Home / ComeDonChisciotte / LIBIA: DA SERBATOIO DELL’ITALIA A POTENZIALE STATO FALLITO

LIBIA: DA SERBATOIO DELL’ITALIA A POTENZIALE STATO FALLITO

FONTE: MEDARABNEWS

La Libia è in fiamme. Le proteste, sfociate in disordini a causa della violenta repressione compiuta dalle forze di sicurezza libiche, erano scoppiate a Bengasi, importante città portuale nella Libia orientale. Paradossalmente potrebbe essere stato lo stesso Gheddafi ad accelerare la sua fine ed a mettere a rischio le sorti del regime arrestando alcuni oppositori come misura preventiva per evitare che le forze di opposizione si organizzassero.

La mossa del leader libico era avvenuta alla luce dei venti di ribellione che spiravano dalla Tunisia e dall’Egitto. Nelle settimane passate, Gheddafi aveva espresso il proprio appoggio sia al presidente tunisino Ben Ali che a quello egiziano Hosni Mubarak.

A seguito, “La Libia conquistata in silenzio” (Tony Cartalucci, infowars.com);

La manifestazione per chiedere la liberazione dell’attivista Fathi Terbil, a Bengasi era stata duramente repressa dalla polizia il 16 febbraio. Gli scontri si erano conclusi con numerosi arresti. Ma questa repressione ha avuto l’effetto di alimentare le proteste, poi risoltesi in una vera e propria guerriglia dopo che la brutale reazione delle forze di sicurezza ha provocato i primi morti.

Nel frattempo Gheddafi aveva organizzato manifestazioni a favore del regime nella capitale Tripoli, in un ulteriore tentativo di indebolire e isolare la sollevazione scoppiata nella parte orientale del paese, la quale però da Bengasi si è estesa ad altre città.

La Cirenaica, la regione orientale in cui sono scoppiate le proteste, è tradizionalmente il punto debole del regime libico. Essa era la roccaforte della monarchia rovesciata dall’allora ventisettenne Gheddafi nel 1969.

La Libia, un paese prevalentemente desertico la cui popolazione (circa sei milioni e mezzo di abitanti) è concentrata nelle città della fascia costiera, è costituita da tre province, Tripolitania, Cirenaica, e Fezzan, che storicamente hanno avuto tenui legami tra loro.

Dopo essere stata un possedimento coloniale italiano, la Libia era rientrata nella sfera d’influenza delle potenze europee uscite vittoriose dal secondo conflitto mondiale. Nei primi anni del dopoguerra, era stata la Gran Bretagna a controllare le province costiere della Tripolitania e della Cirenaica, mentre la Francia aveva stabilito il proprio controllo sul Fezzan. Poi, nel 1949 una risoluzione dell’ONU aveva stabilito che le due potenze coloniali avrebbero dovuto evacuare il paese.

Sebbene vi fossero profonde divergenze fra le componenti tribali delle tre province, e soprattutto interessi contrastanti fra la Tripolitania, dove era prevalente una cultura di tipo urbano, e la Cirenaica, dove una fitta rete di confraternite mistiche regolava una società di tipo eminentemente tribale, a livello internazionale fu preferita la soluzione unitaria, e Sayyid Idris, leader della confraternita sanusiyya che poco tempo prima si era autoproclamato emiro della Cirenaica, divenne re di Libia nel 1950, un anno prima della proclamazione dell’indipendenza del paese.
Fu così che la sanusiyya, una confraternita che aveva avuto la sua ragion d’essere nel contesto della società tribale della Cirenaica, fu trasformata in una dinastia regnante su tre regioni scarsamente legate tra loro.

