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L'INVINCIBILITA' DEL NEOCAPITALISMO

DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it

La sopraggiunta incapacità di suscitare le forze produttive, la caduta tendenziale (e inarrestabile) del saggio medio di profitto, la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro che diventano incompatibili con l’involucro capitalistico (e lo “sfondano”), lo spettro incombente del sottoconsumo nonostante la crescita demografica, per molti anni hanno alimentato le speranze di coloro che attendevano la fine del capitalismo e la liberazione dell’uomo. Le teorie del crollo del capitalismo, da Rosa Luxemburg a Paul Sweezy, da Vladimir Lenin a Henryk Grossman, hanno tenuto banco per decenni ed hanno avuto in qualche modo origine, come molte altre teorie del passato e l’intero corpus teorico marxista-engelsiano, dall’opera originale e dal pensiero di Karl Marx.

Per quanto riguarda Grossman, ricordiamo brevemente, in questo accenno al crollismo novecentesco, la notissima opera dal titolo esplicito La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, la cui pubblicazione ha preceduto di poco il disastroso crollo del ’29 e la successiva, disastrosa depressione conclusasi con il secondo conflitto mondiale, suscitando per questo un grande interesse.

Se l’”incubo” permanente dei capitalisti borghesi – e la maggiore minaccia per la tenuta del sistema – era rappresentato da un livello del saggio medio di profitto in costante discesa, Grossman ha analizzato a fondo la situazione, oltre Marx, individuando un insieme di forze, dei gruppi sociali, definibili secondo una certa ottica “parassitari” – fra i quali spiccavano commercianti, professionisti, domestici, e persino i preti – che consumavano senza produrre, riducendo inesorabilmente e sistematicamente il profitto capitalistico di natura produttiva.
Il prevalere degli “improduttivi”, consumatori ma non produttori negli spazi della fabbrica, avrebbe contribuito a far cadere i profitti, fino alle estreme conseguenze?

Così non è stato, ed anzi, le società capitaliste più “avanzate”, in cui tendevano a prevalere i “colletti bianchi” sugli operai e sui proletari, il ceto medio sul tradizionale proletariato di fabbrica, hanno conosciuto qualche decennio di espansione e di gloria.

Non parliamo poi della rilevanza economica, politica e sociale che ha avuto la grande storica querelle riguardante sottoconsumo e sovrapproduzione, insufficienza dei salari e scarsità di domanda, capaci di pregiudicare la crescita capitalistica tradizionalmente intesa, una querelle che ha attraversato buona parte del novecento, impegnando marxisti, keynesiani, monetaristi e liberisti, e che continua, nonostante si sia già consumata la sconfitta di marxisti e keynesiani, anche all’inizio del ventunesimo secolo.

Ma il sistema capitalista, lungi dal collassare definitivamente e aprire la strada al nuovo, lungi dal preludere alla sequenza finale socialismo – comunismo, quale definitivo approdo dell’umanità, è mutato “geneticamente”, diventando altro da sé ed imponendo, dopo il collasso sovietico, la legge neoliberista globalizzante in ogni angolo del mondo.

Oggi che il capitalismo è mutato di forma ed è qualitativamente cambiato, rispetto a ciò che era all’epoca di Marx, ed anche ai tempi di Lenin, Luxemburg, Grossman e Sweezy, fino al punto che possiamo considerare il neocapitalismo un nuovo modo storico di produzione sociale, discutere del crollo imminente del capitalismo senza che vi siano scricchiolii decisivi, mentre si susseguono le crisi neocapitalistiche lambendo aree geopolitiche vaste e interi continenti, ricorda un poco la condizione degli avventisti nordamericani ottocenteschi i quali, aspettando la fine del mondo fissata alla tal data e per la tal ora (ad esempio, per il 22 ottobre 1844), si riunivano in preghiera su una collina, e poi, constatato con sorpresa che l’ora era arrivata e il mondo era ancora lì, e che non vi sarebbe stato (ancora per un po’) un nuovo avvento e l’inizio dell’atteso regno dei giusti, se ne andavano scornati e delusi.

Se il capitalismo del secondo millennio, a parere di Marx, era retto da due soli, ma fondamentali pilastri – i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive – essendo tutto il resto definibile sovrastruttura, il neocapitalismo finanziarizzato dell’era della globalizzazione può contare su molti pilastri che lo sostengono, ed uno di questi è rappresentato proprio dalla crisi strutturale.

