LONGEVITA’, PATOLOGIA SOCIALE

LONGEVITA’, PATOLOGIA SOCIALE

DI GUIDO CERONETTI

ilfattoquotidiano.it

Caro direttore: longevità, patologia individuale e sociale. Ma sfoghiamoci almeno a dirla, qualche
verità malvista! Vivere oltre un certo limite è subire un lento, prolungato, implacabile martirio.


Quanto viveva il pre-uomo dei paleontologi? Se arrivava a vent'anni era molto, poi qualche animale
selvatico con denti enormi s'incaricava di togliergli le pulci. Milioni d'anni di vita breve ci hanno
educati a comprendere meravigliosamente l'infinita sacralità della morte, a collocare la reale durata
della vita in un ignoto Altrove. Un mattino del secolo in cui gli attuali longevi sono nati, ci siamo
svegliati, ed ecco la sacralità della morte era sparita, il suo nome diventato impronunciabile, un
delirante apparato medico-chirurgico a sbranarne i resti, a far vivere in coma di spavento senza
limiti di durata uno stuolo di sventurati Ariel Sharon, una moltitudine di sventurate Englaro. La morte desacralizzata si vendica: “Ah, avete cambiato le regole, e allora godetevi l'accanimento, le
dialisi senza fine, gli Alzheimer senza barlume, i trapianti d'organi strappati a ragazzini sani venduti
per fame e trafficanti da immonde Tortughe di malavita!”.



Un segno di disumanità della cosiddetta politica, uno dei tanti: non preoccuparsi che dei giovani,
senza altro saper fare per loro che condannarli al lavoro, al salario, alle riunioni di condominio, a
riprodurre in anime innocenti l'infelicità e i vizi dei loro padri e madri. Ma ehi, la Vita, cosa dichiari
ai controlli? Questa moltiplicazione insensata e tragica di vecchiaie perché non entra nelle diagnosi
dei predicanti? Fino a qualche anno fa, nelle città nostre e d'Occidente, il mio stesso invecchiare
senza difficoltà deambulatorie mi rendeva orbo di fronte all'impressionante quantità di gente
invalida per schiena e gambe, in avanzata senescenza, tutti sostenuti o sospinti da parenti o da
badanti, sguardi gonfi di tristezza, facce oscurate dall'istupidimento. Gli cedevo il passo, ma li
vedevo come da un cannocchiale rovesciato, reduci tutti da uno struggle-for-life che non risparmia
nessuno. Adesso, diventato uno di loro, sbendato dal velo d'Iside, li vedo, che a metterli in fila
l'autostrada del sole non basterebbe. E tutti ci curiamo per durare di più, perché tutta la ricerca,
minimamente interessata alla restitutio in integrum dell'essere umano, è massimamente occupata
dalla conservazione indefinita di corpi malati in condizioni esistenziali e ambientali che non
abbiano speranza di migliorare. Perciò la vecchiaia è la patologia sociale per antonomasia; una
società che non voglia essere di assassini legali è obbligata a farsene carico, e allora l'assassinio
assume la grinta dell'assistenza seminegata, tinta o impregnata di sadico, gridante carenze sempre, o
fondata sulle possibilità individuali di spendere senza limiti il risparmiato. Ma l'essere o no
maltrattati o mal-tollerati dipende da più o meno di sfortuna; va meglio in rari casi di affetti
perduranti, di simpatia alonante. Il desiderio erotico residuale è una variante in più di martirio, per
la sua tantalica insoddisfacibilità.

La nostra longevità ha un risvolto di delitto perché la sperimentazione farmacologica costa lo
sterminio di milioni di piccoli, e a volte grandi, animali per museruolare e frenare il Tempo
divoratore. Si tratta di torture indicibili, si può dirlo un lavorare degno di un uomo questo
bell'incremento di Pil a prezzo di deboli lamenti dietro la parete bianca, rossi semafori di
carneficine in corso?

