L’inverno della nostra miseria

L’inverno della nostra miseria
Illustrazione di Emiliano Ponzi

Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org

Divagazioni intorno a “Le non-cose” di Byung-Chul Han (1)

Arriva Settembre. E già alcuni ex funzionari di istituti bancari, tolti da più serie occupazioni e rassegnatisi ad accettare le alte cariche degli Stati, secondo una transizione consueta che i cittadini europei accolgono col sollievo di chi si sente tratto finalmente in salvo nel porto del loro efficiente e disinvolto realismo, del loro tono asciutto e pacato da esecutori testamentari, profetizzano che l’inverno è imminente e, con esso, l’arrivo della fine del nostro benessere e di ogni trista abitudine a quello connesso.

Colpevoli dei languidi e solitari vagabondaggi, la domenica, nei centri commerciali; degli altri vagabondaggi, lungo reti virtuali, in cui scopriamo di avere più bramosie e perversioni di quanto pensassimo; dei nostri appartamenti, caldi, illuminati e con l’acqua corrente; colpevoli, in una parola, di essere dei consumatori privi di qualsiasi giustificazione nell’universale equilibrio tra gli esseri viventi, senza scopo né utilità, accettiamo con gratitudine quel richiamo. Ci sentiamo un increscioso difetto della natura e per questo siamo pronti a piegarci ai nuovi sacrifici, per lavarci della nostra colpa.

Ecco prepararsi, per questo inverno, una nuova ondata penitenziale, con tanto di flagellanti televisivi, che attraverserà nuovamente l’Europa e, forse, qualche altra zona del mondo: rassegniamoci quindi a vestire meritatamente gli abiti della povertà.

Anche se impoveriti lo siamo ormai da molto tempo, ma in un senso non quantificabile, ovvero spirituale, e perciò in un modo perfettamente invisibile ai più.

Per capire come siamo diventati ciò che siamo bisogna riconoscere con franchezza dove abita ormai il nostro cuore, ovvero a quale prezioso tesoro sia più legato. Lo smartphone è l’oggetto che con più attenzione teniamo nelle nostre mani, che con più passione stringiamo al nostro corpo, con più apprensione cerchiamo, quando per poco ce ne separiamo. Nel libro “Le non cose” di Byung-Chul Han lo smartphone, purtroppo, assurge al grado di prototipo della non-cosa (2): è la non-cosa per eccellenza. Per il filosofo una cosa, per essere tale, dev’essere dotata di una esistenza che si sottragga alla nostra presa, che si opponga a noi in modo inquietante: di un’esistenza che in buona parte sia avvolta dal mistero, come l’austero e cupo mobilio di una vecchia casa. Odradek, un rocchetto a forma di stella, che si muove su stecchini che sembrano gambe, è il rappresentante per eccellenza di ciò che si intende per una “cosa”. Compare nel racconto di Kafka “La preoccupazione di un padre di famiglia”. È inafferrabile. È sfuggente e preferisce sostare negli interstizi. Il suo “insieme appare bensì privo di senso, ma, a suo modo, completo”. Odradek è l’espressione dell’ostinata alterità delle cose, che ci costringono al confronto, alla ricerca, e che ci espongono al disagio della loro presenza.

Uno smartphone non è una “cosa”, nel senso sopra descritto: la sua forma piatta e liscia, completamente anonima e nuda, esprime piuttosto lo status di non-cosa. Noi stiamo sempre nei pressi dei nostri smartphone, ed essi trasformano per noi il mondo in un flusso continuo di informazioni. Lo smartphone è un infoma che allontana da noi la realtà, avvolgendola dentro un sudario di informazioni.

Lo smartphone è l’oggetto che più di ogni altro ci ha privato di quei bei concetti e di quei luminosi ideali che hanno guidato le battaglie degli uomini vissuti in Europa nei tre secoli trascorsi. Sembra un paradosso che proprio il nostro tempo, in cui i principi morali dell’altruismo e della tolleranza universali presiedono come gendarmi ogni nostro discorso e ogni nostra espressione artistica, abbia ridotto a fantasmi i concetti più alti della nostra esistenza. Grazie ai quali una volta ci si poteva considerare dei cittadini dotati di diritti o semplicemente degli esseri umani.

