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LIBIA: LA VERGOGNA SENZA FINE DI NOI OCCIDENTE IN GUERRA

DI GIUSEPPE GENNA
carmillaonline.com

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.

Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.

La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.

Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:

Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando il Nabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.

Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.

Giuseppe Genna
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003839.html
21.03.2011

Pubblicato da Davide

  • Penta

    L’Italia festeggia i 150 anni con un altro tradimento dopo quelli della prima e seconda guerra mondiale.
    Tutti a difendere la Costituzione, ma quando si tratta di applicarla…
    Che schifo!

  • Affus

    I GUERRAFONDAI ,QUELLI DEI DIRITTI UMANI,LA LIBERTA’ E LA DEMOCRZIA CI STANNO PER CONDURRE A UN DISASTRO SENZA PRECEDENTI ,SU UNA STRADA MOLTO SCIVOLOSA ….

  • bstrnt

    Perfettamente d’accordo!
    Parafrasando de André : I politicanti nani sono delle carogne di sicuro, poiché hanno il cuore troppo vicino al buco del culo.

    E qui Sarkozy (Napoleone 2, la barzelletta) ha mostrato quanto può essere duro un nano cacciandosi, lancia in resta, in un intervento umanitario e di esportazione di democrazia (a patto chei l verme sappia cosa sia la democrazia).

    Cainano, invece, con una piroetta impossibile a triplo avvitamento, passa dal baciamano e leccaculo, alla pretesa di comandare in primis l’intervento umanitario condito con esportazione di democrazia.

    Il calcio in culo rifilatogli da quel premio nobel per la pace che sta eguagliando le nefandezze dello stesso scemo del villaggio globale, suo predecessore, la dice lunga su quanto sia importante la repubblica delle banane nel contesto internazionale; che si limiti a fornire le basi logistiche e non rompa le palle!

    Quello che invece deprime e terrorizza è l’ONU che da mandato a a dei serial killer a proteggere i civili, esattamente come dare ai nazisti la protezione di ebrei, rom, ecc.. o come dare a Berlusconi la protezione della castità delle fanciulle minorenni.

    Il paese più democratico e civile del mondo, vistosi superato da Napoleone 2, invia subito centinaia di democratici Tomahawk ad alleviare le sofferenze dei civili libici e si arroga il comando della operazione umanitaria.

    Più in basso di così …..

    Ma questi democratici culattoni occidentali, siano essi americani, europei o italiani, un piccolo avviso ai quisling governanti e ai loro noti e laidi mandanti, non riescono a darlo?

    Una volta l’Europa era maestra nell’inviare di questi avvisi, la rivoluzione francese e la rivoluzione di ottobre ne sono la conferma; adesso cos’è successo? L’Europa si è ammosciata? Si è americanizzata? Insomma è vero che il collasso della cultura la sta uccidendo!

  • cpaglietti

    Stanotte, fonte Ansa, “Attacchi dal cielo e dal mare, piogge di missili sulle coste libiche per costringere Gheddafi a cessare il fuoco” , la comunità internazionale si è “mossa” perchè la rivolta in Libia ha causato a Bengasi 25 morti, almeno così sono i numeri ufficiali, ma il bombardamento di questa notte quandi morti hanno fatto?
    Perchè non si è usata la diplomazia, i caschi blu dell’ ONU, invece di uno squallido attacco che ha lo stile di un agressione non la difesa di un popolo.
    Quanti morti causeranno questi attacchi?
    Chi sono i veri criminali di Guerra?

    Che schifo!

  • mystes

    Non fatevi molte illusioni sul Brasile. Il Brasile sta facendo da sponda agli USA e alla Francia. Alla Francia per i legami che il caso Cesare Battisti ha messo in evidenza. Agli Usa per le aspirazioni che ha il Brasile di ottenere un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Seggio che senza l’avallo nordamericano rimarrebbe solo un sogno. Ieri, durante la visita di Obama, gli addetti alla sicurezza del Presidente USA volevano perquisire i ministri brasiliani che dovevano entrare nella sede del governo per partecipare a una cerimonia ufficiale. I ministri, come è ovvio, hanno rifiutato la perquisizione, ma sono stati respinti, non potendo quindi entrare nel palazzo governativo del loro paese e partecipare alla cerimonia. La visita di Obama però è andata avanti, quando sarebbe stato più giusto rimetterlo sull’aereo e rimandarlo a casa….

  • Affus

    Gli energumeni,tutti felici di mostrare i muscoli,non sanno che di fronte alla Libia ci sono piattaforme petrolifere attacabili nel Golfo della Sirte ….,non sanno che la Francia ha centrali nucleari come il Giappone !! Sono dei pazzi, pagherenno questa loro dimostrazione di potenza .

  • Affus

    all’appellativo di “nano” , ora bisognera aggiungere quello di traditore : “nano traditore “

  • ostara

    concordo perfettamente

  • stendec555

    per gli italioti destrorsi gli “eventuali” morti sono solo arabi fetenti, fannulloni e fanatici, per i sinistrorsi difensori della costituzione (fa tanto chic ogni tanto citare la costituzione) si tratta comunque di simpatizzanti di quello stronzo di gheddafi che ha come prima colpa il fatto di essere amico (più o meno…) di colui che rapprensenta il male assoluto ossia berlusconi……a indignarsi del comportamento meschino dell’italia saranno sì e no l’1% della popolazione. basta dire che il nuovo idolo è quella nullità portavoce del NWO che è l’emerito presidente napolitano……

  • Xeno

    Sono pienamente d’accordo

  • lucamartinelli

    sono talmente indignato dal solito cliche’ dei criminali americani, capitanati dal loro negretto e dalla genocida Clinton con il loro seguito di leccaculi europei, da non poter fare a meno di notare il solito atteggiamento: una fregola disumana di macellare la Libia perche’ non ha applicato la risoluzione dell’Onu a fronte di una passivita’ totale nei confronti di Israele che con la carta delle risoluzioni dell’Onu si è pulita il sedere non una ma settanta volte. complimenti.

