioni di lavoratori urbani erano stati registrati come disoccupati: un aumento di 560.000 persone rispetto alla fine del terzo trimestre.

Queste cifre non includono i lavoratori migranti o il numero di studenti diplomati recentemente. Secondo le stime del ministero cinese del lavoro e della sicurezza sociale, quest’anno sarebbero 7,1 milioni i laureati in cerca di un lavoro, e tra questi vi è il milione che non l’aveva trovato nel 2008. Nei centri urbani, la mancanza di prospettiva per i laureati di trovare un lavoro, è una preoccupazione politica importante per il regime cinese, visto che lo scontento tra gli studenti è stato, in passato, un catalizzatore per i movimenti politici più larghi della classe operaia.

Alcuni articoli di giornale hanno mostrato la frustrazione che regna tra i disoccupati iscritti nelle liste di collocamento che, alla fine di gennaio, tornano nelle città dopo la fine delle vacanze del Capodanno cinese.

Xie Fuyuan, un giovane lavoratore migrante di 26 anni, alla fermata di un autobus a Changan (nella provincia di Guangdong), il 4 febbraio ha detto alla Reuters di essere andato in diverse fabbriche in cerca di lavoro. Non potendo pagare i costi dell’agenzia di collocamento, ha dovuto chiedere porta a porta a ogni fabbrica.

“Prima, bastava venire per avere un lavoro. Ma quest’anno non è possibile”, ha detto Xie. Giunto da un povero villaggio della regione di Guandgong Ovest, guadagnava circa 1200 yen (175 dollari) al mese in una fabbrica di giocattoli. Ora, con alcune centinaia di yen in meno, se non trova un lavoro potrà restare solo tre giorni in più. “Sono andato a vedere in molte fabbriche e sono tutte chiuse”, ha detto Xie.

L’Agence France Presse (AFP), il 25 gennaio parla della difficile situazione in cui si trova Cheng Wenlong: diciannovenne, è il principale sostegno della sua famiglia, che vive a Lankao, nella provincia di Henan, una delle più povere della Cina. Secondo i responsabili locali, nel 2008 200.000 persone di Lankao (su un totale di 800.000 persone) sono migrate verso le città in cerca di lavoro.

Spinto dalla povertà estrema, Cheng ha abbandonato la scuola a 14 anni per lavorare come saldatore, manodopera e agente di sicurezza in sette città, da Pechino a Dongguan, il principale centro manifatturiero. Le percosse e altre forme di sevizie erano cosa di tutti i giorni, ha spiegato. Ricorda che un padrone di fabbrica gli aveva dato a più riprese dei pugni per essersi lamentato di essere pagato solo 10 yen (1,50 dollari) per la fabbricazione di 1000 biro. Fu obbligato a finire il lavoro senza essere pagato. All’AFP dice: “A volte penso che Dio sia ingiusto con me. Sono tirannizzato e sfinito”.

Al momento, Cheng non ha nessun lavoro. Il lavoro come saldatore al cantiere navale di Taizhou, nell’est, è finito quando le ordinazioni straniere sono letteralmente crollate. È disoccupato da tre mesi e non ha avuto mezzi, o ragioni, per festeggiare il Capodanno cinese con la sua famiglia.

Bi Binbin, un altro giovane di 19 anni originario dello stesso paese, a dicembre ha perso l’impiego: un lavoro a catena per un fabbricante taiwanese di computer nell’Est della Cina. Man mano che le ordinazioni si facevano più rare, anche i suoi straordinari diminuivano. Senza straordinari, il suo salario mensile è passato da 2100 yen a 700 (circa 100 dollari), impedendogli così di coprire i costi della vita. “È così che si liberano delle persone. Il salario è così basso che dovete andarvene”. Nonostante ciò, Bi ha detto che si sarebbe rimesso in cerca di un lavoro dopo Capodanno, nella speranza di trovare un lavoro in fabbrica. Non aveva altra scelta, visto che la sua città natale non offriva alcun futuro ai giovani.

Alcuni analisti hanno cercato di minimizzare la paura della disoccupazione crescente tra i lavoratori migranti, affermando che i loro piccoli pezzi di terra potevano procurar loro dei mezzi d’esistenza, seppur ristretti. Ma la peggior siccità dal 1951 sta per colpire il nord della Cina e minaccia di distruggere un quinto dei raccolti in alcune province e di danneggiare 9,3 milioni d’ettari di terre coltivabili. Se la situazione non migliora nelle prossime settimane, milioni di contadini dovranno forse lasciare le loro terre d’origine per raggiungere quella “popolazione oscillante” che cerca lavoro.