La verità e l’oggettività sono ormai definitivamente sorpassate. Questo è evidente. Viviamo nell’acquario della rappresentazione iper-reale, nel quale la realtà si può produrre, ma come un precipitato, un residuo arcaico del pensiero, un’abitudine dura a morire.

Anche il concetto di identità non sembra più descrivere nulla. Il non-oggetto che stringiamo in mano non ci pone di fronte nessuna alterità. Quell’alterità, di fronte al cui sguardo noi possiamo acquisire consistenza, dal momento che per essere qualcosa abbiamo bisogno di qualcuno che si accorga di noi, che si rivolga a noi e ci chieda conto di chi siamo. I flussi di informazione che ci raggiungono incessantemente ci fanno vivere nella prevedibilità di ciò che ci aspettiamo e desideriamo. Descrivono semplicemente noi a noi stessi. O piuttosto, ci descrivono anticipatamente a noi stessi, ci instradano verso la corretta definizione di ciò che siamo, perché pretendono di conoscerci meglio di quanto noi ci conosciamo. E in questa pretesa, finiscono per aver ragione. Ci riempiono continuamente di quella parvenza di noi stessi che viene fuori dalla somma delle nostre scelte compiute, completamente gratuite, e dei desideri che devono ancora sbocciare, sempre più condizionabili. Le nostre identità sono come infiniti vegetali coltivati nella serra della rete digitale: tutti uguali e senza alcuna identità.

Il dito, che scivola sulla superficie piatta e liscia, sceglie tra le possibilità infinite offerte ad uno sguardo eccitato e onnivoro. Ed in questa infinità naufraga un altro bel principio etico: la libertà. Perché il dito che sceglie tra opzioni prestabilite, consentite da qualcun altro, non è la mano che afferra, che trasforma e che crea qualcosa di nuovo. A riprova di questa mutazione, provate a chiedere oggi a qualunque ragazzo che cosa sia per lui la libertà. Dopo una brevissima esitazione, vi risponderà ripetendo quello che a lui sembra ormai universalmente accettato: la libertà è poter scegliere il proprio orientamento sessuale. Non creare un mondo nuovo, o una società nuova e più giusta. Semplicemente, avere una possibilità di scelta discretamente ampia, possibilmente non gravata da pregiudizi.

Le cose non stanno che a ricordare”, scriveva un triste poeta passato di moda, Vincenzo Cardarelli. Solo quando le sentiamo ricordare la nostra esistenza, possiamo dire che le cose ci appartengono, che sono nostre. La proprietà di una cosa dipende da quanto essa sia l’immobile testimone della nostra memoria. Quelle che invece ci offre uno smartphone sono esperienze, sempre nuove. Ma queste esperienze non sono un nostro possesso, perché appunto ci vengono offerte. Inoltre, sono estranee a qualunque memoria personale, perché la novità continua è l’esatto opposto della memoria, del ricordare. Tutto sfugge nel flusso ininterrotto del nuovo. Assieme all’identità, se ne va via il senso del possesso, della proprietà delle cose. Forse, anche il diritto ad avere una proprietà!

La nostra è un’epoca in cui le fantasie transumaniste, fiorite nelle menti degli illuminati frequentatori di circoli massonici, adesso hanno forse qualche possibilità di trasformarsi in realtà, dal momento che sono crollati sia il prestigio dello Stato che quello della politica, le uniche cose che potevano fare loro da argine. Tuttavia, la cosa più tragica non è tanto il fatto che qualcuno possa desiderare un futuro di quel tipo, popolato di esseri che superano le proprie angustie umane per innalzarsi verso la natura della macchina, quanto il fatto che oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, non è più possibile immaginare alcun futuro.

