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L'IMPASSE NUCLEARE IN IRAN: RIVALUTAZIONE…

…PRIMA DEL CONTO ALLA ROVESCIA FINALE

DEL GENERALE VONOID SAIGHAI
Reseau Voltaire

Per il generale indiano Vinod Saighal, le provocazioni del Presidente Ahmadinejad non arriveranno a dissuadere gli Stati Uniti dal distruggere l’Iran. La guerra, a Washington, è programmata, sia per conquistare campi petroliferi, sia per rafforzare il presidente Bush, sia per compiacere Israele. Più nulla può arrestarla, e Teheran ha torto quando crede nella protezione degli alleati, siano essi musulmani, cinesi o russi. In queste circostanze, la saggezza risiederebbe nella discrezione.

Molto tempo dopo che gli Americani avranno lasciato il suolo iracheno, che avremo scoperto fonti di energia alternativa e che le riserve di idrocarburi del Medio Oriente saranno esaurite, le conseguenze dell’invasione statunitense in Irak del marzo 2003 continueranno ad ossessionare la regione. L’accordo Sykes–Picot, firmato all’indomani della Prima Guerra Mondiale, ha modellato la storia e la geografia del Medio Oriente. Le sue conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Gli effetti delle politiche condotte dagli Stati Uniti nella regione nel primo decennio del XXI° secolo saranno certamente visibili a tutti alla fine di questo secolo. L’agitazione in Irak si allargherà sino a riempire il mondo arabo, dal Golfo Persico al Mar Mediterraneo. Si ha spesso la tendenza a concentrarsi sulle conseguenze immediate di un cataclisma: sfortunatamente, gli effetti sul lungo periodo sono, spesso, insospettabili all’epoca della catastrofe.

Il Generale Vinod Saighal in occasione del suo intervento alla conferenza.

Questa è la situazione nell’Irak del 2006. Iran, Israele e Stati Uniti sono stati inghiottiti in questo pantano, in maniera tale che sarà difficile, per loro, operare cambiamenti significativi nelle politiche regionali e nazionali senza implicare altri Paesi. Ora che un’offensiva terrestre, volta a destituire il regime iraniano, non è più possibile a causa dell’impegno statunitense in Irak ed in Afghanistan, gli attacchi aerei sembrano essere divenuti la sola alternativa possibile. Gli attacchi aerei da parte delle forze israeliane o statunitensi, volti a distruggere sistematicamente i centri di ricerca, di sviluppo, di mantenimento e della formazione in materia nucleare, così come i centri di fabbricazione di missili, potrebbero ritardare di molti anni il programma nucleare iraniano. Un attacco statunitense avrebbe, poi, per obiettivo una distruzione sistematica delle capacità di risposta iraniane. In effetti, la maggior parte degli studiosi pensano che l’Iran risponderebbe con violenza, con tutti i mezzi che potrebbero essere messi in campo per intaccare gli interessi statunitensi e l’approvvigionamento di petrolio in Medio Oriente.

Ribollimento geostrategico

Dopo il tagliente discorso anti–russo pronunciato dal vice presidente Dick Cheney in occasione di una conferenza a Vilnius, in Lituania, la domanda posta dai politici e studiosi russi è la seguente: gli Stati Uniti hanno dichiarato una nuova guerra fredda alla Russia? Potrebbe essere che il cambiamento di opinione di Washington sulla Russia sia stato provocato dalle intrecciate politiche estere di Mosca. Siamo molto lontani dalle relazioni amichevoli intrattenute fra i Presidenti Bush e Putin in occasione del loro primo incontro, sei anni fa. Mosca ha sfidato Washington riguardo l’Iran, ha rifiutato le sue proposte di sanzioni contro Teheran, permettendo la costruzione della prima centrale nucleare iraniana e rifiutando di ritornare sulla sua decisione di vendere all’Iran missili antiaerei per la somma di 700 milioni di dollari. In ragione della domanda mondiale di petrolio e gas, sempre più rilevante, la Russia utilizza con audacia le risorse energetiche come un’arma politica che l’aiuta ad assestare il suo dominio sui Paesi dell’ex–Urss e ad insediarsi nei mercati europei. Allo stesso tempo, la Russia ha fermamente rifiutato la domanda dell’Occidente di rinunciare al monopolio del governo sugli oleodotti, e di aprire le sue risorse energetiche alle industrie straniere.

