L’INTERA STRATEGIA DEL SALVATAGGIO E’ INADEGUATA ?

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RIPENSIAMOCI PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

DI JOSEPH STIGLITZ
Globalresearch

La recessione americana sta entrando nel suo secondo anno, e la situazione sta solamente peggiorando.
La speranza che il Presidente Obama sia in grado di tirarci fuori dai guai è affievolita dal fatto che la distribuzione di centinaia di miliardi di dollari alle banche non è riuscita a rimetterle in sesto, e nemmeno a ridare vita al flusso dell’erogazione dei prestiti.

Ogni giorno ci fornisce una prova ulteriore che le perdite sono superiori a quanto ci si aspettasse e che ci sarà bisogno di sempre più denaro.

Alla fine viene posta la domanda: forse tutta l’intera strategia è inadeguata? Forse quello di cui c’è bisogno è un ripensamento sostanziale. La strategia Paulson-Bernanke-Geithner era basata sulla constatazione che il mantenimento del flusso del credito fosse essenziale per l’economia. Ma era anche basata sull’incapacità di comprendere alcuni dei mutamenti fondamentali nel nostro settore finanziario avvenuti dalla Grande Depressione, addirittura negli ultimi vent’anni.

A seguito: “Il salvataggio bancario di Obama: esiste un’alternativa – risposta a Joseph Stiglitz” (Richard Cook, Globalresearch);Per qualche tempo c’è stata la speranza sarebbe bastato abbassare a sufficienza i tassi di interesse, inondando l’economia di denaro; ma settantacinque anni fa, Keynes spiegava perché, in una flessione analoga a questa, la politica monetaria è probabilmente inefficace, un’azione di scarsissimo effetto.

Poi c’è stata la speranza che se il governo fosse stato pronto ad aiutare le banche con sufficiente denaro – e per sufficiente s’intende molto – la fiducia sarebbe stata ristabilita, e con il ristabilimento della fiducia i prezzi dei beni sarebbero aumentati e si sarebbe ristabilita l’erogazione dei prestiti.

La cosa straordinaria è che il Segretario al Tesoro dell’amministrazione Bush Henry Paulson e i suoi compari non avevano capito che le banche avevano erogato dei pessimi prestiti e si erano impegnate in giochi d’azzardo sconsiderati. C’era stata una bolla, e la bolla era esplosa. Nessuna discussione potrebbe cambiare questo dato di fatto.
E’ diventato ben presto chiaro che non sarebbe bastato dire che eravamo pronti a spendere il denaro. In realtà, dovevamo convogliarlo nelle banche. E la questione era in che modo. Innanzitutto, gli artefici del salvataggio sostenevano (con una fiducia completa e assoluta) che il miglior modo di farlo era di comprare i beni tossici (questo termine peggiorativo non piaceva a coloro che lavoravano nel settore finanziario, e quindi utilizzavano il termine “beni in difficoltà”) – i beni che chiunque nel settore privato avrebbe tenuto a debita distanza con un bastone.

Avrebbe dovuto essere ovvio che questo non poteva essere fatto in maniera rapida e ci vollero diverse settimane per far apparire chiaro questo schiacciante dato di fatto. Inoltre, c’era un problema fondamentale: quanto valutare i beni. E se li avessimo valutati correttamente, era evidente che ci sarebbe stato ancora un enorme buco nei bilanci delle banche, ostacolando la loro possibilità di erogare prestiti.

Poi arrivò l’idea dell’iniezione di capitali, senza condizioni accessorie, in modo che mentre noi versavamo denaro nelle banche, queste lo versavano ai loro dirigenti sotto forma di bonus, e agli azionisti sotto forma di dividendi.
Parte del denaro rimasto è stato utilizzato per acquistare altre banche – per portare avanti obiettivi strategici per i quali non potevano trovare finanziamenti privati. L’ultima cosa a cui pensavano era quella di ricominciare ad erogare prestiti.
Il problema di fondo è semplice: anche nei tempi d’oro della finanza, c’era un divario abissale tra i compensi privati e i profitti sociali. I manager bancari hanno portato a casa enormi stipendi, anche se, negli ultimi cinque anni, gli utili netti delle banche sono stati (in totale) negativi.