Il segno più lacerante della nostra miseria è l’impossibilità di rivolgerci ad un futuro, di pensare un destino per l’umanità. Ciò che ha intuito Giorgio Agamben, a proposito della condizione in cui si trova oggi la parola poetica.

“La parola [dei poeti] deve ora fare i conti con un’assenza di destinatario non episodica, ma per così dire costitutiva. Essa è senza destinario, cioè senza destino. Ciò si può anche esprimere dicendo, come si fa da più parti, che l’umanità – o almeno quella parte di essa più ricca e potente – è giunta alla fine della sua storia". (3)

Tuttavia, dei dubbi sulla possibilità stessa di un futuro li nutrono non solo i poeti, ma anche quelle persone, molto poche per la verità, che hanno avuto il coraggio di voler comprendere e di vedere come questi due anni siano stati davvero il capolinea della nostra storia. Quando tutte le autorità religiose, tutte le autorità politiche, tutti i mezzi di informazione, tutte le istituzioni mediche, tutte le istituzioni educative sostengono all’unisono che per sconfiggere un’infezione, per la quale erano già disponibili cure efficaci e la cui bassa letalità è stata gonfiata ad arte con protocolli fallaci, dati falsati e terrorismo giornalistico, occorreva iniettare dei farmaci sperimentali, prodotti dalle più grandi e potenti aziende farmaceutiche del mondo, ma potenzialmente dannosi, nel braccio di bambini e adolescenti. Quando il mondo lasciato dai confinamenti forzati, disseminato di piccole e medie imprese distrutte, segnato dall’aumento della povertà, dall’abbassamento del costo del lavoro, possiede ancora pochi ricchi divenuti nel frattempo ancora più ricchi. Quando quasi tutto il denaro del mondo è nelle mani di tre sole società d’investimento, il cui unico scopo è quello di tutelare gli interessi degli investitori, a qualunque costo umano, anche con l’invenzione di una pandemia che possa consentire alle banche di iniettare nuovo denaro nei traballanti mercati finanziari, come sospetta Fabio Vighi (4).

Per loro, ogni piega della nostra vita sociale, dall’acquisto di un prodotto, al pagamento di una bolletta, all’invio di un messaggio, ad un film visto in televisione, si è trasformata in qualcosa di falso e di ingannevole. Il tempo è divenuto uno spazio di attesa, ma vuoto di senso, ma senza più la possibilità né di sperare né di immaginare un tempo nuovo.

Qual è la ragione profonda di questa impossibilità? La sua ragione è nella forma stessa che ha assunto il nostro tempo. Quella forma che consiste nella crescita infinita della potenza tecnologica: pura e semplice potenza, senza alcuna giustificazione o alcun fine al di fuori di se stessa. Klaus Schwab, nella descrizione del mondo felice che ci aspetta con la realizzazione della quarta rivoluzione industriale, riduce la politica alla sola funzione di applicare alla società i progressi della tecnica. Questo e nient’altro dovranno fare i politici. Facilitare la benefica diffusione delle scoperte tecniche. Ovvero, la potenza tecnica non dovrà avere nessun limite, nessun argine. Naturalmente, non è altro che la descrizione di uno stato di cose già da tempo avviato, piuttosto che una appassionata utopia. È già da tempo che etica e religione si mostrano come semplici tentativi di contenimento della sua potenza. E per questo, danno l’impressione di essere soltanto il lamento ipocrita e rancoroso di chi quella potenza non possiede.

Ma una potenza che si accresce senza alcun limite, che esclude la possibilità di qualcos’altro al di là di se stessa, così come un potere finanziario che riduce tutto a se stesso e alla propria tutela infinita, ha come esito la propria autodistruzione. Può soltanto giungere alla propria fine.

A una fine senza alcuna dialettica, senza un negativo che si affermi al posto di ciò che muore. Ecco allora che la nostra condizione è quella di chi non può più credere in un destino, che non sia la fine di qualunque destino.