Mantenere l’Iran sotto la sua ala costituirebbe uno sforzo chiave per la Russia. Quest’ultima avrebbe ultimato una vendita di missili aerei all’Iran, per il valore di 700 milioni di dollari. Benché l’amministrazione Bush non si sia mostrata molto critica riguardo a questa vendita di missili, i pianificatori del Pentagono e dell’US Centcom (Comando Centrale Militare statunitense) ne avrebbero preso nota. Malgrado la pressione internazionale, con riguardo al loro programma nucleare, gli iraniani si mostrano ogni giorno più aggressivi, soprattutto sul piano del linguaggio, verso Israele e gli Stati Uniti. Mentre la Cina e la Russia non hanno voluto impegnarsi e gli Stati Uniti si preparano inesorabilmente per la prova di forza finale in Iran, la Russia è implicata in un complesso doppio gioco. Senza alcun dubbio, lo spiegamento di missili aerei Tor–M1 aiuterà sensibilmente alla protezione delle installazioni nucleari iraniane.

Il trasporto del Petrolio dal Mar Caspio verso gli Stati Uniti, Israele ed i mercati europei aveva come obiettivo quello di ridurre la dipendenza vis–à–vis dei produttori di petrolio dell’OPEC situati in Medio Oriente. La presenza, intensificata, delle forze statunitensi nella regione si esplica attraverso due fattori: il fatto che questa zona sia compresa, come un sandwich, fra due dei più grossi fornitori di petrolio del mondo – l’Iran, che è membro dell’OPEC e la Russia che non lo è – ed il fatto che l’oleodotto Bakou–Tbilissi–Ceyhan attraversi delle regioni ad alta instabilità politica. Questi fattori hanno aumentato il sentimento di vulnerabilità sia in Iran che in Russia. La politica di Washington è stata criticata, perché avrebbe incoraggiato la polarizzazione delle politiche regionali. L’impegno crescente degli Stati Uniti nella regione del Caspio, così come l’importanza del progetto Bakou–Ceyhan hanno condotto ad un riavvicinamento fra Russia, Iran e Armenia, che implica, allo stesso tempo, una solidificazione dell’alleanza strategica fra Azerbaijan, Georgia, Turchia e Stati Uniti. Per questi ultimi, la questione non riguarda la viabilità commerciale del tragitto dell’oleodotto Bakou–Ceyhan. L’idea era di costruire un corridoio di cammino fra Est e Ovest, che potrebbe svilupparsi nel futuro con ferrovie, reti di comunicazione ed autostrade, che conducano, di conseguenza, alla connessione delle economie di certuni paesi del sud dell’ex–Urss ai mercati mondiali. Poiché dal punto di vista di Washington il progetto Bakou–Ceyhan era un problema di portata molto più geostrategica che economica, la Turchia ne ha beneficiato a spese dell’Iran, che proponeva, di conseguenza, il tragitto più corto e meno costoso per convogliare il petrolio verso i mercati globali a partire dalle repubbliche del Caspio.

Prima dell’invasione statunitense dell’Irak, l’ambizione irachena nel Golfo era temperata dai paesi arabi limitrofi. Oggi, Teheran e Washington si trovano ad essere i soli attori implicati, poiché l’Irak non è più il contrappeso dell’Iran. Di conseguenza, i Paesi arabi tendono a riposare di più sull’Occidente. Se rifiutassero l’Occidente, si potrebbero aspettare che l’Iran guadagni l’ammirazione di numerosi Paesi che disapprovano le politiche statunitensi. Oltre alle comunità sciite del Medio Oriente, l’Iran potrebbe, allora, approfittare della compassione degli abitanti dei paesi arabi in ragione della loro scarsa confidenza negli Stati Uniti e nei loro alleati occidentali.