E i profitti sociali sono stati addirittura inferiori – ci si attendeva che il settore finanziario distribuisse il rischio di capitale e di gestione, e non ha fatto bene nessuna delle due cose. La nostra economia sta pagando il prezzo di questi fallimenti – per la bellezza di centinaia di miliardi di dollari.

Ma questo problema sempre presente è ora peggiorato. In effetti, i contribuenti americani sono i principali finanziatori delle banche. In alcuni casi, il valore delle nostre iniezioni di capitali, di fideiussioni e di altre forme di assistenza schiacciano il valore del contributo di capitali del settore “privato”. Eppure non abbiamo voce in capitolo su come vengono gestite le banche.

Questo ci aiuta a capire il motivo del perché le banche non abbiano ancora ripreso ad erogare prestiti. Mettetevi nei panni di un manager bancario che cerca di uscire da questo guaio. In questa congiuntura, nonostante le massicce iniezioni di denaro da parte del governo, vede ridursi il suo capitale. Le banche – che si vantavano di essere i gestori dei rischi – alla fine, e un po’ troppo tardi – sembrano aver riconosciuto il rischio che hanno corso negli ultimi cinque anni.
Utilizzare la leva, o il prendere a prestito, frutta grossi rendimenti quando le cose vanno bene, ma quando le cose si fanno spiacevoli, è una ricetta per il disastro. Non è stato un fatto insolito per banche di investimento “far leva” su se stesse prendendo a prestito somme di denaro pari a 25 o 30 volte il loro capitale.

Con una leva di “appena” 25 a 1, una diminuzione del 4 per cento dei prezzi dei beni travolge il capitale netto di una banca – e abbiamo assistito a diminuzioni molto più pesanti nei prezzi dei beni. Altri 20 miliardi di dollari messi in una banca con 2.000 miliardi di beni saranno spazzati via con una diminuzione di appena l’1 per cento dei prezzi dei beni. Che senso ha?

Sembra che alcuni dei nostri funzionari governativi alla fine abbiano trovato il tempo di fare un po’ di calcoli aritmetici. E allora se ne sono usciti con un’altra strategia: “assicureremo” le banche, cioè toglieremo loro la parte negativa di rischio.

Il problema è simile all’iniziativa “contanti in cambio di spazzatura”: come possiamo determinare il prezzo giusto per l’assicurazione? Quasi sicuramente, se addebitiamo il prezzo giusto questi istituti falliscono. Avranno bisogno di massicce iniezioni di capitali e di assicurazioni.

Esiste una leggera variante al tema, molto simile alla proposta originaria di Paulson: acquistare i beni tossici, ma questa volta, non su una base di uno a uno, ma in blocco. Di nuovo, il problema è: come valutiamo le notevoli quantità di rifiuti tossici che eliminiamo dalle banche? Il sospetto è che le banche abbiano una risposta semplice: non preoccupatevi dei dettagli, dateci soltanto una bella manciata di contanti.

Questa variante aggiunge un’altra complicazione al genere di alchimia finanziaria che ha messo nei guai il paese. Per qualche motivo è emersa l’idea che spostando i beni e mettendo quelli tossici in una banca aggregante gestita dal governo, le cose miglioreranno.

La spiegazione logica è che il governo è migliore nel collocare la spazzatura mentre il settore privato è migliore nell’erogare prestiti? I risultati ottenuti dal nostro sistema finanziario nel valutare il merito del credito – dimostrato non solo da questo salvataggio, ma dai ripetuti salvataggi avvenuti nel corso degli ultimi 25 anni – forniscono prove poco convincenti.