Arriva Settembre. Le piogge recenti hanno donato ai frutti di questa stagione la loro struggente dolcezza. Ma gli alberi, le piante, loro, non sanno nulla della nostra miseria, quella dello spirito e quella, imminente, del corpo. Tra i rovi oscillano grappoli di more; dai rami i fichi maturi si offrono spaccati dal loro stesso turgore. Si offrono, ingenui! Ma ad un tempo che non è per noi.

Di Stefano Vespo per ComeDonChisciotte.org

Stefano Vespo. Nato a Caltagirone nel 1973. Laureato in Filosofia, attualmente insegna lettere al Liceo di Nicosia. Sposato, vive a Sperlinga. Si occupa prevalentemente di poesia e letteratura, ma ha coltivato la passione per la musica e successivamente per il disegno: ha partecipato a diverse mostre a Scicli, Modica e Catania. Nel 2020 pubblica la sua opera prima Il sorriso della chiusa mandorla con la casa editrice La Vita Felice di Milano. Il volume è tra i finalisti del Premio Città di Marineo 2020. Un’altra silloge poetica inedita dal titolo In un giardino aperto è stata selezionata nel corso del Premio Montano per la pubblicazione in antologia a cura della casa editrice Anterem. Ha collaborato con le riviste Strade e L’Ottavo. Scrive abitualmente su temi di politica e società su ComeDonChisciotte. La sua ultima raccolta La parola nuova è stata pubblicata dalla casa editrice Transeuropa. Questa si pone come sintesi delle istanze politiche e poetiche dell’autore. È la costatazione della crisi delle parole, del loro significato, e quindi della crisi di un mondo. Ciò che resta nel linguaggio poetico sono soltanto tracce, qualche relitto, per una poesia possibile soltanto in un confine. Da lì forse si può intravedere l’oltre, il futuro.

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Pubblicato da Verdiana Siddi per ComeDonChisciotte.org

Commenti (23)

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Mostra commenti 23 caricati
    1. lilithdea 8 settembre 2022

      “La parola [dei poeti] deve ora fare i conti con un’assenza di destinatario non episodica, ma per così dire costitutiva. Essa è senza destinario, cioè senza destino. Ciò si può anche esprimere dicendo, come si fa da più parti, che l’umanità – o almeno quella parte di essa più ricca e potente – è giunta alla fine della sua storia”. I poeti piace spesso ascoltarli quando dicono quello che vediamo dell'altrui miseria. E non della nostra.

    1. Luca VFR 7 settembre 2022

      La situazione è questa ed il relativo cronoprograamma che ipotizzo non è per nulla peregrino:
      1 - A partir da fine settembre inizio ottobre, prima in silenzio poi sempre più rumorosamente, inizieranno a chiudere le aziende, sia piccole che medie e grosse, cosa che andrà avanti, peggiorando, nei mesi successivi. E lì salterà fuori il problema disoccupazione che sarà tanta e pure destinata ad aumentare.
      2 - il Governo, indipendentemente da chi lo guiderà, si troverà una patata non bollente, addirittura incandescente: dovrà scegliere tra A) salvare le aziende facendogli pagare l'energia al prezzo di prima dell'impennata, accollandosi tutta la restante parte della bolletta o B) salvare imprese e privati.
      Ovviamente, a parte che non ci sono i soldi per farlo, la soluzione A) non è praticabile perché salvare solo le aziende, nel tentativo di non farle chiudere per evitare la disoccupazione, porterebbe, una volta che la cosa apparisse chiara agli occhi della popolazione dei "privati" ad una serie di sommosse. La soluzione B), che sarebbe più equa, è ancora più utopistica dati i vincoli che ci impone l'UE che ha già detto, per bocca di Mario Draghi, che non accetterà nessun scostamento di bilancio. E con quali soldi applicare la soluzione A) oppure la B)? Semplice: con nessuno quindi non saranno applicate e lasceran che le cose facciano il loro corso. Non so se avete sentito che in Cruccolandia dal 01 Ottobre la Bundeswehr (spero d'averlo scritto giusto) pattuglierà le strade. Tedesche, non di un altro paese. Il che significa che danno per scontato che da loro scoppierà la revolution o qualcosa di simile e sperano di scongiurarla con la minaccia dei militari. Ma, la Storia insegna, nessun pattugliamento ha mai impedito una rivoluzione.