L’amministrazione iraniana continua ad aderire all’eredità dell’Ayatollah Khomeini sulla supremazia del clero sciita attraverso l’esercizio del potere ( “velayat-e-mutlaqhe faqih”) così come ad una posizione fermamente anti–statunitense ed anti–israeliana. Khomeini si era espresso, con una premonizione, sull’inevitabilità di un confronto fra Islam ed Occidente.

La presenza di forze militari statunitensi nella regione potrebbe ripercuotersi, se non lo ha già fatto, sulla sicurezza delle future vie di approvvigionamento energetico. Un nuovo elemento, anche, è stato centrale nei calcoli di previsione. Dall’Afghanistan all’Asia centrale e dal Caucaso al Nord del Medio Oriente, dal punto di vista di Washington, l’Iran resta il paese di questa regione che ha il più grosso potenziale per propagare l’Islam radicale e le armi nucleari [1]. E’ per questo che, malgrado la pressione delle compagnie petrolifere statunitensi per levare l’embargo su Teheran, che vuole divenire il corridoio principale nell’esportazione del petrolio e di benzina dall’Asia centrale, l’amministrazione Bush non tiene ad addolcire la sua posizione sul ruolo iraniano nella regione. La costruzione dell’oleodotto Bakou–Ceyhan, destinato all’esportazione del petrolio dall’Azerbaijan e dall’Asia centrale, aveva per principale obiettivo quello d’escludere l’Iran e di fare della Turchia un protagonista maggiore nella regione.

Teheran teme che l’Azerbaijan prospero ed indipendente sia un modello malvisto dalla grande comunità azera d’Iran. Il conflitto sullo status legale della regione caspica, e il fatto che l’Iran si sia accompagnato alla Russia per sostenere l’Armenia nel suo conflitto con l’Azerbaijan riguardo il Nagorno–Karabakh, sono ragioni che contribuiscono allo scacco nelle relazioni. In conseguenza, l’Iran non è riuscito a proteggere una parte dell’Azerbaijan. Questo ha servito la campagna turca che mirava a costruire la linea tra Bakou ed il terminal mediterraneo turco di Ceyhan. Mosca e Teheran sembrano aver stabilito un’alleanza strategica per resistere all’egemonia statunitense nella regione caspica. Le vendite di materiale militare, molto rilevanti, dalla Russia all’Iran fanno parte della cooperazione strategica e militare crescente di questi due paesi.

Non lasciando alcuno spazio di manovra, l’Iran e gli Stati Uniti sono ad un empasse. Gli interessi comuni che avrebbero potuto essere la base per un negoziato spariscono ad una velocità considerevole. Emergono opinioni inconciliabili. I principali organi decisionali dei due paesi iniziano ad esacerbare le loro differenze. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha ostentato una retorica dal tono quasi febbrile, benché le decisioni dell’Ayatollah Kamenei prevalgano sulle sue. Che il suo discorso sia stato mal riportato, o che i suoi propositi siano stati deformati, ciononostante viene percepito come inneggiante pubblicamente all’annientamento d’Israele [2 ]. Benché la sua lettera, indirizzata al presidente G.W.Bush sia una domanda di introspezione degna di attenzione e possa essere interpretata, da alcuni, come un tentativo serio di ridurre le divergenze, non offre alcuna proposta concreta al governo degli Stati Uniti [3 ]. Le sue dichiarazioni mostrano che egli sceglie, deliberatamente, di andare di provocazione in provocazione esagerando spesso le capacità iraniane.