Nelle case di cura la concentrazione di vecchiaie spezzate dall'anca, dal femore, dal polso, dal
gomito, che vedi accompagnate negli ascensori, nei refettori, nelle palestre di riabilitazione, è un
continuo pugno di pietà. Esistono esclusivamente per durare e per aver paura di quel che gli accadrà
il giorno dopo. I figli li tormentano perché non mangino “quel che gli può far male” e ubbidiscano
alle prescrizioni: temono di far trapelare il loro desiderio di accorciargli la vita, perciò li cacciano
sempre più spietatamente nella buca senza fondo della perseveranza nel tempo. Amore non ne vedi,
è impalpabile o del tutto inesistente negli infernali rapporti familiari, il refrigerio dei sentimenti,
della gratitudine manifesta, nella società tecnologica è lingua mozza. I vecchi sono problema e
niente, niente, niente altro...

Un problema. Ma sono stati, quando erano pochi, i venerati, i temuti, i legislatori delle giungle
antropòfaghe. “Hai ridato il sonno tu, ai miei occhi”, canta il Coro della città di Tebe a Edipo
scoronato. Solo nei bambini sopravvive, forse, nelle famiglie, la facoltà di sentire la potenza magica
salvatrice del vecchio. I bambini ignorano che i vecchi sono stati declassati a problema.
Insolubile, s'intende. Un problema, riconosciuto insolubile, si riscatta dalla facilità e dalla volgarità.
Longevità in eccesso: insolubilità sociale dal volto ambiguo.

Il bambino, provenendo dal regno dei morti, sente nei vecchi la vicinanza al luogo anteriore del
nascimento, e questa è la ragione della sua confidenza, anche per quelli non della sua famiglia. Noi
vecchi siamo consapevoli, ogni minuto lo siamo, ed è una tremenda sofferenza trovarsi tuffati nella
Rimozione, di essere costretti a fingere che più la nostra vita di penuria e di noia si prolunga, più
siamo felici di leccarne le impronte sulla sabbia, che sono le stesse dell'Angelo Sterminatore. Vivere
in Morte di Dio è diventato difficilissimo, soltanto gli imbecilli (in verità molto numerosi) non se ne
accorgono.

Dai dialoghi con la Morte nel più famoso film di Ingmar Bergman, Il Settimo Sigillo. Il Cavaliere
crociato Antonius Block gioca a scacchi una partita mortale con l'Angelo nero, e gli confida i dubbi
che hanno, per quasi novant’anni, tormentato il grande Regista:


CAVALIERE: Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me in questo modo doloroso e umiliante, anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? Mi ascolti?


MORTE: Ti ascolto.



CAVALIERE: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio che Dio mi sveli il suo volto, che mi parli.



MORTE: Ma lui tace.



CAVALIERE: Nelle tenebre io lo chiamo, ma è come non esistesse.



MORTE: Forse non esiste.



CAVALIERE: Allora la vita è un assurdo orrore. Nessuno può vivere con la morte davanti agli occhi sapendo che tutto è nulla.



MORTE: La maggior parte della gente non pensa né alla morte né al nulla.



Nel tormento del Cavaliere Block, Bergman recupera, entro i limiti del nostro tempo, per quanto ci è dato, la sacralità della morte. L'anno Zero sta venendo per una quantità di cose, ma il germe del loro ritorno è scritto, per la loro inseparabilità dall'essere. Così la Morte di Dio ride, per la sua essenza mortale, a ogni futuro di divinità assenti. Ma una vita ridotta a un “assurdo orrore”, come il Cavaliere dice alla Morte, ed è quella in cui ci hanno conficcati con l'obbligo di non uscirne che ridotti a cadaveri viventi, non può essere pensata e vissuta che come una ossessiva vergogna.

Conferma la verità dell'aforisma di Ennio Flaiano: “Sei stato condannato alla pena di vivere. La domanda di grazia, respinta”.


Guido Ceronetti

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

10.05.2013

Commenti (31)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. makkia 23 maggio 2013

      "dico questo" - "sei irritante" - "per te la verità è irritante"

      Inevitabilmente, proponi un'identità fra te e la verità.

      Questo è abbastanza presuntuoso, se permetti.