Liu Kaiming, direttore dell’Istituto d’osservazione contemporanea (ICO) di Shenzhen, un’importante città industriale nella regione di Guangdong, ha detto alla Reuters: “é molto difficile in questo momento. Molti lavoratori cercheranno, in un modo o nell’altro, di trovare una maniera per sopravvivere e guadagnare da vivere, e questo creerà tensioni sociali crescenti, che potrebbero provocare un’instabilità sociale”.

Guangdong è il principale centro di esportazioni della Cina (quasi il terzo delle esportazioni del paese), ma vive ora un ristagno notevole. La crescita dell’esportazione è scesa al 5,6 per cento nel 2008, ossia un calo del 22,3 per cento rispetto al 2007. Negli ultimi dieci mesi del 2008, 15.661 imprese hanno chiuso i battenti a Guangdong. Più della metà hanno cessato l’attività a ottobre, segno che la progressione delle chiusure andrà accelerando.

Il tasso di crescita generale dell’economia cinese era stato appena del 6,8 per cento nel quarto trimestre rispetto all’ultimo trimestre del 2007, ossia la metà della progressione vertiginosa del 13 per cento del 2007. Oltre al calo delle spese domestiche in occidente, anche il protezionismo crescente degli Stati Uniti, delle potenze europee e dei rivali, che ricorrono alla mano d’opera a buon mercato, esercita un’enorme pressione sulle industrie cinesi.

Una legge sul lavoro, applicata nel 2008 e che ha lo scopo di smorzare le crescenti tensioni di classe, è stata semplicemente ignorata. Il Christian Science Monitor del 28 gennaio, scrive che i proprietari di fabbriche e d’aziende hanno ammesso che i responsabili applicavano sempre meno rigidamente la legge, che rinforza le regole riguardanti i contratti di lavoro e il finanziamento della previdenza sociale per i lavoratori. “Non dicono che non avete bisogno di rispettare le leggi sul lavoro, ora si tratta di avere “un occhio aperto e l’altro chiuso””, ha detto al giornale il direttore di una fabbrica tessile di Dongguan con 700 salariati.

Per aiutare i padroni d’azienda, Pechino ha dato il via libera alle autorità locali per congelare il salario minimo e ridurre, o sospendere, il versamento dei contributi di previdenza sociale. Nel pieno di una disoccupazione crescente, le proteste contro le riduzioni di stipendio e di pagamenti di previdenza sociale potrebbero scatenare un’eruzione sociale più vasta, non solo contro i datori di lavoro e l’élite padronale, ma anche contro il regime del CCP e la sua politica pro-capitalistica.

Carol Divjak
Fonte: www.mondialisation.ca
Link: http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=12363
19.02.2009

Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di MARINA GERENZANI

Pubblicato da Davide

  • AlbaKan

    …SOLO IN CINA???
    Questo rischio è presente in tutto il mondo….questi sono “i pregi” della globalizzazione, oramai gli articoli sulla possibilità di scontri sociali, anche violenti sono all’ordine del giorno……..”Settembre 2008 ha segnato un punto di svolta nella recessione che era stato sviluppato negli Stati Uniti durante tutto l’anno: il sistema finanziario e la recessione hanno iniziato ad espandersi rapidamente in tutto il mondo, mentre hanno anche mostrato chiari segni di di transito verso la depressione globale, il cui arrivo ha cominciato ad essere ammesso fin dall’inizio del 2009.

    Ora assistiamo al crollo della catena di produzione internazionale e finanziaria, accompagnato da una miscela di pessimismo e di impotenza al più alto livello delle élite per la probabile trasformazione che porterà l’ ondata di depressione di un collasso generale.”………….. http://www.vocidallastrada.com/2009/03/verso-la-disintegrazione-del-sistema.html

  • marcello1950

    La situazione è drammatica, la CINA è solo lo spechio del disastro che incombe sul mondo.

    anticamente in queste situazioni si attivavano grandi migrazioni di gente organizzata che saccheggiava e distruggeva (I Germani, gli Unni, gli Arabi, i tartari, i Mongoli) vedremo ora cosa succederà,

    Se la vita di un cinese non vale un soldo bucato, una simile situazione potrebbe trasferirsi anche in occidente.

