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LO STRANO CASO DEL DOTTOR FIAT E DI MR LUKE

DI CARLO BERTANI

“Pensavo
si trattasse di pazzia, ma ora comincio a temere che si tratti di una
cosa ignominiosa.”

Robert
Louis Stevenson

Il
mondo dell’informazione è una vera macina, che tutto mastica, tritura
e digerisce: se, poi, la digestione richiede parecchio bicarbonato,
questi sono affari nostri, non dell’informazione.

Le recenti affermazioni di Mr. Luke di Montezemolo – “il sindacato
dei fannulloni” – subito, peraltro, smentite dal dottor Fiat, sono
state troppo presto gettate nel dimenticatoio: non tanto per il tono
offensivo e terribilmente démodé
dell’esternazione, quanto per la sottovalutazione delle cause che
possono averla generata.

Qualcuno ha scorto in quella frase – sprezzante, da vera”razza
padrona” – il ticket per un futuro ingresso in politica del signor
Fiat: vuoi vedere che, alle prossime elezioni, potremo scegliere fra
Fiat e Mercedes, Lancia ed AUDI? Poi, ripensandoci un attimo, ho scosso
la testa: per operare simili scelte, basta recarsi da un concessionario
auto.

Forse
un nuovo partito? E quale? Il MENEF, Movement ENgeenering and Entourage
Fiat, oppure il REGOF, Raggruppamento Esterno Giovani Operatori
Finanziari?

Di certo, il primo problema del nuovo partito sarebbe la leadership:
scartati
la Moratti
e Veltroni (entrambi parcheggiati nelle due capitali dell’impero,
nell’attesa di future destinazioni) non rimarrebbero che il dottor
Fiat e Mr. Luke. La scelta sarebbe ardua perché i due individui – pur ammettendo una
certa somiglianza fisica – divergono, e parecchio, per le loro
impostazioni ideologiche.

Mentre
il dottor Fiat sembra guardare più alla tradizione – meglio quattro
soldi da Prodi, sopportiamo il sindacato, paghiamo qualche tassa in più
e campiamo tranquilli – Mr. Luke, come un rinato Brenno, getta
pesantemente la spada nella contesa: distruggiamo
la Triplice
, affondiamo Roma Ladrona, annettiamo l’Italia Meridionale alla Libia
ed il resto come nuova stellina della Stars
and Stripes
.

Inutile
ricordare che, da simili prodromi, la linea politica del futuro partito
(d’ora innanzi, per comodità, nel testo sarà MENEF-REGOF) nasce
viziata da frantumazioni laceranti.

Mai come oggi, per riuscire a dissipare almeno un po’ di nebbia che
avvolge il futuro politico-industrial-finanziario del paese, conviene
gettare lo sguardo indietro, capire come si è giunti a tanto.

In
simili frangenti, quando l’oggi è così frastagliato da sembrare una ratatouille
– e non distingui nemmeno una melanzana da un peperone – conviene
affidarsi alla memoria. Sempre meglio dell’isteria vigente ed
istituzionalizzata.

Ricordo, in anni molto lontani, intorno al 1980, un’intervista concessa
da quello che allora poteva essere considerato un altro signor Fiat:
oggi, sappiamo che quel signor Fiat non ci fu mai; a quell’epoca, però,
non potevamo saperlo.

Non ricordo se la rivista era “Oggi” o “Gente”, chi fu il
giornalista che raccolse l’intervista, ma ricordo bene quale signor
Fiat rispondeva alle domande e ne fui molto, molto stupito.

Un
giovane Edoardo Agnelli – prima di Malindi, prima del suo
incomprensibile arrovellarsi su sé stesso – rispondeva alle domande
di un giornalista sul futuro della FIAT. Non era forse l’erede
dell’avvocato Agnelli?

Parlava di futuro industriale, di rapporti internazionali, del cugino
Giovanni Alberto, che aveva appena terminato il servizio militare nei
Carabinieri. Altra epoca.