    1. ottavino 14 maggio 2013

      Ho solo scritto una mia opinione senza nessuna presunzione. In seguito alla lettura di questa opinione uno mi scrive e mi dice che sono intenzionalmente irritante. Per uno così "la verità è irritante alltrimenti è finzione". Non sono certo disposto a fingere per lui.

    1. makkia 13 maggio 2013

      La verità è irritante quando mi si para davanti, non perché "altrimenti è finzione" ma casomai perché mette in crisi la mia precedente presunzione di possedere la verità. Supponendo invece un atteggiamento umile verso la conoscenza, la verità è al massimo faticosa ma, al netto del nostro piccolo ego, "di solito" dà grande soddisfazione raggiungerla.

      "E' irritante altrimenti è finzione" è un aforisma ad effetto ma non molto centrato: che vuol dire "di solito... altrimenti è finzione"? Ci sono dunque casi in cui non irrita pur essendo verità? E ovviamente casi in cui ci si irrita davanti alla finzione. L'aforisma è debole perché esclude solo il caso più banale: quello in cui la finzione non irrita (essendo, come è, un tranquillante).

      Il problema comunque è che anche se la verità è talvolta irritante, c'è qualcosa che, non "di solito" ma proprio sempre, è irritante: ed è il Portatore di verità.

      A maggior ragione quando costui aggira il problema della propria - irritante - supponenza, millantando che gli altri si seccano non già di lui ma nientepopòdimenoche... della Verità (e qui la maiuscola è di rigore).

    1. ottavino 13 maggio 2013

      colui che si irrita deve domandarsi: perché? Di solito la verità è irritante, altrimenti è finzione

    1. Nauseato 13 maggio 2013

      Se il proposito è a essere indulgenti, ancora una volta quello di voler risultare irritante per non si sa quale malsano gusto viste le fin troppo numerose occasioni,.. missione pienamente riuscita.

    1. Nauseato 13 maggio 2013

      Direi che si vede, infatti.

    1. Simulacres 13 maggio 2013

      X Ottavino.


      cito: "Sono proprio quelli che hanno nutrito se stessi con un'idea di superiorità tutta la vita che fanno tutte queste storie."



      Io non ne farei una questione di superiorità ma bensì della scomparsa di spiritualità nell'"uomo civilizzato". Quell"'uomo moderno" che è ormai divenuto del tutto incapace di concepire l'idea di un potere spirituale superiore e che, in virtù della sua abdicazione e della sua decadenza, oggi si trova confinato, nel corpo e nell'anima, nelle prigioni infinitamente ristrette dell'accanimento terapeutico della scienza e della tecnica del progresso a immagine e somiglianza della nonna del mulino bianco.



      "Gli animali soffrono e muoiono senza rompere tanto i coglioni al prossimo (...) L'uomo deve reimparare a vivere e a morire"



      Ma infatti, nel mio commento sopra è proprio questo il punto della mia domanda. Nel cosiddetto "mondo selvaggio" l'"uomo selvaggio, per natura e per necessità, seppe essere gran guerriero costretto al valore personale, così come - un animale obbediente e carezzevole - gran saggio e poeta nelle sue ultime ore malinconiche; quando sapendo di essere giunto alla meta di un destino, mentre il sole declinava, abbandonava suoi "cuccioli" e invocando il passato e gli antenati, volgeva il suo sguardo verso l'orizzonte alla ricerca di un cantuccio lontano dove andare a morire senza rompere tanto i coglioni al prossimo.

    1. Tonguessy 13 maggio 2013

      Infatti. Non si capisce come sia possibile dare un'aspettativa di vita media in assenza di dati anagrafici da consultare. E all'epoca non si interessavano nè di dati anagrafici nè di consultarli.

    1. ottavino 13 maggio 2013

      Insomma conclude Ceronetti: Conferma la verità dell'aforisma di Ennio Flaiano: “Sei stato condannato alla pena di vivere. La domanda di grazia, respinta” Io non riesco a vedere il problema. Gli animali soffrono e muoiono senza rompere tanto i coglioni al prossimo. Non vedo la necessità di dare uno status di superiorità all'uomo. Sono proprio quelli che hanno nutrito se stessi con un'idea di superiorità tutta la vita che fanno tutte queste storie. L'uomo deve reimparare a vivere e a morire. Troppa cultura, troppo intelletto. Ceronetti compreso.