La scoperta del petrolio avvenuta nel 1959 cambiò profondamente l’economia e l’organizzazione sociale tradizionale della Libia. Gli antichi legami tribali persero di importanza di fronte ad una progressiva urbanizzazione della popolazione. La monarchia, filo-occidentale in politica estera, ed allineata con il blocco conservatore e tradizionalista della Lega Araba (che includeva monarchie come l’Egitto, l’Arabia Saudita, l’Iraq e la Giordania), e legata agli antichi valori e privilegi tribali sul fronte interno, non seppe adeguarsi a questa rapida evoluzione, e facilitò ai militari guidati dal giovane Gheddafi il compito di impadronirsi del potere raccogliendo consensi nella società, ed imponendo un’ideologia socialista di impronta panaraba.
Tuttavia il legame tra la Tripolitania, che ha ricavato i maggiori benefici dall’ascesa al potere del nuovo regime ed è divenuta la sua roccaforte, e la Cirenaica più scarsamente popolata e maggiormente ancorata ai valori tribali, è rimasto problematico.

Questi fatti possono aiutare a chiarire alcune affermazioni contenute nel recente discorso di Saif al-Islam, secondogenito di Gheddafi, solitamente considerato l’esponente più riformatore e liberale del regime.

Apparendo sulla televisione di Stato libica, Saif al-Islam ha ammonito che la Libia potrebbe scivolare in una guerra civile, affermando che si starebbe sviluppando un movimento separatista. “Vi sono gruppi che vogliono stabilire uno Stato nella Libia orientale”, ha affermato il figlio del leader libico.

“Se la Libia dovesse dividersi”, ha proseguito Saif, “le diverse parti non saranno in grado di spartirsi il petrolio, e ciò causerà ulteriori spargimenti di sangue”. Egli ha ribadito ancora che “se la Libia dovesse dividersi, potrebbe trasformarsi in una serie di piccoli Stati; la Libia non è una società basata sulla politica dei partiti, ma una società di clan e tribù”.

Egli ha anche ammonito l’Occidente che le esportazioni di petrolio si fermeranno, e che le compagnie petrolifere straniere dovranno lasciare il paese.
Ma nello stesso discorso egli ha minacciato i libici: “Preparatevi al colonialismo. Pensate forse che l’Europa, la NATO e gli USA accetteranno un emirato islamico nel mezzo del Mediterraneo? L’Occidente e l’Europa non permetteranno che il caos regni in Libia”.

Va detto però che diversi analisti arabi hanno definito il discorso di Saif al-Islam un “discorso disperato” da parte del figlio di un dittatore che sta cercando di ricattare il popolo libico minacciando un bagno di sangue ancora più terribile (già adesso le vittime sarebbero centinaia, secondo le frammentarie notizie che giungono dal paese) da un lato, e di intimidire l’Occidente agitando lo spettro di un paese sprofondato nel caos dall’altro.

Anche alcune voci del movimento di opposizione hanno smentito Saif al-Islam. Un leader locale dei Fratelli Musulmani ha dichiarato che le affermazioni di quest’ultimo riguardanti un emirato islamico nella parte orientale del paese sono completamente false, e che il popolo libico, malgrado le differenze esistenti al suo interno, è unito contro un regime che sperpera le ricchezze del paese lasciando in uno stato di povertà gran parte della popolazione. Voci analoghe sono giunte dalla città di Bengasi (in Libia prevale un Islam tradizionalista, e i movimenti islamici militanti non sono mai stati molto forti).

Nel frattempo, se la tribù Al- Zuwayya (una delle tribù della Libia orientale) ha minacciato che bloccherà le esportazioni di petrolio qualora le violenze del governo dovessero continuare, anche la tribù Al-Warfalla, una tribù che invece vive a sud di Tripoli, ha invitato il leader libico a lasciare la Libia. Cinquanta figure di spicco della parte occidentale del paese, fra dotti religiosi, intellettuali, e leader tribali, hanno firmato un appello in cui si chiede ad ogni musulmano affiliato al regime di riconoscere che l’uccisione di vittime innocenti è proibita da Dio e dal profeta Muhammad.

Intanto gli scontri hanno raggiunto la capitale, e si sono registrate anche importanti defezioni nell’esercito, che lungi dall’essere un’istituzione monolitica come le forze armate egiziane, è organizzato secondo linee tribali. Anche per questa ragione sembra che il regime abbia fatto ricorso a mercenari sub-sahariani per reprimere le rivolte.