Il fulcro dell’intervista era la visione che il giovane Agnelli aveva
del futuro, dell’azienda di famiglia.

Qualcuno, in quegli anni, ipotizzava una rivalità fra i due cugini, ma
era lo stesso Edoardo a dissiparla: «Sono contento che mio cugino
desideri occuparsi della FIAT auto, della parte industriale, perché io
vorrei occuparmi dei rapporti internazionali del gruppo.»

Insomma,
ben lontano dall’icona del giovane debosciato che è passata alla
storia (che dire, allora, del nipote Lapo e del suo amore per le
“piste”?), Edoardo Agnelli spiegava qual era il suo pensiero, la sua
visione della più grande azienda italiana. E c’è da stupirsi.

Erano
anni nei quali si discuteva sul futuro dei trasporti – mica come oggi,
che si decide soltanto per il diktat di questo o quel gruppo
finanziario, per le vicinanze o per le divergenze con la burocrazia
europea – e
la FIAT
, ovviamente, era il fulcro della discussione.

Il pensiero di Edoardo Agnelli, sinteticamente, era questo: ritengo
la FIAT
una grande opportunità per l’Italia. Il futuro tecnologico del paese,
ovviamente, dovrà essere deciso dalla classe politica: il compito della
FIAT sarà quello di farsi trovare preparata all’appuntamento.

Il
giovane Agnelli portava anche degli esempi: se la classe politica
deciderà di dotarsi di centrali nucleari (tema molto sentito in quegli
anni),
la FIAT
dovrà essere in grado d’entrare in quel mercato. Se, invece, si
sceglierà la ferrovia, l’azienda produrrà locomotori. Oppure navi,
aerei: insomma, la visione di Edoardo Agnelli era quella di un’azienda
che era al servizio del paese, mica quella di un gruppo che piegava il
paese ai suoi desideri.
Aprendo
una parentesi, notiamo che questa impostazione fu quella dei grandi
gruppi industriali tedeschi (Krupp,
Blohm & Voss, Thyssen,
ecc) che – nel bene e nel male – seguirono le vicende politiche
della nazione, nazismo compreso, compiendo la loro funzione di
produttori di beni.

Anche
il cugino Giovanni Alberto, che diresse per pochi anni
la Piaggio
, confermava quel modo d’intendere il futuro industriale del paese: il
sindaco comunista di Pontedera dell’epoca, lo ricorda come una persona
con la quale si riusciva sempre a ragionare ed a trovare una soluzione
soddisfacente per tutti, un vero capitano d’industria, ma anche un
sereno e pacato mediatore fra interessi non sempre convergenti.

Non sapremo mai se le riflessioni di Edoardo Agnelli e il comportamento
del cugino avrebbero aperto una nuova stagione nei rapporti fra il
potere politico e gli imprenditori, fra chi deve decidere cosa fare e
chi deve attuarlo: un destino tragico si frappone fra noi e quelle
risposte.

Ma

la FIAT
è a Torino, verrebbe da dire, e mai detto fu più vero.
A Torino regnava incontrastata Sua Maestà Giovanni Agnelli, che oscurò
per decenni anche il fratello Umberto: lo inviò addirittura a Roma, a
fare il senatore, mentre il destino industriale dell’azienda lo
decidevano lui e Romiti. Già, Romiti.

Se ricordiamo la solidità dei modelli FIAT dell’epoca, possiamo
comprendere che non si puntava certo sulla qualità, ma sul risparmio
per accumulare capitali. Il Paese? Il futuro del gruppo industriale? Il
primo era visto come un plebeo parco buoi: acquistate le nostre auto,
altrimenti non trovate i pezzi di ricambio, e quando iniziano a marcire
– quando le carrozzerie “fioriscono” di ruggine come cavolfiori
– metteteci dello stucco. Così s’andava avanti.