Pertanto, egli potrebbe cercare di rafforzare la sua posizione come leader dell’Iran, o progettare un fatto compiuto iraniano nel campo nucleare. Una terza eventualità è che il presidente iraniano cerchi di scatenare un conflitto provocando gli Stati Uniti e gli israeliani perché attacchino l’Iran. E’ poco probabile: Ahmadinejad non ignora che, in caso di confronto militare incondizionato, l’Iran sarebbe facilmente sconfitto e che le sue capacità militari e nucleari finiranno con subire ritardi di molti anni, o meglio di decenni. Il presidente Ahmadinejad sembra, pertanto, pronto ad accettare un inversione della situazione per l’Iran, non solamente nella speranza che questo processo arrivi ad unificare tutti gli iraniani dietro di lui, ma anche che lo proietti come leader incontrastato del mondo musulmano nella sua guerra contro gli Stati Uniti. Così, soppianterebbe i più grandi leader arabi, tutti sunniti, che si battono per conquistare questo titolo, segnatamente personalità quali Abdel Gemar Nasser o Saddam Hussein.

In larga misura, Baghdad è già controllata dall’Iran: nel frattempo, gli iraniani esitano a mettersi prematuramente allo scoperto prendendo apertamente l’iniziativa. La possibilità che la capitale irachena sia presto nelle loro mani permette agli iraniani, e particolarmente ad Ahmadinejad, di accarezzare il sogno di un’ascendente morale su tutti i musulmani, con il ristabilimento del grande califfato di Baghdad, alla maniera di Haroun al Rashid Jadis. Allora, non sarebbe che una questione di tempo far cadere la Mecca sotto il loro dominio. Grande strategia, o grande illusione: solo il tempo potrà rivelarlo.

Sull’altro versante della querelle Iran–Stati Uniti, Gorge W. Bush si trova ai comandi del potere. Gli iraniani hanno chiaramente sbagliato nei loro calcoli, sottostimando il presidente degli Stati Uniti e le forze che gli hanno permesso di accedere alla Casa Bianca nel Gennaio del 2001 ed una seconda volta nel Gennaio del 2005. Riattizzando la crisi, sino alla sua esplosione nel 2006, sarebbero stati chiaramente influenzati dagli apparenti rovesci degli Stati Uniti in Irak, così come dalle difficoltà crescenti dinanzi al riemergere dei Talebani in Afghanistan. Senza alcun dubbio, la tigre statunitense è stata ferita in Irak, al punto di non poter consolidare le sue vittorie nel paese.

Nondimeno, come è stato detto in occasione di un altro forum nel novembre 2005 [4], gli arresti statunitensi sono stati esasperati dagli avversari di Gorge W. Bush. In realtà, se si adotta un punto di vista d’avanguardia a lungo termine sulla loro impresa geostrategica in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno conosciuto mirabili successi in qualche caso. Come minimo, i principali partigiani della seconda invasione dell’Irak nel marzo 2003 hanno tratto generosi profitti dal progetto, e potrebbero continuare a goderne per molto tempo ancora. In precedenti scritti [5], si era notato che l’invasione statunitense dell’Irak era stata decisa poco tempo dopo che George W. Bush aveva preso la poltrona presidenziale. Pressoché allo stesso momento, l’Iran fu incluso nella lista dei paesi costituenti l’”Asse del Male”. In quel momento, l’Iran sarebbe dovuto cadere. L’Iran, secondo ogni previsione, cadrà. Gli stati Uniti cercavano un casus belli plausibile. Gli Iraniani, ne hanno portato uno a Gorge W. Bush, pressoché su un piatto d’argento. Ahmadinejad ed i suoi sostenitori commetterebbero un grave errore a supporre che la flebile popolarità del presidente statunitense possa forzarlo a cambiare idea. Il presidente Bush ed il suo staff, segnatamente il vice presidente Dick Cheney e l’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, sono stati accusati di aver affrettato l’intervento in Irak. Si dice che abbiano vinto la guerra per perdere, alla fine, la pace. I loro avversari hanno mal compreso la gerarchia presidenziale. Gorge W. Bush non è uno che molla facilmente. Si è già espresso sulla terza guerra mondiale, e la lunga guerra aperta contro il terrorismo mondiale. Gorge W. Bush farà cadere l’Iran prima che il suo secondo mandato giunga alla fine. Salvo il caso di un sisma politico alla fine dell’anno negli Stati Uniti, l’attacco statunitense all’Iran appare quasi una certezza. Questa volta, George W. Bush ed il suo staff sperano di uscirne fuori meglio. Avrebbero imparato la lezione dagli errori commessi in Irak. Questa volta, vogliono uscirne da vincitori, indiscutibili. La nazione iraniana sarà polverizzata nello slancio, perché non esiste dubbio, nell’animo di chicchessia, sulla sorte dello scontro. Se il presidente degli Stati Uniti decidesse, contro tutte le opinioni provenienti dalle diverse direzioni, di bombardare l’Iran, il partito Repubblicano cui appartiene, così come i Democratici, si riunirebbero dietro di lui come fecero all’indomani dell’11 Settembre. E la nazione statunitense farebbe lo stesso. In quel momento, il tasso di popolarità del Presidente statunitense potrebbe di nuovo passare la soglia del 50 %. George Bush ambisce a lasciare la Casa Bianca da vincitore.