Elenchiamoli tutti, gli elementi strutturali neocapitalistici, in un ordine cronologico, per avere un’idea un po’ più precisa della situazione, delle grandi differenze fra il capitalismo di Marx e quello attuale: [1] rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive (riuniti in uno perché lo sviluppo delle forze dipende strettamente dai rapporti di produzione in essere), [2] l’ideologia di legittimazione sistemica (l’economia liberista e mercatista non è scienza, ma ideologia e come tale ha la funzione di legittimare il sistema), [3] manipolazione antropologica e culturale dell’uomo (delle classi dominate, in particolare) attuata su vasta scala (utilizzando, a tale scopo, sia la precarietà lavorativa sia la potenza dei media), [4] creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica, che contiene in sé la “classica”, marxiana estorsione del plusvalore dal lavoro nella fabbrica, [5] crisi come assetto strutturale neocapitalistico, e perciò destinata a mutare di forma e di aspetto, ad aggredire paesi e mercati nuovi, ma non a scomparire nei tempi futuri.

Sfuggendo alla trappola dell’economicismo, che esalta gli aspetti economico-finanziari e trascura il resto, comprendiamo che i punti di forza neocapitalistici (i pilastri sui quali si regge l’intera costruzione) sono di varia natura e origine, ed accanto a quelli economico-finanziari, come ad esempio la creazione del valore finanziaria che subordina l’estorsione del plusvalore nelle produzioni industriali, vi sono l’ideologia di legittimazione (rivolta soprattutto a favorire l’integrazione di colti e semicolti), elemento strutturale e non sovrastrutturale come credeva il grande Marx, e la fondamentale manipolazione antropologico-culturale delle masse, per adattare l’uomo alla precarietà, spegnere sul nascere le tensioni sociali e impedire la diffusione di un vero antagonismo.

Oggi sappiamo che crisi non significa imminenza del crollo, fine del capitalismo, svolta della storia, ma semplicemente che è in atto un ennesimo esproprio di risorse per velocizzare la creazione del valore, per modificare gli assetti sociali, per comprimere ancor di più i redditi da lavoro e per ridurre al lumicino la sovranità degli stati nazionali.

La stessa lotta di classe è ormai uno strumento in mani neocapitalistiche, utilizzato durante le crisi dalla classe globale dominante, allo scopo di orientare nel senso voluto gli assetti sociali e politici di interi paesi e di aree geopolitiche importanti.

I tagli alla sanità pubblica, nei paesi del welfare “avanzato”, significheranno vita media in discesa e morte per soggetti deboli, marginali, senza reddito e malati, e rappresenterà una strada praticabile (ma non la sola) per ridurre i numeri di una forza-lavoro in eccesso, esuberante rispetto alle esigenze del nuovo capitalismo.
La promozione sociale e il miglioramento delle condizioni materiali di vita delle popolazioni (delle classi subalterne largamente maggioritarie), rappresentano un ostacolo per questo capitalismo, e non più una via per sostenersi, creare consenso intorno a sé e fagocitare intere generazioni di subordinati, come accadeva nello scorso secolo, nei tre decenni che seguirono il secondo conflitto mondiale.

La droga semilegalizzata dal lato del consumo e il gioco d’azzardo legalizzato capillarmente diffuso (ambedue molto presenti in Italia, purtroppo), al di là degli ovvi risvolti di natura economica, sono strumenti di dominazione efficaci per controllare le masse-pauper, fiaccarne la resistenza e ridurne il numero (attraverso l’uso prolungato e l’abuso di droghe, spesso letali).

Sia la ludopatia sia la ketamina, o peggio, la nuova devastante droga krokodil “low cost” che viene dalla Russia e che mangia letteralmente le carni degli sventurati consumatori, sono utili per comprimere negli spazi neocapitalistici milioni di dominati, privandoli progressivamente della possibilità di critica al sistema e della loro stessa dignità personale.

Economia formalmente criminale (droga, armi, schiavi, traffico di organi umani) ed economia legale procedono appaiate, e il referente ultimo è sempre lo strato più alto della classe dominante, l’Aristocrazia globale o Strategic global class.

I continui tagli ai redditi da lavoro e alle pensioni, combinati con la diffusione del lavoro precario, oltre ad avere benefici effetti sui profitti che alimentano, in posizione subordinata, la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica, sostituiscono progressivamente il profilo neocapitalistico del precario-escluso, aderente alle dinamiche neocapitalistiche, a quello “tradizionale” del produttore-consumatore, caratteristico del capitalismo del secondo millennio.