Il
Paese, inoltre, era considerato come un’entità informe, da piegare,
dirigere, sostenere o cassare avendo come guida i soli obiettivi del
gruppo FIAT. Memore dei tempi che furono, soltanto pochi anni or sono,
il giovane Lapo si lamentò perché “lo Stato non acquistava solo
prodotti FIAT”.

L’accoppiata Gianni Agnelli-Cesare Romiti fu vincente sotto
l’aspetto finanziario: i due raggranellarono fior di quattrini, per
l’IFI e per gli azionisti, ma non s’accorsero (?) che stavano
scavando la fossa alla parte industriale dell’azienda.

Venne il 1989, e fu rivoluzione.

Per
comprendere la portata del 1989, riflettiamo che il più esperto
Ministro degli Esteri che mai l’Italia abbia avuto – Giulio
Andreotti – prima del fatidico anno, giunse a dire che non avrebbe
puntato il becco di un quattrino sull’unificazione tedesca.

Quel mondo, quelle persone – nate e cresciute nel mondo diviso in
blocchi – non riuscivano nemmeno ad immaginare il cambiamento.
S’aprirono le porte del Paradiso o dell’Inferno, secondo chi era
sottoposto al giudizio di un mercato diventato internazionale, globale,
nel quale chiunque vendeva ed acquistava senza più curarsi di frontiere
e nazioni.

Il
gruppo, in quegli anni, perse importanti collaborazioni ed accordi
(pensiamo alla vicenda SEAT, prima consociata FIAT e poi finita nel
gruppo Volkswagen)
per giungere all’accordo con General
Motors – che doveva
sancire l’ingresso della FIAT nel “salotto buono” dell’industria
automobilistica mondiale – e che terminò con un’ignominiosa
“liquidazione” da parte del gruppo americano. Beccatevi ‘sti soldi
ed andatevene: fate più danni ad esserci che a non esserci.

Insomma,
ci sono tanti modi di far soldi, di fare l’imprenditore, ma non tutti
portano alla buona manutenzione ed alla crescita del pollaio: taluni,
finiscono per vendere tutto al macellaio, chiudere la porta alle loro
spalle ed andarsene. Gli esempi si sprecano: De Benedetti e Olivetti,
Gardini e Montedison, Tanzi,
la Parmalat
e “l’hobby” di falsificare i certificati di credito con uno
scanner.

Non sapremo mai se le risposte di Edoardo Agnelli era puri idealismi
oppure meditate analisi, così come non potremo mai verificare se la
“concordia” sviluppata a Pontedera da Giovanni Alberto sarebbe
migrata senza danni nei tetri corridoi di Corso Marconi.

Di
certo, sappiamo che il giovane Agnelli fu “beccato” a Malindi, in
Kenya, a farsi delle canne o altra roba locale. Che strano, viene da
pensare. Mezzo Parlamento si fa le canne, sniffa e non ne beccano mai
uno: se lo prendono, gli danno un buffetto.

Nell’aria di Roma è presente la cocaina e, stranezza, nessun rampollo
di nobile lignaggio incappa in un pattuglia antidroga. Nei paradisi
delle vacanze, il fior fiore della gioventù italiana si reca per
dedicarsi a sontuosi festini, dove la droga non è certo estranea. Oh,
ne beccassero mai uno!

Se chiamassimo a raccolta i commissari Maigret, Montalbano, Sarti ed
altri famosi inquirenti della tradizione letteraria, sono certo che
sarebbero insospettiti dalla veemenza e della risonanza che ebbe, su
tutti i media dell’epoca, la vicenda di Edoardo Agnelli. Manco fosse
stato il figlio di un impiegato dell’anagrafe.

Probabilmente,
chiederebbero un supplemento d’indagine, seguirebbero qualche pista
legata ai servizi segreti internazionali: Maigret, alla fine,
tormenterebbe la pipa, Sarti si farebbe l’ennesimo caffé e Montalbano,
probabilmente, finirebbe per scrivere su un bigliettino spiegazzato un
indirizzo.

Di chi? Ah, saperlo.