Può salvare la sua gloria scemata solo ottenendo un successo in Iran. Gli iraniani non devono offrirgli una tale occasione. Nel nome della sopravvivenza della loro nazione, i dirigenti iraniani dovrebbero fare marcia indietro davanti alla determinazione statunitense di non arrendersi se non davanti ad una denuclearizzazione, ufficiale o meno. Tornare sulle posizioni pregresse non è un prezzo troppo importante da pagare a questo punto della storia iraniana, visto il colpo mortale portato alla civiltà babilonese, di cui l’Iran faceva ugualmente parte, in passato. La civiltà iraniana è un bene prezioso per l’umanità. Sta solo ai dirigenti iraniani salvarla dalla forza bruta che può esserle scatenata contro dalla superpotenza statunitense. I saggi iraniani devono consigliare i dirigenti, di conseguenza. La Cina e la Russia renderebbero un gran brutto servigio al loro alleato del giorno, l’Iran, gonfiando artificialmente la sua sicurezza e non aderendo all’appello lanciato dagli Stati Uniti per chiedere all’Iran di mettere fine alla sua capacità nucleare. Gli alleati dell’Iran non sarebbero in grado di tenere testa agli Stati Uniti ed all’Occidente in caso di scontro militare. Il fatto di incoraggiare l’intransigenza dell’Iran a questo stadio sarebbe molto malaccorto.

Israele non ha più la superiorità militare schiacciante sui suoi vicini, come si è verificato soprattutto durante la Guerra Fredda e, forse, sino all’inizio del XXI° secolo. Dopo la sconfitta in Libano, Israele non ha più la capacità di agire individualmente contro un paese del calibro dell’Iran. Facendo astrazione dalla dimensione nucleare, l’Iran sarebbe in grado di rendere la pariglia, in un modo o nell’altro. Infatti, da che Ahmadinejad ha alzato i toni contro Israele, quest’ultimo ha, sbalorditivamente, ridimensionato i suoi propositi. L’Iran avrà, d’ora in avanti, un’influenza molto più importante sui due lati di Israele, attraverso Hezbollah in Libano ed Hamas a Gaza. Questa influenza crescerà, inevitabilmente, e potrebbe avere come conseguenza un aumento dell’approvvigionamento in armi sofisticate per i nemici di Israele. Grazie agli incassi petroliferi in rialzo, l’Iran sarebbe anche incline a sostenere le capacità militari della Siria.

Allo stesso tempo, la pianificazione, per mano di Israele, della neutralizzazione delle capacità iraniane seguirebbe il suo corso, discretamente ma sicuramente. Benché gli Stati Uniti abbiano la migliore capacità che abbiano mai avuto in termini di informazione contro l’Iran, l’aiuto israeliano a questo riguardo diverrebbe essenziale. Israele ha avuto il tempo di rafforzare le milizie curde del nord dell’Irak, così come la sua capacità di informazione nei confronti dell’Iran, soprattutto a Nord Ovest. Infine, Israele sa che se bisogna occuparsi del caso dell’Iran, sarebbe meglio farlo al più presto. Se l’azione dovesse essere rinviata, il tempo giocherebbe a favore dell’Iran e non di Israele. Dunque, se un’azione militare contro l’Iran dovesse essere intrapresa durante il mandato di Gorge W. Bush, Israele caldeggerebbe molto questa decisione.