Ma anche se dovessimo fare tutto questo – con rischi incerti per il nostro futuro debito nazionale – non c’è ancora nessuna garanzia di una ripresa dell’erogazione dei prestiti. Il fatto è che ci troviamo in una recessione , e i rischi sono alti in una recessione. Essendosi già scottati una volta, molti banchieri se ne stanno alla larga dal fuoco.

Inoltre, la maggior parte dei problemi che colpiscono il settore finanziario sono molto più penetranti. General Motors e GE sono entrambi entrati nel business finanziario e tutti e due hanno mostrato che le banche non hanno il monopolio della cattiva gestione dei rischi.

Più di una banca potrebbe decidere che la miglior strategia è quella conservativa: tenere da parte i propri contanti, aspettare finché le cose non si sistemino, sperare di essere tra le poche banche sopravvissute e quindi iniziare ad erogare prestiti. Naturalmente, se tutte le banche ragionassero così, la recessione sarebbe più lunga e più grave di quanto altrimenti non sarebbe.

Qual è l’alternativa? La Svezia (e diversi altri paesi) hanno mostrato che esiste un’alternativa – il governo acquisisce quelle banche che non riescono a raccogliere capitali sufficienti attraverso fonti private per sopravvivere senza un aiuto del governo.

E’ una pratica corrente chiudere le banche che non rispondono ai requisiti di base sui capitali, ma noi siamo stati quasi certamente troppo benevoli nell’applicare quei requisiti (c’è stata troppo poca trasparenza in questo e in altri aspetti dell’intervento del governo nel sistema finanziario).

Sicuramente gli azionisti e gli obbligazionisti ci rimetteranno ma i loro guadagni nel regime attuale arrivano a spese dei contribuenti. Negli anni buoni, erano ricompensati per aver corso dei rischi. La proprietà non può essere una scommessa unilaterale.

Naturalmente la maggior parte dei dipendenti rimarranno dove sono, e persino buona parte del management. E allora qual è la differenza? La differenza è che ora gli incentivi delle banche possono essere allineati meglio con quelli del paese. Ed è nell’interesse nazionale che venga ripresa una cauta erogazione dei prestiti.

Esistono diversi altri notevoli vantaggi. Uno dei problemi oggi è che le banche potenzialmente sono debitrici l’una con l’altra di ingenti somme di denaro (attraverso i complessi derivati). Con il governo che possiede molte banche, la verifica di quegli obblighi (“tirarli fuori dalla rete”, in gergo) sarà molto più semplice.

Inevitabilmente, i contribuenti americani pagheranno quasi completamente il conto del fallimento delle banche. E la domanda che ci si pone davanti è: fino a che punto partecipiamo nel rialzo degli utili?

Alla fine l’economia americana si riprenderà. Alla fine il nostro settore finanziario sarà di nuovo in funzione, e redditizio, con la speranza che concentri maggiormente la propria attenzione sul fare quello che ci si attende che faccia. Quando le cose cambieranno, potremo privatizzare ancora una volta la banche che ora sono fallite, e i profitti che ne ricaveremo potranno essere di aiuto nella svalutazione dell’enorme aumento del debito nazionale che è stato causato dai nostri mercati finanziari.

Ci stiamo muovendo in acque non autorizzate. Nessuno può essere sicuro che funzionerà. Ma i princìpi economici di vecchia data possono aiutare a guidarci. Gli incentivi contano. La posizione fiscale di lungo periodo degli Stati Uniti conta. Ed è importante riprendere il prima possibile una cauta erogazione dei prestiti.

Buona parte dei metodi al momento in discussione per far quadrare il cerchio non riusciranno nel loro intento. Esiste un’alternativa e dovremmo iniziare a considerarla.

Joseph Stiglitz, vincitore del Premio Nobel, è docente di economia alla Columbia University.