La merce, il lavoro, la fabbrica hanno ancora importanza e sono imprescindibili, ma il nuovo capitalismo ha trovato altre strade per incrementare più rapidamente il capitale, e con lui il potere della nuova classe dominante globale.

E’ ancor vero e verificabile ciò che ha affermato Karl Marx nell’ottocento, e cioè che lo scopo del capitalismo non è tanto la produzione di merci, ma l’incremento senza fine dei capitali investiti attraverso plusvalore e profitto, ed è altrettanto vero ciò che ha scritto Max Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo, se lo scopo perseguito dai dominanti è l’incremento del profitto e non la “salvezza dell’anima”, ma le differenze fra questo capitalismo e quello dello scorso millennio, sul quale si concentravano le speranze crolliste di comunisti, antagonisti e rivoluzionari, sono invero notevoli.

In primo luogo, lo “spirito del capitalismo”, sciolto ogni vincolo di natura politica, religiosa, comunitaria ed etica che lo imbrigliava, è libero come mai fu nei due secoli precedenti, di aleggiare incontrastato su tutte le società umane, riconfigurandole brutalmente e rapidamente secondo le sue esigenze riproduttive.

In secondo luogo, la complessità strutturale neocapitalistica rende la costruzione sistemica più solida, retta dai cinque pilastri fondamentali prima elencati, e consente una riproduzione più agevole, rendendo improbabili scossoni insurrezionali (o addirittura rivoluzionari) e non necessarie le “concessioni” politiche e di reddito ai dominati che riducono i profitti e il potere della classe superiore.

In terzo luogo, la nuova classe dominante globale, a partire dall’Aristocrazia finanziaria fino ad arrivare allo strato “lower” della classe, è culturalmente diversa dalla vecchia borghesia proprietaria, e non corre il rischio di fare pericolose e destabilizzanti concessioni – anticapitalistiche, antagonistiche, critiche – alla coscienza infelice che animava parte della borghesia.

Se borghesia e capitalismo hanno proceduto appaiati per un paio di secoli, il capitalismo ha mostrato, con il cambio di evo dal secondo al terzo millennio, di poter fare a meno della borghesia, nella sua veste rinnovata di nuovo modo storico di produzione, “plasmando” una classe dominante cinica, apolide, deterritorializzata, completamente aderente alle sue dinamiche.

La metamorfosi dell’ordine sociale che il neocapitalismo ha innescato riguarda, ovviamente, non soltanto i dominanti, ma il fondo della piramide sociale.

E’ in corso la formazione della classe povera del futuro, espropriata sia delle risorse materiali che consentono l’emancipazione sia della coscienza politico-sociale, del solidarismo e della lotta di classe, ed è per tale motivo che l’impressionante “passività sociale” riscontrabile in occidente e nell’Europa eurounionista (non solo in Italia) consente all’Aristocrazia globalistico-finanziaria dominante di perseguire, in tutta tranquillità, i suoi obiettivi di trasformazione delle società umane.

Ingegneria sociale (formazione della Pauper class e dissoluzione dell’ordine sociale precedente) e ingegneria politica procedono appaiate nella realizzazione del progetto demiurgico neocapitalistico.

L’autentica invasione degli spazi politici, in cui i dominati, quando erano proletari o appartenenti al ceto medio, avevano ancora qualche accesso e qualche peso, ha consentito di stabilire nuove forme di governo nate nell’alveo degenerativo della liberaldemcrazia occidentale, come la dittatura indiretta della classe globale che utilizza, per “regnare” sui vecchi stati nazionali colonizzati, governi “tecnici” non eletti (Mario Monti in Italia e fino al 16 maggio 2012 Lucas Papademos in Grecia), o governi “politici” di natura elettiva (insediatisi grazie a elezioni pilotate e manipolate, ponendo sotto ricatto la popolazione, come l’attuale governo greco di Antonis Samaras), ma completamente subordinati, per quanto riguarda le politiche e le scelte strategiche, agli interessi globalisti (e così sarà, probabilmente, anche in Italia, dopo Monti).

La riduzione degli spazi di (autentica) alternativa politica e l’atomizzazione sociale hanno avuto un’enorme importanza, per l’affermazione del nuovo capitalismo, poiché in questo modo i nemici sono stati uccisi “nella culla”, o addirittura ancora prima, provocando aborti.