Certo, non depone a favore di un tranquillo tran tran familiare sapere
che Margherita Agnelli – figlia di Giovanni e sorella di Edoardo –
sia ai ferri corti, carte bollate ed avvocati in campo, per questioni
d’eredità con i figli. I quali, guarda a caso, si chiamano Elkann.

Questi
rampolli Elkann, poi, sembrano d’acciaio inossidabile: Edoardo fu
preso a farsi le canne a Malindi, e fu spiaccicato come il peggior
debosciato della Terra su tutti i tabloid dell’epoca. Lapo è stato
preso, colmo di cocaina e quasi in catalessi, in casa di un noto
transessuale, in compagnia di persone che definire “poco affidabili”
è solo un eufemismo: eppure, è già rientrato dello staff FIAT.
Miracoli dei tempi che cambiano? No, qui i miracoli sono altri, solo che
dovremmo chiederlo a Montalbano.

Se, da un lato, troviamo John e Lapo Elkann, dall’altro ci sono il
dottor Fiat e Mr. Luke, ai quali l’azienda è stata affidata in
extremis, prima del definitivo tracollo.

Forte
dell’esperienza maturata in Ferrari, il dottor Fiat ha trovato un buon
amministratore delegato – Marchionne – e si è ricordato che la sua
“guida”, Gianni Agnelli, andava a vedere
la Juventus
insieme a Luciano Lama.

Ha acconsentito alla politica sparagnina di Prodi: si potrà togliere,
forse domani, qualche punticino di tasse, ma in cambio vogliamo la pace
sociale. Insomma, il dottor Fiat vivacchia, s’accontenta di quel che
passa il convento: non ride, ma nemmeno si dispera.

Talvolta riflette, e medita che quelle vecchie idee di Edoardo – una
grande azienda, moderna ed al servizio di un paese avanzato – non
erano poi tanto male, sì, non c’era malaccio. Poi, sospira e se ne
dimentica.

A
volte – nessuno però ne conosce la ragione – s’arrovella e si
tormenta: non sappiamo dove finisca in quelle notti di sofferenza, dove
anneghi i suoi tormenti. Come per magia, alla sua scomparsa, riappare
Mr. Luke.

Costui ha la forza di Ulk e l’arroganza di un vero capopopolo: arringa
le folle imprenditoriali scatenando gli appetiti più viscerali: siano
schiavi! Noi, razza eletta!

Il giorno seguente il dottor Fiat smentisce, riunisce capannelli di
giornalisti per stemperare le follie notturne del suo alter ego, ma il
risultato non è sempre all’altezza delle aspettative
Forse,
la ragione di tanta sofferenza è tutta in quell’antico dilemma: un
gruppo industriale che punta solamente a soddisfare gli azionisti – ma
allora non bisogna mai chiedere soccorso allo Stato, soprattutto quando
le cose vanno male – oppure una collaborazione sugli obiettivi e sui
percorsi da attuare – paritaria, con la verifica dei piani industriali
– con lo Stato e il sindacato?

Vorremmo
fornire alla coppia una risposta univoca, ma ciascuno faccia il suo: chi
scrive, espone soltanto dei fatti e delle idee. Ognuno, poi, ne tragga
le conseguenze.

Di certo, però, in un momento nel quale s’appressano grandi mutamenti
– bisognerà passare, prima o dopo, dai combustibili fossili alle
rinnovabili, dalle auto a benzina a quelle ad idrogeno – una maggior
collaborazione fra lo Stato e le grandi aziende produttrici sarebbe
auspicabile.

In Germania, dove questa tradizione è più viva, sono già riusciti a
compiere il primo giro di boa: là, centinaia di migliaia di persone
lavorano nell’alta tecnologia legata alle rinnovabili.

I
nomi? Alcuni nuovi, come Wuerth o Vestas ma altri sono quelli di sempre,
Siemens, ad esempio. E’ addirittura rinata
la Zeppelin
, quella dei dirigibili, che oggi si chiama Zeppelin
NT
(Neue Technologie),
perché la rivoluzione nei trasporti che porteranno i nuovi modelli
tecnologici potrebbe trovare nicchie di mercato anche per i vecchi
“sigari volanti”, che consumano pochissima energia.