  • buran

    Mao prevedeva e auspicava la continuazione della lotta di classe in Cina, anche dopo la presa del potere. Questa, fra l’altro, era una delle divergenze teoriche importanti con l’URSS di Stalin, fin dai tempi delle Basi Rosse e della Lunga Marcia

  • gripar

    Si, quello che dici e’vero ( per ultima una intervista rilasciata ad E.Snow comparsa sul sett.le Epoca) e attuale perche’dissoda un pezzo di verita’ seppellita in Occidente,per esorcizzare future lotte di classe, cosi’ come come nella Cina normalizzata di oggi per lo stesso motivo.
    Ma c’ e’ molto di piu’ nel lavoro politico di questo originale e infaticabile rivoluzionario – ribelle del secolo scorso al servizio del suo progetto di trasformazione e delle masse che aveva portato a liberazione.
    Nn si tratta solo dell’ uomo che capi’, unifico’, dette razionalita’ e prospettiva alle insurrezioni spontanee, feroci e represse con maggiore ferocia di masse di contadini dispersi suun territorio immenso e avaro. Che rovesciando un dogma moscovita, ne fece la leva per una riv. di tipo socialista (dopo lotte nn incruente nel suo partito). Questo a Mao e’ riconosciuto anche oggi.
    Ma e’ l’ uomo- e qui’ cresce l’ interesse- che sulla base della esperienza sovietica e dei paesi dell’ Est, pur essendo tenuto a una retorica oggi criptica e dannosa, studia a tentoni le forme per evitare le involuzioni del soc. reale: lo stabilirsi di nuovi zar, di nuove disuguaglianze, dell’ accumulazione fatta a spese della campagna, da cui l’ Urss nn si e’ piu’ ripresa e su cui ha commesso i piu’ gravi crimini. E soprattutto di un piano che pur abbandonado la logica capitalistica, nn ripetesse il centralismo debilitante sovietico (l’ econ. di comando). Anzi su questo punto nella conferenza di Lushun ruppe col maresciallo Peng Te Huai, minacciando – a 68 anni- di andare in montagna coi suoi e fondare un partito rivoluzionario.
    La sua idea di nn danneggiare la campagna (la campagna e’ la base, l’ industria la guida), di una forte solidarieta’ che nn lasciasse nessuno col piatto vuoto, l’ istruzione persa, la salute senza cura, le braccia senza lavoro, sono le basi che Mao ha difeso nella Repubblica contro i demoni, i mostri effimere scorciatoie fondate sul profitto e sugli specialisti. E ha rovesciato la tragedia che ancora oggi grava su tutti i paesi del terzo mondo: l’ inedia delle campagne e la corsa dei giovani alle citta’ che scoppiano e nn danno lavoro.
    In piu’ dopo il boom dell’ era di Deng si sono scoperti i piedi di argilla di un gigante che dipende totalmente dall’ economia mondiale: quando questa entra in crisi, la Cina ne risente due volte.
    Deng nn fu inintelligente nel capire da dove bisognava distruggere il modello di Mao. Dalla dissoluzione delle Comuni. Dalla pallottola zuccherata dell’ Arricchitevi lanciata ai contadini. E quindi dall’ espulsione dei milioni che vagarono alla ricerca di un’ occupazione nelle citta’ – i migranti. Solo che sindacato, partito, associazionismo, intellettuali stavano tutti dall’ altra parte. Una tragedia biblica che tende ad inasprirsi. E per cui almeno l’ occidente mostra piu’ duttilita’ nelle articolazioni e nelle rappresentanze. La Rivoluzione Culturale, con tutte le sue ombre, e con tutta l’ immaturita’ di giovani spesso arroganti e senza guida, fu una delle grandi intuizioni di Mao, che vedeva al centro come al livello locale il consolidarsi di nuove caste, inamovibile e gerontocratiche. Conservatori distanti dalla gente, nel cui nome governavano. La riv. Culturale, con la sua lotta al confucianesimo e al mandariname fu quella prosecuzione della lotta di classe nella societa’ di transizione a cui ti riferivi-la ripresa di controllo dei governati sui governanti.
    Naturalmente vi furono molti errori, punti oscuri, e voltafaccia. Chi avrebbe fatto di piu’ in un immenso paese con immensi problemi di sviluppo, arretratezza nei destinatari della rivoluzione, e praticamente senza aiuti esterni? Ma questo e’ un punto che puo’ essere oggetto di una seconda puntata.
    Oggi, e’ un fatto, decine e decine di milioni di esseri umani, vagano nella disperazione in un paese ” popolare’, sospettati dalle autorita’, senza lavoro e salario, senza organizzazione. La democrazia liberale potrebbe portare qualche sollievo di diritto associativo e individuale, moderare gli aspetti piu’ repressivi di un regime che ha cambiato colore, ma scarsamente appare adatta a dare risposte di sviluppo, con lavoro e equilibrio, soprattutto tra campagna e citta’ che sono la sbase e la sostanza di una democrazia. giorgio riparbelli.