Fonte: http://globalresearch.ca/
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12180
5.02.2009

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IL SALVATAGGIO BANCARIO DI OBAMA: ESISTE UN’ALTERNATIVA – RISPOSTA A STIGLITZ

DI RICHARD C. COOK
Globalresearch

Egregio Dott. Stiglitz (nella foto),
Ho appena finito di leggere il suo articolo pubblicato su Alternet.org intitolato “L’intera strategia del salvataggio è inadeguata? Ripensiamoci prima che sia troppo tardi” L’intera strategia del salvataggio e’ inadeguata ? Ripensiamoci prima che sia troppo tardi

Con tutto il dovuto rispetto, credo che lei non abbia ben compreso che cosa stia succedendo all’interno dell’economia degli Stati Uniti, il che porta le soluzioni proposte ad essere analogamente inadeguate.
Le intenzioni di questa lettera sono quelle di delineare le mie obiezioni su quello che lei ha scritto, portare le nostre divergenze di fronte all’opinione publbica e sfidarla in un dibattito quando sarò a New York dal 27 febbraio al 1° marzo 2009.

Lei afferma che “La recessione americana sta entrando nel suo secondo anno, e la situazione sta solamente peggiorando.” Ma poi lei dice che “La speranza che il Presidente Obama sia in grado di tirarci fuori dai guai è affievolita dal fatto che la distribuzione di centinaia di miliardi di dollari alle banche non è riuscita a rimetterle in sesto, e nemmeno a ridare vita al flusso dell’erogazione dei prestiti.”
In tal modo, lei sottintende che la crisi economica è dovuta a problemi all’interno del settore finanziario e che sarebbe buona cosa “ridare vita al flusso dell’erogazione dei prestiti” senza mettere in discussione il perché quei prestiti sono diventati un elemento così importante nella nostra economia.

Io dico: Il problema non risiede nel settore finanziario se non per il fatto che il sistema monetario basato sul debito si comporta come un parassita nell’economia di produzione, e che ha come risultato l’ampia sporgenza di debito che non può mai essere estinto. Il “ridare vita al flusso di erogazione dei prestiti” non porterà nessun esito positivo perché il crollo del potere di acquisto dei consumatori dovuto all’outsourcing e alla stagnazione dei redditi ha reso impossibile alla gente estinguere i propri debiti. La maggior parte di questo debito ora deve essere cancellata e la nostra economia di produzione recuperata come fonte principale di ricchezza.

In merito al salvataggio del governo dello scorso anno lei dice: “Poi c’è stata la speranza che se il governo fosse stato pronto ad aiutare le banche con sufficiente denaro – e per sufficiente s’intende molto – la fiducia sarebbe stata ristabilita, e con il ristabilimento della fiducia i prezzi dei beni sarebbero aumentati e si sarebbe ristabilita l’erogazione dei prestiti.”

Io dico: “Nel fare quest’osservazione potrebbe avere ragione ma non mette in discussione la politica secondo la quale l’inflazione sui prezzi dei beni, in assenza di una reale crescita economica, è diventata un elemento economico surrogato. In tutti i suoi testi, lei ha ignorato il fatto che il governo e il sistema bancario hanno creato di proposito le bolle finanziarie per sostenere l’economia, generare profitti e mantenere gli introiti fiscali. Questo è ciò che fece la Federal Reserve sotto Alan Greenspan in collusione con l’amministrazione Bush per creare una ripresa quando la bolla delle dot.com stava esplodendo nel 2000-2001. Nessuna delle sue proposte ridarebbe vita all’economia di produzione o ristabilirebbe i redditi dei consumatori. Sembra che, a modo suo, lei stia principalmente tentando di rigonfiare la bolla finanziaria.