Rilievi Finali

A scapito del guazzabuglio di opinioni riguardo le possibili opzioni per i due campi, gli iraniani forse commetterebbero un errore spingendo gli Stati Uniti a prendere misure estreme. Se gli Stati Uniti decidessero di bombardare l’Iran, deciderebbero per un colpo di grazia. L’idea non sarebbe quella di far indietreggiare il programma nucleare dell’Iran di qualche anno. Gli Stati Uniti, se dovessero decidersi a mettercela tutta, hanno i mezzi tecnologici per annientare l’Iran come nazione civilizzata per i decenni a venire. I tentativi di intimidazione iniziati dal presidente iraniano, e destinati, in realtà, a dissuadere gli Stati Uniti dall’attacco dimostrando le capacità di risposta dell’Iran, non faranno che garantire un’offensiva totale da parte degli stati Uniti. Questa si farà a pezzi e bocconi. Né gli acquisti di armi dalla Russia, né un aiuto clandestino dalla Cina potrebbero salvare gli iraniani. Se l’Iran sprofondasse completamente, questo non leverebbe il sonno agli arabi o alle nazioni musulmane sunnite. Gli iraniani dovrebbero essere avvisati di fare marcia indietro. Fra dieci o vent’anni, non farà grossa differenza se i successori dei regimi iraniani avranno o no armi nucleari. Il mondo stesso sarà cambiato, al di là del riconoscibile, tormentato da cataclismi ambientali i cui effetti, benché spiegati davanti agli occhi dell’umanità, non sono presi in considerazione con l’urgenza necessaria. L’uomo è sempre lupo per l’uomo, ciascuna nazione avanza per sé stessa, fino al giorno in cui il declino planetario diverrà irreversibile.

In questo momento della sua storia tumultuosa, l’Iran ha bisogno di essere diretto da un Khatami e non da un Ahmadinejad, per uscire dal confronto con gli Stati Uniti e i loro alleati d’Occidente. Questi ultimi hanno risorse infinite in confronto all’Iran, così come hanno il sostegno, tacito o espresso, di molti paesi. L’Iran è letteralmente senza alleati. Allorché ne avrà bisogno, nessuno verrà in suo soccorso. Per gli iraniani, attualmente, la discrezione è certamente qualità più preziosa del coraggio.

Vinod Saighal: Ex direttore generale della formazione militare dell’esercito indiano. Fu addetto di ambasciata in Francia ed in Benelux, e comandante in capo delle forze di pace in Medio Oriente. Oggi, è fondatore del Movement for Restoration of Good Government (MRGG) e direttore dell’Eco Monitors Society (EMS). Autore di numerose opere di strategia ed analisi politica, ha recentemente pubblicato Dailing with global terrorism: the way forward. E’ membro della conferenza mondiale anti imperialista, Axis for Peace.

Vinod Saighal
Fonte: http://www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article144204.html
11.12.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIORGIA

Note:

1) Ad oggi, il Pakistan è un alleato che non fa parte della NATO.

2) “Come Reuters ha partecipato ad una campagna di propaganda contro l’Iran” , Réseau Voltaire, 14 Novembre 2005.

3) “Lettera di Mahmoud Ahmadinejad a Gorge W. Bush”, Réseau Voltaire, 8 Maggio 2006.

4) “Nearing the end game in Iraq: still missing the big picture”, discorso pronunciato davanti ad un pubblico internazionale a New Delhi l’ 11 Novembre 2005. Prima stampa per il Journal of the united service Institution of India, Volume CXXXV, Ottobre – Dicembre 2005, n. 562.

5) Per i dettagli, vedi il libro dell’autore Dealing with global terrorism: the way forward, ISBN 1-932705 – 00 – 7, New Dawn Press, Inc., 244, South Randall Rd # 90, IL 60123 , USA, 2004.

Pubblicato da Truman