    2. Fantine 9 settembre 2022

      Sono alcuni anni che in Germania hanno fatto corsi a gruppi speciali per contrastare la "guerriglia urbana". Sono quelle notizie che leggi e, di per sé, pensi che siano per la sicurezza dei cittadini, anche se ti sembra un po' strano che in Germania si preparino a contrastare la guerriglia urbana (di chi e per cosa?). Poi arriva la pandemenza, la gente scende in piazza un po' ovunque (anche se i pennivendoli asserviti non lo dicono), iniziano i divieti di manifestare (incostituzionali), scattano misure liberticide, la gente (in minoranza, ma non così pochi come vorrebbero farci credere) si organizza.
      Le agende procedono più spedite e ci si inizia a rendere conto di cosa stia arrivando.
      E così quella notizia letta per caso la si vede con altri occhi e iniziamo a cogliere un diverso livello di consapevolezza.

    1. Arian Van Heisen 7 settembre 2022

      Anche se impoveriti lo siamo ormai da molto tempo, ma in un senso non quantificabile, ovvero spirituale, e perciò in un modo perfettamente invisibile ai più.

      Siete tutti benestanti non lo si può negare , ristoranti ed albeghi Full Up Suv da 50 -100.000 Eur sonoo pieme ogni via di Città e Paesi
      un risparmio procapite invidiabile al resto del mondo ma...!
      poveri spiritualmente

    2. Luca VFR 7 settembre 2022

      A proposito di SUV che costano come appartamenti (investimento davvero fenomeale, non c'è che dire) mi piacerebbe sapere quale montagna di rate si sono accollati. Sai quanti ne vedo di SUVvoni con le gomme lisce perché non hanno i soldi per andare dal gommista? :D

    3. Arian Van Heisen 8 settembre 2022

      Come coloro che si indebitano per le vacanze , qust'anno boom di richieste oltre 730.000
      insomma la società del Debt. facile instaurato dall' Impero della Menzogna...!

    4. Nestor Halak 8 settembre 2022

      Questo della "povertà spirituale" è un discorso che sento ripetere tanto, ma temo di non riuscire a capire abbastanza cosa si intende esattamente dire. Può darsi che dipenda dal fatto che sono povero di spirito.
      A prima vista sembra facile da capire, ma dovessi definirla, avrei dei problemi.

    5. Arian Van Heisen 8 settembre 2022

      spirito. ;Principio immateriale e immortale, contrapposto al corpo e alla materia, che anima la vita intellettiva e psicologica a livello individuale e anche, secondo alcune filosofie, universale: attività dello s.; in molte religioni, l'anima individuale della persona
      Esprit per i francesi spirito mente testa mentalità animo pensiero anima cervello ingegno arguzia intelligenza intelletto.

    1. EmmE 7 settembre 2022

      Uno scritto commovente, tragico e verissimo: saluto e ringrazio con un po' di magone:-)

    1. sbregaverse 7 settembre 2022

      Byug dice di più che il bravo Vespone non abbastanza stigmatizza. Lo smart è croce che noi saliamo da per noi e alla quale da per noi ci inchiodiamo.
      Gli aguzzini nostri altri fanno flanella.
      Tutto il lavoro per la nostra inculazione è graziosamente diligentemente e inconsciamente da noi a loro elargito.

    2. buddyboy 7 settembre 2022

      Condivido pienamente , ma è poco più di un app caricata su un S.O., installatoci ed upgradato a partire dalle scuole elementari...