Dopo quello tunisino e quello egiziano, anche il regime libico sembra essere ormai sul punto di crollare, ultimo tassello di un impressionante effetto domino che nell’arco di poche settimane sta cambiando radicalmente il volto del Medio Oriente e del Mediterraneo.

La Libia è il primo paese africano per riserve petrolifere, un paese governato da un regime con cui l’Italia ha (incautamente) stretto importantissimi rapporti economici (essendo fra l’altro il primo importatore di petrolio libico), ed a cui ha delegato il contenimento dei flussi migratori, malgrado la scarsa considerazione che tale regime ha per i diritti umani (come confermano drammaticamente le brutalità commesse dalle sue forze di sicurezza in questi giorni).

Questo paese sembra ora dirigersi verso l’ignoto, mentre la gente continua a morire per le strade a causa di quelli che potrebbero essere gli ultimi sussulti di un regime agonizzante.

Fonte: www.medarabnews.com
Link: http://www.medarabnews.com/2011/02/21/libia-da-serbatoio-dell’italia-a-potenziale-stato-fallito/
21.02.2011

Pubblicato da Davide

  • Hamelin

    Libia di oggi…Italia di domani…

  • dana74

    non riesco veramente a capire due cose fondamentali:

    – si parla di rivoltosi pacifici, ma in molti resoconti (dalle varie ansa) risulta che questi rivoltosi (o gruppi in essi infiltrati) avevano eccome armi tanto da suscitare una reazione aspra
    Questo in tutte le proteste del Maghreb
    Tra l’altro, in un servizio del Tg2 hanno usato le immagini di una protesta pro Ghedafi come rivoltosi che ce l’avevano con lui…

    – chi in Europa si ribella, con manifestazioni pacifici dove a volte c’è scappata una molotov, tipo in Grecia contro i piani dell’austerità ne hanno dette di tutte, delinquenti, anarchici di merda assassini…
    Quindi se ti ribelli nella democratica europa contro i poteri forti, in tal caso BCE che impone i suoi programmi di fame ai popoli, non sei per i media un fiero “combattente” per la libertà ma un criminale.

  • geopardy

    Non è solo l’Italia, ma anche la Germania e forse più dell’Italia ad esserne partner commerciale.

    Ricordate pochi anni fa l’ingresso trionfale di Gheddafi a Bruxelles, ricevuto come un monarca illuminato perchè si era deciso a diventare filo-occidentale?

    Addirittura delegò l’addestramento del proprio esercito agli inglesi, nemico storico di Gheddafi.

    Ciao

    Geo

  • Tao

    LA LIBIA CONQUISTATA IN SILENZIO

    DI TONY CARTALUCCI
    infowars.com

    Bloccate il Medio Oriente e bloccherete la Cina e la Russia (http://landdestroyer.blogspot.com/2011/02/middle-east-then-world.html) , dopodiché potrete dominare il mondo. L’attuale destabilizzazione in corso in Medio Oriente è una mossa disperata mirante a eliminare il cuscinetto mediorientale, isolare le due superpotenze in ascesa e costringerle ad accettare il proprio posto in un ordine mondiale unipolare che abbia New York e Londra al proprio centro.

    La Libia è l’ultima di una lunga serie di nazioni mediorientali che sono state destabilizzate e costrette ad affrontare un cambio di regime sostenuto dall’Occidente. Con i media corporativi a larga diffusione intenti a porre in essere incredibili azioni di propaganda, con l’esercito di blogger del Dipartimento di Stato americano a coordinare sul terreno le rivolte, con un numero prossimo allo zero di notizie  provenienti dal paese avallate da qualche conferma, sembra che il grande paese nordafricano sia destinato ad essere smembrato nel più totale silenzio.