Qualcuno si diverte a dissertare che i “numeri” delle energie
rinnovabili sono ancora troppo esigui per assicurarci il futuro in campo
energetico: in parte è vero. Le stesse persone, però, dovrebbero
riflettere in una prospettiva storica (che non tutti sanno attuare): la
marineria velica continuò ad esistere per quasi un secolo dopo
l’avvento del vapore.

Anche
se l’oggi non è completamente soddisfacente sotto l’aspetto dei
rendimenti energetici ed economici, sappiamo che questi processi, una
volta avviati, conducono a regolari miglioramenti delle tecnologie
utilizzate man mano che scorre il tempo. Finché, un giorno, diventano
economicamente vantaggiosi e tutti richiedono quelle soluzioni.

Domanda: quando ciò avverrà, chi sarà a beneficiarne? Chi avrà alle
spalle decenni di studi e realizzazioni, oppure chi si sarà soltanto
divertito a cassare tutte le ipotesi, senza proporre nulla? Le
“nuove” proposte sarebbero il carbone e il nucleare?

Qualcosa del genere sta già avvenendo:
la Cina
ha ripartito equamente i suoi investimenti in campo energetico fra il
nucleare e l’eolico. Chi sarà a ricevere quei contratti, se quasi
tutte le aziende del comparto eolico sono tedesche e danesi?

E
ritorniamo al nostro dilemma: perché l’imprenditoria italiana piange
miseria, s’arrabbia, ricatta, foraggia e cerca appoggi nel mondo
politico? Queste schizofrenie non servono a niente: sarebbe meglio
stendere dei piani industriali convincenti.

L’indiana Tata produrrà dal prossimo anno auto ad aria compressa,
negli USA si studiano accumulatori d’energia elettrica (batterie) che
funzionano con reazioni biologiche al posto delle tradizionali pile
chimiche, per ovvi e convincenti vantaggi di rendimento, e soprattutto,
ecologici.

Tutto
il mondo della trazione ad idrogeno è da esplorare: dalla captazione
d’energia alla trasformazione, per giungere alla distribuzione ed
all’utilizzo. BMW ed Honda sono già un passo avanti rispetto agli
altri.

Sull’energia, ci sono settori ancora poco studiati: la geotermia –
in Islanda hanno iniziato lo sfruttamento delle caldere dei vulcani, non
dei soli geyser – oppure le correnti sottomarine. Inglesi e norvegesi
hanno affondato degli aerogeneratori modificati per sfruttare i passaggi
obbligati, dove la corrente marina è più forte, ma siamo ai primordi,
e chi trovasse valide soluzioni in quel campo assicurerebbe al suo paese
consistenti contratti e ricadute tecnologiche.

E’ mai possibile che nessuna azienda italiana sia presente in questi
settori? Nemmeno una produzione su licenza? In Austria, esistono oramai
consorzi ed associazioni che promuovono il “fai da te” per la
costruzione dei collettori solari (acqua calda)! In Italia, il nulla.

Ci
piacerebbe sognare una nuova Italia, dove lo classe politica sapesse
indicare le direttive da seguire e l’imprenditoria facesse il suo
mestiere, ovvero produrre ciò che serve, privilegiando la qualità
sulla quantità. Forse, era il sogno di quel ragazzo che si gettò da un
cavalcavia autostradale – difficile affermarlo con certezza, forse si
trattò solo di un sogno di mezza estate – ma, anche se così fosse,
sarebbe l’unico sogno che ci condurrebbe fuori dalle peste, e che
farebbe sparire finalmente i pessimi incubi, quelli di Mr. Luke.

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__mutamenti_climatici.php?id_wish=10678

Carlo
Bertani
[email protected]

www.carlobertani.it
03.07.2007

Pubblicato da Davide