Lei dice: “Il problema di fondo è semplice: anche nei tempi d’oro della finanza, c’era un divario abissale tra i compensi privati e i profitti sociali. I manager bancari hanno portato a casa enormi stipendi, anche se, negli ultimi cinque anni, gli utili netti delle banche sono stati (in totale) negativi. E i profitti sociali sono stati addirittura inferiori – ci si attendeva che il settore finanziario distribuisse il rischio di capitale e di gestione, e non ha fatto bene nessuna delle due cose. La nostra economia sta pagando il prezzo di questi fallimenti – per la bellezza di centinaia di miliardi di dollari.”

Io dico: E’ vero che gli stipendi e i bonus dei manager bancari sono vergognosi, ma è miope il modo in cui lei dipinge i “profitti sociali”. Lei parla della diminuzione di redditività delle banche anche se, a partire dalla deregolamentazione finanziaria degli anni ‘80 e ‘90, le banche sono diventate il settore con la maggior crescita del paese, con utili che alla fine del 2006 superavano i 500 miliardi di dollari. Inoltre, il settore finanziario non “distribuisce” veramente il capitale ma fa la cresta sull’economia di produzione finanziando i consumi e facilitando i generi più irresponsabili di speculazione nel mercato immobiliare, degli equity, degli hedge fund e dei derivati. Ad esempio, il 97 per cento dei contratti futures derivano da prestiti bancari che non hanno tenuto conto se questi prestiti avessero un qualche beneficio per i consumatori o i produttori. Le banche ripartiscono il capitale principalmente per proprio tornaconto, fatto su cui credo anche lei convenga, ma ora abbia bisogno di trovare delle alternative ad un sistema monetario basato sul debito creato dalle banche, non tentare di rimetterlo in moto ignorando i disastri che hanno colpito i lavoratori, le lavoratrici e le loro famiglie.
In merito alle azioni in corso del governo, lei dice: “Ma anche se dovessimo fare tutto questo – con rischi incerti per il nostro futuro debito nazionale – non c’è ancora nessuna garanzia di una ripresa dell’erogazione dei prestiti. Il fatto è che ci troviamo in una recessione, e i rischi sono alti in una recessione. Essendosi già scottati una volta, molti banchieri se ne stanno alla larga dal fuoco.”
Di nuovo, lei parla a favore di una “ripresa dell’erogazione dei prestiti” come mezzo per risolvere il problema.

Io dico: Quello che lei sta proponendo è semplicemente sostenere il nostro sistema monetario basato sul debito senza affrontare il fatto che le nostre aziende manufatturiere sono state esportate in Cina e in altri mercati con manodopera a basso costo, che la nostra industria automobilistica sta crollando a causa della mancanza di domanda da parte dei consumatori, che gli stipendi sono in stagnazione da vent’anni, che i lavoratori non partecipano agli aumenti di produttività, e che il peso totale del debito su un PIL di 14.000 miliardi di dollari si sta ora avvicinando ai 70.000 miliardi di dollari. Questi sono i problemi che devono essere affrontati, non permettere alle banche di erogare altri prestiti quando la gente non riesce a pagare i debiti che già ha.

Lei dice: “Qual è l’alternativa? La Svezia (e diversi altri paesi) hanno mostrato che esiste un’alternativa – il governo acquisce quelle banche che non riescono a raccogliere capitali sufficienti attraverso fonti private per sopravvivere senza un aiuto del governo… Inevitabilmente, i contribuenti americani pagheranno quasi tutto il conto del fallimento delle banche. E la domanda che ci si pone davanti è: fino a che punto partecipiamo nel rialzo degli utili?”

Io dico: La gestione delle banche da parte del governo invece che del settore privato non ristabilirà i fondamentali economici di un’economia debole. La disponibilità di un credito bancario non porta, di per sé, ad una maggiore produzione di beni e servizi. Quello che dovrebbe fare è rendere più fluida la disponibilità di liquidità per il ciclo produzione-consumo. L’idea che un settore finanziario deregolamentato debba avere la precedenza su tutti gli altri settori economici è l’essenza della filosofia supply side e trickle-down [1] che iniziò nell’epoca reaganiana e che fallì miseramente.