  • gripar

    Si, quello che dici e’vero ( per ultima una intervista rilasciata ad E.Snow comparsa sul sett.le Epoca) e attuale perche’dissoda un pezzo di verita’ seppellita in Occidente,per esorcizzare future lotte di classe, cosi’ come come nella Cina normalizzata di oggi per lo stesso motivo. Ma c’ e’ molto di piu’ nel lavoro politico di questo originale e infaticabile rivoluzionario – ribelle del secolo scorso al servizio del suo progetto di trasformazione e delle masse che aveva portato a liberazione. Nn si tratta solo dell’ uomo che capi’, unifico’, dette razionalita’ e prospettiva alle insurrezioni spontanee, feroci e represse con maggiore ferocia di masse di contadini dispersi suun territorio immenso e avaro. Che rovesciando un dogma moscovita, ne fece la leva per una riv. di tipo socialista (dopo lotte nn incruente nel suo partito). Questo a Mao e’ riconosciuto anche oggi. Ma e’ l’ uomo- e qui’ cresce l’ interesse- che sulla base della esperienza sovietica e dei paesi dell’ Est, pur essendo tenuto a una retorica oggi criptica e dannosa, studia a tentoni le forme per evitare le involuzioni del soc. reale: lo stabilirsi di nuovi zar, di nuove disuguaglianze, dell’ accumulazione fatta a spese della campagna, da cui l’ Urss nn si e’ piu’ ripresa e su cui ha commesso i piu’ gravi crimini. E soprattutto di un piano che pur abbandonado la logica capitalistica, nn ripetesse il centralismo debilitante sovietico (l’ econ. di comando). Anzi su questo punto nella conferenza di Lushun ruppe col maresciallo Peng Te Huai, minacciando – a 68 anni- di andare in montagna coi suoi e fondare un partito rivoluzionario. La sua idea di nn danneggiare la campagna (la campagna e’ la base, l’ industria la guida), di una forte solidarieta’ che nn lasciasse nessuno col piatto vuoto, l’ istruzione persa, la salute senza cura, le braccia senza lavoro, sono le basi che Mao ha difeso nella Repubblica contro i demoni, i mostri effimere scorciatoie fondate sul profitto e sugli specialisti. E ha rovesciato la tragedia che ancora oggi grava su tutti i paesi del terzo mondo: l’ inedia delle campagne e la corsa dei giovani alle citta’ che scoppiano e nn danno lavoro. In piu’ dopo il boom dell’ era di Deng si sono scoperti i piedi di argilla di un gigante che dipende totalmente dall’ economia mondiale: quando questa entra in crisi, la Cina ne risente due volte. Deng nn fu inintelligente nel capire da dove bisognava distruggere il modello di Mao. Dalla dissoluzione delle Comuni. Dalla pallottola zuccherata dell’ Arricchitevi lanciata ai contadini. E quindi dall’ espulsione dei milioni che vagarono alla ricerca di un’ occupazione nelle citta’ – i migranti. Solo che sindacato, partito, associazionismo, intellettuali stavano tutti dall’ altra parte. Una tragedia biblica che tende ad inasprirsi. E per cui almeno l’ occidente mostra piu’ duttilita’ nelle articolazioni e nelle rappresentanze. La Rivoluzione Culturale, con tutte le sue ombre, e con tutta l’ immaturita’ di giovani spesso arroganti e senza guida, fu una delle grandi intuizioni di Mao, che vedeva al centro come al livello locale il consolidarsi di nuove caste, inamovibile e gerontocratiche. Conservatori distanti dalla gente, nel cui nome governavano. La riv. Culturale, con la sua lotta al confucianesimo e al mandariname fu quella prosecuzione della lotta di classe nella societa’ di transizione a cui ti riferivi-la ripresa di controllo dei governati sui governanti. Naturalmente vi furono molti errori, punti oscuri, e voltafaccia. Chi avrebbe fatto di piu’ in un immenso paese con immensi problemi di sviluppo, arretratezza nei destinatari della rivoluzione, e praticamente senza aiuti esterni? Ma questo e’ un punto che puo’ essere oggetto di una seconda puntata. Oggi, e’ un fatto, decine e decine di milioni di esseri umani, vagano nella disperazione in un paese ” popolare’, sospettati dalle autorita’, senza lavoro e salario, senza organizzazione. La democrazia liberale potrebbe portare qualche sollievo di diritto associativo e individuale, moderare gli aspetti piu’ repressivi di un regime che ha cambiato colore, ma scarsamente appare adatta a dare risposte di sviluppo, con lavoro e equilibrio, soprattutto tra campagna e citta’ che sono la sbase e la sostanza di una democrazia. giorgio riparbelli.

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