Già queste poche righe dovrebbero far comprendere che c’è il rischio, per i pochi che veramente si oppongo al sistema, di cadere nello sconforto più totale, e di considerare invincibile il neocapitalismo, generatore di crisi continue (dal terziario avanzato ai sub-prime, dal debito pubblico degli stati ai prossimi, futuri attacchi a nuovi mercati) di crescenti squilibri sociali e distruzioni ambientali, di de-emancipazione di massa e di nuova schiavitù del lavoro (con conseguente e capillare diffusione, nel mondo del lavoro e nella società, del profilo di neoschiavo precario).

C’è poi la novità che le riforme concepite all’interno del sistema per preservarlo cambiandolo (e non fuori e contro il sistema stesso), della portata di quella keynesiana che ha cambiato il volto del capitalismo del secondo millennio, oggi non sono più possibili, e che, quindi, la via riformista (responsabilità sociale dell’impresa, capitalismo sociale di mercato, patrimoniale sui ricchi, tassazione delle transazioni finanziarie, rinnovamento dell’unione europoide con la nascita di veri “stati uniti d’Europa) costituiscono soltanto vuote e vaghe formule che servono ad ingannare la popolazione, altrettanti imbrogli, praticati senza pudore da una sinistra, in certi casi ex comunista ed ex filo-sovietica, attualmente miglior servo politico del neoliberismo, esattamente come quella italiana del Pd che sostiene Monti, od anche come quella che ha sostenuto Hollande contro Sarközy in Francia.

L’attuale riformismo, millantato da una sinistra al servizio delle Aristocrazie globali, si configura come un nuovo strumento (in tal caso politico e sociale) di dominazione neocapitalistica, e costituisce, nella realtà, un supporto sistemico che “tiene lontane le masse”, illudendole, dalla tanto esecrata Rivoluzione (della quale si è proclamata frettolosamente la morte, dopo il collasso sovietico) e dai temuti avventurismi “populistici” (nella lunga involuzione da Peron a Berlusconi).

Se la via rivoluzionaria oggi non sembra praticabile, per l’indisponibilità totale delle masse, idiotizzate, pauperizzate, neutralizzate politicamente, per l’assoluta scarsità di forze antagoniste, ed anche la via riformista non è più praticabile, trattandosi di un inganno utile soltanto per favorire la tenuta sistemica, si può concludere che il neocapitalismo è veramente invincibile e sarà destinato a reggere nei secoli, riconfigurando a suo talento l’ordine sociale e le società umane in occidente, in Europa e nel mondo intero?

L’invincibilità, in tal caso, significherà veramente, per la prima volta nella storia umana, la fine della storia?

Personalmente non lo credo, anche se tutto sembra confermarlo, anche se la potenza sistemica è tale, oggidì, da consentire alla classe dominante di prevenire (non soltanto reprimere a posteriori, come in passato) ogni accenno di rivolta e di alternativa.

Non credo nell’invincibilità e nella quasi eternità del nuovo capitalismo (per quanto molto più “corazzato” del capitalismo che storicamente lo ha preceduto, generandolo dalle sue “rovine” sociali, culturali e politiche) perché i principali punti deboli, che si riveleranno entro il prossimo decennio, se non già entro questo tormentato decennio di cambiamenti e crisi, sono sostanzialmente tre:

1) L’impossibilità di spingere oltre un certo limite, accelerandola come sta avvenendo ora, la compressione materiale e psicologica dei dominati, senza dover far fronte a caos, rivolte, destabilizzazione dei centri neocapitalistici di sub-potere nazionale e insurrezioni diffuse.

2) La finitezza delle risorse naturali che si scontra drammaticamente con l’illimitatezza capitalistica, destinata a raggiungere il suo picco con l’affermazione del nuovo capitalismo finanziarizzato del secondo millennio.

3) La presa di coscienza della nuova classe dominata, la Pauper class, con conseguente “risveglio del Conflitto”, quando il processo di costituzione sarà in una fase un po’ avanzata e l’ordine sociale precedente un po’ più vicino alla sua definitiva scomparsa.

Queste tre valide ragioni, che mettono in discussione la supposta invincibilità neocapitalistica, da sole ci fanno comprendere che nei prossimi anni vivremo “tempi interessanti”, di cambiamento repentino e imprevedibile, di mutamento dei rapporti di forza fra dominanti e dominati, e forse di rovesciamento degli stessi, e soprattutto che la storia non è scritta, non è destinata a fermarsi come un orologio le cui lancette improvvisamente si immobilizzano perché si sono esaurite le batterie.

La “fine della storia” non si raggiungerà sotto le bandiere neocapitalistiche, così come non si è raggiunta sotto le bandiere comuniste.

Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it
Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2012/08/31/l-invincibilita-del-neocapitalismo-di-eugenio-orso.html
31.08.2012

Pubblicato da Davide

  • Truman

    Molte ottime osservazioni, ma anche diverse carenze.

    Certo Marx non aveva indovinato l’evoluzione attuale del capitalismo, e nemmeno i suoi seguaci.

    Certo, il capitalismo non è più quello di una volta.
    Ma dire che appare invincibile mi appare decisamente eccessivo. Io vedo un capitalismo che barcolla come un ubriaco cronico, quasi tendente al delirium tremens, vedo mezze calzette in posizione di enorme potere, che blaterano discorsi senza senso, a cui non crede certamente il popolo, ma anche loro danno l’impressione di faticare nel raccontare solenni stronzate.
    Certo, sono pericolosi, anzi possono ancora fare gravi danni, ma invincibili no.

    Andando nel merito, forse non era il marxismo, almeno quello ortodosso, la migliore chiave per capire lo splatter-capitalismus di oggi (il termine è di Bifo). Il capitalismo sta crollando per una richiusura del sistema mondo. Per lungo tempo il capitalismo è andato avanti esportando i suoi rifiuti nei paesi poco visibili, quelli che chiamava “terzo mondo”. Ma la tecnica di oggi ha rinchiuso il mondo ed ha fottuto il capitalismo, che sta mangiando se stesso e la propria merda.
    E’ un capitalismo cannibale che cerca di bastonare i greci e fa crollare Wall Street e Londra.

    Navigano a vista sperando di inventare qualche balla nuova domani, nel frattempo ripetono i soliti mantra putrefatti: il PIL, lo sviluppo, lo spread, lo spread, lo spread, lo spread (si, spesso il disco s’incanta).

    E qui compare un errore colossale di chi pensa di combattere questi ubriachi cannibali con la teoria marxista. Marx è invece sotto molti aspetti uno dei massimi apologeti del capitalismo, la sua opera principale spesso fa apologia del capitalismo come fase nuova rispetto al mondo feudale, sbaglia la previsione sulla dittatura del proletariato ed insiste a vedere l’economia come struttura, mentre religione, etica, filosofia sono sovrastruttura.
    A questo errore si somma una visione internazionalista che tende a dissolvere le identità nazionali.
    Eppure la crisi di oggi dimostra che nel mondo c’è ben più dell’economia e che la realtà si vendica su chi privilegia l’economia (la scienza dei mezzi) sulle discipline che studiano i fini da raggiungere (politica, etica, filosofia).

    No, non sarà la dittatura del proletariato che ci salverà e nemmeno la rivoluzione, ma comprendendo (e qui il materialismo dialettico aiuta) la complessità del mondo reale e la necessità di elaborare collettivamente i problemi reali, trovando soluzioni a misura d’uomo e combattendo per tali obiettivi, molto si può fare.

  • ilsanto

    Sei troppo colto e direi un inguaribile ottimista il che ti fà commettere un errore madornale.
    Il “sistema” ha vinto nel 1989 quando l’URSS è crollata.
    Libero da questo vincolo ha potuto dedicarsi alla omologazione del mondo e qualcuno scrisse “La fine della storia” giustamente.
    Libero dagli stati nazionali (la globalizzazione) onnipotente grazie ad internet ed alla tecnologia, finanziarizzato diventa virtuale imprendibile invincibile.
    Gli stati contano meno di niente e la politica assurge al ruolo di commesso viaggiatore ben sapendo che vivono solo nella misura della loro compromissione totale al capitale e li aiutano grati di far parte ancora di chi ha un tenore di vita buono o ottimo.
    I motivi che porti a favore di un futuro diverso sono solo povere illusioni.
    Chi nasce sull’asfalto delle metropoli senza terra ha nel danaro il suo unico sostentamento e ne diviene schiavo e per cento euro venderebbe la madre e lo vedi da solo ( esiste persino il commercio di organi roba da film dell’orrore ).
    Quindi gli puoi ridurre lo stipendio come vuoi sempre ti starà attaccato come il bimbo alla mammella e come vedi nessuno si ribella neanche in Italia neanche in grecia neanche nel terzo mondo lentamente moriranno di fame in silenzio.
    Oggi lo sai sono almeno due o tre miliardi forse di più.
    Proprio la fine delle risorse fa si che il grande capitale sia determinato come mai a stringere il numero degli indispensabili al funzionamento del “sistema” espellendo gli altri che ingrossano le file dei senza speranza di chi non cerca neanche più un lavoro(così non consumano le preziose risorse).
    La foxcon con un milione o milione e mezzo di dipendenti stufa degli scandali degli operai che si suicidano per le condizioni da lager in cui lavorano sai che ha detto ? poveri operai vi do un aumento, vi riduco un po il lavoro ? no caro mio ha detto io vi sostituisco con dei robot cosi non rompete più le palle.
    Non hai capito che hai a che fare con dei pescecani?
    Non hai capito che la gente è paralizzata dalla paura?
    Non hai capito che il livello delle multinazionali è lontano anni luce dal comune cittadino ?
    Non hai capito che non c’è più un appiglio un sindacato uno sciopero una ideologia una politica ( meno ancora un politico ) una chiesa un’etica un voto ? nulla di nulla di nulla
    E se anche arrivasse il momento tanto sperato con chi te la prendi ?
    e come la metti con la polizia con gli elicotteri che ti controllano dall’alto , con l’esercito (non è più quello popolare ora sono professionisti ) e con la sesta flotta e con i droni ?
    non potresti usare neanche i cellulari (ti rintracciano subito)
    cosa usi i pizzini, e li prendi a pernacchie ?

