LIBIA – SE A PARIGI BERLUSCONI FA IL MIRACOLO

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DI CLAUDIO MOFFA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Sarà il male minore – e anzi una speranza nel dramma – se Berlusconi riuscirà a ottenere oggi a Parigi il comando delle operazioni previste dalla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite che prevede una no fly zone sui cieli libici. Il male minore perché ormai la frittata e fatta, in una storia oscura che ancora dovrà essere chiarita nei suoi particolari e nel dato generale: e cioè come mai Cina, Russia e paesi come India e Brasile si sono solo astenuti nel Consiglio di Sicurezza di due giorni fa. La speranza, perché il rischio maggiore a questo punto è una situazione di fluidità in cui possa affermarsi all’improvviso la politica del fatto compiuto che sempre l’oltranzismo occidentale ha applicato in tutte le guerre postbipolari: l’invenzione mediatica di una contraerea libica che spara su un aereo NATO “umanitario” e via ai bombardamenti mirati: alla casa di Gheddafi, alle caserme di Gheddafi, ai civili-proGheddafi colpiti per i soliti e utilissimi “effetti collaterali”: civili, cioè “popolo”, che incredibilmente gli “umanitari” sensibili ai richiami dei ribelli in armi di Bengasi, pretendono di non “vedere”, come non vedono quel che succede da anni in Afghanistan e da alcune settimane nel Bahrein, con i 41 uccisi dichiarati nella giornata di ieri.

A seguito, “Concluso il vertice di Parigi: Sarkozy vuole la guerra totale” (Claudio Moffa);
“SARKOZY: “EBREO” O PRO-ISRAELIANO ? (Claudio Moffa);

Berlusconi, pur giocando fuori casa e su iniziativa di un suo concorrente – il Sarkozy-Total, un presidente strasostenuto dalla potente lobby francese fin da quando venne eletto sindaco a Neully sulla Senna nel 1983 – ha dalla sua alcune carte a disposizione, tra esse correlate:

1) La prima è che nella crisi – come nota oggi Fabrizio dell’Orefice su il Tempo – l’Italia si trova nella prima linea del fronte di un sempre più vicino scenario di guerra guerreggiata, per le minacce di ritorsione di Gheddafi, per il precedente del missile su Lampedusa del 1986, e per il disastroso effetto immigrazione in primis sul nostro paese. Questo è sicuramente un ottimo argomento morale per convincere la composita alleanza antilibica di Parigi. Nel summit di Parigi potrebbero essere a favore del nostro governo i cinque astenuti del Consiglio di Sicurezza, l’Unione africane e forse anche la Lega Araba.

2) La pressione utilizzabile non è solo “morale”. L’Italia ha le sue basi da offrire alla coalizione: il ministro Larussa ha correttamente sottolineato in una sua breve dichiarazione alla stampa che, come recita la 1793, la finalità dell’operazione no fly zone è quella di proteggere le popolazioni civili. Se a Parigi non dovessero essere messi dei precisi paletti sulla gestione e traduzione in fatti della risoluzione stessa, Roma potrebbe anche rispondere no. Posizione che avrebbe un suo precedente nella decisione di Andreotti nel 1973, di non concedere l’uso delle basi militari italiane agli USA durante la “guerra del Kippur”.