    1. Hospiton 7 settembre 2022

      Tecnogleba ragazzi, una bella definizione di Barnard, se non ricordo male. I decenni scorsi sono stati un'eccezione storica, un relativo benessere così diffuso non ha precedenti, peccato che molti invece abbiano dato tutto per scontato, acquisito, e oggi si trovino naturalmente disarmati. Sarebbe bastato aprire un libro di storia ogni tanto per tenere a mente la precarietà di ciò che abbiamo attorno, o magari una bella chiacchierata con qualche vecchio che abbia conosciuto l'Italia pre-anni '50, quella si povera, non in miseria ma povera eccome (c'è una differenza, la fame, chiedere alle generazioni ottocentesche per informazioni). Durante i miei giri in bici mi capita di fermarmi per un saluto a casa di un operaio che lavorava con mio nonno, oggi ha più di 90 anni ma è ancora lucidissimo, una prodigiosa memoria storica. Da ragazzino ha vissuto i tempi della bonifica di Arborea (all'epoca denominata Mussolinia), ricorda le visite del Duce ma soprattutto è stato testimone della trasformazione della nostra zona, che nel giro di pochi decenni si è trovata catapultata da una sorta di medioevo agro-pastorale -con tanto di paludi e malaria, incubo raccontato nei romanzi della Deledda- alla modernità. Oggi le aziende agricole arborensi utilizzano macchinari all'avanguardia, trattori John Deere da 200.000 euro o chissà quanto, ma solo 75 anni fa da queste parti si lavorava ancora con buoi e aratro, senza acqua corrente, strade sterrate, i coloni stanziati nelle località più a sud del territorio comunale (in maggioranza immigrati veneti, che creavano famiglie numerose e giocoforza legate al podere loro assegnato, mentre gli operai e i contadini sardi la notte rientravano nei paesi del circondario e questo non andava giù agli amministratori della Bonifica) venivano considerati dei "terroni" da chi viveva in Paese, appena 4-5 km a nord, tante erano le difficoltà di spostamento su terreni accidentati, soprattutto se sprovvisti di carro e cavallo. Non è una descrizione della Sardegna dei Giudicati o del periodo spagnolo ma di quella del 1935-1945, più arretrata di molte altre zone dell'Italia ma pur sempre esempio di vita nazionale novecentesca, penso non dissimile da aree del Polesine o dell'Agro Pontino. Poter parlare con chi ha vissuto tutto ciò in prima persona è davvero istruttivo e straniante, specie per chi è cresciuto nello stesso posto ma 50,60,70 anni dopo, con una realtà sconvolta dalla più poderosa transizione socio-economica della storia nazionale (intanto Arborea è rimasta una sorta di borgo padano, sia come architettura che linguisticamente, inserito tra caratteristici paesi campidanesi). Purtroppo pochi decenni di consumismo son bastati per farci dimenticare com'era la quotidianità di milioni di uomini e donne sino a non troppi anni orsono, e non abbiam saputo mantenere il necessario equilibrio indispensabile per una crescita che fosse non solo materiale ma con un corrispettivo morale e culturale, anzi è avvenuto esattamente l'opposto. Ora, senza consapevolezza, rischiamo l'ennesimo giro di giostra pre-impostato, in attesa magari di qualche nuovo e ingannevole boom e di rivoluzioni industriali varie e eventuali ma immancabilmente mirate a tenere l'essere umano con la testa sott'acqua.

    2. ducadiGrumello 7 settembre 2022

      Sì tecnogleba era di Barnard, che fra l'altro al netto di alcuni pezzi un po' fuori fuoco ha scritto delle cose che rilette oggi fanno accapponare la pelle per la loro preveggenza. La trasformazione agricola è passata come un treno ovunque, caro Hospiton, la meccanizzazione ha un mucchio di vantaggi ma certo il paesaggio rurale italiano, veramente glorioso, in molti casi è ormai un ricordo. Da me la viticoltura è tutta su terrazzamenti, per ora macchinari nisba ma già si parla di droni per i trattamenti fitosanitari..