    A differenza dell’Egitto, dove Mohamed El Baradei (http://landdestroyer.blogspot.com/2011/02/who-are-egypts-protesters_09.html) , fiduciario del Gruppo Internazionale di Crisi americano, parlava tutti i giorni con i reporter internazionali, e dove Al Jazeera forniva una copertura televisiva 24 ore su 24, la Libia è praticamente un buco nero. I media si limitano a riportare i sentito dire dei blogger “libici” e dei manifestanti presenti sul posto. Le virgolette pettegole che punteggiano i rapporti diffusi dalla BBC e da Al Jazeera e la litania di chiacchiere senza contenuto, indicano che questa “rivoluzione” verrà data in pasto al pubblico nel più fasullo e inconsistente dei modi. Sfortunatamente, poiché nel corso di una crisi noi tutti dipendiamo dall’affidabilità dei media corporativi, e considerato che la stessa BBC è un importante membro corporativo del sinodo globalista Chatham House (http://www.chathamhouse.org.uk/membership/corporate/major_corporate_members_list/) , non ci si può fidare di nessuno e siamo costretti a restare nella confusione e nell’incertezza. Troppe persone, in ogni caso, cadranno nuovamente vittime del sottile velo di legittimità offerto dalle subdole immagini di violenza e dalle ben truccate comparse dei media a larga diffusione.

    L’ultimo articolo (http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-12520586) della BBC relativo al discorso con cui Seif al-Islam [il figlio di Gheddafi, NdT] si è rivolto alla nazione, ci fornisce un mirabile esempio di come i media tendano a forzare le scarne notizie che provengono dalla Libia per assecondare una narrazione predefinita che sia vantaggiosa per gli interessi del cartello globale. Nel suo discorso alla nazione, Seif al-Islam ha accusato gli stranieri e i gruppi di opposizione di cercare di stravolgere la Libia, ha detto che la stampa estera sta grossolanamente esagerando le reazioni del governo contro i manifestanti e ha paragonato i tumulti a una “Facebook revolution” simile a quella egiziana (http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=776:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47). Sebbene la BBC ammetta che “è difficile verificare le informazioni provenienti dalla Libia”, nel testo dell’articolo si fa riferimento al discorso di Seif al-Islam come ad un “delirante proclama televisivo”.

    Nel box laterale si può leggere un commento del propagandista della BBC Jon Leyne, il quale si è già occupato della “marcia di zilioni e fantastilioni di uomini” in Egitto, raccontando ai lettori che gli sembrava che “tutto l’Egitto” si fosse radunato in Piazza Tahrir. Le stime più alte dei partecipanti alla manifestazione oscillano tra un minimo di 50.000 e un massimo di non più di 100.000 persone (lo 0,1% della popolazione egiziana). Riguardo al discorso di Seif al-Islam, Leyne dichiara quanto segue, producendosi in una bravata priva di professionalità, che è poi l’unica cosa che possiamo attenderci dalla BBC: “E’ stato uno dei discorsi politici più strani a cui abbia mai assistito. [Seif] era completamente e irrimediabilmente separato dalla realtà di ciò che sta accadendo nel suo paese. Per dirla senza mezzi termini, a molti cittadini libici è sembrato solo un balbettìo incomprensibile: qualcosa di completamente privo di significato per loro. L’idea che essi possano in qualche modo sedersi a un tavolo e intraprendere un dialogo nazionale con un governo che ha assoldato mercenari stranieri per sparar loro addosso, è risibile”.

    Cosa dia a Leyne il diritto di parlare per conto del popolo libico su una crisi che il suo stesso network definisce difficile da riportare (http://www.bbc.co.uk/blogs/theeditors/2011/02/reporting_from_libya.html) , ammettendo così la propria stessa “separazione dalla realtà”, è cosa che va oltre la comprensione; a meno che, ovviamente, non si tratti di pura propaganda avente lo scopo di screditare il discorso. La cosa su cui i media mainstream e Seif al-Islam sembrano essere d’accordo, è il fatto che la città di Bengasi, a est della Libia, sarebbe caduta nelle mani dei rivoltosi che avrebbero preso possesso di armi e carri armati (http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/02/201122014259976293.html) .