Lei dice: “Alla fine l’economia americana si riprenderà. Alla fine il nostro settore finanziario sarà di nuovo in funzione, e redditizio, con la speranza che concentri maggiormente la propria attenzione sul fare quello che ci si attende che faccia.”

Io dico: Per favore, ci dica esattamente COME si riprenderà l’economia americana. Si riprenderà dopo che la disoccupazione reale, compresi i “lavoratori demoralizzati”, toccherà il 20 per cento, cosa molto probabile nei prossimi mesi? Si riprenderà dopo che milioni e milioni di persone avranno avuto la loro casa pignorata? Si riprenderà dopo la morte del settore automobilistico? Qual è esattamente la sua ricetta? Se non ne ha una, le chiederei di tenere in considerazione quello che propongo nel mio saggio “A Bailout for the People: Dividend Economics and the Basic Income Guarantee.” In quella dissertazione presento ciò che definisco il “Piano Cook” che consiste in un pagamento di 1.000 dollari al mese pro capite da parte del governo attraverso un sistema di voucher che sono poi depositati presso una nuova serie di casse di risparmio locali che erogherebbero prestiti all’uno per cento di interessi per le piccole imprese, la produzione locale e l’agricoltura famigliare. I voucher sarebbero un dividendo, distribuito ad ogni cittadino come un’azione equa della nostra stupefacente economia di produzione, senza dover ricorrere alla tassazione governativa o al debito. Il dividendo fornirebbe una sicurezza sul reddito, eliminerebbe la povertà e avrebbe come risultato la rinascita dell’attività economica locale e regionale, e inizierebbe il suo corso immediatamente, non “alla fine”.

Venerdì 27 febbraio 2009 sarò nella sua New York per presentare il “Piano Cook” all’Ottavo Congresso della Rete Americana di Garanzia dei Salari di Base e alla convention annuale dell’Associazione Economica della Costa Est. Quella sera, alle ore 20, presenterò il programma in una riunione nella sede comunale in collegamento con una serie di forum cittadini del Presidente Obama presso il Nola Studio B, 244 West, 54ma strada, 11mo piano a Manhattan.
La sera di sabato 28 febbraio sarò libero e sarei lieto di incontrarla per discutere di queste idee in un posto a sua scelta.

Rispettosamente,
Richard C. Cook

Richard C. Cook è un ex analista del governo federale degli Stati Uniti. Autore del libro sulla riforma monetaria “We Hold These Truths: The Hope of Monetary Reform”, Cook è stato anche consigliere di Dennis Kucinich nella corsa alla Casa Bianca nel 2004 e nel 2008. E’ anche l’autore di “Challenger Revealed: An Insider’s Account of How the Reagan Administration Caused the Greatest Tragedy of the Space Age.” E’ possibile contattarlo tramite il suo nuovo sito web www.richardccook.com
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12181
5.02.2009

Articoli scelti e tradotti per www.comedonchisciotte.org da JJ JULES

[1] La cosiddetta “economia supply-side” è una teoria macroeconomica nata nei primi anni ‘70 dalle idee di Robert Mundell, Arthur Laffer e Jude Wanniski molto in voga nei primi anni ‘80 negli Stati Uniti durante la presidenza di Ronald Reagan. Essa nasce in aperto contrasto con le teorie keynesiane sostenendo che la crescita economica può essere raggiunta utilizzando incentivi (ad esempio, riduzione della pressione fiscale e della tasse sui capital gains) per la popolazione per produrre beni e servizi, oltre ad una maggiore flessibilità data dalla regolamentazione ridotta. Per economia “trickle-down” si intende la politica di tagli alle tasse agli imprenditori e ai benestanti, pensando che questo indirettamente porti beneficio anche alla fascia più ampia della popolazione [NdT]

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