3) Ma non si tratta solo di argomenti morali o di rapporti di pura forza. La risoluzione delle Nazioni Unite – un testo di valenza “giuridica” – contiene due passaggi importanti e utilizzabili per un tentativo di vera mediazione quale mai ha fino ad oggi fatto il Consiglio di Sicurezza, al quale già due domeniche fa Gheddafi aveva chiesto di inviare una missione per verificare sul terreno le esagerazioni e invenzioni dei mass media: il primo è che il Consiglio di Sicurezza “prende atto delle decisioni del Segretario Generale di inviare il suo Inviato Speciale in Libia e del Consiglio di Sicurezza e della Pace dell’Unione Africana di inviare il suo Comitato di Alto Livello ad hoc in Libia, allo scopo di facilitare il dialogo ” . Dunque, dialogo ancora possibile, per iniziativa diretta di Ban Ki Moon. Gheddafi ha immediatamente dichiarato dopo il voto di due notti fa di accettare la risoluzione e il cessate il fuoco. Vero, non vero? Un organismo giuridico quale l’ONU, non può accettare come verità le smentite ovvie e scontate dei ribelli, né quelle del partito-canaglia media-“democra-tico” che peraltro è esattamente lo stesso che non solo odia Gheddafi, ma assedia e ricatta da anni Obama, la Siria, il primo ministro russo Putin, e paesi come il Sudan e lo Zimbabwe, a sua volta sostenuto dal Sudafrica. Dunque, che si invii una missione di indagine in Libia che verifichi effettivamente il cessate il fuoco e la disponibilità di Gheddafi al compromesso;

4) Il secondo passaggio utile della risoluzione 1793 è lì dove essa recita che quanto deciso dall’ONU è rivolto unicamente “a proteggere i civili e le aree popolate dai civili sotto la minaccia di attacchi nella (sic) Jamahiriya Araba Libica, inclusa Bengasi, mentre escludono una forza straniera di occupazione sotto qualsiasi formato e in quale che sia (sic, dunque anche Bengasi) parte del territorio libico”. Nessun altro paese meglio che l’Italia può ottemperare a questo dispositivo e dunque perseguire una vera politica di dialogo: sia per la disponibilità dimostrata con l’operazione umanitaria pro Bengasi, sia per i buoni rapporti intessuti da Berlusconi con tutti i principali capi di stato “decisori” del mondo – compresa la Merkel, e checché ne dica il partito-canaglia di cui sopra – sia per i buoni rapporti con lo stesso Gheddafi fino a poche settimane fa: anzi fino a due giorni fa, con l’annuncio del ministro del petrolio libico che gli accordi commerciali con l’ENI saranno rispettati da Tripoli.

Tutto questo è un ragionare diplomatico-giuridico in un contesto che resta da una parte altamente drammatico – è possibile che Parigi dia il via alla guerra guerreggiata: “oggi dopo il summit, potrebbe inziiare l’intervento militare” ha annunciato questa notte il ministro degli esteri francese – e dall’altra ancora oscuro nelle sue varie dimensioni e aspetti: proprio l’ultima cosa detta, la dichiarazione del ministro libico del petrolio, poche ore prima della risoluzione del Consiglio di Sicurezza con il Sarkozy-Total in prima linea, fa intuire che molti aspetti di quel che sta accadendo dovranno essere chiariti. Una cosa è certa, rischiamo di essere ad un terribile tornante storico, come ha ammonito più volte il ministro Maroni: la geopolitica ci insegna la straordinaria attualità di personalità del passato come Mattei e De Gaulle. Ma non è detto che nel breve periodo questa lezione funzioni: in certi momenti, come dimostrano proprio le vicende concrete di Mattei e De Gaulle, dipende molto dalla soggettività degli uomini che governano, nel bene e nel male, il mondo.

Claudio Moffa
19.03.2011

1) Nel libro Sarkozy, Israel et les Juifs, di Paul-Eric Blanrue, 2010, è descritta con dovizia di particolari, aneddoti, dichiarazioni la storia umana – ascendenti ebraici per parte materna e paterna, esternati dallo stesso Presidente francese con grande partecipazione sentimentale – e soprattutto politici di Sarkozy, fin da quando fu eletto nel 1983 sindaco di Neully sulla Senna, una cittadina con una estesa comunità ebraica (20 per cento della popolazione). Il finanziamento di Gheddafi della campagna presidenziale del principale sostenitore oggi dell’intervento militare in Libia, è stato un tentativo di comprarlo, ma invano: in Francia, lì dove si giocano questo tipo di competizioni, non esiste una lobby araba così radicata storicamente e potente. Sarkozy ha così “ripagato” il rais con un invito in pompa magna a Parigi, ma al momento opportuno è tornato a seguire il suo sponsor di sempre.

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