    L’attitudine della BBC e di Al Jazeera a definire “massacro” la reazione governativa contro i piromani, i saccheggiatori, i vandali e adesso anche le pericolose bande armate di armi pesanti, appare in qualche modo insincera e simile alla descrizione che questi stessi network diedero delle folle che nel maggio 2010 invasero le strade di Bangkok . Se Seif al-Islam ammette che le forze di sicurezza hanno commesso errori, la possibilità che la violenza sia stata aizzata anche dagli stessi manifestanti o dai loro manovratori stranieri non può essere del tutto esclusa. Il think tank americano Brookings Institute ha dedicato un intero capitolo del suo rapporto sull’Iran (http://landdestroyer.blogspot.com/2011/02/brookings-which-path-to-persia.html) ai sistemi per innescare rivoluzioni colorate e per sfruttare tecniche militari contro le forze di sicurezza iraniane; erano sicuri di riuscire a organizzare le rivoluzioni senza ricorrere ad interventi militari statunitensi, sotto copertura o meno. A Bangkok, nel 2010, i manifestanti che simpatizzavano per il deposto primo ministro Thaksin Shinawatra, sostenuto dagli USA, vennero aizzati da un gruppo-ombra militante (http://landdestroyer.blogspot.com/2010/05/thailands-red-shirts-how-to-hide-army.html) guidato da leader ben selezionati.  Costoro, il 10 aprile 2010, istigarono un bagno di sangue nel tentativo di scaricarne la responsabilità sul governo e costringerlo a farsi da parte.

    L’esplosione di violenza e i 91 morti che ne seguirono a causa degli scontri tra le forze di sicurezza thailandesi e questi gruppi militanti, rappresentano oggi la base su cui l’avvocato globalista Robert Amsterdam (http://landdestroyer.blogspot.com/2011/02/globalist-page-robert-amsterdam.html) sta cercando, quasi un anno dopo, di incriminare il governo thailandese.

    Poiché i media mainstream sono palesemente inattendibili, sta a noi cercare di capire cosa stia realmente accadendo. L’indizio più consistente che non tutto sia come sembra e che mani straniere stiano interferendo con gli affari interni di queste nazioni, è rappresentato dal fatto stesso che propagandisti prezzolati come la BBC e Al Jazeera prendano posizione a favore di una delle parti anziché fare il loro lavoro, che dovrebbe essere quello di riportare i fatti in modo obiettivo. Se i piani contro la Libia appaiono in qualche misura ambigui, abbiamo già fatto notare al di là di qualunque dubbio che le proteste egiziane e tunisine sono in tutto e per tutto il risultato di una manipolazione occidentale, in cui perfino i simboli utilizzati dai manifestanti sono stati “riciclati” (http://landdestroyer.blogspot.com/2011/02/cia-coup-college.html) da una precedente ed ormai apertamente riconosciuta operazione americana in Serbia. I segni ci sono tutti e – in assenza di informazioni obiettive – occorre usare cautela, compiere ricerche approfondite e, senza alcun dubbio, non fidarsi mai più dei nostri media a larga diffusione.

    Versione originale:

    Tony Cartalucci
    Fonte: http://www.infowars.com
    Link: http://www.infowars.com/libya-conquered-in-the-dark/
    21.02.2011

    Versione italiana:

    Fonte: http://blogghete.altervista.org
    Link: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=777:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47#comments
    21.02.2011

    Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

  • Iacopo67

    Forse sono proprio i Signori dell’Universo, i bramosi predatori dell’alta finanza, che si celano dietro alle rivolte nordafricane, gli stessi che avrebbero messo in difficoltà Grecia, Irlanda, pigs; e ancora, gli stessi che stanno disarcionando il nostro Cavaliere.

    http://www.centrofondi.it/content/attenti-al-dopo-berlusconi

    A proposito della forma mentis degli squali della finanza, vi cito qualche frase di un anonimo importante direttore esecutivo della Lehman brothers, finito in gattabuia per la questione dei mutui subprime:

    “…i salari…dovevano scendere sempre di più, garantendo alle imprese profitti via via crescenti; l’ideale sarebbe, come si sa, il lavoro gratuito, ovvero quello schiavistico…

    La contemplazione dell’inerzia e della povertà altrui genera sempre energie nei privilegiati. C’è una specie di potenza sessuale nella ricchezza. La sensazione di poter agitare la storia…

    La guerra è una manna.