    1. nigel 12 maggio 2013

      Ceronetti non è' per tutti, amico mio

    1. makkia 12 maggio 2013

      Peccato che sia così "old fashion". Se avesse detto le stesse cose ma scagliandosi contro l'orribile gombloddo di BigPharma sarebbero tutti a dargli le pacche sulle spalle.

      Invece è vecchio e scrive semplicemente bene, cercando di comunicare pensieri, sentimenti e sensazioni. Che ppalle!

      Come direbbe Caparezza: Bella, Guido, pimpaci 'sta filosofia, che sennò se famo 'na ronfata de ggnente.

      E' così che ci vogliono: cinici e incazzati col mondo. Perché ci schiacciano anche solo con un pensiero.

      Sia mai che ci riconosciamo fra di noi, che ci commuoviamo per l'Altro o per i piccoli miracoli quotidiani della vita, che ci sentiamo uniti almeno fra noi Ultimi.

      Allora faremmo paura, perché saremmo moltitudine, come in alcuni brevi momenti del passato.

      Meglio allora le piccole monadi, sbavanti fiele contro chiunque non pensi quel poco che noi avevamo già pensato, e nel modo esatto in cui lo avevamo pensato.

      Meglio per Loro, ça va sans dire.

    1. cirano60 12 maggio 2013

      Vai avanti tu che mi vien da ridere....

    1. vraie 12 maggio 2013

      articolo molto bello, interessanti anche i commenti
      (a tutti è data una risposta .... nel testo di Ceronetti)

    1. ottavino 12 maggio 2013

      Vita, morte, malattia, sofferenza, vecchiaia..... sbagliato è chi ci vede qualcosa di sbagliato....caro Ceronetti.....

    1. Behemot 12 maggio 2013

      .... l'accanimento terapeutico è una follia come pure l'eutanasia .... entrambi sono i frutti del consumismo e della l'ignoranza spirituale senza limiti ...

    1. zeppelin 12 maggio 2013

      " Quanto viveva il pre-uomo dei paleontologi? "
      il pre-uomo dei paleontologi è una creatura teorizzata ipoteticamente e ancora tutta da scoprire.

      "Se arrivava a vent'anni era molto"
      Ricordiamo che uno dei pochissimi "uomini primitivi" che conosciamo, Ötzi, altresì conosciuto come la Mummia del Similaun, ha vissuto intorno al 3300 AC ed è morto a circa 45 anni per morte non naturale (freccia o caduta).

    1. nigel 12 maggio 2013

      Ceronetti è un Grande e chi ha letto la sua saggistica lo sa perfettamente. Qui vorrei soltanto convertire in battuta il titolo dell'articolo : LONGEVITA', PIU' CHE PATOLOGIA, AMMORTIZZATORE SOCIALE...

    1. Behemot 12 maggio 2013

      ...... bellissimo .... complimenti .....

    1. nigel 12 maggio 2013

      Pochi comprendono Guido Ceronetti (e questo me lo rende ancor più caro)

    1. AB 12 maggio 2013

      Per Ceronetti e i suoi estimatori. Dire qualcosa di allegro ogni tanto? Fa bene alla salute, alla vita, al mondo; agli ebrei e ai Gentili.
      Ma costui gufava anche quando stava bene.
      Sforzati o filosafo, non è impossibile. Quattro anni fa quando ero a lavorare in Galilea ho conosciuto e frequentato per un paio di settimane un rabbino austriaco paralitico, di 92 anni e quasi cieco ma bello vispo, che a cena infilava una battuta via l'altra e mi disse: "Sai che nel '46 in Jugoslavia ho mangiato prosciutto di maiale e anguria? Non c'era altro, e sono ancora vivo!"
      Ceronetti, hai mangiato troppe cipolle lesse, sgonfiati; una bella coda alla vaccinara e un grappino la sera non ti farebbero male.
      Andrea Breda

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