    3. Cleon XIII 7 settembre 2022

      Il miracolo ha un nome e un cognome: Spesa dello Stato per i cittadini. Ma ora è storia, un ricordo del passato. Una banda di truffatori ha ideato un'economia che ha dirottato la spesa pubblica nelle loro tasche.

    4. Hospiton 7 settembre 2022

      Altroché caro Duca, Barnard ha visto più lontano della maggioranza dei giornalisti, saggisti, controinformatori ecc...il suo "Il più grande crimine" è stato spesso bistrattato ma a mio parere rimane tra i lavori più lucidi e significativi prodotti in Italia negli ultimi 30 anni. Per quanto riguarda il settore agricolo qui ancora non ho sentito parlare di droni ma da pochi anni una società del Nord, "Bonifiche ferraresi", ha iniziato a acquistare terreni e ammodernare vecchi impianti risalenti ai tempi dei lavori di bonifica. Pare che tra le menti dell'operazione ci sia De Benedetti, nome poco rassicurante (tra l'altro hanno anche privatizzato alcune magnifiche strade di campagna che percorrevo in m.bike, odio puro).

    5. Hospiton 7 settembre 2022

      In sostanza è andata così, e in quanto alla banda di razziatori credo che il libro di Barnard menzionato in un altro commento spieghi abbastanza bene le loro mosse dai '60-'70 fino agli anni 2000

    6. Luca VFR 7 settembre 2022

      Il problema è che ritorneremo a quell'epoca solo che nessuno di noi è "strutturato" per vivere come allora.

    7. Hospiton 8 settembre 2022

      Potrebbe essere uno shock non da poco, soprattutto se gli eventi dovessero procedere alle velocità che notiamo ultimamente.

    1. Astronauta 7 settembre 2022

      ..... Tra i rovi oscillano grappoli di more; dai rami i fichi maturi si offrono spaccati dal loro stesso turgore. Si offrono, ingenui! Ma ad un tempo che non è per noi. """

      lascia perdere che sono per noi!
      Se si offrono perché.non coglierli?
      Il tempo è sempre per noi.

    1. gianB 7 settembre 2022

      "Or tutto intorno
      una ruina involve,
      dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
      i danni altrui commiserando, al cielo
      di dolcissimo odor mandi un profumo,
      che il deserto consola."

    1. Nestor Halak 7 settembre 2022

      Del resto siamo culturalmente ben attrezzati per andare incontro ad un'altro inverno di autoflagellazione: da millenni la nostra religione (salvo razzolare diversamente) predica che nasciamo già peccatori e la redenzione necessita di austerità, rinuncia, umiltà ed espiazione.
      Pane e acito è la dieta del monaco, letti duri e freddi, rinuncia alla concupiscenza e al mondo.
      Origene si evirò per combattere la tentazione, forse avrebbe rinunciato anche allo smartphone.
      L'edonismo è finito, adesso ci vogliono tutti di nuovo poveri, ma naturalmente il Vaticano dei Gates e degli Schwab dovrà pur averequalche ornamento a maggior gloria di Dio.
      Non sarei tanto certo che prima fosse meglio.

    2. lilithdea 8 settembre 2022

      Verrebbe da chiedersi se "papa" Francesco sia stato eletto dal Vaticano s.p.a per distrarre le menti del gregge evocando la povertà come fine ultimo, mentre la chiesa ed i suoi partners si arricchscono. E lui da inetto si presta, un po' come ha fatto il Rettiliano a Palazzo Chigi quando faceva, anzi fa, quello che piace a Bce e Nato

    3. Nestor Halak 8 settembre 2022

      La Chiesa, almeno dai tempi di Costantino, si adatta al potere e ne fa parte, non per niente è durata 2000 anni.
      Francamente non so cosa passi per la testa di Francesco, ma non mi pare un gran pensatore, non saprei attribuirgli una linea precisa, mi da un'impressione di pochezza, di uno che si barcamena.

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