    …le elite anglosassoni hanno raffinato il senso profondo della loro superiorità rispetto alle masse di bruti che costituiscono il resto dell’umanità. Non è razzismo questo, ma un dato di fatto…

    Avevamo abbracciato una visione darwiniana allo stato puro, al massimo grado di integralismo: il più forte vince sul più debole e perpetua la specie. Migliorandola, com’è ovvio.”

    Tratto da “La congiura: il romanzo della crisi” di Agente americano, Aliberti editore.

  • buran

    Il pugno chiuso, un simbolo glorioso mutuato da ben altre rivolte e rivoluzioni, viene riciclato al servizio dell’imperialismo. Ciò mi fa pensare a quanto si dice riguardo ai cervelli di questa strategia che ha generato le “rivoluzioni colorate”, cioè che siano, in una certa parte parte, provenienti dai “movimenti” USA degli anni 60 e 70, e che abbiano messo le loro esperienze al servizio del nemico di allora. In questo caso sii tratta nè più nè meno di veri e propri mercenari.

  • Rossa_primavera

    Un articolo serio ed imparziale che se non altro non ripropone la solita
    tesi trita e ritrita della cia che fomenta la rivoluzione:le proteste ormai
    sfociate in vere e proprie rivoluzioni che stanno squassando tutto il
    mondo arabo islamico dalle sue fondamenta non possono essere opera
    di qualche sobbillatore prezzolato dalla cia,e’ un mondo intero che si
    sta rivoltando contro un sistema e i suoi governanti e ogni paragone con
    le proteste avvenute in Europa e’ fuorviante.

  • Iacopo67

    E te pareva !
    C’è lo zampino dell’ US National Endowment for Democracy dietro alle rivoluzioni in Egitto e Bahrein ( come in Serbia ).
    Quindi sarebbero rivoluzioni colorate dei globalisti per mantenere l’egemonia dell’imperialismo americano.

    http://landdestroyer.blogspot.com/2011/02/cia-coup-college.html

  • buran

    Qual è il ruolo di Al Jazeera (e di Al Arabiya), alla luce di questi ultimi avvenimenti? Sarebbe interessante se qualcuno più informato e qualificato di me facesse un articolo deicato a questa emittente, con uno sguardo anche al ruolo avuto durante le guerre del golfo e i fatti iraniani del 2009. Sto vedendo in streaming questa TV in versione araba: un talk show ininterrotto, ma le immagini sono sempre le stesse che vengono ritrasmesse di continuo da stamani a questa parte : i manifestanti lungo la strada col terrapieno, qualche ferito portato via, qualche vittima, la donnina alla finestra che stacca il ritratto col manico della granata, qualche bandiera senussita etc. Si parla di bombardamenti, di militari unitisi agli insorti, ma per ora i filmati non mostrano nulla.

  • buran

    http://www.quryna.com
    un quotidiano libico, c’è anche in italiano (maccheronico)

  • Giancarlo54

    In effetti quello che mi ha fatto specie di tutta questa tragica vicenda, è che i media italiani continuano a dire che il regime libico ha bloccato tutte le comunicazioni e le informazioni con l’esterno e poi continuano a dare notizie che, in queste condizioni, non capisco proprio dove siano andati a prendere. Le stesse immagini potrebbero riferirsi a tutt’altri avvenimenti. La situazione è di una confusione totale.

  • lucamartinelli

    Credo che occorra aspettare un po’ di tempo. Avremo modo di capire man mano che i giochi si svolgeranno. C’è il grosso rischio che non cambi nulla. La storia insegna che i potenti non rinunciano tanto facilmente ai loro quattrini e in Libia si parla di petrolio, tanto e buono (perche’ poco solforato e quindi piu’ economico da raffinare). In fondo non sara’ difficile fregare ancora il popolo. “loro” sanno come fare. buona giornata