  • stendec555

    e pensa che la stragrande maggioranza della gente crede che il criminale sia gheddafi (il quale ovvio che un santo non è…) e non hillary, obama & c…..ma vallo a spiegare, un muro di disinformazione martellante ottenebra le menti anche di quelli che sarebbero in grado di ragionare con le loro teste.

  • vic

    Questa e’ l’ennesima drammatica dimostrazione che l’Onu, in particolare il Consiglio di Sicurezza sono un disastro.

    La Libia e’ in Africa, giusto?
    La voce degli Africani dovrebbe essere la prima a venir ascoltata in una situazione del genere. Si sono dati da fare per proporsi come mediatori.
    Niente, non contano nulla. Forse ascoltano di piu’ la Papuasia.

    Che pena, che penosa pena!
    Sarkozy come Berlusconi, nel senso del vendeur. Cosa sta facendo se non un marketing spietato alla Dassault.
    Mi spiace veramente per l’Italia come paese che ha buttato alle ortiche un’occasione diplomatica d’oro. Quella di fare da porta di pace, non da portaerei.
    Costava cosi’ tanto intrecciare un’azione diplomatica con tutti i paesi del mondo pronti a mediare una transizione in Libia con metodi diplomatici?
    Aveva tutto da guadagnare.

    Inutile inveire solamente con il piccolo Silvio B., forse che Napolitano s’e’ mostrato grande? O vogliamo dire dell’immensa pena che fa l’altro nanerottolo, quel van Rompuy che nessuno conosce. Che razza di spirito democratico manifesta un presunto ente governativo continentale il cui presidente e’ un’entita’ aliena? Sappiamo di piu’ del pensiero dell’imperatore del Giappone, uno che notoriamente non dice mai nulla, che di questo van Rompuy.
    Se non altro Gheddafi sta li’ per meriti militari seguiti da accordi tribali. Le tribu’ libiche lo conoscevano. Ma van Rompuy, quante sono le tribu’ europee che lo conoscono?

    Detto del suo ruolo piu’ che nullo in questa crisi, vogliamo una buona volta chiederci: a chi serve questa UE, a chi serve questa NATO, a chi serve questo Onu? Il futuro governo globale, lo possiamo vedere a chiare lettere in questi enti, ma non solo, anche in enti ben piu’ discreti.

    Uomo della terra ma sei sicuro che vuoi avere un governo globale? Se non ne sei sicuro fatti sentire, anche con calma. Laddove puoi votare, non votare quelli che difendono questa UE, questa NATO e questo Consiglio di Sicurezza. Nessuno e’ perfetto, d’accordo, errare humanum est diceva sempre mia nonna, sed perseverare diabolicum, gli faceva da controcanto il nonno.

    Stiamo perseverando un po’ troppo, specialmente a non buttar giu’ dal piedestallo quelli che perseverano.

    Africa fatti sentire, di nuovo, insisti, persevera, se non altro per difendere un minimo d’onore. Ritenta una mediazione disperata, quella e’ terra d’Africa, non terra di Francia, men che meno terra USA, malgrado quel Africa Command Center che e’ un insulto al buon senso di chi la vera democrazia sa cosa sia. Non e’ di certo sparare missili Cruise, ne’ spruzzare uranio in giro come fosse parmigiano sul risotto.

  • Biecoblu

    Un commento in immagine :

    http://dcusani.free.fr/Eni-Libia.png

  • Tao

    L’ ITALIA HA GIA’ PERSO LA SUA GUERRA DI LIBIA

    DI DANIELE SCALEA
    eurasia-rivista.org

    Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

    Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

    L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

    Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

    La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

    Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

    Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

    Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

    La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

    L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

    L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

    È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

    Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

    Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.

    Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.

    Fonte: http://www.eurasia-rivista.org
    Link: http://www.eurasia-rivista.org/8778/litalia-ha-gia-perso-la-sua-guerra-di-libia

    19.03.2011

  • RicBo

    Genna svegliati. Invece di scrivere pistolotti come questo grondanti giusta indignazione ma che assomigliano troppo ad una dichiarazione da consigliere dello scacchiere, chiediti e chiedi qual’é il parere delle popolazioni del nord africa che sono insorte, chi sono, cosa desiderano, chiediamoci se é il caso di appoggiarle o no, non sappiamo nulla di loro. Ancora non vedo un articolo neanche qui su CDC che dia loro voce, nessuno chiede il loro parere.
    Questo assomiglia molto a imperialismo culturale.

  • Tonguessy

    Questo assomiglia molto a imperialismo culturale.

    In un totale ribaltameto delle parti, chi si domanda se sia giusto bombardare uno stato non belligerante viene tacciato di imperialismo culturale e non la pletora tendente all’infinito di propaganda radiotelevisiva. Quest’ultima non è imperialismo culturale. Tutt’altro: ci informano che colui col quale si erano fatti lucrosi affari e che era stato fino a ieri abbondantemente omaggiato, è improvvisamente diventato cattivissimo. In effetti si chiama sindrome bipolare, più che imperialismo culturale.
    Ma tu il senso della vergogna dove l’hai dimenticato?

  • ilfigliodegeneredellovest

    allora qualche volta anche io posso concordare con Tonguessy