  • Giovina

    Concordo in toto con cio’ che ha commentato Truman.

  • Tanita

    Anch’io.

  • Tanita

    Esiste anche il commercio di persone. Di bambini.
    Sostanzialmente non é cambiato molto da milenni oltre che la caratteristica e la tecnologia a disposizione (nonché l’organizzazione) dei dominatori.
    Ció nonostante, certi Stati contano ancora. Noi, d’altra parte, li superiamo straordinariamente in numero. Io direi che qualche possibilitá c’é. Non mi rassegno (d’altra parte loro contano sulla nostra rassegnazione; meglio non garantirgliela).

  • geopardy

    Trattano l’uomo come fosse soltanto materia.

    La materia ingombra, quando non serve più diviene rifiuto e se non si riesce a riciclarla (neanche attraverso la natura), la devi accumulare ma non riesci a resitere dalla puzza) o bruciare.

    Non è facile bruciare materia pensante, qualcuno ci ha provato in passato, ma gli è andata male.

    Gli esuberi, quando diventano tantissimi, formano una nuova massa destabilizzante, allora cerchi di spedirli a morire a milioni in qualche guerra, ma non basta più, dovresti farne morire miliardi, ma non ti riuscirà, perchè l’uomo non è solo materia e riesce persino a sconvolgere i limiti stabiliti dalla matematica se vuole.

    Avvicinandosi al limite enorme degli esuberi che sta producendo questo sistema, il mondo comincerà a far muovere di nuovo la storia, tutto l’universo è in continua trasformazione e niente può fermarlo, certamente non il capitalismo, che si sta rivelando essere la più grossa inefficienza distributiva mai concepita in relazione alla quantità di esseri umani.

    Quando si raggiunge la massa critica a livello cosmico, si innesca sempre un cambiamento.

    Il passaggio di ricchezza da una parte all’altra del sistema, sia in velocità che in quantità, è troppo elevato e se si fa un paragone con un circuito elettrico, quando la differenza di potenziale è troppo elelvata, si deve avere cavi estremamente potenti, specialmente se deve trasportare un carico crescente, altrimenti si va in cortocircuito.

    In questo modo, probabilmente, finirà l’illusione del materialismo totale.

    Ciao

    Geo

  • ilsanto

    Scusa era uno sfogo ma veramente è difficile vedere uno spiraglio,
    purtroppo io vedo un certo numero di ricchi liberi da ogni vincolo che fanno quello che vogliono e stati francamente proni al loro volere, poco tempo fa invocando una patrimoniale i nostri governanti glissavano e a domande stringenti hanno risposto che non si poteva fare altrimenti i capitali scappavano ! una ammissione di impotenza totale.
    Quindi il mondo è totalmente aperto i capitali volteggiano e noi restiamo inchiodati qua, penso che ti sia noto che il futuro presidente USA ha candidamente ammesso che sui suoi redditi milionari paga il 14% di tasse
    e che un grande miliardario ha detto che la sua segretaria paga più tasse di lui etc etc.
    Si siamo in tanti forse il 99% forse di più ma non sappiamo cosa fare non siamo allenati siamo stati impiegati per decenni e non sappiamo muoverci in questo mondo nuovo non c’è una sola organizzazione valida che possa supportare il cambiamento e così finirà con una grande guerra di sterminio poi forse i sopravvisuti …………